di FRANCESCO AIELLO – A una settimana dalla presentazione del Rendiconto Sociale Regionale 2024 dell’Inps, il dibattito sui contenuti resta vivace, segno che il documento tocca questioni strutturali e irrisolte della realtà economica e sociale calabrese. Tuttavia, gran parte della stampa e delle emittenti regionali si è limitata a rilanciare i dati principali e le dichiarazioni istituzionali, senza tentare un’analisi delle cause o delle implicazioni. Eppure, i numeri del rapporto, se letti nel loro insieme, offrono molto più di una fotografia: raccontano un mercato del lavoro fragile, specchio di una struttura economica sbilanciata verso settori a bassa produttività e scarsa innovazione. Comprendere queste connessioni è il primo passo per trasformare la pubblicazione dell’Inps da semplice rassegna statistica a diagnosi economico-sociale della Calabria contemporanea.
Il Rapporto dell’Inps fornisce infatti una base informativa ampia e dettagliata: decine di indicatori su giovani, retribuzioni, disoccupazione, politiche di sostegno al reddito e regolarità contributiva delineano l’immagine coerente di una regione in cui la fragilità del lavoro non è congiunturale, ma strutturale. È una mole di dati che merita di essere interpretata come parte di un unico racconto: quello di un’economia regionale ancora lontana da una piena maturità produttiva.
La radice delle fragilità risiede nella struttura settoriale del sistema economico regionale, che riflette un modello di sviluppo polarizzato su comparti a basso valore aggiunto e scarsamente innovativi. La sezione del rapporto che riporta la distribuzione delle imprese e degli occupati per settore ne offre una chiave di lettura eloquente. Su circa 500.000 occupati complessivi, solo il 6,3% (31.602 unità) lavora nel manifatturiero in senso stretto. La gran parte dell’occupazione si concentra invece in agricoltura (10,8%, pari a 53.980 addetti complessivi), nel commercio (10%, 49.139 occupati) e nei servizi di alloggio e ristorazione (6,1%, 30.247 occupati). La quota più rilevante, tuttavia, è assorbita dai servizi pubblici – scuola, sanità, amministrazione dello Stato ed enti locali – che nel complesso impiegano oltre 140.000 persone, ossia poco più di un terzo dell’occupazione regionale. Alla fragilità settoriale si aggiunge una debolezza dimensionale del tessuto imprenditoriale. Nel 2024, l’Inps rileva 147.270 imprese, di cui il 97% è costituito da microimprese (1-9 addetti): unità spesso familiari, poco patrimonializzate, con scarsa propensione all’innovazione, limitate economie di scala e difficoltà di accesso al credito. Solo una quota minima (0,38%, pari a 553 imprese) rientra nella fascia medio-grande (oltre 50 addetti). Il quadro non cambia nel settore manifatturiero: su 4.001 imprese registrate, 3.381 (oltre l’84%) sono micro, 565 di piccola dimensione (10-49 addetti) e appena 45 superano i 50 addetti, in genere le più aperte ai mercati internazionali e più inclini a investire in ricerca e sviluppo.
Questi dati settoriali trovano un riscontro diretto negli indicatori sociali e occupazionali, che ne rappresentano le conseguenze più tangibili. In un sistema economico dominato da microimprese e da settori a basso valore aggiunto, le opportunità di lavoro sono spesso discontinue, scarsamente qualificate e mal remunerate. Non stupisce, dunque, che il Rapporto dell’Inps restituisca l’immagine di un mercato del lavoro in cui la fragilità occupazionale si intreccia con la povertà salariale e con il rischio di esclusione sociale.
Il tasso di NEET, pari al 26,2% contro il 15,2% della media nazionale, rappresenta uno degli indicatori più eloquenti di questa debolezza strutturale. Un giovane su quattro non studia e non lavora, non solo per mancanza di volontà, ma per l’assenza di un canale di ingresso stabile. Si tratta dell’effetto congiunto di una domanda di lavoro poco qualificata, di percorsi formativi non allineati alle esigenze produttive e di politiche attive del lavoro ancora frammentate. Il rischio maggiore, tuttavia, è di lungo periodo: i NEET di oggi saranno tra 15-20 anni adulti privi di competenze e con scarsa occupabilità, destinati non solo a ridurre il potenziale di crescita della regione, ma anche a gravare sui sistemi di welfare.
La carenza di lavoro qualificato si accompagna a una diffusione elevata del part-time, che coinvolge il 44,2% dei dipendenti, con punte del 62,5% tra le donne, a fronte di una media nazionale del 27,5%. Nella maggior parte dei casi si tratta di forme contrattuali non volute, ma legate alla stagionalità (agricoltura, turismo in primis) e alla frammentazione del sistema produttivo. Colpisce inoltre che la fascia più interessata non sia quella dei giovani in ingresso, ma quella degli adulti tra i 30 e i 50 anni: segno che la precarietà non è più transitoria, ma un tratto permanente del mercato del lavoro calabrese. Le conseguenze sono evidenti: minore produttività, salari ridotti, bassa contribuzione previdenziale e una crescente vulnerabilità economica.
Le retribuzioni ne sono un riflesso diretto. La retribuzione giornaliera media in Calabria è inferiore di circa il 27% rispetto alla media nazionale: 77,9 euro per gli uomini e 58 euro per le donne, contro 107,5 e 79,8 euro in Italia. Nei settori a più alta intensità di lavoro, come alloggio e ristorazione, il divario resta ampio (–22% per gli uomini, –20% per le donne). All’interno della regione, poi, le retribuzioni nel comparto turistico-ricettivo risultano molto più basse della media economica complessiva: -34,9 euro per gli uomini e -5,4 euro per le donne al giorno. Si tratta di numeri che descrivono un’economia dove la competitività, in presenza di bassa produttività, si fonda sulla compressione del costo del lavoro, anziché sulla qualità dei processi, mentre la mancanza di investimenti selettivi in tecnologia e in capitale umano alimenta un ciclo di stagnazione salariale e produttiva.
Anche i dati su NASpI e Cassa Integrazione Guadagni (CIG) rimandano alla stessa diagnosi. Nel 2024 sono state accolte 161.492 domande di NASpI, destinate ai lavoratori subordinati disoccupati per cause involontarie, e autorizzate 2,34 milioni di ore di CIG, a beneficio dei dipendenti sospesi o a orario ridotto. Questi numeri non descrivono fluttuazioni congiunturali, ma un equilibrio di precarietà in cui la disoccupazione è ricorrente e la cassa integrazione diventa un meccanismo ordinario di gestione dell’instabilità produttiva. Il sistema calabrese riesce dunque ad assorbire forza lavoro, ma non a stabilizzarla: un assetto che compromette la crescita dei redditi, indebolisce la base contributiva e mina la coesione sociale.
Per invertire questa traiettoria non bastano interventi parziali o misure emergenziali: serve una strategia di sviluppo che accompagni nel medio periodo il cambiamento strutturale dell’economia calabrese. Non è più tempo di politiche orizzontali, rivolte indistintamente a tutti i settori e a tutti i territori. La storia degli ultimi decenni mostra con chiarezza che non tutti i comparti produttivi sono uguali, né tutte le aree della regione possiedono le stesse potenzialità di crescita. Dopo un lungo periodo di persistenti ritardi, dovrebbe essere ormai acquisita la consapevolezza che lo sviluppo non è automatico, ma deve concentrarsi là dove esistono condizioni favorevoli, risorse endogene, capitale umano e reti produttive capaci di generare effetti moltiplicativi. Occorre dunque un cambio di paradigma: dalle politiche orizzontali a un approccio verticale e selettivo, nel quale l’agenda degli interventi sia guidata da criteri di priorità sia settoriali sia territoriali. Solo una politica di sviluppo che scelga dove e su cosa investire potrà contribuire a bloccare il declino.
In questa prospettiva, la Calabria può e deve puntare su tre assi strategici. Il primo riguarda la specializzazione produttiva: spostare progressivamente il baricentro dell’economia verso comparti ad alto contenuto tecnologico e di conoscenza – come la manifattura evoluta, la logistica intermodale, i servizi digitali e la bioeconomia – favorendo investimenti mirati e partenariati pubblico-privati. Le università e i centri di ricerca regionali possono diventare piattaforme di innovazione territoriale, ma solo se sostenuti da politiche industriali coerenti e da un quadro istituzionale capace di ridurre l’incertezza amministrativa. Dal lato delle università, serve un trasferimento tecnologico più efficace: laboratori congiunti con selezionati gruppi di imprese, dottorati industriali in comparti prioritari, contratti di ricerca e una gestione della proprietà intellettuale orientata a portare soluzioni dalla ricerca applicata all’industrializzazione, con esiti misurabili in contratti conto terzi, spin-off e licenze. Il secondo asse è il rafforzamento del capitale umano. Le imprese non possono innovare senza competenze adeguate, e la formazione non può funzionare senza una domanda reale di lavoro qualificato. Occorre dunque coordinare istruzione tecnica e università con le traiettorie di sviluppo industriale, costruendo percorsi formativi permanenti e coerenti con i fabbisogni del sistema produttivo. Il terzo asse, infine, investe la qualità istituzionale, prerequisito di ogni strategia di crescita. Senza tempi certi, semplificazione procedurale e legalità amministrativa, anche le migliori politiche industriali perdono efficacia. Una governance efficiente è il primo segnale di credibilità verso imprese, investitori e cittadini, e può trasformare la fiducia in motore di sviluppo.
Tuttavia, un modello di sviluppo realmente sostenibile deve poggiare su un’idea di economia capace di competere nei mercati internazionali con prodotti di qualità e ad alto contenuto tecnologico. È ormai chiaro a tutti che la crescita della Calabria non potrà fare leva sulla domanda interna o sulla spesa pubblica, ma richiederà un’ampia e stabile presenza di imprese che operano nei mercati esteri e nei settori più dinamici.
Perché questa traiettoria si realizzi, occorre mobilitare capitali e competenze adeguate. Da qui una domanda cruciale: su chi e con quali capitali fare affidamento per innescare questa trasformazione? È illusorio pensare che la Regione Calabria o, più in generale, le istituzioni pubbliche possano realizzare da sole un cambiamento di tale portata. La missione delle Regioni non è quella di sostituirsi al mercato, ma di creare le condizioni affinché il mercato possa funzionare: ridurre le asimmetrie informative, garantire legalità e infrastrutture, coordinare le politiche industriali e territoriali. Il loro compito è abilitare, non produrre direttamente sviluppo. In questo senso, è necessaria anche una svolta culturale: uscire dall’aspettativa che crescita e opportunità provengano dagli apparati pubblici (incarichi, prebende, consulenze, sussidi, aiuti) e orientare lo sguardo verso l’impresa, la competizione e i mercati. In altri termini, passare da una domanda sociale di rendita a una domanda di investimento.
Resta il nodo dei capitali privati locali, che in Calabria appaiono sottodimensionati, frammentati e poco propensi al rischio. In queste condizioni, è difficile immaginare che la spinta alla trasformazione possa provenire unicamente dall’interno. Diventa quindi strategico attrarre investimenti privati extraregionali e internazionali, capaci di introdurre innovazione, nuove competenze e pratiche manageriali più avanzate. Gli effetti positivi di tali investimenti – in termini di occupazione, trasferimento tecnologico e rafforzamento della produttività – saranno tanto più elevati quanto più riusciranno a integrarsi con il tessuto imprenditoriale locale, creando filiere e partnership stabili.
Perché questo accada, la Calabria deve diventare un territorio attrattivo, capace di annullare gli svantaggi di localizzazione che ancora scoraggiano nuovi insediamenti produttivi. L’esperienza insegna che gli incentivi fiscali o le agevolazioni basate sul costo del lavoro possono certamente svolgere un ruolo di stimolo, ma non bastano se manca il contesto. In assenza di un ambiente favorevole, infatti, l’iniziale vantaggio di costo tende a dissolversi nel tempo, eroso dall’incidenza di costi esterni elevati – infrastrutturali, amministrativi, logistici, energetici – che, come mostra la letteratura economica, riducono la produttività e la competitività delle imprese nel medio periodo.
Diventa quindi essenziale intervenire sulle condizioni di contorno, investendo nella qualità delle istituzioni, nell’efficienza amministrativa, nella certezza delle regole e nel potenziamento delle infrastrutture, materiali e immateriali. È proprio su questo terreno che le istituzioni regionali e locali possono esercitare una funzione decisiva: non quella di sostituirsi agli attori economici, ma di garantire le precondizioni dello sviluppo, creando un contesto in cui investire sia possibile, conveniente e sicuro.
In questa prospettiva, i responsabili delle politiche per lo sviluppo della Calabria devono avere il coraggio, a Roma e a Catanzaro, di osare nelle scelte, puntando con decisione su quei territori che presentano i maggiori vantaggi competitivi, infrastrutturali e logistici, dove la concentrazione di risorse pubbliche e private può generare effetti di scala e di trascinamento sull’intero sistema regionale. Solo una governance efficiente e credibile, fondata su tempi certi, semplificazione e legalità, può dare concretezza a questa visione. Dove le istituzioni funzionano, anche le imprese scommettono; dove la governance è debole, invece, anche le migliori politiche industriali si disperdono.
La Calabria non ha bisogno di nuovi sussidi né di politiche indistinte che disperdano risorse, ma di scelte selettive e coraggiose. Sviluppo significa concentrare gli sforzi dove le condizioni di successo sono reali: nei territori con infrastrutture adeguate, capitale umano qualificato e potenzialità produttive inespresse. Solo orientando la strategia regionale verso i settori ad alta produttività e i luoghi più competitivi sarà possibile costruire un’economia capace di crescere e non semplicemente destinata a sopravvivere in un equilibrio di permanente dipendenza da sussidi e trasferimenti pubblici. La sfida, oggi, non è fare di più, ma fare meglio e scegliere dove farlo: creare (pochi) ecosistemi territoriali che facilitino il “fare impresa”, valorizzino il lavoro qualificato e amplino la capacità competitiva internazionale dei comparti tradable più dinamici (manifattura evoluta, servizi avanzati, logistica). È questa la direttrice più credibile per invertire la stagnazione e offrire alla Calabria una prospettiva di crescita. (fa)
[Courtesy OpenCalabria]