A sud del Sud di Giuseppe Smorto

C’è una Calabria sconosciuta ai più, perfino ai calabresi. Una Calabria che reagisce, che opera, si muove, lascia il segno, sfidando burocrazia e malaffare, indifferenza e richieste di “pizzo”. Una Calabria che, disperatamente, è a sud del Sud – dice Giuseppe Smorto – ma non è disperata, né tantomeno rassegnata. È un libro questo dell’ex vicedirettore di Repubblica, reggino doc e orgoglioso delle proprie radici, che non è rivolto ai calabresi, ovvero anche a loro, ma sfida il pregiudizio – persistente – di un Mezzogiorno indolente e poco propenso alla fatica: è il lavoro che non c’è il vero dramma, non ci sono lavoratori fannulloni, ci sono mancati lavoratori. È questa l’orribile verità che ricade come vergogna dei governanti passati presenti (e speriamo non futuri) la mancanza di una visione strategica che permetta di coniugare e pianificare formazione e lavoro, opportunità e ricchezza di inventiva, idee e occasioni per metterle in pratica.

Le storie «sottovoce – come le definisce l’autore – crescono fra le macerie, nel silenzio dell’entroterra senza servizi, nelle aree malcollegate, nelle Università». È un racconto avvincente e, per molti versi, straordinario di una regione che non ti aspetti di trovare, la narrazione di tante realtà che capovolgono certi assurti privi di qualsiasi fondamento e lasciano immaginare una condivisibile (e ottimistica) idea di futuro. Smorto, da “vecchio” giornalista, ha girato in lungo e in largo per una Calabria che, pur conoscendola, ha finito per scoprire sotto altri occhi: nel rigetto della rassegnazione – che non è un sentimento dei calabresi – e nell’anelito di un soffio di ottimismo. In una terra dove il pessimismo è di casa, ma non muore mai la speranza, l’idea del cambiamento possibile, la convinzione che i tempi sono quasi sempre “maturi” ma insieme “non ancora”: una sorta di ossimoro che spiega perché il futuro rubato ai giovani non è svanito, ma solo rimandato.

Smorto tradisce il suo essere calabrese, ma fa prevalere il distacco dovuto dell’osservatore che deve riferire e raccontare con terzietà e onestà intellettuale, Così i suoi viaggi in questa Calabria dove si confondono «angoli struggenti e pattumiere dei rifiuti tossici italiani» l’autore accompagna a un’esplorazione che rivela la Calabria quale potrebbe (e vorrebbe) essere. Tra le eccellenze di tre atenei che sfornano capacità e competenze che altri – astutamente saranno pronti a utilizzare – e la ricchezza di un paesaggio unico. Tra l’arcobaleno di gusti e sapori e una tavolozza di colori unica e irripetibile e lo straordinario patrimonio di una terra ancora tutta da scoprire.

Quale Calabria esce da queste pagine? Una Calabria ben diversa da quella cui hanno abituato giornali, tv, media che gli riconoscono (riconoscevano?) solo primati da cronaca nera. La reputazione di una regione va costruita anche attraverso i racconti come quello che fa Smorto: l’operosità, l’ingegno, le contraddizioni, l’accoglienza e l’emigrazione. Temi che coraggiosi giornalisti mediano con gli aspetti più controversi (e odiosi) di una terra “violentata” (parole di don Italo Calabrò) e attraversata dal malaffare e dalla ‘ndrina e ai quali, l’autore, riconosce l’essere da sempre in prima linea per contribuire al cambiamento. Serve dare la vera immagine di una terra dimenticata ma non desolata, serve richiamare (con le giuste) opportunità i giovani andati via (spesso con la morte nel cuore) e che vorrebbero vivere nella terra dei padri, dove c’è sicuramente una diversa qualità della vita, aria pulita, e una socialità che le grandi città ormai fanno solo sognare.
Sia chiaro, questo non è non è un libro “turistico” né il solito trattato sociologico sul Sud lagnoso e abbandonato, al contrario è una bella testimonianza di realtà quotidiana: il lettore rischia (fortunatamente) di sentirsi talmente coinvolto nelle venti + una storie di Smorto che sentirà l’irrefrenabile voglia di scoprire questa terra, la sua gente, il suo passato, il suo futuro. È il regalo più bello che un devoto figlio poteva fare alla terra che gli ha dato i natali , terra che dà in dote a tutti i calabresi «la nostalgia e il sospiro del ritorno». Ovvero quella inimitabile “calabresità” che finiscono tutti per individiarci. (s)

A SUD DEL SUD
di Giuseppe Smorto
Edizioni Zolfo, ISBN 9788832206340

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Per gentile concessione dell’editore Zolfo, proponiamo il capitolo XX del libro  A sud del Sud di Giuseppe Smorto

Non solo ‘nduja, scoprite lo zafferano dei giusti

La chef stellata Caterina Ceraudo, nel segno della sostenibilità. Lo chef resistente Filippo Cogliandro, nel segno della legalità. E un ristorante Museo in un paese che vuole vivere

Triste come un vegano a un matrimonio calabrese, dice la battuta. Ma la Calabria offre anche una dieta 100% veg, naturalmente mediterranea. Forse non tutti sanno che il fisiologo Ancel Keys condusse per dodici anni uno studio sulle abitudini alimentari di Nicotera, per arrivare a una conclusione: è questa la patria della dieta più sana. Un primato che la cittadina del vibonese contende a Pollica, dove Keys visse. Ma cerchiamo di non litigare, e parliamo di agricoltura sostenibile, cibo, vino e sapori.

Si parte da Strongoli, nel crotonese. Un posto del futuro, con le Tesla agganciate alle colonnine, i pannelli fotovoltaici costati 250.000 euro. Dietro questa scelta c’è la storia di Roberto Ceraudo: un giorno viene investito da una spruzzata di pesticida, mentre sta cercando di riparare un nebulizzatore. Finisce in rianimazione, si salva e decide che non ne farà più uso. Un’illuminazione. Quindi il bio all’azienda “Dattilo” arriva prima delle mode e degli incentivi.

In molti al paese lo chiamano “pazzo”, un esempio da non seguire. Invece la sua scelta col tempo si rivela vincente. Nasce una terra viva, vino, olio, anche un ristorante ora stellato grazie agli studi e alla sapienza della figlia Caterina, laureata in viticoltura ed enologia all’Università di Pisa. Un orto a chilometri zero, la fortuna di avere tempo, visto che il locale resta aperto sette/otto mesi l’anno, mentre l’azienda agricola non si ferma mai. “Quando siamo chiusi – dice Caterina Ceraudo – sviluppiamo altri progetti. Vogliamo scrivere una storia nuova in una regione maltrattata dai suoi stessi abitanti. Fare emergere il bello e il buono dei produttori, dei coltivatori, ritrovare la fierezza del nostro territorio”. 

Ceraudo è una ambasciatrice del buono di sicuro, ha anche preso la “Stella Verde” Michelin per i ristoranti sostenibili. Si sente calabrese in Italia e italiana all’estero: “Ogni tanto bisogna far capire da dove veniamo, del resto è facile, basta indicare la punta dello Stivale. Restiamo lontani dai grandi flussi, venire da noi significa avere una forte motivazione. Il pubblico ha bisogno di conoscere posti veri, non blasonati. Dall’aeroporto di Lamezia a qui ci sono cento e più minuti di infiniti paesaggi”. E torna il concetto del tempo, la bellezza del vivere lento, una teoria interessante sull’ora giusta per raccogliere gli ortaggi. L’importanza di non sprecare: sul sito di Repubblica c’è una sua ricetta con brodo di buccia di patata. La “Dattilo” progetta anche un impianto per la lavorazione degli scarti in cucina e raccolto, per produrre biogas. Ceraudo è molto attenta al concetto di spreco e dice che la spesa giusta si fa una volta al giorno, senza riempire il frigo di prodotti a rischio muffa.

Ma è tempo di abbattere gli schematismi anche in cucina. E’ uno stereotipo anche la ‘nduja, prodotto certamente identitario, un tempo caratteristico di Spilinga, del Monte Poro, un po’ come il lardo che era targato Colonnata. La ‘nduja – forse da andouille il salame di trippa francese – è un impasto di quattro quinti di carne (scarti, ma anche parti nobili) e uno di peperoncino (spesso dolce + piccante). Si spalma sul pane, si usa per il ragù, è raccontato come un prodotto che dà i superpoteri. Non richiede uso di conservanti.

Caterina Ceraudo dice che la Calabria offre molto di più. La sardella, una specie di caviale dei poveri, i fichi, la liquirizia. “Ma se devo scegliere un prodotto sottovalutato, la risposta è: lo zafferano. Che è molto faticoso da coltivare, ci vuole una raccolta certosina fatta da mani sapienti. Ce n’è una grande varietà in Calabria, ad altitudini differenti. E nei boschi del Pollino si trova un tartufo bianco e nero che potrebbe fare ombra a quello di Alba”.

La Calabria ha una brutta fama al Nord? “Per fortuna incontro solo persone intelligenti”. Difficile fare impresa qui? “Faticoso, non impossibile”.

Deve essere stato faticoso anche per Antonella Lombardo, che ha lasciato la professione di avvocato per il vino, ed ha vinto il premio del Gambero Rosso come viticoltrice dell’anno, con le sue etichette Charà e PiGreco. Una passione presa dal nonno, un racconto fatto di muri a secco e palmenti, e un rimpianto per le tante terre incolte. Da Bianco, terra di un vitigno pregiato come il Greco, arriva così un’altra storia simbolo. La Calabria dei vini va ormai oltre la zona del Cirò. Dalle parti di Rossano, si sviluppa una esperienza che attira l’attenzione del Quirinale. A 28 anni, Enrico Parisi viene nominato Cavaliere. Bocconiano, con una esperienza di studio a Rio de Janeiro, sceglie di tornare nell’azienda di famiglia che produce olio e vino. Crea la sezione “+ che olio coltiviamo cultura”, inaugura un orto sociale in collaborazione con la cooperativa “I figli della Luna”, con lo slogan “Crescere insieme per crescere meglio”.

A questo punto si torna dalle parti dei Bronzi, a un centinaio di metri dal Museo di Reggio Calabria. Qui lavora Filippo Cogliandro, che preferisce alla carica di ambasciatore antiracket quella di ambasciatore di colori e sapori. “In Calabria sto benissimo, è una terra straordinaria. Ma non ci vivrei bene se non avessi denunciato”. Cogliandro riceve la prima richiesta di estorsione il giorno dell’inaugurazione del suo ristorante, a Lazzaro. Parla con i fratelli e decide: “Io non sto zitto, domani vado al commissariato”. La famiglia lo appoggia. “Mio padre aveva già vissuto questa esperienza, io non volevo ripeterla”. Grazie a Cogliandro nasce un gruppo di sostegno, le iniziative anti-pizzo. Grazie a lui, Reggio non può far finta di non vedere.

“Io sono un animale sociale, vivo per stare con la gente”.

Cogliandro apre l’Accademia. Ha due figli, chiede in affidamento due ragazzi del Gambia arrivati chissà come, poi li avvia al lavoro. Si chiamano Abdou Dibbasey e Salihu Barrow, oggi sono assunti e stanno in prima linea in cucina. Un giorno gli chiedono: vogliamo ridare a te quello che hai fatto per noi. E si inventano una iniziativa mensile per i poveri della città, nel più bello dei luoghi, il Salone dei lampadari. 

“Le prime tre volte arrivano timidi, vengono con abiti dimessi, con la tuta. Poi col tempo, i primi tocchi di rossetto, la giacca, quasi il vestito della festa”. La Croce Rossa ne approfitta per fare a tutti i partecipanti lo screening sul diabete, Chef Cogliandro è contento di aprire il ristorante ai bisogni della città.

Lui ora teme che questo suo impegno sociale in prima persona oscuri il lavoro che fa in cucina. L’Accademia sta sulle Guide, è fra i migliori ristoranti della regione. Dopo un inizio quasi per caso, dopo l’addio al seminario “perché non avevo ricevuto la chiamata”. La scintilla è la caduta del Muro di Berlino: per festeggiare, un gruppo di amici prova ad aprire un ristorante dove prima c’era l’Accademia di pittura di un artista fiammingo, Jim Jansen. Poi le minacce, l’impegno con Reggio Libera Reggio, e la nuova location, fra il Corso e il mare. Cogliandro viaggia, cucina per l’Onu in Messico, per il consiglio dei ministri in trasferta a Reggio, organizza le cene della legalità a Berlino, ricrea i piatti di Salvador Dalì a Firenze e Milano

Vuole sfatare l’immagine della cucina calabrese carica e grassa. “Uso gli stessi prodotti, ma lavorati in un altro modo. La mia cucina deve essere anche il trionfo degli occhi, un taglio netto con quella di una volta”. E mostra in video la Capasanta con pesto di basilico e vellutata di Pomodorino, quindi tricolore. Ricorda il caciocavallo di Ciminà, presidio Slow Food. Raccolti di valore come l’arancio tardivo di Villa S.Giuseppe, lo zafferano, la patata bellina di Sant’Eufemia. “Non c’è solo quella silana. Con tutti questi prodotti, con una sana economia circolare, la Calabria potrebbe campare di rendita. Vorrei far conoscere la prugna di Terranova Sappio Minulio”. E poi racconta il suo nuovo progetto.

“Un campo di patate viola, le sto facendo crescere a Cardeto. Ma stanno venendo grosse come quelle normali!”.

Cardeto è l’inizio della montagna reggina, quaranta minuti per fare venti chilometri (in estate), la fortuna di avere due pianori con castagneti a filiera, grano, fagioli. Qui riceve, coltiva e suona Marcello Manti, insieme alla moglie Giovanna patron del “Tipico Calabrese”, piccolo e premiato ristorante-Museo della Civiltà contadina. Ha preso la Chiocciola di Slow Food per il suo pecorino, resiste all’isolamento e al paese che si spopola, dimezzato in vent’anni. Manti vive controcorrente: graphic designer in una grande azienda marchigiana, sceglie di tornare, inizialmente per lanciare l’e-commerce dei prodotti della tradizione che va a cercare in giro: i sottoli, i tessuti, il legno intagliato, le ceramiche. Ricorda il giorno della presentazione dei documenti in Comune.

“Vorrei aprire una attività via internet”.

“Quindi è una televendita?”

“No, è una cosa nuova, telematica”.

“Allora è con la televisione, riempia questo modulo”.

Manti è una memoria di erbe, qualità sconosciute di pere, di mele come la “melappe” che veniva messa nella stanza degli sposi la prima notte di nozze, per i suoi profumi. Quasi gli si rompe la voce ricordando i carraffuni, ciliegie a forma di cuore, durissime e introvabili. Fa collezione di strumenti, ospita gruppi che suonano la lira calabrese, la zampogna surdulina, il cordofono, giunti nella notte dei tempi con gli albanesi, con i greci, i bizantini. “L’ultimo pazzo sono io, i giovani se ne vanno, preferiscono un posto di assistente scolastico in un angolo qualunque del Nord”. 

Dice che il ristorante è arrivato dopo, perché i clienti chiedevano di mangiare oltre che comprare. Un menu stagionale, tutti prodotti a chilometri zero meno la inevitabile ‘nduja, che arriva da Spilinga. Uova, erbe, pere, mele, ortaggi, segale, patate, carne di maiale, vino forte. Un sistema trasparente con i contadini della zona, Manti paga i fagioli prima che siano piantati, crede in un consorzio di produttori. “Anche se magari si discute sul pepe negli insaccati”.

In sottofondo, la colonna sonora con i canti delle contadine che lui raccoglie. Nel ’54 arriva in paese il leggendario antropologo statunitense Alan Lomax, che aveva sentito parlare dei ballerini di Cardeto, citati anche da Alvaro. Registra le tarantelle, le ninne nanne. I più vecchi ricordano ancora u’ mericanu che dava i soldi per cantare. Il viaggio di Lomax diventa poi un film e un libro: “L’anno più felice della mia vita”.

Nel 2020 la figlia Anna, anche lei antropologa, torna a Cardeto, porta e riascolta i racconti e i canti, mangia e beve con Marcello e Giovanna, ride e piange. “Ora capisco perché papà tornava sempre senza soldi dall’Italia”. 

Ma la memoria vale di più, suona bene per il futuro.

[Courtesy Edizioni Zolfo]

Cassiodoro primo umanista (a cura di Antonio Ghisalberti e Antonio Tarzia)

Cassiodoro il Grande, primo umanista, figura di grande rilievo tra le personalità che la Calabria può vantare. Scrisse oltre 500 lettere a governatori, papi, re e imperatori, a nome dei re goti (Le Variae), ma soprattutto ha fornito ai politici del medioevo uno straordinario trattato di scuola diplomatica insieme a un vademecum di comportamenti aristocratici. La sua autorità indicava a magistrati e giudici l’obbligo dell’onestà nel rispetto principe della verità. Filosofo, mistico, illuminato precursore, dalla Calabria al tempo di Teodorico, di un modo di intendere la cultura ed esercitare il potere della Chiesa, coniugando la scienza e l’arte, la musica e le altre spiritualità che fanno grande l’uomo.

Tutto questo si trova nell’agile, ma ugualmente corposo in fatto di informazioni, libro curato da Antonio Ghisalberti e Antonio Tarzia, edito da Jaca Book, uno dei tanti di una serie non ancora conclusa e sulla quale ha investito molte risorse e tanto impegno don Tarzia che di Cassiodoro è un grande estimatore. Ha intestato a lui l’omonima associazione culturale fondata una quindicina di anni fa e in suo nome ogni anno consegna un ambito e prestigioso premio a personalità della cultura, della scienza e della religione. Già, perché sopra a tutto Cassiodoro col suo Vivarium è stato il rappresentante di quell’umanesimo integrale che ha permesso di far incontrare la parola di Dio e quella degli uomini.

Questo libro raccoglie una grande messe di contributi che riescono a dare un’immagine pressoché completa di Cassiodoro e aiutano a comprenderne lo spirito. Come scrive nell’introduzione lo storico Franco Cardini, «la sua produzione letteraria rappresenta un complesso tentativo di fondere la cultura cristiana con la tradizione classica, un tentativo portato avanti da un uomo che pure aveva già vissuto, sotto i Goti, la lacerazione e allo stesso tempo la necessità di conciliare la romanitas con la cultura germanica». La “sua” Squillace è stata testimone del suo straordinario innovare e conservare allo stesso tempo: non a caso dal suo Vivarium (siamo nel VI secolo) hanno preso vita le radici culturali dell’Europa.

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro fu dunque una poliedrica personalità: politico, letterato, biblista: un personaggio che molti giovani calabresi hanno cominciato a conoscere anche grazie alla sua storia a fumetti ideata da don Tarzia e che questo libro permette di guardare con ammirato stupore e profondo rispetto. Cassiodoro aveva fatto della parola scritta il modo di tramandare ai posteri un fondamentale patrimonio di cultura.  (dl)

CASSIODORO PRIMO UMANISTA
a cura di Alessandro Ghisalberti e Antonio Tarzia
Edizioni Jaca Book, ISBN 9788816416741

L’impero dell’algoritmo – di Domenico Talia

di FILIPPO VELTRI – Dobbiamo essere tutti grati a Mimmo Talia, un calabrese che insegna all’Università della Calabria Ingegneria informatica, per averci regalato in questi ultimi anni i saggi più pregnanti ma anche più abbordabili sul mondo che sta cambiando attorno a noi  – e di cui spesso non ci accorgiamo nemmeno – legati al mondo digitale.

Prima con La società calcolabile e i big data ed ora con L’impero dell’algoritmo (entrambi editi da Rubbettino) Talia, infatti, ci consegna riflessioni  sulla tecnologia informatica che io considero decisivi.

Questo saggio esamina e discute i concetti che stanno alla base degli algoritmi e analizza l’impatto sulle persone dei loro tantissimi utilizzi tramite una descrizione accurata ma accessibile a tutti. Vengono affrontati i temi più innovativi del mondo digitale, dall’apprendimento automatico ai sistemi software che governano i social media, dall’intelligenza artificiale alla robotica collaborativa. Gli argomenti discussi sono presentati con l’obiettivo di chiarire i concetti scientifici necessari a comprendere i principi e le manifestazioni dell’universo digitale e anche a ragionare sull’impatto sociale degli algoritmi. Concetti, analisi e ragionamenti utili per essere cittadini informati in un mondo dominato dalle tecnologie informatiche. Per diventare utenti consapevoli dei benefici che l’informatica può offrire a chi vive in questo nuovo millennio e, allo stesso tempo, per comprendere le minacce ai singoli e alle comunità che l’uso delle tecnologie digitali a fini di profitto e di dominio ha generato fino a oggi e che potrà ancora generare in futuro.

Noi con gli algoritmi ci conviviamo di giorno di notte, al mare e in montagna, al chiuso e all’aperto, in ufficio e al cinema, a casa e in palestra. Ovunque 7/24. Sono gli algoritmi.
La letteratura su questo tema è sempre più crescente. Con Rubbettino  Talia pubblica questo testo che contribuisce, al vasto pubblico, ad approfondire termini e nozioni, concetti e pensieri legati all’algoritmo e alla sua incidenza reale nella nostra vita.
Questo testo – scrive l’ autore nell’introduzione – ha l’obiettivo di analizzare e discutere i concetti che stanno alla base degli algoritmi e del loro utilizzo sotto forma di programmi software eseguiti dalle tante macchine digitali di cui disponiamo“.
La predizione automatica del nostro futuro – evidenzia Talia – è uno degli obiettivi principali della cosiddetta data science. È l’algoritmo che apprende dai dati come noi apprendiamo dall’esperienza, anche se molte volte non sappiamo dare una spiegazione chiara degli avvenimenti che accadono intorno a noi. La civiltà digitale si configura sempre più come una lunghissima concatenazione di procedure che si assoggetta alla procedura di codifica universale rappresentata dalle tecnologie digitali che promuovono il formale, puntano al totale automatismo e spingono per la vittoria del pensiero computazionale a danno di quello emozionale e della coscienza“. (fv)

L’IMPERO DELL’ALGORITMO
di Domenico Talia
Editore Rubbettino – ISBN 9788849866209

L’avventura di Andreatta di Calabria – di Franco Bartucci

Ripercorrere la storia della nascita dell’Università della Calabria è un viaggio unico ed emozionante. Tutto parte nel 1959 con la richiesta del senatore Mario Militerni di includere nel Piano decennale di sviluppo della scuola italiana, l’istituzione di una Università in Calabria. Da questo episodio, il giornalista Franco Bartucci ci fa vivere pagina dopo pagina l’intero iter che ha portato alla nascita dell’Università della Calabria e ai suoi primi anni di vita. È uno spaccato della storia della Calabria in quegli anni, di una esperienza positiva del Meridione così come la definisce Enrico Letta nella prefazione che accompagna il volume.

L’avventura di Andreatta in Calabria – Un campus per competere nel mondo è un libro edito da Luigi Pellegrini Editore, pubblicato nel 2019, ma che rientra a pieno titolo nella celebrazione del cinquantesimo anniversario dell’Unical, che cade proprio nel 2021. L’Università della Calabria nasce ufficialmente nel 1971 e attraverso la figura del suo primo Rettore, il professore Beniamino Andreatta, viene delineato un percorso di crescita e di riscatto dell’intera regione. La scelta dell’area, l’istituzione dei corsi di laurea, i primi seicento studenti ammessi per l’anno accademico inaugurale (1972/1973), gli articoli della stampa locale e nazionale che parlano del grandioso progetto del Campus di Arcavacata.

Franco Bartucci con un lavoro certosino ha  ricostruito, pagina dopo pagina, un evento storico che ha cambiato le sorti del territorio calabrese. Chiunque abbia studiato all’Unical si emozionerà nello scoprire la genesi di luoghi iconici (come il Polifunzionale), nel conoscere la nascita delle associazioni studentesche, nell’immaginare Arcavacata senza i cubi, le aule,  gli spazi che hanno fatto e che fanno parte della quotidianità degli studenti Unical del passato e del presente e che entreranno nel cuore di quelli del futuro. Un libro che ogni calabrese dovrebbe avere sulla scrivania per conoscere l’iter e le vicende che hanno portato all’istituzione di un luogo simbolo non solo della Calabria ma di tutto il Meridione. (debora calomino)

L’AVVENTURA DI ANDREATTA IN CALABRIA
di Franco Bartucci
Pellegrini Editore – ISBN 9788868227347

 

 

Nessuno mi può giudicare – di Marcello Vitale

È un intrigante storia d’amore che prende a pretesto il Sessantotto per tratteggiare i segni di una rivoluzione (mancata?) che avrebbe in ogni caso cambiato gli anni a venire. Lo scrittore Marcello Vitale (che di mestiere faceva il magistrato, oggi è Presidente aggiunto onorario della Cassazione) ha imbastito un racconto sui suoi anni torinesi, quando tra questione meridionale (insoluta) ed immigrazione dal Sud divenuta nel tempo integrazione, i rapporti tra giovani e meno giovani andavano a collidere con i meccanismi dell’assuefazione e del risveglio che stava per esplodere.

Un’ambientazione ideale per costruire un racconto d’amore dove emergono non solo i conflitti generazionali, ma anche le contraddizioni di una società in trasformazione. Un giudice che s’innamora d’una ragazza sarebbe stato un filo troppo esile se la magia scritturale dell’autore non avesse saputo impiantare un romanzo avvincente con dotte citazioni storiche e continue “incursioni” nella cronaca dell’epoca.

C’è anche tanta Calabria (terra d’origine dell’autore) nel racconto di questa voglia di contestazione che prese i giovani nel ’68 e in cui la protagonista si lascia coinvolgere: è difficile un rapporto tra l’autorità costituita (il giudice) e la giovane donna, con le sue ansie di libertà che in realtà sono convinzioni, che incarna la contestazione. Eppure, l’amore, imprevedibile, sboccia e offre lo spunto per tratteggiare i segni del cambiamento epocale che si stava attuando.

Torino nel 1968 aveva assorbito i meridionali e aveva subito il fascino delle menti più attive: non solo operai sfruttati all’inverosimile o costretti alla catena di montaggio, ma anche intellettuali fiduciosi nel riscatto sociale per loro e per gli altri. La Torino operaia e ancora, per certi versi, intollerante, ma allo stesso tempo protagonista del cambiamento attraverso i suoi giovani. E Carla è una di questi, spregiudicata studentessa libertaria ma ugualmente appassionata e sanguigna amante, tra emozione e rivalsa, abbandono e senso di sfida. “Tra le più accanite di tutti erano proprio le ragazze”: ragazze del 68, oggi donne avanti con l’età e qualcuna con qualche rimpianto in più.

La scrittura di Vitale è sciolta e costringe il lettore a seguire una traccia invisibile che non permette allentamenti: il racconto è piacevole e piacevolmente spinge a inseguire e seguire questa donna bellissima e aggressiva, liberissima e affascinante che finisce per far innamorare di sé. È un’educazione sentimentale alla rovescia: è la ragazza che indottrina il giudice, più anziano, e sulle futuribili speranze e si lascia spiegare il codice, mentre tutto intorno il mondo stava cambiando e nessuno se ne accorgeva: è l’artefizio più riuscito di un romanzo che merita di essere non letto, bensì divorato tutto d’un fiato. (dl)

NESSUNO MI PUÒ GIUDICARE
di Marcello Vitale
Ensemble edizioni, ISBN 9788868817602

Avere la mia età, alla mia età – di Domenico Arcudi

di DEBORA CALOMINO – Cosa significa avere 25 anni nel 2020? Quali sono i pensieri, i sentimenti e le emozioni che attraversano la mente e il cuore di un ragazzo che si affaccia alla vita adulta? Le risposte a queste domande le troviamo nel libro di Domenico Arcudi Avere la mia età, alla mia età (pubblicato in self publishing tramite KDP)  che già dal titolo induce a una profonda riflessione. Il protagonista si chiama Paolo e ha da poco compiuto un quarto di secolo quando il mondo si ferma a causa della pandemia da Covid-19. Tutti i sogni, le speranze e i progetti sembrano arrestarsi, nel periodo della vita che dovrebbe essere quello della socialità, dell’emancipazione dalla famiglia e della costruzione di solide basi per il futuro. Domenico attraverso le sue parole ci racconta la vita quotidiana di Paolo, in cui tutti noi possiamo identificarci (a prescindere dall’età).  Il libro è suddiviso in ventidue brevi capitoli, che hanno la forma della pagina di diario: tra ricordi d’infanzia, momenti di riscatto e difficoltà oggettive date dalla pandemia, la vita di Paolo scorre e ci trascina a fondo  nelle sue riflessioni e nelle sue avventure. Il libro è ambientato a Reggio Calabria, città dell’autore. Al giovane scrittore esordiente abbiamo fatto qualche domanda, per comprendere al meglio lo stato d’animo che l’ha portato a raccontare una storia che è lo specchio della società attuale, una narrazione che fra qualche anno rivelerà alle generazioni future, ciò che ha rappresentato la pandemia da Covid-19.

Cosa ti ha spinto a mettere nero su bianco le emozioni provate durante il 2020?

«Sono stato spinto sia dalla storicità dell’evento, che ha cambiato gran parte delle nostre abitudini, sia dal fatto che la Pandemia ha reso noi giovani, che viviamo la nostra vita nell’incertezza, ulteriormente fragili. Nella fascia 1990-2000, quella che comprende i 20/30enni, si osserva una forte percentuale di NEET, che è aumentata a vista d’occhio. A Reggio Calabria, nel 2017, la fascia 18-29 anni di disoccupati raggiungeva la percentuale del 57,5%».

Nel capitolo 17 parli di un episodio particolare, in cui molti di noi possono identificarsi. Quale messaggio hai voluto lanciare attraverso “la metafora del bruco”?

«La filosofia del bruco deve spingerci a una riflessione: chiunque parte da uno stato “larvale”, quando è agli inizi; la fortuna del principiante non è sinonimo di bravura; si tratta semplicemente di “fattore C”. Ognuno, quando comincia un percorso, deve essere consapevole che non farà mai bene; deve sperimentare il fallimento, per capire i propri errori appieno, e fare bene. Inoltre, c’è un messaggio recondito, in questo capitolo: tutti ammirano le “farfalle”, ma in molti provano ribrezzo per i bruchi, che sono la stessa cosa. In poche parole, a mutare è solo la forma, ma la sostanza resta sempre quella del bruco. Mai giudicare le apparenze».

Domenico Arcudi (classe 1995) ha studiato presso l’Università Per Stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, conseguendo due lauree: una triennale in Scienze del Servizio Sociale e una laurea magistrale, quest’ultima con votazione di 110 e lode, presentando una tesi dal titolo «Il non-senso della vita e la crisi degli adolescenti». (dc)

AVERE LA MIA ETÀ, ALLA MIA ETÀ
di Domenico Arcudi
Self-publishing ISBN 979-8729675500

Malinverno, romanzo di Domenico Dara

Che magnifico racconto offre Domenico Dara parlando di Astolfo Malinverno, bibliotecario dell’immaginaria cittadina di Timpamara, idealmente collocata nella Calabria più profonda. Il protagonista fa il lavoro che sogna chiunque ama i libri, ma accanto a questo incarico che gli permette di dialogare con i grandi della letteratura facendone partecipe il lettore, il sindaco gliene impone un altro che ha poco a che vedere con la cultura: quello di custode del camposanto. E allora il povero Astolfo, zoppicante dalla nascita, d’indole malinconica e sognatrice, accanto al suo impossessarsi della conoscenza che i libri trasmettono, si avvicina alle storie raccontate in poche righe sulle lapidi del cimitero.

Nel paese c’è una cartiera che ricicla la carta: vi finiscono tanti libri destinati al macero, ma alcune pagine il vento le porta in giro per Timpamara, quasi a voler costringere i suoi abitanti a leggere, a fare proprie le pagine svolazzanti che sono frammenti di storie, di nomi importanti, di emozioni che finiscono brutalmente con la pagina strappata. E se i libri trasmettono la vita, le lapidi raccontano la morte e alimentano i sogni. È da una delle lapidi che nasce l’infelice e sfortunato amore del bibliotecario-camposantaro. In un racconto delicato e straordinariamente avvincente che ce lo rende un amico di cui si vuol condividere una pena, ma anche uno scatto d’orgoglio o un sentimento d’amore. Sotterra anche i libri Astolfo per dare loro una metaforica vita universale, al di là della vita terrena. Intrigante e fascinoso, questo libro non potrà non piacere, per i suoi tanti spunti, letterari e non, dove diventa una piacevole avventura perdersi.

Abbiamo in Calabria un magnifico scrittore (Dara è nato a Girifalco) che rivela, in questa pregevole scrittura, il suo amore appassionato per la letteratura e i suoi maestri. È un’idea strepitosa quella che muove il racconto e il bibliotecario col nome che, evidentemente, è un tributo a Ludovico Ariosto, diventa un personaggio di grande letteratura che – siamo certi – avrà il giusto riconoscimento che, in verità, ci saremmo aspettati. È un romanzo Malinverno che dovrebbe conquistare non solo tantissimi lettori, ma meriterebbe molti premi letterari sicuramente ben attribuiti.

Con le sue stranezze, i suoi sogni, le aspirazioni fallite, le debolezze mascherate. Astolfo ci rende alquanto tristi, è vero, ma la sua storia avvince e convince. È un libro da leggere, da apprezzare e finirà per essere tra i più amati della produzione letteraria degli ultimi anni. Dara ha uno stile narrativo che sembra attingere e mediare tra la raffinatezza della lingua e la crudezza di un mondo dialettale lontano, immaginario e allo stesso tempo reale e coinvolgente. Il suo racconto ha sapore d’antico ma risulta senza tempo. Come i romanzi che conquistano e si tengono in evidenza in libreria, pronti per una rilettura improvvisa quanto gradita. È questa la magia di Domenico Dara: rapire il lettore, come sanno fare solo i grandi scrittori, e condurlo per mano in un romanzo di vera letteratura. (dl)

MALINVERNO
di Domenico Dara
Feltrinelli editore, ISBN 9788807033780  

Padre vostro di Lou Palanca

di FILIPPO VELTRI – Tornano i Lou Palanca e di nuovo da Rubbettino. Ad ispirare questo libro è la figura silenziosa e potente di Francesco De Nardo, padre della protagonista di uno degli episodi di cronaca più sconvolgenti avvenuti nel nostro Paese: il delitto di Novi Ligure del 21 febbraio 2001.

Per la prima volta il collettivo Lou Palanca narra in prima persona, singolare e plurale, maschile e femminile allo stesso tempo. Lo fa per riflettere sul bene e sul male, sul ruolo dei padri, sul dolore e il perdono, attraverso una ricerca che non si alimenta della voce viva degli attori di quella drammatica vicenda ma che pure consente di collocare le scelte di De Nardo in un contenitore nuovo, dove riluce la speranza, la ricostruzione del legame familiare e sociale così brutalmente reciso.

Tolto l’orrore, infatti, quel che più di profondo ed elevato ci restituisce questa storia è la potenza dell’amore paterno, la restituzione di una seconda possibilità, la funzione rieducativa della pena, la giustizia riparativa, la crisi delle famiglie “normali”, il ruolo giocato dai mass-media.

Elementi e capitoli che si rincorrono in una scrittura densa, profondamente immersa nell’atmosfera del lockdown del 2020 e capace di rendere il padre di Erika un riferimento collettivo, il padre di tutti, il Padre vostro. (fv)

PADRE VOSTRO
di Lou Palanca
Rubbettino editore – ISBN 9788849866285

Gente di Corazzo, fotografie di Mario Greco

Ci sono le tante immagini della Calabria nel bel libro fotografico di Mario Greco, con un saggio introduttivo di Demetrio Guzzardi. È un percorso in b/n  quello che precede la sezione che dà il titolo al libro che raccoglie il meglio dei più importanti e apprezzati fotografi italiani che hanno girato la Calabria, fermando sulla pellicola aspetti, persone, paesaggi che danno dimensione a un sogno palpitante fatto di immagini che dicono più di qualunque testo. E dopo questa carrellata davvero suggestiva e di gran pregio (ci sono immagini di Petrelli, Garruba, Pinna, Merisio, Scianna, per citarne alcuni), premessa utile a tracciare una “storia della fotografia sociale calabrese”, ci sono le straordinarie immagini di Mario Greco dedicate a Corazzo e alla sua gente.

n film in bianco e nero, quello di Mario Greco, che avvince e suggestiona: la campagna e la terra, la casa e la famiglia, gli anziani e gli animali. Ci sono appena tre giovani: un bambino che osserva il padre stagnaro, lo sguardo sconsolato di chi non sa come progettare il suo futuro. e due fratelli che portano al pascolo le capre: di uno s’intuisce appena il volto, l’altro sorride, è la vita a contatto con la natura, trai boschi e i campi che danno i frutti della terra. Terra madre e non matrigna, che ricambia le cure ricevute, ridà indietro con gli interessi l’attenzione che le è stata riservata.

Non è una Calabria che non c’è più, semmai è una Calabria che c’è ancora, con i suoi protagonisti, rigorosamente in b/n, a vivere una dimensione che, irrimediabilmente, diventa invidiabile, tra gli asini e i cavalli, a ricordarci quanto invece corriamo, ogni giorno, nel nostro frenetico vivere che solo la pandemia ha potuto interrompere. Sono «scatti alvariani» ha scritto Demetrio Guzzardi introducendo le bellissime immagini di Mario Greco: «Con le sue foto cerca di ridare vita a un passato che inesorabilmente sta scomparendo: le processioni religiose, gli antichi mestieri, gli oggetti di lavoro, ma soprattutto gli animali che popolano le campagne. In ogni scatto tutto dev’essere al posto giusto, a iniziare dalla luce che indica la direzione allo sguardo di chi osserva la foto. Il resto lo fa la sua sensibilità che riesce sempre a cogliere attimi di struggente malinconia pittorica».

Mario Greco è un cantore per immagini e nei suoi scatti, raccolti in questo non bello, bellissimo libro fotografico, c’è tanta Calabria. Quella che inguaribilmente, è sempre nel cuore, soprattutto in chi vive lontano. (s)

GENTE DI CORAZZO
Immagini fotografiche di Mario Greco
con un saggio introduttivo di Demetrio Guzzardi
Editoriale Progetto 2000, ISBN 9788882765569

Cosangeles di Paride Leporace

di FILIPPO VELTRI – Undici racconti nella cornice di Cosenza narrata tra epica di strada e una buona dose di noir. Questa è la Cosangeles  di Paride Leporace (Pellegrini editore).

Lo sfondo è quello degli anni Settanta e Ottanta con le derive esistenziali, i luoghi e i riti dell’estate sulla Costa tirrenica, i locali da ballo e da sballo, i viaggi, le Spoon river generazionali, i fuorisede romani, i malavitosi come Franco Pino nella parte di se stesso,  le feste, i punk , gli hippy, gli ultrà, la voce della radio, i poeti maledetti, i quartieri del centro e della periferia, i cantautori malandrini come Fred Scotti e la ’ndrangheta reggina vista da vicino  con una colonna sonora che spazia da “Buonanotte Cosenza” ai Joy Division.

Ci sono libri percorsi da corrente alternata e altri da corrente continua. Le pagine che il lettore si troverà a percorrere appartengono  a questa seconda categoria. Quella delle montagne russe.  Utilizzando un linguaggio audace e coinvolgente e la fluidità di un discorso indiretto libero che pare raccolto mimeticamente in mezzo alla strada, l’autore ci immerge da subito  in una Cosenza / Cosangeles, che  è  una città in bilico tra mitologia e realtà,  tra  doppiezze e dualismi , e  “cose” che non ci sono più ma che restano incollate alla memoria e paiono portare in una terra mitica, una  sorta di “Itaca dell’anima” del gramde poeta greco Kavafis..

Come un salto mortale all’indietro.

Il lettore se lo chiede subito se deve seguire il sentiero.

E  poi lo segue abbrancato dalla narrazione che sa di oralità  e si perde nelle storie dei personaggi che, anche loro, sembrano sbalzati da un tempo sghembo, dinocollato, e di profumo felliniano disegnato da Andrea Pazienza.

Due i protagonisti dei racconti. Ciccio Paradiso, alter ego dello scrittore, e Jo Pinter.

Jo Pinter, chi era costui? Attore di cinema e teatro off, pubblicitario, commerciante, creatori di locali di tendenza che erano entrati nella leggenda, vitellone rollingstoniano, guidatore di auto sportive per diletto e autore di beffe, biscazziere, cartaro di tarocchi e di cartine ma soprattutto era stato colui che si era inventato il neologismo “Cosangeles”.

E intorno a Jo Pinter, che è personaggio vero e vivente che l’autore e il sottoscritto hanno lungamente frequentato, è lo sguardo focale della narrazione, si apre un sipario teatrale di tipi umani che stanno sempre dentro/fuori la realtà e alimentano nel lettore la sensazione di trovarsi  sempre ad un passo al di qua della veridicità.

Perché, se è vero che la Cosangeles che scorre sotto gli occhi come una pellicola filmica mostra tratti antropologici  e sociali riconoscibili, è vero uguale che nell’incastro della narrazione si ha come l’immagine di un  dagherrotipo. Che si fissa a ricordare quello che eravamo e quello che siamo diventati sia in provincia che nella nuova metropoli.

E poi le  storie di Jo Pinter e di Ciccio Paradiso e dei tanti personaggi dalla forte tipicità, che parlano  una lingua impastata di dialetto e  neologismi “cosangelini”, hanno una forza vitalistica potente, che si muove tra sogni, rivoluzioni piccole e grandi, smargiasserie, calcio, droga, musica, film, libri, filosofia,  giornalismo, viaggi , amori, utopie che, nonostante tutto, erano ancora possibili.

Utopie, appunto.

Di cui si sente tanto il bisogno.

Perchè Cosangeles  ha l’urgenza di quelle storie che possono salvarci. (fv)

 

COSANGELES
di Paride Leporace
Pellegrini Editore – ISBN 9788868228712