;
Leonardo Sciascia

L’OPINIONE / «Il giorno della Calabria, per la Regione solo uomini, non ominicchi e quaquaraqua»

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se la data rimarrà ferma all’11 di aprile, il tempo è proprio breve. Quello verso la cittadella regionale, ancora una volta, per i calabresi, appare come un viaggio interminabile. È nel gruppo dei candidati per la missione “Calabria”, che essi ripongono ciclicamente la loro massima fiducia e la ripetuta speranza.

Eppure, le pietre d’inciampo, da una stagione politica all’altra, non mancano, bensì aumentano per numero e per entità.

Disagio sociale, malasanità, cattiva gestione, carenza di infrastrutture, mancanza di lavoro, classi dirigenti inoperose, e criminalità legale che, sulle lusinghe del bisogno, costruisce il proprio potere, alimentando lo sfascio della nostra regione.

Il tempo è ormai maturo, saturo di sogni persino, affinché i conti fin qui distorti, tornino, cancellando per la nostra società civile la regola matematica dell’addizione. Perché per cambiare il risultato, in Calabria, bisogna necessariamente cambiare gli addendi. Creare nuovi teoremi, tralasciando quello ormai comprovato di Pitagora, affinché i numeri pari tornino tutti allineati, e così anche i dispari.

Non più mezzi uomini, ominicchi, ruffiani, piglianculo o quaquaraqua, così come Sciascia scriveva ne Il giorno della Civetta. L’11 di aprile, solo uomini, per ‘Il giorno della Calabria’. Il luogo e lo stato d’animo, il cittadino e l’intellettuale, il contadino e l’imprenditore, l’alunno e la maestra, l’Aspromonte e il Pollino.

Servono rigore e vigore. Cervello e cuore.

Serve passione, dedizione e amore. Essere mariti e amanti. Quaggiù, tra le virtù di Cassiodoro, Telesio, Campanella, Gioacchino da Fiore… Dove la terra è donna, e la ‘ndrangheta, ciotìa.

Un compito egregio e al contempo gravoso, che spetta in toto alla classe politica e dirigente che i calabresi, con buona coscienza, presto designeranno. A quella attiva di primo piano, ma anche a quella di sostegno, che se opera ai margini o dietro le quinte, poco importa.

Perché dopo le lezioni di teoria, è necessario passare alle azioni della pratica. Esempi concreti che per senso di responsabilità e appartenenza siano in grado di coinvolgere le stesse folle che si intende trascinare. Orgoglio, lealtà, ostinazione e senso altissimo dell’onore. Tutti sentimenti che inducono, per diritto e per dovere, a sentirsi parte del senso “Calabria“, che non è solo una terra in cui stare, ma uno stato d’animo da vivere.

Urgono fatti, progetti e idee che siano in grado di riportare la Calabria nel mondo. Riconsegnandole, per merito, il distintivo di Prima Italia.

La Calabria non si mangia. Deve dare da mangiare. La Calabria non si ruba, deve dare da lavorare. La Calabria non si compra, deve dare da vivere. La Calabria neppure si baratta, deve aiutare a crescere. E non si usa, e non si abusa. Essa va protetta e difesa.

C’è una puttana in mezzo alla folla. I capelli bruni cascanti sulla fronte e i piedi scalzi. Chi la ingiuria, chi la sputa, chi la strattona e la maltratta.

– Lasciatela stare – urla un bambino vicino alla donna.

– È una puttana – insistono. E lui – no – dice – è mia madre.

Serve sentire il sangue ribollire quando tutti la offendono, la Calabria. E tocca ai calabresi prestarle le migliori cure. Trattarla come una vera madre.

Nel viaggio verso la cittadella, il borsino della politica deve arrivare straripante di contenuti. Che abbiano effetto immediato nei paesi, sulle coste, vicino al mare, in montagna, nell’entroterra. Tra i vicoli e le vie. Ovunque.

Serve donare la proprie vita alla terra, come accade col sangue che viene donato agli uomini. Una politica che abbia la stessa tempra delle madri e dei padri, che doni e non prenda, che offre e non si stanca.

Chi si candida e ambisce esclusivamente al palazzo, ha già perso. Chi si candida e ambisce solamente alla meta, pure. Chi si candida e punta invece al percorso è già sul podio.

Esistono veri sognatori che mirano responsabilmente al percorso che richiede questo importante viaggio? In Calabria dico, ne esistono ancora?

Vogliamo crederci, dobbiamo farlo. Altrimenti andrà da sé la conferma che tutto è davvero perduto. E che le dominazioni restano, per terre come la nostra, necessità addirittura fisiologiche.

Il tempo della conta purtroppo o per fortuna, è giunto quasi al suo termine.

Tri setti o patruni e sutta? A cosa vogliamo continuare a giocare noi calabresi?

Le buone intenzioni non bastano più, il gioco è fatto soprattutto di regole, precisi criteri, dettami e norme. Principi, precetti e direzioni. Chi sbaglia o bara, è imputabile di pene severe. Anche se l’infrazione è relativa semplicemente al pensiero. Nessun genere di trasgressione è ammessa.

Ecco perché nel borsino della politica, serve farci entrare, e in via esclusiva e definitiva, una seria lista di programmi, prioritaria addirittura a quella della spesa.

Maggiore è lo sviluppo della Calabria, di massima qualità il companatico sulla tavola dei calabresi.

E più si è sazi più, si è contenti. Più si è contenti, più si è laboriosi.

E una terra laboriosa, che non si adagia ma lavora, è una terra che vale. Che rispetta e va rispettata.

Il borsino della politica non è ancora del tutto completo. E se i calabresi me ne danno la facoltà, c’è una cosa che vorrei aggiungere io. E sarà l’ultimo carico, giuro.

La scelta, signori! La possibilità della scelta. Che non è proprio la facoltà di decidere se mangiare pesce o carne, ma l’occasione che permette ai nostri giovani calabresi di decidere una volta per tutte, se andare o restare. Se dare continuità qui, nella propria terra, ai propri sogni, oppure no. Affinché il viaggio a cui siamo costretti nei secoli, non sia più un destino imposto, ma una scelta.

E scegliere vuol dire essere finalmente uomini liberi.

Dunque, affinché i nostri figli non ci giudichino come i veri responsabili del fallimento della Calabria, sentendosi vittime dell’inefficienza della politica locale, organizziamoci. Voi e noi. I cittadini e le istituzioni. In nome della ‘polis’.

C’è una coscienza a cui il nostro e vostro tempo dovrà rispondere. E che prima di quanto si possa immaginare chiederà il conto.

La politica non è una cosa approssimativa. Anzi, non è proprio una cosa. È una delle forme più alte di cultura e senso di responsabilità. Guarda agli altri e mai a sé stessi. È onesta, non imbroglia. Anzi tiene il bandolo della matassa.

Non è intima, la politica. È plurale. Non è singola, ma collettiva. E fa l’uomo nobile, lo rende cittadino della stessa società civile a cui ha diritto e dovere di appartenere come soggetto e come essere umano. Il politico che risponde per sé e non per la politica che rappresenta, non è un individuo capace di lavorare per la polis. La scompagina e la disgrega. La svena e la rende vana.

La politica guarda alto, osserva e mira al futuro per cui intende spendersi. Non ridimensiona. Ambisce, trasferisce speranza. Essa ha valore morale, civico, umano, e spirito istituzionale.

Si fonda sul senso del rispetto, della pace sociale, della garanzia dei diritti, e dei doveri anche istituzionali, facendosi buona lente d’ingrandimento per guardare il mondo focalizzando sguardo e impegno sull’immagine civica e sociale del popolo che rappresenta.

La politica è il cammino sano della vita di un paese che impara e cresce insieme alla sua gente. E vale anche per noi calabresi. Ritardatari, e quasi sempre ultimi.

Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso (Confucio)

E che l’opera abbia inizio. (gsc)