Il Comune di Reggio batte cassa per tasse e tributi
ma i ricavi del contenzioso vanno ai funzionari che fanno causa ai cittadini

di PINO FALDUTO  – A Reggio Calabria il contenzioso tributario ha raggiunto livelli insostenibili: oltre 60 milioni di euro di crediti fiscali fermi nei tribunali e più di 40 milioni non riscossi, legati a IMU, TARI, TOSAP e ad altre imposte locali.

Ogni anno il Comune spende oltre 1,5 milioni di euro tra difese legali, consulenze e incentivi, mentre cittadini e imprese sopportano le conseguenze di un sistema che sembra alimentare le cause invece di risolverle.

Tutto nasce dal Regolamento sul Contenzioso Tributario, approvato nel 2016 dalla Giunta Comunale (Delibera G.C. n. 220/2016)), che riconosce compensi aggiuntivi a dirigenti e funzionari  che rappresentano l’Ente davanti alle Commissioni Tributarie.

Un atto formalmente legititmo, ma che solleva domande profonde: può davvero un sistema che premia chi difende le cause contribuire a ridurle?

Nella realtà, le somme contestate vengono richieste ai cittadini, che spesso non hanno la forza economica per difendersi.

Chi perde una causa deve pagareil proprio avvocato e anche le spese di lite del Comune, cioè gli incentivi previsti per i dipendenti che difendono l’Ente. Un doppio danno che colpisce famiglie, pensionati, artigiani e piccole imprese in una città che si colloca all’ultimo posto in quais tutte le classifiche nazionali per reddito, servizi, occupazione e qualità della vita.

Ma dietro i numeri ci sono persone. Molti vivono il contenzioso come una forma di oppressione, fatta di ansia, stress, e problemi psicologici.

Ogni lettera, ogni cartella, ogni udienza diventa un peso emotivoche logora e porta molti a perdere fiducia nelle istituzioni.

È  chiedersi perché la Corte dei Conti non abbia mai approfondito l’impatto di questo regolamento, né verificato se gli incentivi e le risorse spese abbiano porttao reali benefini alla collettivitò.

E perché gli stessi ruoli dirigenziali retsino invariati da anni, nonostante risultati tanto negativi.

Reggio Calabria ha bisogno di una riforma vera, che metta fine a un sistema che scaica sui cittadini  i costi degli errori amministrativi, che provoca disagio, tensione e paura e che premia la litigiosità ivece della conciliazione. Perché una città giusta non si misura dal numero delle cause che vince, ma da quante riesce a evitare con trasparenza, equilibrio e rispetto per la propria gente. (pf)

(Imprenditore)

COSA DICE LA DELIBERA N. 220 DEL 13 DICEMBRE 2016?

(…) art. 13) I compensi di cui agli artt. 10 e 11, spettanti a titolo di spese di lite liquidate e recuperate ai sensi  dell’art. 15 (…)  sono suddivise tra il dirigente, il responsabile della Macro-Area Contenzioso giudiziario, il responsabile del Servizio Contenzioso Tributario e il personale di cui all’art. 3, comma 3, del presente regolamento, delegato a rappresentare l’Ente e stare in giudizio nelle udienze dinanzi alle Commissioni Tributarie, secondo i seguenti criteri:

1.1 – Il 25% del compenso spetta al dirigente o al responsabile della Macro-Area Contebzioso tributario, ovvero al Funzionario delegato che ha sottoscrittoi gli atti di causa (controdeduzioni, memorie illustrative, appelli, ecc.;

1.2 – Il 25% del compenso spetta al personale che ha rappresnetato l’Ente in udienza davanti alle Commisisoni tributarie;

1.3– Il 20 % del compenso spetta al personale che ha predisposto e sottoscritto gli atti di recupero e riscossione delle spese liquidate giudizialmente (mediante la procedura dell’ingiunzione fiscale preceduta da sollecito di pagamento;

1.4 – Il restante 30% (oltre alle quote eventualmente non attribuite) è suddivisio in parti uguali tra il personale del Settore Tributi assegnato alla gestione del Contenzioso tributario. (…)

Aeroporto di Reggio: più traffico e meno voli

di SILVIO CACCIATOREAll’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

All’Aeroporto dello Stretto i numeri volano, ma i voli – paradossalmente – si riducono. ITA Airways, nonostante un decennio di progressiva crescita su Milano e una netta ripresa su Roma dopo la pandemia, ha deciso di cancellare ben due voli su tre sulla rotta per Linate, portandoli dai tre dell’autunno 2024 ad un solo volo a partire dal 26 ottobre 2025, annunciando al tempo stesso di sopprimere – in alcune giornate di novembre – l’unico volo serale da Fiumicino, lasciando operativa solo la coppia diurna. Una scelta che s’inserisce in un contesto di domanda crescente e coefficienti di riempimento spesso superiori al 70%. Un paradosso evidente, se si guarda alla traiettoria che i due collegamenti hanno seguito dal 2015 ad oggi.

La tratta Reggio-Milano Linate è sempre stata strategica. Nel 2015 si registrarono 152.542 passeggeri e un load factor dell’80%. L’anno successivo, con 147.462 viaggiatori e l’81% di riempimento, la rotta confermava il suo peso. Il 2017 fu uno degli anni migliori: 162.002 passeggeri, 78% di load factor. Poi, nel 2018, 156.242 passeggeri e il 70%. Anche nel 2019, sebbene si registri un calo (98.527 passeggeri, 67%), il collegamento si mantiene attivo.

Eppure, proprio adesso, ITA decide di chiudere ben due collegamenti su tre. Non per una crisi di domanda, ma per una combinazione di ragioni – spiegano dalla compagnia – economiche: valutazione negativa sul rendimento della rotta, slot limitati a Linate, manutenzione e flotta ridotta. Lo dicono le fonti ufficiali. Ma i numeri raccontano una storia diversa. Dal 2021 in poi, la rotta è cresciuta anno dopo anno, e nel triennio 2022–2024 ha registrato un aumento secco di quasi 44.000 passeggeri.

Su Roma Fiumicino, concentrando il confronto a partire dal 2020, quando i passeggeri furono 66.011 e il load factor al 57%. Nel 2022, con la ripresa della piena operatività post emergenza, i passeggeri tornano a crescere: 74.564 viaggiatori, load factor al 57%. Nel 2023 il salto è netto: 144.598 passeggeri e coefficiente al 68%. Il 2024 conferma la tendenza con 163.819 passeggeri e 72% di riempimento. Una crescita, quindi, quasi raddoppiata in due anni, ma certamente ben lontana dai fasti del decennio precedente: 315.237 passeggeri (e tasso di riempimento del 75%) nel lontano 2015.

Il taglio del night-stop in alcune date di novembre da e per Roma Fiumicino ha fatto gridare i più allo scandalo. Certamente la paura è che questa sia solo una effettiva prova in vista di un possibile taglio definitivo nel breve termine. Una riduzione che fa rumore, perché colpisce proprio quell’intermodalità che negli ultimi anni ha sostenuto lo scalo reggino.

Dal 2020, infatti, Reggio Calabria è collegata all’Alta Velocità ferroviaria. O per meglio dire, i treni AV proseguono da Salerno fino a raggiungere la città dello Stretto. E proprio questa connessione – treno + volo – ha permesso a tanti viaggiatori, in particolare dalla Sicilia orientale, di scegliere lo Stretto come porta d’accesso per Roma e Milano. L’offerta funzionava perché integrata. Ma ora, senza partenze serali e con la cancellazione progressiva di Linate e Fiumicino, quel modello rischia di saltare. Il sistema si spezza. E lo scalo diventa meno competitivo.

Intanto Ryanair, vettore low cost sostenuto dalla Regione Calabria, rafforza la sua presenza su Malpensa e altre tratte nazionali, a scapito anche di destinazioni estere che non sono andate niente male specialmente nei mesi estivi (vedi Francoforte – Hann). I voli crescono, la concorrenza si sposta. E ITA si ritira proprio mentre i dati premiano la fedeltà dei viaggiatori reggini. Il 2024 sarà con ogni probabilità l’anno record per l’Aeroporto dello Stretto, con circa 950mila passeggeri. Senza i tagli di ITA, probabilmente, avremmo superato il milione. Eppure, proprio in questa fase di espansione, si cancellano rotte storiche e si riducono le frequenze.

Non è una questione di nostalgia. È una questione strategica. Reggio rischia di perdere quel poco che ha conquistato. Nonostante un bacino che cresce, un load factor stabile, una domanda reale. Le scelte di ITA, pur motivate da logiche economiche, non possono essere considerate solo «aziendali». E qui la politica, lo Stato, ma soprattutto la Regione, dovrebbe far sentire la sua voce e la sua forza. Affinché lo slogan «Reggio Calabria vola» non diventi presto solo un ricordo.

[Courtesy LaCNews24]

Arco Ionico: è necessaria l’emancipazione demografica e politica

di DOMENICO MAZZA – Non c’è alcun dubbio, nell’agone politico, lo Jonio, riesce a esprimere attori che non brillano per lucidità, valore e competenza. Non trovo altre parole per descrivere una classe dirigente incapace di evolversi e guardare oltre. Nonostante il mondo proceda a velocità supersoniche, tra Corigliano-Rossano e Crotone si continua a incedere con il freno motore tirato. Quando la calma, poi, viene spezzata da azioni apparentemente visionarie, si scopre che le stesse rappresentano l’espressione più becera del rinnovamento e, al contempo, l’imperizia di stare al passo con i tempi. Così, mentre altrove, una politica lungimirante firma protocolli d’intesa per la realizzazione di nuovi Policlinici, opzioni di Campus universitari, imminenti aperture di metropolitane leggere, restyling di tracciati e nuovi svincoli autostradali, lungo lo Jonio si lanciano petizioni per riabilitare chi confonde la democrazia con un ring. Si esaltano, ancora, Commissioni Consiliari che svolgono il compitino di ricercare e rilegare, in appositi fascicoli, delibere dei Consigli comunali datate di 30 anni. Si apprezzano, altresì, le opinioni di neo consiglieri regionali che paragonano la Calabria alla Florida, pensando, forse, che i due contesti territoriali siano sovrapponibili. Vieppiù, si disegnano rendering aeroportuali senza uno straccio di studi di fattibilità e incuranti dell’emorragia demografica in cui l’Arco Jonico versa. Dulcis in fundo, a dibattiti di crescita, per tentare una via d’uscita da un pantano che vede i contesti jonici essere sempre ultimi in Italia in ogni statistica, si salutano come conquiste sfalci e potature, nonché la posa di qualche piastrella lungo i marciapiedi delle Città.

La sesta provincia in Calabria: un pensiero che non troverebbe giustificazione neppure a uno spettacolo di cabaret

Quando 20 anni fa l’idea della sesta Provincia calabrese (Sibaritide) fu bocciata in Parlamento, nessuno si stracciò le vesti. Mancavano già allora i requisiti per poter immaginare un ulteriore decentramento in Regione e, inoltre, non esisteva un’idea identitaria e condivisa sulla Comunità che avrebbe dovuto assurgere al ruolo di Capoluogo. Subito dopo l’elevazione di Monza e Brianza, Fermo e dell’ambito BAT, il Testo Unico degli Enti locali venne rimpinguato, nella voce relativa alla istituzione di nuovi Enti, di un tetto demografico e una superficie territoriale minima per poter avanzare richieste di decentramento amministrativo. Contrariamente a quanto pensano gli stolti, la Delrio, intervenuta anni dopo, non influì sul pennacchio provinciale, ma sulla devoluzione dei servizi da Roma. Il decentramento dei servizi amministrativi, fino ad allora concesso senza alcun riferimento demografico all’ambito scorporato da preesistenti contesti, venne fissato su base d’Area vasta e non più su base provinciale. La nuova impostazione normativa, frenò una serie di iniziative rimaste impantanate nel limbo del Parlamento. Non era più la semplice Provincia a rappresentate l’emancipazione di un territorio, ma l’inquadramento di ambiti omogenei, affini e costituiti da almeno 350mila abitanti e 2500km di superficie. La Delrio, invero, non si inventò di cancellare le piccole Province. Razionalizzò, piuttosto, la spesa pubblica come già ampiamente fatto durante il ventennio della Seconda Repubblica, con il processo d’aziendalizzazione statale.

Uno sguardo alla storia: le modifiche avvenute in campo nazionale e regionale sulla distribuzione dei servizi agli ambiti periferici

Nel lontano 2008, l’allora Governo Loiero, riformò l’offerta della ex 11 ASL (Aziende sanitarie locali) calabresi creando le ASP (Aziende sanitarie provinciali) e, contestualmente, diede vita alle AO (Aziende ospedaliere) per inquadrare i neocostituiti ospedali Hub (CZ-RC-CS) a riferimento degli ambiti vasti nord, centro e sud Calabria. Sebbene Crotone e Vibo Valentia fossero già Capoluoghi delle rispettive Province da oltre 16 anni, nessuno dei due ambiti, per ovvi criteri demografici, beneficiò di un’AO. Al contrario, i servizi sanitario-ospedalieri del Crotonese e del Vibonese furono inquadrati nel perimetro vasto dell’AO di Catanzaro, oggi Azienda Ospedaliero-Universitaria Dulbecco. Qualche anno più tardi, poi, Trenitalia, che aveva sostituito Ferrovie dello Stato, riadeguò la mappatura della rete ferroviaria italiana, inquadrando la jonica come ramo secco. Risultato? Nessun treno a lunga percorrenza da Crotone verso nord e spazio ai privati con l’offerta su gomma. Con una riforma più recente, le Camere di Commercio, originariamente ubicate in ogni Capoluogo di Provincia, sono state accorpate sulla base di ambiti comprensivi di almeno 75mila imprese. Di colpo, quindi, le oltre 100 CdC, sono state ridimensionate a 62. Le sedi soppresse, in diversi Capoluoghi italiani, sono state sostituite da dimore di rappresentanza. Anche i distretti Sub-Provinciali Inps, vennero declassati. Si utilizzò per tali uffici l’aggettivo “complessa” a fianco al termine Agenzia. Fortuna che, nell’ultimo caso, la nascita delle Filiali, annoverò tra queste la sede del neonato, al tempo, Comune di Corigliano-Rossano. Questo breve excursus per chiarire, anche ai più incalliti, che la definizione dei servizi periferici da Roma non è stabilità su base provinciale, ma, solo ed esclusivamente, su tetti demografici d’ambiti vasti. Chiaramente, se la Politica jonica non studia quelle che sono state le modifiche storiche intervenute negli anni, non potrà mai partorire idee originali, innovative e, soprattutto, rispettose dei requisiti minimi affinché possano realmente rappresentare il ragionevole tasso di interesse per le popolazioni residenti nell’area perimetrata. Si lancerà, piuttosto, come del resto sta facendo, in idee superate dal tempo e dai fatti, inattuabili e finanche improponibili.

Sibaritide-Pollino: un gigante dai piedi d’argilla. Non servono nuovi Enti. Necessaria la rimodulazione degli ambiti esistenti

A quasi 40 anni dal primo embrione di richiesta d’autonomia nella Piana di Sibari, la sostanza del progetto non è cambiata neppure di una virgola. Fermo restando quanto già definito nei precedenti capoversi e considerata l’inutilità di un piccolo Ente, a fianco di una fittizia autonomia amministrativa resterebbe la consapevolezza di una totale impalpabilità politica del nuovo Ente. È al vaglio del Parlamento l’idea di inquadrare nuovamente le Province come Enti a suffragio universale. Tuttavia, non è neppure lontanamente considerata l’idea di istituire nuove Province. Resta in essere, come stabilito dall’articolo 133 della Costituzione, poter rimodulare gli ambiti provinciali esistenti normalizzando Enti sovradimensionati e riequilibrando contesti sottodimensionati. In quest’alveo si inserisce la proposta “Magna Graecia” che non immagina nuove burocrazie per la Calabria. Disegna, piuttosto, ambiti ragionati e omogenei per creare i presupposti affinché gli stessi concorrano efficacemente e sinergicamente alla crescita dell’intero sistema regionale. Un’idea policentrica, dunque, che si contrappone nettamente a ogni scampolo centralista che ha caratterizzato, sin dalla sua nascita, il deviato regionalismo calabrese. Eppure, una classe politica spenta, incapace di guardare oltre al piccolo steccato municipale, tanto a Corigliano-Rossano quanto a Crotone, continua a non vedere la bontà di detta visione strategica. Meglio impegnarsi, bontà loro, in progetti che vorrebbero cambiare tutto per non cambiare niente. D’altronde, essere proni ai diktat centralisti è una delle prerogative principali con cui gli Establishment jonici elemosinano candidature nelle segreterie politiche dei Capoluoghi storici. 

Uno sguardo al futuro per avviare riforme vincenti da attuare con sussidiarietà

I recenti tentativi di creare nuove sedi decentrate di servizi nelle aree periferiche sembra non ci abbiano insegnato nulla. La vicenda relativa alla possibilità di rifunzionalizzare l’ex tribunale di Rossano, avrebbe dovuto chiarire che il criterio alla base di una riapertura non è la semplice messa in funzione di un Presidio soppresso, ma il suo inquadramento su base territoriale a vasta scala. L’istituzione del tribunale della Pedemontana in Bassano non ricalca l’ex foro bassanese. Amplia, al contrario, l’area di competenza a porzioni dei fori di Treviso, Vicenza e Padova. Sulla stessa scia si inquadrano le probabili aperture in predicato per le città di Alba, Lucera e Corigliano-Rossano. Le dedicate Commissioni parlamentari valuteranno di istituire il nuovo tribunale delle Langhe, tra gli attuali fori di Asti e Cuneo, e il secondo tribunale della Capitanata per razionalizzare l’ambiente geografico dell’immensa provincia di Foggia. Se Corigliano-Rossano non riuscirà a costruire sinergie con Comunità silane e dell’alto Jonio, la possibilità di inquadrare il nuovo Presidio della Sibaritide nella Città jonica sarà sempre più fosca. In funzione di quanto finora descritto, dovrebbe essere interesse della Politica coltivare idee che aprano alle ampie vedute. Qual è il senso di nascondersi dietro flebili processi, ripetitivi e stantii, già monchi numericamente ancor prima di essere concretizzati? Il discorso, naturalmente, vale per la Provincia della Sibaritide che mette su carta 203mila abitanti, rimanendo schiacciata dal peso demografico dei circa 500mila che resterebbero su Cosenza. Ma è altrettanto valido per la questione di un quarto scalo a Sibari che si andrebbe a inquadrare all’interno di una Regione che perde oltre 8000 abitanti l’anno e con una demografia complessiva che non giustificherebbe neppure i tre scali attualmente esistenti. Il vero riformismo non è parcellizzare l’esistente per dare vita a inutili cloni privi di reale autonomia. Al contrario, è necessario promuovere azioni finalizzate a unire e creare proficue sinergie istituzionali tra ambiti omogenei per generare ambienti politico-amministrativi paritetici, in dignità istituzionale, a quelli esistenti. Su questa scia, l’amalgama degli Ambiti crotonese e sibarita può rappresentare la biogeocenosi vincente per realizzare un contesto equanime a quello dei Capoluoghi storici. Non esiste altra strada per emancipare demograficamente e, soprattutto, politicamente, tutto l’Arco Jonico calabrese. L’invito, pertanto, a riflettere e soprattutto a evitare di promuovere e sponsorizzare proposte che nell’opinione pubblica di altri contesti geografici suscitano solo ilarità e scherno. (dm)

(Comitato Magna Grecia)

Quante dimenticanze nel Masterplan di Reggio Calabria

di PINO FALDUTO A Palazzo San Giorgio si è tenuto un nuovo incontro sul Masterplan 2050.

Un appuntamento che, come molti altri, viene presentato come un momento di “ascolto e condivisione”, ma che nei fatti si riduce all’ennesima passerella di parole, senza un vero confronto con chi rappresenta il mondo produttivo e senza alcun documento pubblico, verificabile o condiviso.

Il Masterplan 2050 viene descritto come la “visione del futuro della città”, ma se si leggono le linee guida, non si trova una sola proposta urbanistica innovativa, né un solo progetto concreto in grado di incidere realmente sullo sviluppo economico del territorio.

Si ripetono gli stessi slogan di vent’anni fa: mobilità leggera, sostenibilità, rigenerazione urbana, transizione verde.

Tutte parole giuste, ma prive di contenuto se non accompagnate da un piano operativo realistico e da una conoscenza delle dinamiche economiche e sociali del territorio.

Manca completamente un’analisi delle attività produttive, commerciali e turistiche già esistenti, così come non risultano considerate le proposte già avanzate negli ultimi anni da operatori privati e imprenditori locali.

Chi lavora e investe quotidianamente a Reggio Calabria viene sistematicamente ignorato, come se non esistesse.

Il risultato è che, ancora una volta, si rischia di approvare un piano calato dall’alto, scollegato dalla realtà, utile solo a chi deve dimostrare di aver “presentato un progetto” ma non a chi deve poi viverlo e realizzarlo.

Ed è qui che si misura tutta la distanza tra le parole e i fatti.

Si vantano di essere i primi ad aver ideato una cosiddetta “Valutazione di Impatto Generazionale”, ma se davvero avessero voluto dare seguito a ciò che predicano, non avrebbero dovuto presentarla subito, come parte integrante del Masterplan?

In realtà, non si tratta affatto di un’idea nuova: è un’indicazione europea, nata nel solco delle mille strategie e visioni scritte negli ultimi decenni e mai realizzate.

Ancora una volta, quindi, predicano bene e razzolano male, e si limitano a riempire di parole altisonanti quello che rimane, nei fatti, un documento vuoto.

Eppure il Ponte sullo Stretto è ormai una realtà in fase di avvio. Qualsiasi pianificazione strategica che non parta da questa premessa è già superata. Parlare di Masterplan 2050 senza considerare gli effetti del Ponte sulla mobilità, sui collegamenti, sulla logistica e sull’attrattività dell’area metropolitana è un errore gravissimo.

Significa non comprendere che il Ponte cambierà radicalmente la geografia economica dello Stretto e che Reggio Calabria dovrà essere pronta a coglierne le opportunità.

Ma di questo, nel piano, non c’è traccia. Così come non c’è una sola parola su tutta la linea costiera reggina, dal litorale di Catona – dove era previsto un porto già inserito nel Decreto Reggio e mai realizzato – fino a Capo d’Armi, passando per il centro storico, il porto commerciale, il waterfront, le aree ex industriali, Porto Bolaro e i progetti turistici e urbanistici legati a Mediterranean Life.

Un asse strategico che dovrebbe rappresentare il cuore economico, logistico e turistico della città, e che invece continua a essere trattato come una somma di spazi marginali, senza una visione unitaria né una direzione di sviluppo.

Eppure proprio qui, lungo questa fascia costiera, si concentrano le uniche iniziative private di rilievo già esistenti o in corso di progettazione: realtà che generano occupazione, attraggono investimenti e costruiscono futuro, ma che non vengono nemmeno citate.

Si parla genericamente di “città sostenibile”, “città vivibile” e “mobilità dolce”, ma mentre si riempiono la bocca di queste parole, vengono di fatto annullate le fermate ferroviarie che collegano le strutture commerciali e produttive con il territorio, impedendo di utilizzare la ferrovia come vera metropolitana di superficie.

Un paradosso che smentisce nei fatti ogni slogan sulla “mobilità sostenibile” e rivela l’assenza di una strategia seria di integrazione dei trasporti con le funzioni urbane e produttive della città.

Questa impostazione, se dovesse passare senza opposizione, produrrebbe gli stessi effetti del PSC, del Piano Spiaggia e del PQRTP regionale: strumenti nati per “favorire lo sviluppo”, ma che si sono trasformati in trappole burocratiche capaci di bloccare qualsiasi iniziativa, anche la più semplice.

Ecco perché serve una presa di posizione netta.

Per questo motivo ho presentato una richiesta formale a Confindustria Reggio Calabria per la convocazione straordinaria e urgente dell’Assemblea, affinché l’Associazione, prima che il Masterplan 2050 venga approvato, possa: analizzarne il contenuto reale; verificarne la coerenza con le prospettive economiche legate al Ponte sullo Stretto; valutare la compatibilità con le iniziative produttive e turistiche già in corso lungo l’intero asse costiero; ed elaborare un documento ufficiale da trasmettere alle istituzioni come posizione condivisa del mondo imprenditoriale reggino.

Non possiamo continuare ad assistere passivamente alla costruzione di piani che ignorano la realtà.

La programmazione territoriale deve nascere dal basso, dal confronto con chi produce valore, non da studi astratti o da modelli importati da altre città. Reggio Calabria non ha bisogno di nuovi slogan: ha bisogno di concretezza, visione, scelte coraggiose e di una classe dirigente capace di mettere al centro le imprese, i lavoratori e i cittadini. La pianificazione non deve essere un alibi per non decidere. Deve essere uno strumento di crescita, di libertà e di opportunità.

E questo Masterplan 2050, così com’è impostato, non lo è.

Se non si parte dalla realtà, ogni piano diventa un ostacolo. (pf)

(Imprenditore)

Famiglie monoreddito con figli, la Calabria è maglia nera

di RAFFAELE FLORIO – Openpolis fotografa una situazione che, per la Calabria, appare allarmante: città come Vibo Valentia, Crotone, Reggio Calabria e Catanzaro figurano ai primi posti per incidenza di famiglie monoreddito con bambini piccoli.

Questo fenomeno, lungi dall’essere un semplice indicatore statistico, riflette criticità profonde nei sistemi locali del lavoro, nei servizi di welfare e nelle politiche di sostegno alla genitorialità.

A partire da questi dati, abbiamo intervistato, con cinque domande di carattere tecnico, il demografo dottor Giovanni Durante, per approfondire le cause, le responsabilità e le possibili strategie di intervento utili a ridurre la vulnerabilità economica delle giovani famiglie calabresi.

– Dottor Durante, i dati evidenziano che Vibo Valentia e Crotone figurano tra i primi dieci capoluoghi italiani per incidenza di famiglie monoreddito con figli di età inferiore ai sei anni. Quali fattori strutturali, economici o demografici possono spiegare una simile concentrazione?

«Innanzitutto cominciamo col dire che purtroppo l’Italia continua ad essere un Paese in cui prevalgono le famiglie monoreddito, dato che le famiglie con due o più occupati, al momento della pandemia da Covid-19, rappresentavano solo il 44,6% del totale delle famiglie della penisola. Un dato, questo, conseguenza soprattutto del basso tasso di occupazione femminile (53% a gennaio 2024, mentre quello maschile tocca il 70,5%), ostacolato non solo da una domanda di lavoro insufficiente ma anche dalle difficoltà che le donne con carichi familiari hanno nel conciliare famiglia e lavoro, specialmente se hanno più figli, in assenza di servizi adeguati. Difficoltà che aumentano se le donne hanno una bassa qualifica.

È interessante poi notare che alcuni studi – come quello della sociologa Chiara Saraceno – hanno evidenziato come siano soprattutto le coppie con figli più piccoli a mostrare una maggiore asimmetria di genere nell’occupazione e quindi un divario maggiore rispetto a quelle senza figli conviventi, poiché in quest’ultime risultano occupati il 46% di entrambi i componenti della coppia, a fronte di un tasso di occupazione del 29% che si registra invece nelle coppie con figli conviventi.

Su questo quadro complessivo nazionale si innesta poi il divario territoriale, dal momento che da un lato, se la quota di coppie con entrambi i partner occupati si attesta al 55,4% nel Nord Italia, tale percentuale scende al 26,4% nelle regioni meridionali; e dall’altro, se nel Nord ben il 65,3% delle famiglie con figli ha due o più occupati, questa percentuale si riduce a poco più di un terzo nel Sud Italia».

In contesti territoriali caratterizzati da alta disoccupazione e bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, quali misure ritiene più efficaci per incentivare la pluri-occupazione familiare e sostenere l’occupazione genitoriale, in particolare quella delle madri?

«Anche in questo campo abbiamo molti esempi edificanti che ci vengono dagli altri Paesi occidentali. Ma sarebbe auspicabile che tali interventi fossero racchiusi in un unico “pacchetto”.

Si dovrebbe innanzitutto promuovere la cosiddetta parità salariale tra uomo e donna (si badi che nel nostro Paese la differenza salariale annuale complessiva – “gender overall earnings gap” – tra uomo e donna arriva al 43%, mentre la media europea è del 15%).

Si dovrebbero promuovere maggiori sgravi contributivi per le imprese o i datori di lavoro che assumono donne, così come si potrebbe istituire un fondo di sostegno per l’imprenditoria femminile. Altre strategie potrebbero comprendere l’offerta di congedi parentali più flessibili e, naturalmente, il varo di un serio piano nazionale per i servizi della prima infanzia. Solo per fare degli esempi».

– La prevalenza di città del Mezzogiorno in questa graduatoria suggerisce un divario territoriale ancora marcato. A suo giudizio, quali limiti delle politiche di coesione e delle misure di welfare territoriale emergono da questi dati?

«Ma guardi, mi verrebbe innanzitutto da dire che mi sembra quasi del tutto assente una vera e propria politica di coesione territoriale degna di tale nome.

In Francia, ad esempio, è stata istituita un’Agenzia nazionale per la coesione territoriale, che da noi esisteva ed è invece stata soppressa, divenendo un semplice dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Sta inoltre entrando nel vivo il dibattito sulle politiche di coesione europee post-2027 (quando scadrà l’attuale programmazione). La proposta della Commissione europea, attesa entro la fine dell’anno, si intreccia con il dibattito sull’eredità di Next Generation EU e, in particolare, del Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza (RRF) e quindi con i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza.

Ebbene, tra gli scenari possibili vi è quello che vedrebbe la politica di coesione così come esistita finora trasformata secondo il paradigma dell’RRF, e questo comporterebbe una centralizzazione a livello nazionale delle fasi di definizione, programmazione e implementazione stessa degli interventi, a discapito dell’approccio territoriale place-based. Approccio nuovo che andrebbe quindi ponderato molto bene e che sta spingendo molte regioni a mobilitarsi per riaffermare la centralità del loro ruolo nella politica di coesione».

– Alla luce della limitata capacità di spesa degli enti locali, quali strategie di governance o di programmazione integrata potrebbero essere adottate dai comuni per ridurre la dipendenza da un solo reddito familiare e promuovere modelli di resilienza socioeconomica?

«Cominciamo innanzitutto col dire che anche qui ogni possibile intervento si scontra con l’enorme divario territoriale esistente. Perché, se prendiamo i dati della Fondazione IFEL, notiamo subito che, a fronte di una media di spesa nel sociale di 160 euro per abitante, i comuni del Centro-Nord (150 euro a persona) spendono quasi il doppio di quelli del Mezzogiorno (80 euro a persona).

Divari territoriali che appaiono strutturali, con un Nord sempre al di sopra del resto del Paese, un Centro che insegue e un Mezzogiorno perennemente in affanno. E la situazione, già grave, si fa drammatica quando scendiamo a livello regionale, poiché in Calabria la spesa sociale per abitante è di appena 24 euro, molto inferiore persino a quella di altre regioni meridionali come la Campania (55 euro per abitante), la Puglia (77 euro per abitante) o la Sicilia (80 euro per abitante).

Servono quindi maggiori risorse in primo luogo, ma bisognerebbe anche ridurre l’eccessiva frammentazione di una regione con ben 404 comuni».

– In che misura la carenza di infrastrutture sociali – come asili nido, servizi educativi integrativi e politiche di conciliazione tra vita e lavoro – incide sulla tendenza al monoreddito e sulla vulnerabilità delle famiglie con minori?

«Incidono moltissimo, a mio modesto parere. Prendiamo ad esempio gli asili nido. Questi hanno tutta una serie di capacità strategiche, in quanto aiutano le donne a mantenere il loro posto di lavoro, incentivano la socialità dei bambini e delle bambine, e tutti gli studi concordano nell’affermare che tra i maggiori fattori di rischio per far scivolare una famiglia verso la povertà ci sono proprio l’avere un reddito monogenitoriale e la presenza di uno o più bebè in famiglia.

Alla luce di questi dati è facile capire perché gli asili nido siano un servizio prezioso. Eppure, nonostante la copertura di posti in assoluto si attesti oggi al 30%, il numero di posti disponibili in rapporto al numero dei bambini è però rimasto stabile intorno ai 350.000 posti autorizzati, per via del calo della natalità.

Senza contare poi l’enorme divario territoriale esistente, che vede la Calabria con 15,6 posti ogni 100 bambini, a fronte dei 46,5 dell’Umbria o – se si limita il raffronto ai soli capoluoghi di provincia – i 22,8 posti di Vibo a fronte dei 48,8 posti di Mantova». (rf)

(Courtesy LaCNews24)

La nuova Giunta regionale e le deleghe del Presidente

di SANTO STRATI – È stato un parto rapido, com’è nello stile dell’”uomo del fare”, qual è Roberto Occhiuto, ma non indolore, visti gli inevitabili malumori provocati soprattutto negli alleati di Noi Moderati che saltano un giro, in attesa della Giunta a nove. Ma è un governo regionale che ha le carte in regola per affrontare con piglio deciso le sfide che attendono la Calabria già nei prossimi mesi e negli anni a venire. Competenza e capacità sono i criteri che hanno guidato le scelte, ma parliamo di politica e, si sa, l’arte del compromesso fa parte delle regole del gioco. La scelta di sei consiglieri come assessori equivale a creare altrettanti consiglieri “supplenti” (e sappiamo che in molti scalpitavano in attesa dei nomi…), ma è da mettere in evidenza la scelta di un tecnico (Minnenna) al Bilancio, dove servono esperienza e capacità operative. Libero da “ingiustificate” indagini che avevano legittimato inevitabilmente ingenerosi sospetti sulla sua persona, Minnenna avrà modo di mostrare quanto sa lavorare con i numeri, soprattutto con la scadenza ormai prossima (a fine 2026) del PNRR.

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le delghe più pesanti e cruciali per  alimentare la visione e l’idea di sviluppo che ha in mente: gli asset strategici (cultura, turismo, infrastrutture  – ovvero Ponte, Ue, etc) saranno la leva per svegliare questa terra da un torpore non più tollerabile.

I calabresi le hanno ridato fiducia con grandi numeri: Presidente persegua la sua visione e non li deluda.

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Le deleghe del Presidente

Il Presidente Occhiuto ha tenuto per sé le deleghe più pesanti, quelle strategiche, in attesa di riassegnarne qualcuna quando sarà varato il provvedimento che porta a nove il numero degli assessori, allineando lo Statuto regionale alle nuove norme vigenti in materia di Regioni.

Sono dleghe cruciali, soprattutto quella Alle Infrastrutture e sistemi infrastrutturali complessi: il pensiero corre subito al Ponte sullo Stretto e alla sua valenza strategica per lo sviluppo non solo delle due regioni interessate da di tutto il Mezzogiorno e dell’intero Paese. A questo proposito, c’è da mettere in evidenza che mentre in Sicilia hanno predisposto una valanga di richieste di opere compensative con relativi progetti, in Calabria tutto ancora tace, forse anche per l’indisponente atteggiamento negativo e contrario del sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà (oggi diventato consigloiere regionale del PD, della sindaca di Villa San Giovanni Giusy Caminiti e del sindaco di Campo Calabro Sandro Repaci. Si deve guardare oltre il Ponte e immaginare uno sviluppo del territorio che può “usufruire” delle opportunità offerte dalla grande Opera che il Parlamento italiano ha varato. Lo stop temporaneo della Corte dei Conti non ferma il progetto, ma ne ritarda l’avvio, però sulle proposte per le opere compensative sul territorio calabrese non si può aspettare ancora oltre.

Inoltre, Occhiuto trattiene per sé la Cultura e gli asset strategici: marketing territoriale, promozione, protezione civile e, soprattutto, salute. Fino a quando ci sarà il commissariamento non è possibile nominare un Assessore alla Sanità, ma farebbe bene Occhiuto a cominciare a pensarci su. Con una botta di “coraggio”  politico potrebbe fare una scelta trasversale (Rubens Curia, di sinistra, medico e con ampia competenza di conti nella sanità) e raggiungere due risultati eccellenti: l’uomo giusto al posto giusto e l’opposizione che avrebbe poco da ridire sulle scelte del Governo regionale per la sanità.

Poi c’è la Cultura, che richiede competenza e capacità: Occhiuto ce l’ha entrambe, ma gli manca il tempo, quindi sarebbe un assessore dimezzato. Deve trovare l’uomo o la donna giusti.

Ultima annotazione: non c’è una delega specifica per l’Ambiente che richiederebbe la massima attenzione. Ma questa è una Giunta in fieri: vedremo come finirà la schermaglia con Noi Moderati che pur avendo portato voti (4%) è  stata “rimandata” nonostante le aspettative del partito di Lupi, che pensava di poter partecipare al Governo. È stato uno schiaffo a Lupi e si attendono reazioni. Intanto si cominci a lavorare, a litigare c’è sempre tempo. (s)

Ecco la nuova Giunta: Occhiuto ha firmato le deleghe agli assessori
La vicepresidenza a Filippo Mancuso (Lega)

La Calabria ha il suo nuovo Governo regionale. Roberto Occhiuto ha firmato il decreto con il quale  vengono nominati i nuovi assessori ed assegnate le relative deleghe.

«Ad eccezione di un unico componente tecnico dell’esecutivo, tutti gli assessori erano candidati alle ultime elezioni regionali, viene ovviamente garantita la rappresentanza di genere, così come c’è stata la giusta attenzione agli equilibri territoriali: ogni circoscrizione elettorale – Nord, Centro, Sud – avrà due rappresentanti», ha spiegato Occhiuto, aggiungendo come «la nuova Giunta parte subito con sette assessori».

La vicepresidenza è stata affidata a Filippo Mancuso (Lega), con competenze di indirizzo politico in materia di lavori pubblici, urbanistica, difesa del suolo e politiche della casa.

Gli assessori sono: Giovanni Calabrese (FDI) con competenze di indirizzo politico in materia di sviluppo economico, lavoro e politiche attive del lavoro, turismo, fiere nazionali ed internazionali nelle materie allo stesso delegate.

Gianluca Gallo (FI) con competenze di indirizzo politico in materia di agricoltura e relative attività di promozione, ivi incluse le fiere nazionali ed internazionali in materia, risorse agroalimentari, forestazione, aree interne, minoranze linguistiche e trasporto pubblico locale;

Eulalia Micheli(Occhiuto Presidente) assessore con competenze di indirizzo politico in materia di istruzione, sport e politiche per i giovani;

Marcello Minenna, assessore con competenze tecniche di indirizzo in materia di bilancio e patrimonio, programmazione fondi nazionali e comunitari, transizione digitale, energia, enti strumentali, fondazioni e società partecipate;

Antonio Montuoro (FDI), con competenze di indirizzo politico in materia di valorizzazione del capitale umano ed innovazione nel lavoro pubblico, legalità e sicurezza, valorizzazione dei beni confiscati, cooperazione internazionale ed ambiente;

Pasqualina Straface (FI), con competenze di indirizzo politico in materia di inclusione sociale, sussidiarietà e welfare, pari opportunità, benessere animale.

Vengono, infine, riservate alla diretta competenza del presidente della Giunta: Cultura, rapporti con l’Unione europea, marketing territoriale, promozione della Calabria e dei suoi asset strategici, attrazione degli investimenti e incoming, infrastrutture di trasporto e sistemi infrastrutturali complessi, edilizia sanitaria, iniziativa legislativa, protezione civile, salute e servizi sanitari, ogni altra materia non espressamente attribuita alla competenza di un assessore.

«Prende ufficialmente il via l’avventura della nuova Giunta che guiderà la Regione Calabria nel corso del mio secondo mandato», ha commentato Occhiuto, ringraziando «sentitamente i vertici nazionali e regionali dei partiti della maggioranza per il sostegno, la fiducia e la preziosa collaborazione che hanno dimostrato durante la campagna elettorale prima e nel dare forma, con scelte collegiali, a questa nuova squadra di governo poi».

Il Governatore, poi, ha annunciato che «già a novembre porteremo in Consiglio regionale la legge per modificare lo Statuto calabrese e adeguarlo alla nuova legislazione nazionale: al termine delle due letture previste, nei prossimi mesi, avremo dunque la possibilità di allargare la squadra, arrivando a nove componenti».

«I due nuovi assessori in più verranno proposti, uno ciascuno, da Lega e da Noi Moderati.

Al vice presidente e agli assessori i più sinceri auguri di buon lavoro», ha concluso. (rrm)

Il ministro della Salute Schillaci a Catanzaro
Memorandum delle cose che servono alla Calabria

di GIACINTO NANCI – Le diamo il benvenuto a Catanzaro sig. Ministro della Salute on. Schillaci, la ringraziamo della visita e cogliamo l’occasione di porgerle alcune domande sulla sanità calabrese. Il governatore Occhiuto è stato riconfermato Commissario ad Acta per il piano di rientro sanitario cui è sottoposta la Calabria dal dicembre 2009. Un incarico (che già detiene da oltre tre anni) per riportare la sanità calabrese alla “normalita”. Ricordiamo a tutti noi che la Calabria è sottoposta al piano di rientro sanitario dal dicembre 2009 e, per questo, ha la sua sanità commissariata dal 2011. Inoltre, dal 2019 la Calabria ha commissariate tutte e 5 le sue Asp e i tre ospedali regionali. Ed è per questo che sorge spontanea una domanda: «perché questa ulteriore rinomina a commissario del governatore Occhiuto che governa la Calabria dal 2022, sia come governatore che come commissario alla sanità, dovrebbe portare la sanità calabrese alla “normalita”, se né Lui negli ultimi tre anni né gli altri otto commissari che lo hanno preceduto dal 2011 ci sono riusciti? La prova del fallimento, non solo di Occhiuto, ma di tutti gli altri commissari (e questo deve far pensare perché ad esempio il ponte caduto a Genova è stato ricostruito dal commissario in un anno) è data dal fatto che l’ultimo dato che misura le spese dei calabresi costretti alle cure mediche fuori regione è arrivato alla stratosferica cifra di 308 milioni di euro, e che il numero dei calabresi che evita di curarsi per motivi economici è di quasi il doppio della media italiana. Non le sembra, sig. Ministro Schillaci, che è normale che i calabresi si sentono ancora una volta presi in giro? Come lo si sentono anche per la norma che il suo Governo ha messo nella legge finanziaria 2025 sulla riduzione dell’Irpef, che porterà nelle tasche degli italiani circa 300 euro in più. Ma lo sa, sig. Ministro, che i lavoratori calabresi, con un imponibile lordo di circa 20.000 euro, pagano in più di Irpef ben 428 euro in più rispetto agli altri lavoratori italiani già dal lontano dicembre 2009, a causa dell’imposizione del piano di rientro sanitario, e che un imprenditore calabrese, con un imponibile lordo di un milione di euro, sempre per lo stesso motivo, paga in più ben 10.700 euro? E, poi, noi calabresi paghiamo in più le accise sulla benzina (il tutto per oltre cento milioni all’anno), abbiamo il blocco del turn over in sanità e abbiamo avuti chiusi ben 18 ospedali. Credo che ci sia, quindi, un giusto motivo per sentirsi ancora una volta presi in giro. Noi, quindi, ci permettiamo di suggerire cosa sarebbe giusto fare per i malati calabresi. Prima di tutto, segnalarle il fatto che il piano di rientro sanitario è stata una ingiustizia in quanto, dati dei Centri Pubblici Territoriali (facenti parte del Sistan – Sistema Statistico Nazionale) dicono che la Calabria ha speso dal 2000 al 2018 in media 1612 euro/anno pro capite contro i 2217 della Lombardia, quindi se la Calabria avesse speso pro capite quanto la Lombardia (mai andata in piano di rientro) avrebbe potuto spendere, in quegli anni, oltre 20 miliardi in più per i suoi malati. Sorge, allora, spontanea una domanda come mai alla Calabria, che è stata la terzultima regione per spesa sanitaria pro capite fin dall’anno 2000, è stato imposto il piano di rientro sanitario?

Sig. Ministro, alla Calabria è stato imposto il piano di rientro perché ha da sempre ricevuto, rispetto alle altre regioni, meno fondi pro capite per la sua sanità. Avrebbe, invece, dovuto riceverne molto di più rispetto alle altre regioni perché, tra i suoi abitanti, ha molti malati cronici in più rispetto alle altre regioni. Di questo, sig. Ministro, dovrebbe esserne a conoscenza perché nel suo Ministero c’è il Dca n. 103 del 30 settembre 2015, firmato dall’allora commissario ad acta ing. Scura che, alla pagina 33 dell’allegato n. 1 dello stesso, il commissario scriveva «si segnala la presenza in Calabria di almeno il 10% di malati cronici in più del resto d’Italia». Essendo il decreto fornito di dettagliate tabelle, è stato facile calcolare allora in 287.000 i malati cronici presenti in più in Calabria rispetto al resto d’Italia. Da notare che l’ing. Scura non ha potuto mandare direttamente il Cda al Suo Ministero, ma lo ha dovuto mandare prima al Ministero dell’Economia, che deve valutare “preventivamente” i decreti della Calabria in piano di rientro perché devono essere “votati” più all’economia e al risparmio che non alla salute dei calabresi (della serie tutti non possono non sapere). Quindi, la Calabria è stata ingiustamente sottoposta al piano di rientro perché i pochissimi fondi che ha da sempre ricevuto non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più ed ha sforato la spesa sanitaria, nonostante, lo ripetiamo, che la sua è la spesa sanitaria pro capite più bassa delle altre regioni. Ma, per salvare i malati calabresi dai viaggi della speranza e dal fatto che sono in numero altissimo, quelli che evitano di curarsi per motivi economici una cosa si potrebbe fare sig. Ministro Schillaci: applicare in toto il comma 34 dell’art.1 della legge 662 del 1996. Sì, sig. Ministro, applicare semplicemente una “vecchia” legge dello Stato Italiano che prevede il riparto dei fondi sanitari alle regioni in base alla “Epidemiologia”, che vuol dire maggiori fondi dove ci sono più malati cronici come in Calabria. Purtroppo è sempre avvenuto il contrario: pochissimi fondi alla Calabria dove ci sono stati e ci sono, maggiormente adesso, più malati cronici che non nelle altre regioni italiane. Grazie sig. Ministro della sua venuta a Catanzaro, adesso aspettiamo, come malati calabresi, l’applicazione della legge dello Stato che ci potrebbe salvare oltre ovviamente alla immediata chiusura del piano di rientro che tanti danni ha fatto ai malati calabresi e anche a tutta la sua economia. 

(Medico di Famiglia

in pensione ed ex ricercatore Health Search)

Né sussidi né politiche che disperdono risorse: alla Calabria serve una prospettiva di crescita

di FRANCESCO AIELLO – A una settimana dalla presentazione del Rendiconto Sociale Regionale 2024 dell’Inps, il dibattito sui contenuti resta vivace, segno che il documento tocca questioni strutturali e irrisolte della realtà economica e sociale calabrese. Tuttavia, gran parte della stampa e delle emittenti regionali si è limitata a rilanciare i dati principali e le dichiarazioni istituzionali, senza tentare un’analisi delle cause o delle implicazioni. Eppure, i numeri del rapporto, se letti nel loro insieme, offrono molto più di una fotografia: raccontano un mercato del lavoro fragile, specchio di una struttura economica sbilanciata verso settori a bassa produttività e scarsa innovazione. Comprendere queste connessioni è il primo passo per trasformare la pubblicazione dell’Inps da semplice rassegna statistica a diagnosi economico-sociale della Calabria contemporanea.

Il Rapporto dell’Inps fornisce infatti una base informativa ampia e dettagliata: decine di indicatori su giovani, retribuzioni, disoccupazione, politiche di sostegno al reddito e regolarità contributiva delineano l’immagine coerente di una regione in cui la fragilità del lavoro non è congiunturale, ma strutturale. È una mole di dati che merita di essere interpretata come parte di un unico racconto: quello di un’economia regionale ancora lontana da una piena maturità produttiva.

La radice delle fragilità risiede nella struttura settoriale del sistema economico regionale, che riflette un modello di sviluppo polarizzato su comparti a basso valore aggiunto e scarsamente innovativi. La sezione del rapporto che riporta la distribuzione delle imprese e degli occupati per settore ne offre una chiave di lettura eloquente. Su circa 500.000 occupati complessivi, solo il 6,3% (31.602 unità) lavora nel manifatturiero in senso stretto. La gran parte dell’occupazione si concentra invece in agricoltura (10,8%, pari a 53.980 addetti complessivi), nel commercio (10%, 49.139 occupati) e nei servizi di alloggio e ristorazione (6,1%, 30.247 occupati). La quota più rilevante, tuttavia, è assorbita dai servizi pubblici – scuola, sanità, amministrazione dello Stato ed enti locali – che nel complesso impiegano oltre 140.000 persone, ossia poco più di un terzo dell’occupazione regionale. Alla fragilità settoriale si aggiunge una debolezza dimensionale del tessuto imprenditoriale. Nel 2024, l’Inps rileva 147.270 imprese, di cui il 97% è costituito da microimprese (1-9 addetti): unità spesso familiari, poco patrimonializzate, con scarsa propensione all’innovazione, limitate economie di scala e difficoltà di accesso al credito. Solo una quota minima (0,38%, pari a 553 imprese) rientra nella fascia medio-grande (oltre 50 addetti). Il quadro non cambia nel settore manifatturiero: su 4.001 imprese registrate, 3.381 (oltre l’84%) sono micro, 565 di piccola dimensione (10-49 addetti) e appena 45 superano i 50 addetti, in genere le più aperte ai mercati internazionali e più inclini a investire in ricerca e sviluppo.

Questi dati settoriali trovano un riscontro diretto negli indicatori sociali e occupazionali, che ne rappresentano le conseguenze più tangibili. In un sistema economico dominato da microimprese e da settori a basso valore aggiunto, le opportunità di lavoro sono spesso discontinue, scarsamente qualificate e mal remunerate. Non stupisce, dunque, che il Rapporto dell’Inps restituisca l’immagine di un mercato del lavoro in cui la fragilità occupazionale si intreccia con la povertà salariale e con il rischio di esclusione sociale.

Il tasso di NEET, pari al 26,2% contro il 15,2% della media nazionale, rappresenta uno degli indicatori più eloquenti di questa debolezza strutturale. Un giovane su quattro non studia e non lavora, non solo per mancanza di volontà, ma per l’assenza di un canale di ingresso stabile. Si tratta dell’effetto congiunto di una domanda di lavoro poco qualificata, di percorsi formativi non allineati alle esigenze produttive e di politiche attive del lavoro ancora frammentate. Il rischio maggiore, tuttavia, è di lungo periodo: i NEET di oggi saranno tra 15-20 anni adulti privi di competenze e con scarsa occupabilità, destinati non solo a ridurre il potenziale di crescita della regione, ma anche a gravare sui sistemi di welfare.

La carenza di lavoro qualificato si accompagna a una diffusione elevata del part-time, che coinvolge il 44,2% dei dipendenti, con punte del 62,5% tra le donne, a fronte di una media nazionale del 27,5%. Nella maggior parte dei casi si tratta di forme contrattuali non volute, ma legate alla stagionalità (agricoltura, turismo in primis) e alla frammentazione del sistema produttivo. Colpisce inoltre che la fascia più interessata non sia quella dei giovani in ingresso, ma quella degli adulti tra i 30 e i 50 anni: segno che la precarietà non è più transitoria, ma un tratto permanente del mercato del lavoro calabrese. Le conseguenze sono evidenti: minore produttività, salari ridotti, bassa contribuzione previdenziale e una crescente vulnerabilità economica.

Le retribuzioni ne sono un riflesso diretto. La retribuzione giornaliera media in Calabria è inferiore di circa il 27% rispetto alla media nazionale: 77,9 euro per gli uomini e 58 euro per le donne, contro 107,5 e 79,8 euro in Italia. Nei settori a più alta intensità di lavoro, come alloggio e ristorazione, il divario resta ampio (–22% per gli uomini, –20% per le donne). All’interno della regione, poi, le retribuzioni nel comparto turistico-ricettivo risultano molto più basse della media economica complessiva: -34,9 euro per gli uomini e -5,4 euro per le donne al giorno. Si tratta di numeri che descrivono un’economia dove la competitività, in presenza di bassa produttività, si fonda sulla compressione del costo del lavoro, anziché sulla qualità dei processi, mentre la mancanza di investimenti selettivi in tecnologia e in capitale umano alimenta un ciclo di stagnazione salariale e produttiva.

Anche i dati su NASpI e Cassa Integrazione Guadagni (CIG) rimandano alla stessa diagnosi. Nel 2024 sono state accolte 161.492 domande di NASpI, destinate ai lavoratori subordinati disoccupati per cause involontarie, e autorizzate 2,34 milioni di ore di CIG, a beneficio dei dipendenti sospesi o a orario ridotto. Questi numeri non descrivono fluttuazioni congiunturali, ma un equilibrio di precarietà in cui la disoccupazione è ricorrente e la cassa integrazione diventa un meccanismo ordinario di gestione dell’instabilità produttiva. Il sistema calabrese riesce dunque ad assorbire forza lavoro, ma non a stabilizzarla: un assetto che compromette la crescita dei redditi, indebolisce la base contributiva e mina la coesione sociale.

Per invertire questa traiettoria non bastano interventi parziali o misure emergenziali: serve una strategia di sviluppo che accompagni nel medio periodo il cambiamento strutturale dell’economia calabrese. Non è più tempo di politiche orizzontali, rivolte indistintamente a tutti i settori e a tutti i territori. La storia degli ultimi decenni mostra con chiarezza che non tutti i comparti produttivi sono uguali, né tutte le aree della regione possiedono le stesse potenzialità di crescita. Dopo un lungo periodo di persistenti ritardi, dovrebbe essere ormai acquisita la consapevolezza che lo sviluppo non è automatico, ma deve concentrarsi là dove esistono condizioni favorevoli, risorse endogene, capitale umano e reti produttive capaci di generare effetti moltiplicativi. Occorre dunque un cambio di paradigma: dalle politiche orizzontali a un approccio verticale e selettivo, nel quale l’agenda degli interventi sia guidata da criteri di priorità sia settoriali sia territoriali. Solo una politica di sviluppo che scelga dove e su cosa investire potrà contribuire a bloccare il declino.

In questa prospettiva, la Calabria può e deve puntare su tre assi strategici. Il primo riguarda la specializzazione produttiva: spostare progressivamente il baricentro dell’economia verso comparti ad alto contenuto tecnologico e di conoscenza – come la manifattura evoluta, la logistica intermodale, i servizi digitali e la bioeconomia – favorendo investimenti mirati e partenariati pubblico-privati. Le università e i centri di ricerca regionali possono diventare piattaforme di innovazione territoriale, ma solo se sostenuti da politiche industriali coerenti e da un quadro istituzionale capace di ridurre l’incertezza amministrativa. Dal lato delle università, serve un trasferimento tecnologico più efficace: laboratori congiunti con selezionati gruppi di imprese, dottorati industriali in comparti prioritari, contratti di ricerca e una gestione della proprietà intellettuale orientata a portare soluzioni dalla ricerca applicata all’industrializzazione, con esiti misurabili in contratti conto terzi, spin-off e licenze. Il secondo asse è il rafforzamento del capitale umano. Le imprese non possono innovare senza competenze adeguate, e la formazione non può funzionare senza una domanda reale di lavoro qualificato. Occorre dunque coordinare istruzione tecnica e università con le traiettorie di sviluppo industriale, costruendo percorsi formativi permanenti e coerenti con i fabbisogni del sistema produttivo. Il terzo asse, infine, investe la qualità istituzionale, prerequisito di ogni strategia di crescita. Senza tempi certi, semplificazione procedurale e legalità amministrativa, anche le migliori politiche industriali perdono efficacia. Una governance efficiente è il primo segnale di credibilità verso imprese, investitori e cittadini, e può trasformare la fiducia in motore di sviluppo.

Tuttavia, un modello di sviluppo realmente sostenibile deve poggiare su un’idea di economia capace di competere nei mercati internazionali con prodotti di qualità e ad alto contenuto tecnologico. È ormai chiaro a tutti che la crescita della Calabria non potrà fare leva sulla domanda interna o sulla spesa pubblica, ma richiederà un’ampia e stabile presenza di imprese che operano nei mercati esteri e nei settori più dinamici.

Perché questa traiettoria si realizzi, occorre mobilitare capitali e competenze adeguate. Da qui una domanda cruciale: su chi e con quali capitali fare affidamento per innescare questa trasformazione? È illusorio pensare che la Regione Calabria o, più in generale, le istituzioni pubbliche possano realizzare da sole un cambiamento di tale portata. La missione delle Regioni non è quella di sostituirsi al mercato, ma di creare le condizioni affinché il mercato possa funzionare: ridurre le asimmetrie informative, garantire legalità e infrastrutture, coordinare le politiche industriali e territoriali. Il loro compito è abilitare, non produrre direttamente sviluppo. In questo senso, è necessaria anche una svolta culturale: uscire dall’aspettativa che crescita e opportunità provengano dagli apparati pubblici (incarichi, prebende, consulenze, sussidi, aiuti) e orientare lo sguardo verso l’impresa, la competizione e i mercati. In altri termini, passare da una domanda sociale di rendita a una domanda di investimento.

Resta il nodo dei capitali privati locali, che in Calabria appaiono sottodimensionati, frammentati e poco propensi al rischio. In queste condizioni, è difficile immaginare che la spinta alla trasformazione possa provenire unicamente dall’interno. Diventa quindi strategico attrarre investimenti privati extraregionali e internazionali, capaci di introdurre innovazione, nuove competenze e pratiche manageriali più avanzate. Gli effetti positivi di tali investimenti – in termini di occupazione, trasferimento tecnologico e rafforzamento della produttività – saranno tanto più elevati quanto più riusciranno a integrarsi con il tessuto imprenditoriale locale, creando filiere e partnership stabili.

Perché questo accada, la Calabria deve diventare un territorio attrattivo, capace di annullare gli svantaggi di localizzazione che ancora scoraggiano nuovi insediamenti produttivi. L’esperienza insegna che gli incentivi fiscali o le agevolazioni basate sul costo del lavoro possono certamente svolgere un ruolo di stimolo, ma non bastano se manca il contesto. In assenza di un ambiente favorevole, infatti, l’iniziale vantaggio di costo tende a dissolversi nel tempo, eroso dall’incidenza di costi esterni elevati – infrastrutturali, amministrativi, logistici, energetici – che, come mostra la letteratura economica, riducono la produttività e la competitività delle imprese nel medio periodo.

Diventa quindi essenziale intervenire sulle condizioni di contorno, investendo nella qualità delle istituzioni, nell’efficienza amministrativa, nella certezza delle regole e nel potenziamento delle infrastrutture, materiali e immateriali. È proprio su questo terreno che le istituzioni regionali e locali possono esercitare una funzione decisiva: non quella di sostituirsi agli attori economici, ma di garantire le precondizioni dello sviluppo, creando un contesto in cui investire sia possibile, conveniente e sicuro.

In questa prospettiva, i responsabili delle politiche per lo sviluppo della Calabria devono avere il coraggio, a Roma e a Catanzaro, di osare nelle scelte, puntando con decisione su quei territori che presentano i maggiori vantaggi competitivi, infrastrutturali e logistici, dove la concentrazione di risorse pubbliche e private può generare effetti di scala e di trascinamento sull’intero sistema regionale. Solo una governance efficiente e credibile, fondata su tempi certi, semplificazione e legalità, può dare concretezza a questa visione. Dove le istituzioni funzionano, anche le imprese scommettono; dove la governance è debole, invece, anche le migliori politiche industriali si disperdono.

La Calabria non ha bisogno di nuovi sussidi né di politiche indistinte che disperdano risorse, ma di scelte selettive e coraggiose. Sviluppo significa concentrare gli sforzi dove le condizioni di successo sono reali: nei territori con infrastrutture adeguate, capitale umano qualificato e potenzialità produttive inespresse. Solo orientando la strategia regionale verso i settori ad alta produttività e i luoghi più competitivi sarà possibile costruire un’economia capace di crescere e non semplicemente destinata a sopravvivere in un equilibrio di permanente dipendenza da sussidi e trasferimenti pubblici. La sfida, oggi, non è fare di più, ma fare meglio e scegliere dove farlo: creare (pochi) ecosistemi territoriali che facilitino il “fare impresa”, valorizzino il lavoro qualificato e amplino la capacità competitiva internazionale dei comparti tradable più dinamici (manifattura evoluta, servizi avanzati, logistica). È questa la direttrice più credibile per invertire la stagnazione e offrire alla Calabria una prospettiva di crescita. (fa)

[Courtesy OpenCalabria] 

Lo stop della Corte dei Conti alla realizzazione del Ponte
Ma il progetto non si fermerà

di b SANTO STRATI La Corte dei Conti non dà il visto di legittimità al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e formalmente blocca l’opera di cui si attendeva la pubblicazione del relativo decreto del Cipess sulla Gazzetta Ufficiale. È un provvedimento che susciterà polemiche a non finire: da un lato già ieri sera i no-ponte esultavano di gioia, mentre chi crede ed è convinto delle grandi opportunità di sviluppo del territorio che l’Opera porterà ci è rimasto male. Delusi e confusi calabresi e siciliani per questa nuova “perdita di tempo” che farà slittare qualsiasi programma operativo. La Corte dei Conti, al termine di una lunga Camera di Consiglio ha bocciato la registrazione della Delibera del Cipess dello scorso agosto, negando il visto di legittimità necessario per sbloccare in via definitiva l’iter realizzativo. La Corte dei conti aveva chiesto al governo di spiegare in modo più approfondito la compatibilità del progetto con il parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Per aggirare quel parere negativo, il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva approvato la cosiddetta relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest, “motivazioni imperative di rilevante interesse pubblico”) dichiarando il ponte un’infrastruttura di interesse militare. La procedura seguita dal governo era stata contestata da associazioni ambientaliste e comitati, che avevano presentato ricorsi all’Unione Europea.

Tra le altre cose, i magistrati contabili avevano segnalato al governo aumenti delle spese non motivati, come quelli relativi ai costi per la sicurezza, passati da 97 a 206 milioni, e quelli per le opere compensative. Un altro rilievo riguardava l’esclusione dalla procedura dell’Autorità di regolazione dei trasporti, che interviene su concessioni, accesso alle infrastrutture e tariffe. Bisognerà attendere le motivazioni per capire su quali punti l’organo contabile dello Stato si è irrigidito, bloccando di fatto l’avvio dei lavori.

È un film già visto, purtroppo: se non ci fosse stata l’”insano” stop di Mario Monti e del suo governo nel 2011, oggi probabilmente calabresi e siciliani utilizzero tranquillamente il Ponte e tutta l’area dello Stretto avrebbe subito una sraordinaria trasformazione in termini di benessere, mobilità e sviluppo. Ancora una volta, forse pretestuosamente (a pensar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma spesso ci si azzecca), c’è chi rema contro lo sviluppo del Mezzogiorno e dice sempre NO (M5S, tanto per fare qualche nome, assieme ai Verdi di Bonelli e Fratoianni) a qualunque idea di progresso e crescita del Paese, ma nel caso specifico del territorio delle regioni più derelitte d’Italia.

Per Calabria e Sicilia il Ponte significa un volano di sviluppo eccezionale: basti pensare che alla prima richiesta di presnetare candidature per manovalanza, hanno risposto il primo giorno in oltre 4.000. Questo conferma che il Sud ha fame di lavoro e non vuole più chiacchiere e “nientismi” inutili e dannosi. Il Ponte significa anche tantisismi posti di lavoro e un indotto formidabile per i territori: chi verrà a lavorare per il Ponte (occorre essere ottimisti, questo blocco è solo temporaneo) dovrà trovare un alloggio, mangiare, acquistare vestiti per sé, giocattoli per i bambini, un profumo per la moglie (o il marito), consumerà caffè e acqua al bar, solo per fare un modesto esempio di quanta ricchezza si vuole negare al territorio.

Il blocco – dev’essere chiaro – è temporaneo: bisognerà aspettare entro il 30 novembre le motivazioni per presentare, a chi compete, i necessari ricorsi. Non si ferma il progetto, ma si impone un ritardo illogico e ingiusto. Il Governo dovrà fare la sua parte e riproporre, motivando le ragioni di necessità e urgenza, una nuova delibera che ha il poter di travalicare la delibera odierna della magistratura contabile. Che dovrebbe badare alla correttezza dei conti e non entrare in valutazioni che, a naso, sembrano esulare dalle sue competenze.

Il Governo è, comunque, furioso: la premier Giorgia Meloni parla di “un ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento. I ministri interessati e la Presidenza del Consiglio hanno fornito puntuale risposta a tutti i quesiti formulati». La premier ha anche aggiunto che «per avere un’idea della capziosità, una delle censure ha riguardato l’avvenuta trasmissione di atti voluminosi con link, come se i giudici contabili ignorassero l’esistenza dei computer. La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei Conti, entrambe in discussione al Senato, prossime all’approvazione, rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di Governo, sostenuta dal Parlamento»

Molto irritato il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini che parla di «scelta politica e un grave danno per il Paese», sottolineando che il progetto non si ferma: «Andremo avanti». Salvini ha poi stigmatizzato la sua posizione: «In attesa delle motivazioni, chiarisco subito che non mi sono fermato quando dovevo difendere i confini e non mi fermerò ora, visto che parliamo di un progetto auspicato perfino dall’Europa che regalerà sviluppo e migliaia di posti di lavoro da sud a nord. Siamo determinati a percorrere tutte le strade possibili per far partire i lavori».

Cosa succederà adesso? Di sicuro un ulteriore slittamento dell’inizio dei lavori di cui non viene cancellata l’esecuzione: è un ritardo che peserà sulle spalle dei calabresi e dei siciliani, soprattutto per quanto riguarda la creazione di migliaia di posti di lavoro, di cui il Sud ha estremo bisogno.

C’è da osservare che, da un punto di vista strettamente tecnico, anche in presenza del parere negativo della Corte dei Conti il Governo può ugualmente decidere di andare avanti con il progetto.

È stato, infatti, spiegato che nel caso in cui il controllo riguardi un atto governativo, secondo la legge, l’amministrazione interessata, in caso di rifiuto di registrazione da parte della Corte dei Conti, può chiedere un’apposita deliberazione da parte del Consiglio dei ministri. Quest’ultimo può ritenere, a sua volta, che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori e debba avere comunque corso.

Tra i diversi punti sotto la lente dei magistrati le coperture economiche, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto definitivo alle normative ambientali, antisismiche e alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Le eccezioni sollevate durante l’adunanza della Sezione centrale della Corte, dal consigliere, Carmela Mirabella – secondo quanto riferisce l’Ansa – sarebbero state diverse: tra queste anche quella sulla competenza del Cipess, considerato organo “politico”.

Il ministro Salvini in un question time molto acceso alla Camera ha spiegato che «la Corte dei Conti ha deciso di sottoporre la valutazione alla sezione centrale di controllo», ma «si tratta di una scelta che non modifica il termine previsto per la determinazione sulla registrazione fissato per il 7 novembre». Salvini ha voluto sottolineare che il lavoro svolto sul progetto «è stato serio, articolato e trasparente nel rispetto delle norme italiane ed europee, è stata rispettata la normativa ambientale».  E ha ribadito che  «il ponte farà risparmiare tempo, denaro e salute».

Per cui, secondo il ministro non c’è  «nessuna violazione, nessun ritiro della delibera Cipess. Il mio impegno è fare questo ponte e farlo bene».

Salvini si è poi scontrato nuovamente con il deputato di Avs, Angelo Bonelli, che aveva posto l’interrogazione sull’opera da 13,5 miliardi e bollato come «vecchio di 26 anni» il progetto.

Secondo Bonelli, «Nella delibera Cipess ci sono gravi profili d’illegittimità che sono stati evidenziati dalla Corte dei Conti e in un paese normale un governo che rispetta la legge e le istituzioni avrebbe ritirato il progetto sul Ponte che sottrae 15 miliardi di euro ai cittadini dopo aver tagliato fondi al trasporto pubblico».

L’irritazione di Salvini si è stemperata con una battuta: «Se avessimo adottato le sue politiche del no, non avremmo l’autostrada del Sole e l’Av ma andremmo a cavallo nel nostro Paese». Poi, più serio, Salvini ha affermato che «Nessuna opera sarà definanziata per pagare il Ponte da Bolzano a Palermo. Ognuno la pensa come vuole, noi intendiamo andare avanti con il Ponte. Che un ponte non abbia interesse pubblico lo scopro oggi, un’opera pubblica che coinvolgerà 120 mila posti di lavoro e quindi dire di no a questi posti di lavoro mi sembra curioso da parte di alcune forze politiche o sindacali di sinistra».

Numerose le reazioni da parte delle forze politiche che sostengono la fattibilità dell’Opera.

Il Presidente della Regiona Calabria Roberto Occhiuto ha dato ragione al vicepremier Salvini: «La decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese. Il Ponte sullo Stretto non rappresenta solo una grande infrastruttura che il Mezzogiorno attende da decenni, ma anche un’immensa occasione per la Calabria e per la Sicilia: la concreta possibilità che queste Regioni hanno di dimostrare al mondo intero che sono capaci di condurre a termine opere straordinarie.

Il Sud vuole opportunità, vuole misurarsi con sfide entusiasmanti, vuole concorrere per creare sviluppo e per competere con il resto del Paese.

«Trovo assurda la presa di posizione della Corte dei Conti, ma sono certo che il governo andrà avanti in un processo ormai non più reversibile».

Analoga la posizione del sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Matilde Siracurano (compagna del Presidnete Occhiuto e deputata di Forza Italia): «Il governo ha creduto sin dall’inizio nella realizzazione del Ponte, un’infrastruttura non più rinviabile, indispensabile per lo sviluppo e la modernizzazione dell’intero Mezzogiorno. Attendiamo di leggere le motivazioni, ma è difficile comprendere la logica di una decisione che appare più politica che tecnica».

Secondo la deputata leghista Simona Loizzo, «Il Ponte sullo Stretto è un’opera strategica, inserita nel corridoio Ten-T, capace di creare sviluppo, essere motore per la crescita di Calabria e Sicilia e di tutto il Mezzogiorno. Eppure, la Corte dei Conti sceglie di bloccare tutto. Una scelta illogica, che non fa il bene del Paese, una ingerenza contro un Governo che vuole costruire».

Ovviamente, l’opposizione gongola per il temporaneo blocco dell’Opera. Il segretario regionale calabrese del PD, Nicola Irto, senatore e capogruppo in Commisisone Ambiente ha affermato che «La mancata approvazione della delibera CIPESS non è un cavillo tecnico, ma proprio la prova che il progetto bandiera della destra è stato costruito in fretta, senza basi giuridiche solide e con una gestione delle risorse a dir poco opaca. Una illusione, come abbiamo più volte detto. Meloni e Salvini hanno venduto agli italiani un’illusione, mentre gli organi di controllo dello Stato certificano che non tutto quello che si annuncia nei talk show può diventare realtà per decreto. È un fallimento politico e istituzionale: mesi di conferenze stampa, slogan e passerelle e alla fine l’illusione si ferma davanti alla prima verifica di legalità. Invece di cercare capri espiatori, il Governo dovrebbe fare autocritica e smettere la propaganda elettorale. L’Italia ha bisogno di serietà, non di cantieri fantasma».
Come si ricorderà, il Cipess (Comitato Interminisateriale per la Programmazione economica e lo Sviluppo Sostenibile) aveva varato la delibera sul Ponte lo scorso 6 agosto. A settembre la Corte dei conti, cui toccava verificare il rispetto da parte della delibera del Cipess di leggi e norme, aveva chiesto una serie di chiarimenti al governo sul progetto definitivo del ponte. Nelle sei pagine di osservazioni inviate alla presidenza del Consiglio, i magistrati contabili avevano espresso dubbi sulle procedure seguite dal governo, in particolare sulle deroghe ai vincoli di protezione ambientale e sull’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate, come strade e ferrovie. Nelle scorse settimane erano stati gli ulteriori approfondimenti richiesti e la documentazione necessaria a sostegno della validità del progetto. ieri, inattesoa la bocciatura e il mancato visto che avrebbe autorizzato la pubblicazione della delibera Cipess sulla Gazzetta Ufficiale con il consgeuente avvio dei lavori preliminari già programmati.

L’amministratore delegato della Stretto di Messina Pietro Ciucci ha detto di aver accolto «con grande sorpresa l’esito del controllo di legittimità operato dalla Corte dei Conti che non ha ammesso al visto e alla conseguente registrazione la delibera Cipess n. 41/2025 del Ponte sullo Stretto. Tutto l’iter seguito è stato sempre svolto nel pieno rispetto delle norme generali e speciali italiane ed europee relative alla realizzazione del ponte. Restiamo in attesa delle motivazioni mantenendo l’impegno di portare avanti l’opera, missione che ci è stata affidata da tutto il governo e dal ministero delle Infrastrutture in attuazione delle leggi approvate dal Parlamento italiano».

Caustico il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha così commentato su Twitter (X) la decisione della Corte dei Conti: «Non è ammissibile che in un Paese democratico la magistratura contabile decida quali siano le opere strategiche da realizzare. Quella sul Ponte dello Stretto da parte della Corte dei Conti è una decisione che mi lascia esterrefatto e che arriva alla vigilia dell’ultimo voto in Parlamento per realizzare la riforma della giustizia. Il Governo andrà avanti».

Anche da parte siciliana c’è molta amarezza. Secondo il Presidnete della Regione Siciliana Renato Schifani si tratta di «una decisione che sa molto di ingerenza e che rischia di paralizzare l’azione di governo, ostacolando un’opera strategica per lo sviluppo dell’Italia e per il futuro della Sicilia.  Un conflitto apparente tra poteri che abbiamo già vissuto e segnalato anche in Sicilia. Il Ponte sullo Stretto  è un’infrastruttura attesa da decenni dai nostri cittadini e dal nostro sistema produttivo. Ribadisco la mia piena sintonia con il governo nazionale e con il ministro Salvini, che ringrazio per la determinazione dimostrata in questi anni. Continueremo a difendere con forza il diritto della Sicilia a colmare un divario infrastrutturale che dura da troppo tempo».