di MIMMO NUNNARI – Va bene il Ponte, vanno bene le infrastrutture, va bene il lavoro, va bene la Calabria meravigliosa, e anche quella magica e straordinaria venduta alle fiere del turismo, ma i calabresi vogliono – e ne hanno tutto il diritto – sapere quando possono cominciare a vivere da cittadini normali senza correre il rischio di morire prima dei loro connazionali – come dicono studi e statistiche – a causa della carenza di servizi sanitari nella loro regione; dove ormai da tempo, molti, tra le fasce di popolazione più deboli, rinunciano – sono costretti – alle cure essenziali. Perché, non possono attendere mesi o anni per una visita, o non possono permettersi di recarsi per le cure in altre regioni, o ricorrere alla sanità privata che offre assistenza naturalmente a pagamento. Il problema, come è facile intuire, non è di destra o di sinistra, con buona pace di chi, dall’opposizione, dopo anni di letargo in Consiglio regionale, si è svegliato solo adesso. È più semplicemente umano, civile, di coscienza e di giustizia sociale, il problema. Volere una buona sanità in Calabria significa volere pari opportunità, non privilegi. Significa, non essere più vittime di discriminazione, significa ricevere un trattamento equo, non essere costretti a emigrare, per curarsi – oltre che per cercare lavoro. Sappiamo, come sono stati affrontati questi problemi in passato, per cui poco oggi si può a imputare a Occhiuto, presidente dimissionario, autoricandidatosi a governare, che certamente avrebbe potuto fare meglio. Sappiamo, come sono stati affrontati dallo Stato prima, e dalla Regione dopo, e da entrambi nel presente, i problemi della Sanità. Col passaggio dei poteri dallo Stato alle Regioni avvenuto con la progressiva decentralizzazione del Servizio Sanitario Nazionale iniziata nel 1972 e perfezionata con la riforma (Titolo V) del 1992 è avvenuta la trasformazione della gestione da male in peggio. La Sanità è diventata business: un connubio tra malaffare, malaburocrazia e poteri poco trasparenti, da rabbrividire. Medici, infermieri, personale sanitario, che in condizioni normali dovrebbero fare solo il loro dovere di professionisti che col giuramento di Ippocrate hanno sottoscritto un codice etico fondamentale, sono stati costretti a trasformarsi in eroi per caso, come in guerra, o nelle peggiori calamità. Sono stati costretti a combattere, senza sosta, con gli unici strumenti che hanno a disposizione: il cuore, la mente e la passione per un lavoro particolare. Solo Nostro Signore potrà un giorno giudicare come si deve i responsabili della sporca gestione della Sanità calabrese, e aprirgli le porte dell’Inferno. I tentacoli del malaffare hanno stretto in una morsa negli anni tutto ciò che hanno incontrato. E i commissari – generali, prefetti, manager – inviati dai Governi, per vigilare e risanare, o sono scappati, o sono rimasti a guardare impotenti, qualche volta cadendo nel ridicolo. Indimenticabile il manager emiliano che sosteneva come il Covid si diffondeva: solo baciandosi lingua in bocca, o il generale che firmava a sua insaputa, come nei film di Totò. Una minima parte di ciò che è accaduto, in questi anni di mala gestione della sanità l’ha raccontata il medico scrittore Santo Gioffrè in “Tutto pagato!” (Castelvecchi editore): racconto tragico dell’esperienza di commissario straordinario dell’Azienda Sanitaria di Reggio Calabria, istituzione dove le stesse fatture si pagavano più volte, e i bilanci si scrivevano su foglietti somiglianti a pizzini. Nel libro, Gioffrè ha ricostruito i mesi di lavoro caratterizzati da “suggerimenti”, pressioni e delegittimazioni.
“Tutto pagato!”, è un libro-denuncia essenziale, per comprendere le cause del collasso della sanità calabrese, dove alligna il seme del malaffare, piantato da quell’aria grigia che in Calabria storicamente si sovrappone alla linea della legalità e della sana gestione. Chi mai potrà assolvere coloro che per lucrare, arricchirsi, hanno commesso illeciti e compiuto atti delittuosi? La corruzione, ha coinvolto diverse aree: dagli appalti e contratti pubblici, alle nomine dirigenziali, alle gestione delle risorse. La tolleranza, o il non aver vigilato, sono stati brodo di coltura di frodi e pratiche corruttive, di malagestione di reparti ospedalieri, di “favori” a pazienti, dietro pagamento. In questo scenario apocalittico, spiccano le figure della maggioranza dei medici, e del personale sanitario, che lavorano affrontando sfide quotidiane; fornendo cure immediate nei reparti e nel far west dei pronto soccorso, salvando vite. Di questo bisognerebbe discutere, in questa campagna elettorale, senza polemiche inutili, assumendosi responsabilità; e promettendo che il percorso di morte e distruzione sarà arrestato; che le azioni scellerate di chi ha malgestito la sanità in Calabria non saranno mai più ripetute e che non resteranno impuniti gli abusi, gli illeciti. Non si chiedono miracoli: è solo sufficiente che si mettano nelle migliori condizioni di operare coloro che – medici, personale sanitario tutto – salvaguardano i cittadini, e ne garantiscono la sicurezza e la salute. Ha ragione Occhiuto, a respingere le critiche di chi – partiti dormienti – non stava certo su Marte, quando lo scempio della sanità si consumava in Calabria. Tutti, manager, politici, prefetti, generali, non hanno visto o voluto vedere cosa accadeva, sotto i loro occhi. Sono rimasti zitti, impotenti, incapaci. Ha torto invece, Occhiuto, nel respingere le osservazioni e le critiche che vengono dai cittadini; a respingerle in maniera inelegante, e anche un po’ saccente, ostentando un atteggiamento di superiorità che un leader deve saper evitare. Dire che “in 4 anni lui ha fatto più che in 40 gli altri”, è slogan, e basta. E non è vero. È solo atteggiamento da uomo solo al comando. La Politica vera è tale se è condivisione di idee e di responsabilità. Avrebbe potuto fare di più, Occhiuto, se avesse chiamato a raccolta – per un problema così grave, eccezionale e vitale come la Sanità – oltre che i politici non della sua parte, i calabresi delle associazioni, del volontariato, delle comunità cattoliche e sociali, e con loro medici, infermieri, sindaci. Al capezzale del malato servono tutti coloro che possono essere utili: questo, ragionevolmente, richiede la situazione drammatica della Calabria, regione che si sarebbe potuta risparmiare molti dei sacrifici oggi richiesti alla collettività, se solo fosse stata percorsa la strada dell’etica e dell’anticorruzione, dell’onestà, negli anni passati. Criticare però Occhiuto, senza motivare i rilievi, oggi, in campagna elettorale, è esercizio inutile. Servono proposte. E da Tridico, economista sociale di valore, uomo del popolo, i calabresi aspettano proposte concrete, ragionevoli. Il futuro della Calabria non può essere scritto privilegiando proposte di reddito di cittadinanza, di dubbia efficacia. Serve altro, serve una visione di Calabria, moderna, libera dalle mafie, dai sistemi corruttivi. Occhiuto e Tridico , per la Sanità, dovrebbero avvalersi dell’esperienza, della competenza, dell’azione trasparente di “Comunità Competente” – realtà associativa benemerita di cui è portavoce Rubens Curia – che da tempo supplisce, con pazienza, virtù cristiana, passione civile, alla mediocritas di istituzioni e politica. Molti, dei problemi della sanità calabrese, la Regione li ha risolti anche con la collaborazione di “Comunità Competente”, ma non tutte le proposte riassunte nel “Manifesto per la democrazia delle cure in Calabria”, sono state accolte. Chi ha frenato? Chi non ha avuto interesse a guardare con convinzione in direzione delle soluzioni concrete indicate da “Comunità competente”? Se i candidati presidenti vogliono una vera sanità in Calabria, a misura di persona, coinvolgano, già da adesso, in campagna elettorale, gli uomini e le donne di Comunità Competente, che avranno pure le loro appartenenze politiche e le loro convinzioni culturali o religiose, ma hanno dimostrato di operare nell’interesse esclusivo dei calabresi, che pretendono di sapere se, nel loro futuro, ci sarà più posto per vivere, che per morire, di sanità. (mnu)







