di VINCENZO CASTELLANO – In un momento cruciale per lo sviluppo del Mezzogiorno, vogliamo mettere in risalto un principio fondamentale: mettere al centro i territori e le comunità. Il benessere dei cittadini deve precedere il profitto delle imprese. Questa è la rivoluzione che vogliamo realizzare con la nostro progetto.
ASSIEME ALLA ZES UNICA VANNO ISTITUITE
LE AREE ECOLOGICHE DELL’ARCO JONICO
di DOMENICO MAZZA – Nei giorni scorsi il Governo ha deliberato sulla istituzione della Zeu (Zona economica unica) per il Mezzogiorno. Non più 8 Zes (Zone economiche speciali) a carattere regionale ed interregionale, ma una sola Zeu con cabina di regia nella Capitale.
Del resto, ad oggi, almeno nella nostra Regione, i buoni propositi messi in campo in atto istituzione della Zes Calabria, non hanno portato i frutti sperati. Sull’area jonica, poi, — considerati gli oltre 800 ettari distribuiti tra le aree portuali, retroportuali, aeroportuali ed industriali di Crotone e Corigliano-Rossano — ancora meno.
È risaputo, infatti, che una delle prerogative principali delle aree ZES risieda nella ottimale connettività (materiale ed immateriale) del territorio d’allocazione. E, oltre ogni ragionevole dubbio, non si può sostenere che l’Arco Jonico calabrese sia un ambito “connesso”. Certamente, non connesso secondo i dettami richiesti e raccomandati dall’Europa.
Le cabine di regia che si sono succedute sin all’istituzione della Zes Calabria, invero, sono sembrate poco attente alla non trascurabile problematica illustrata. Probabilmente perché le linee d’indirizzo adottate nel tempo, fedeli a dinamiche di tipo centralista, si sono concentrate sul circoscritto contesto della portualità taurense. Versante tirrenico, quindi, dove Gioia Tauro insieme a Lamezia, Vibo e Reggio copre i rimanenti 2/3 dell’intera superficie Zes Calabria. Sicché, l’area jonica è apparsa quasi estranea ad un appeal derivante dall’inclusione di porzioni territoriali nel perimetro Zes.
Adesso, però, la rinnovata geografia della zona economica speciale, dovrebbe condurre i territori e soprattutto i Comuni a ragionare per vocazioni d’ambito. Bisognerebbe investire, quindi, nella creazione di sinergie istituzionali utili a concretizzare i progetti, capitalizzando gli auspicabili risultati che potrebbero derivarne.
Inquadramento degli ambiti per interessi comuni
Il territorio che si estende da Taranto a Crotone, da questo punto di vista, offre spazi di manovra molto interessanti. Tuttavia, i richiamati spazi, andrebbero inseriti in una strategia più complessa coinvolgendo i principali Players che insistono ancora su questo territorio (Eni, Enel, A2A, ArcelorMittal) nonché i settori macroeconomici che potrebbero rappresentare concretamente il decollo di un auspicato rilancio industriale: agricoltura, turismo, approvvigionamento energetico e rigenerazione industriale green.
Mettendo da parte inutili personalismi civici ed ininfluenti prese di posizione singole, andrebbe concertata l’azione di 4 ambiti urbani dislocati lungo l’Arco Jonico. Contesti demografici che già dispongono nei propri perimetri municipali di tutti quegli asset su menzionati.
La condizione delle aree industriali, agricole, turistiche e produttive che da Crotone, passando per Corigliano-Rossano e Pisticci raggiungono Taranto, sono investite da perimetrazioni Zes. Le richiamate Comunità, dispongono altresì di aree industriali da rigenerare e di siti Sin da bonificare. Si verificano quindi, complice la centralità della rinnovata cabina unica di regia Zes, tutti i presupposti per iniziare una politica corale e comune. Una nuova linea d’indirizzo ecosistemico, pertanto, basata su principi di sussidiarietà e finalizzata al rilancio di tutto l’ambiente jonico.
A tal riguardo, basterebbe dare un’occhiata a quanto già fatto in Emilia per comprendere la necessaria messa in campo ed attuazione degli ambiti Apea – Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate, utili al rilancio ed alla rigenerazione di quei siti produttivi ancora in attività, dismessi o parzialmente tali.
Le Apea sono aree d’attuazione e rendimento di tipo industriale, artigianale, commerciale, direzionale, turistico ed agricole, caratterizzate da una concentrazione di aziende. Nel loro compimento prevedono la gestione unitaria e integrata delle infrastrutture e dei servizi idonei a garantire gli obiettivi di sostenibilità dello sviluppo a livello locale. Al contempo, contribuiscono ad aumentare il livello di competitività delle imprese in esse insediate.
Chiaramente, processi di siffatta natura dovrebbero prevedere il diretto ed unanime coinvolgimento dei Sindaci delle richiamate Comunità. In tal senso, un lavoro di squadra tra Amministratori potrebbe accrescere il potere politico territoriale. Si trasformerebbe, quindi, il flebile richiamo di una sola voce in un dirompente urlo corale.
È palese che un procedimento di tale impatto, oggi avvalorato dalla nuova cabina di regia unica per le aree Zes, dovrebbe partire dall’elevazione del corridoio Ten-T Comprehensive (secondario) a Ten-T Core (primario), su tutti i 250 km che distanziano Crotone da Taranto. Tale operazione, consentirebbe di cantierare le opere ferro-stradali ed aero-portuali entro il 2030. Vieppiù, la rinnovata categorizzazione Ten permetterebbe all’Europa di poter intevenire direttamente, surclassando lo Stato membro, qualora quest’ultimo non velocizzasse il processo di modernizzazione delle opere di connettività entro la data su richiamata.
Sapere già oggi di avere a disposizione su quella fascia di territorio ben 3 scali portuali, 2 aeroporti, un’aviosuperficie e 3 nodi ferroviari, pone l’area in una condizione propizia per avviare un ragionamento basato su comuni interessi. Ancor più, un procedimento di siffatta rilevanza aumenterebbe notevolmente l’appeal delle aree produttive che ricadono nei perimetri di quei Comuni adagiati lungo la linea di costa. L’illustrato, invero, riconoscerebbe un esponenziale incremento di attività produttive legate ai macrocontesti economici citati nel secondo capoverso, concretizzando un aumento dell’offerta di lavoro che andrebbe incontro all’elevata domanda, oggi inevasa.
Inoltre — richiamando le raccomandazioni dell’Europa circa la coesione territoriale — la rimodulazione dei fondi Pnrr (al varo del Governo) potrebbe garantire investimenti importanti e mirati alla crescita, alla produttività ed alla sostenibilità di tutto il comparto macroeconomico dell’Arco Jonico.
Gli effetti dell’adozione della Zona Economica Speciale unica per il Sud Italia potrebbero rappresentare un processo sfidante se accompagnati da una profonda riforma sistemica dei macrocontesti produttivi territoriali. In questo caso, formalizzare ed istituire le Apea potrebbe significare un’occasione importante per la rigenerazione economica e vitale di quegli ambiti perimetrati nella Zes.
In caso contrario, assisteremo ad un ulteriore centralismo che finirà per rendere ancora più aride aree dalle innate potenzialità, ma spesso dimenticate. E l’Arco Jonico è decisamente una di queste.
Se non ora, quando? (dm)
[Domenico Mazza è del Comitato Magna Graecia]
“STRAPPARE” LA ZES UNICA ALLA POLITICA
E RIPARTIRE POI CON UN PROGETTO SERIO
di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Alcuni dicono che è un ritorno alla vecchia Cassa del Mezzogiorno. Altri sostengono che era l’unico modo per correggere gli errori della vecchia impostazione.
In realtà dipenderà tutto da come sarà gestito il cambiamento. Parlo della Zes unica, che a breve riguarderà tutto il Sud. I limiti che riguardavano le otto Zes previste finora derivavano dal fatto che la politica aveva voluto piegarle alle proprie esigenze. Esse nascevano, come per esempio in Polonia, per avere dimensioni territoriali limitate e formare delle enclave, molto concentrate di aziende provenienti dall’esterno dell’area, che dovevano in tali territori trovare alcune condizioni particolari, quali un collegamento privilegiato con la infrastrutturazione del Paese, il controllo della criminalità organizzata estremamente deciso, e poi delle condizioni di vantaggio circa un cuneo fiscale favorevole e differenziato, e una possibilità di esenzione degli utili eventuali, per qualche anno, dawll’imposizione fiscale.
La realtà invece è stata che le Zes erano state ideate e cucite addosso agli interessi politici di chi aveva avuto il pallino in mano per delimitare le aree. Per cui aveva individuato come aree Zes quelle dove erano localizzate le aziende dei propri clientes, in modo che fossero destinatari dei vantaggi che esse fornivano. Tradendo il vero obiettivo che era quello di attrarre investimenti dall’esterno dell’area.
E i commissari erano diventati spesso, invece che “venditori “ di territorio, gestori di risorse per riqualificazioni di strutture esistenti o per opere pubbliche anche necessarie, ma lontani dalla mission per la quale le Zes erano state costituite. Il fatto poi che le nomine dei commissari erano state fatte dal precedente Governo è stato un elemento ulteriore per rimettere in discussione l’impianto costituito.
Azzerare tutto, salvando l’idea dell’attrazione degli investimenti, se attuata in maniera virtuosa ed evitando gli errori possibili, può diventare un modo per far ripartire l’idea originaria che sta alla base delle Zone Economiche Speciali. La costituzione di una task force che possa andare in giro per il mondo per cercare investitori interessati a localizzarsi nelle aree del Mezzogiorno è il punto focale che non bisognerà perdere.
Evidentemente la condizione primaria che bisognerà offrire territori ben collegati all’infrastrutturazione complessiva potrà facilmente essere soddisfatta. Invece bisognerà stare molto attenti a garantire a coloro che vorranno impiantare una grande o piccola impresa nel Mezzogiorno la condizione che nel territorio prescelto vi sia un controllo adeguato della criminalità organizzata.
La mancata concentrazione, che sarà conseguente ad una Zes unica, potrebbe far diventare complessa l’attuazione di una simile condizione. Anche l’elemento di vantaggio, che riguarda un costo del lavoro più basso per incoraggiare la localizzazione delle imprese, potrebbe diventare complesso una volta esteso a un territorio così ampio. Ma considerato che il ministro Provenzano aveva già esteso un cuneo fiscale più vantaggioso a tutto il territorio meridionale l’estensione della Zes, per tale aspetto, non provocherà alcun cambiamento.
L’ultimo aspetto riguarda la favorevole tassazione degli utili che dovrebbe avvenire tramite un credito d’imposta che si sta attuando per i prossimi tre anni. Una gestione centralizzata, che come è stato assicurato in termini di struttura amministrativa costerà meno di quanto non era previsto con le otto organizzazioni territoriali, potrà essere indirizzata molto più facilmente ai grandi investimenti necessari per ampliare la base manifatturiera necessaria per creare quel numero di posti di lavoro indispensabili perché si potenzi la branca, che nel Mezzogiorno è assolutamente sotto dimensionata e che dovrebbe occupare perlomeno due, tre milioni di addetti, obiettivo estremamente complicato partendo dalle condizioni attuali.
Rischi di questa nuova impostazione riguardano il fatto che si riparte con una nuova struttura che per andare a regime avrà bisogno del suo tempo, il pericolo che le iniziative già programmate dal lavoro degli otto commissari possano bloccarsi, il timore che una serie di condizioni favorevoli, estese a tutto un’area così ampia, possano nel tempo non essere più sostenibili da una finanza del Paese, che sta dimostrando tutti i limiti che conosciamo.
Bisognerà vedere poi se l’approvazione generale che è stata data dall’Unione circa i vantaggi estesi ad un territorio così ampio, al momento dell’articolazione delle norme, possa essere in qualche modo negata nel momento dell’adozione effettiva. Ma la centralizzazione di un settore così importante riguardante l’industria manifatturiera fa capire che il Governo ha messo mano ai nodi cruciali del mancato sviluppo del Sud.
Essere poi intervenuto sul settore cruciale della formazione e collegata dispersione scolastica, facendo diventare l’abbandono scolastico un reato punibile con due anni di carcere, per i genitori che se ne sono colpevoli, dimostra quella sensibilità necessaria per l’altro corno importante che riguarda il cambiamento necessario nel Sud.
La creazione di posti di lavoro da un lato ma, contemporaneamente, investimenti importanti nel settore scolastico, che devono riguardare la presenza di asili nido, il tempo pieno a scuola e la lotta senza quartiere alla dispersione scolastica, in maniera da provare a formare buoni cittadini, che invece di scegliere una classe dominante estrattiva come propria classe dirigente provino ad individuare, al momento delle votazioni, coloro che si candidano per conseguire il bene comune e non per ottenere vantaggi per i propri parrocciani é fondamentale per un Paese.
Per far capire anche a coloro che si candidano che i voti non possono più raccogliergli, come spesso hanno fatto, con le reti ma che devono provare ad imparare a pescare il consenso convincendo l’elettore. Manca ancora una sensibilità più particolare verso il settore turistico, che certo non può raggiungere perlomeno i livelli fisiologici che dovrebbe avere nel Mezzogiorno, senza un adeguato progetto. Adesso certo la Zes unica potrebbe essere estesa al settore turistico in maniera che possano arrivare grandi investimenti di operatori importanti del settore. Vedremo presto quali saranno i frutti di un cambiamento importante. (pmb)
[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]
PERCHÉ AL SUD SERVE IL CENTRALISMO
PER MIGLIORARE LA GESTIONE DEL PAESE
di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Centralismo o federalismo. Vi sono nel Governo due forze che spingono in direzioni opposte. Da un lato la Lega che, con la proposta di autonomia differenziata di Calderoli, porta avanti un progetto che vorrebbe che le Regioni diventassero piccoli Staterelli, e che i Governatori assumessero il ruolo di Presidenti del Consiglio della loro realtà.
Dall’altra parte quello che sta accadendo con Raffaele Fitto che sta spingendo, con l’accordo di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia, verso forme sempre più accentuate di centralismo. Gli episodi più recenti riguardano l’unica Zes per tutto il Mezzogiorno e la centralizzazione del fondo di coesione.
Il mancato funzionamento nei tempi previsti dei fondi strutturali che sono stati assegnati al Mezzogiorno dall’Unione Europea è dipeso fondamentalmente da due fattori: il primo la struttura carente delle organizzazioni regionali che hanno avuto difficoltà a mettere a terra risorse importanti. La seconda il conflitto tra le varie forze politiche che spesso preferiscono che le risorse non vengano spese, piuttosto che vengano utilizzate in modo che favoriscano elettoralmente la parte avversaria.
L’operazione che sta avvenendo è una forma di commissariamento per evitare le problematiche accennate. Ma non dimenticando che alcune volte i commissariamenti, se non virtuosi, producono risultati peggiori di quelli che si volevano evitare. L’esempio più eclatante è quello della sanità calabrese, nella quale si nominarono commissari improbabili e una disattenzione ai motivi dell’origine del commissariamento che ha prodotto risultati pessimi, tanto che oggi in Calabria hanno avuto bisogno dei medici cubani.
Il rischio che si corre però é che i fondi diventino il bancomat utile per tutte le esigenze di risorse per fatti eccezionali, che poi si presentano molto frequentemente: dalle alluvioni, ai terremoti. L’altro elemento di centralizzazione é l’istituzione della Zes unica, che fa decadere gli attuali commissari, nominati dal Governo precedente. Anche qui i rischi esistono e bisognerà vedere come verrà gestita centralmente la Zes unica. I problemi delle otto precedenti non sono stati pochi, se la Zes unica riesce a superarli sarà un passo in avanti.
Tale strumento è importantissimo perché dovrebbe consentire l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area. Per avere quella occupazione nel manifatturiero che tanto manca nell’economia meridionale. Il funzionamento della Zes, unica adesso, é un passaggio fondamentale del piano di sviluppo del Sud. Se fallisce lo strumento sarà un tassello importante del piano che viene meno.
Dal 1° gennaio 2024, l’istituzione della Zona economica speciale unica per il Mezzogiorno, che dipenderà da una cabina di regia di Palazzo Chigi e da una struttura di missione che subentrerà agli attuali commissari (i cui incarichi scadranno a marzo 2024), potrebbe finalmente portare grandi investimenti. Che arrivano soltanto se tutto il Paese lo vuole. L’interlocutore per la Intel é evidente che non può che essere che il Governo.
Poter poi usufruire delle procedure semplificate non soltanto per «progetti infrastrutturali», ma per «progetti inerenti alle attività economiche ovvero all’insediamento di attività industriali, produttive e logistiche» da licenziare con autorizzazione unica, il tutto da gestire attraverso uno sportello unico digitale, è un passaggio fondamentale.
Mentre quello strumento che è il credito d’imposta che serve ad avere la detassazione degli utili per i primi anni, nel nostro caso per tre anni, fino al 2026, riguarderà tutti i settori produttivi con l’esclusione di trasporti ed energia.
Vi é poi una decisione virtuosa quella del via libera ad un piano di assunzioni straordinario che permetterà di assegnare 2.200 funzionari anche alle Regioni e ai Comuni meridionali.
È noto che la mancanza di professionalità adeguate é stato un limite notevole a tutte le azioni, comprese quelle relative al PNRR, che riguardano il Sud. Capire che senza risorse umane adeguate qualunque piano non può funzionare é un passaggio importante.
Non cambia il vincolo di destinare l’80% delle risorse al Mezzogiorno. Risorse che però non transiteranno tutte dalle Regioni. Ma soprattutto l’utilizzo dei fondi dovrà essere concordato con il ministero, che avrà sempre l’ultima parola. Il meccanismo del fondo di rotazione, peraltro, verrà applicato anche ai fondi dell’attuale ciclo 2014-2020 su cui , aveva detto Fitto negli scorsi mesi, le Regioni non hanno brillato.
Dietro questo decreto vi è una dichiarazione di sfiducia nei confronti delle Regioni, che da molti sono state ritenute una moltiplicazione di passaggi, un appesantimento dei costi complessivi, che ha portato ad un ritardo, soprattutto nelle regioni meridionali, del processo della spesa, che è venuto fuori in maniera evidente con il Pnrr, che ha dato scadenze precise per incassare le varie rate e che quindi ha evidenziato tutti i punti carenti del processo decisionale, che poi porta a mettere a terra le risorse.
Sono venuti fuori i limiti di una classe dominante estrattiva che invece di pensare al bene comune pensa ad alimentare le proprie clientele. Limite che riguarda, trasversalmente, sia la destra che la sinistra, visto che nelle regioni meridionali vi sono amministrazione di entrambi gli schieramenti.
Tale esigenza di centralismo, probabilmente, si presenta meno pressante nelle regioni settentrionali, nelle quali il controllo della società civile è più presente e che presentano invece esigenze opposte, anche se la gestione della sanità nel periodo del covid ha dimostrato che molte attività, come la sanità, vanno gestite in maniera centralistica.
Certamente le decisioni prese dal Ministro Fitto devono far riflettere su quale deve essere la governance migliore per arrivare ad una gestione più avvertita di tutto il Paese.
Forse è necessario un ripensamento globale sul ruolo e sui poteri delle Regioni, nonché sulla loro utilità se rimangono organizzate come lo sono state.
L’esperienza della Regione Siciliana, che ha dimostrato come maggiore autonomia possa risultare uno strumento per amplificare gli sprechi e i privilegi deve essere illuminante sul percorso da seguire. (pmb)
[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]







