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È calabrese Roberto Sergio, il nuovo amministratore delegato Rai

L’OPINIONE/ Pietro Massimo Busetta: Speriamo in una nuova Rai che guardi a Sud

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Avanti piano, ma già è un successo. Sembra, ad un’analisi superficiale, che la Rai cominci ad occuparsi degli eventi che si svolgono da Roma in giù, con un po’ più di attenzione di quanto non abbia fatto negli anni passati.
Non parlo ovviamente di cronaca, visto che di essa normalmente, soprattutto quando si parla di quella nera, criminale, in particolare di quella organizzata nella mafia, nella ’ndrangheta, nella camorra e nella sacra corona unita l’informazione, come è anche giusto, è estremamente abbondante. O di fiction riguardanti i grandi capi o i delitti eccellenti.

Parlo invece delle informazioni riguardanti gli eventi importanti che riguardano i grandi teatri, come il San Carlo di Napoli o il teatro Massimo di Palermo o i grandi eventi culturali come quello che è partito da qualche giorno e che si svolge a Siracusa in un posto unico come il teatro greco in una posizione invidiabile che guarda il mare, che coinvolge decine di migliaia di spettatori e che si svolge continuativamente per oltre un mese con la rappresentazione quest’anno di Medea di Euripide, di Prometeo incatenato di Eschilo, della Pace di Aristofane, e di Ulisse da Omero.

O della Sagra del mandorlo in fiore, manifestazione che in una valle dei templi piena di mandorli fioriti, a febbraio, inneggia alla pace da quel tempio della Concordia, monumento costruito nel quarto secolo avanti Cristo che, insieme al Partenone, è considerato il tempio in stile dorico meglio conservato al mondo. O ancora della rassegna Tao Arte che in location uniche fanno di Taormina un centro di cultura e spettacoli internazionale.
In realtà con i nuovi assetti recenti nella Rai, da molti ritenuti una lottizzazione, ma che in realtà non rappresentano nulla di nuovo per il nostro Paese e per il servizio pubblico, si stabilirà una nuova spartizione delle poltrone più importanti in maniera da rispecchiare i nuovi assetti del consenso che hanno premiato i partiti del centrodestra.

Vi è anche una commissione di vigilanza che dovrebbe controllare che i singoli raggruppamenti abbiano proporzionale presenza rispetto ai consensi conquistati con le recenti elezioni.
Ma tale accordo non prevede invece nulla rispetto alle dislocazioni territoriali che dovrebbero essere rappresentate naturalmente visto che i partiti nazionali, formati da rappresentanti provenienti da tutte le parti del Paese, dovrebbero imporre che l’informazione riguardasse in maniera equa tutte le aree.

In realtà poiché i partiti nazionali sono profondamente nordisti tutto ciò non avviene e spesso il Sud, soprattutto per quanto attiene alla informazione culturale, al coinvolgimento delle professioni nei dibattiti, o del mondo della ricerca negli approfondimenti, rimane totalmente assente.

Un esempio illuminante è il coinvolgimento dei ricercatori per la divulgazione, nel momento della pandemia del covid, che ha dato una dimostrazione plastica di come l’eccellenza medica e della ricerca, secondo la Rai, sia concentrata praticamente nelle regioni lombardo, venete, emiliano romagnole.

Ma di qualunque argomento si parli le università di Napoli, Palermo, Bari, Catania sono praticamente trascurate e anche quando si parla di problematiche relative al Mezzogiorno i “maitre a penser” che vengono consultati sono quasi sempre economisti della Cattolica o della Bocconi o al massimo della Luiss. Non parliamo poi delle recensioni dei libri che seguono logiche spesso poco comprensibili se non nella logica della appartenenza.
I nuovi assetti che si stanno delineando dovrebbero porsi come obiettivo, oltreché quello statuito di una rappresentanza proporzionale al consenso delle varie parti politiche, anche quello di rappresentare i territori, nelle loro diverse articolazioni, in proporzione alla popolazione residente, che peraltro paga il canone del servizio pubblico, non in proporzione al reddito prodotto ma a testa.

Tale approccio dovrebbe portare anche alla valorizzazione delle sedi distaccate, alcune delle quali come quella di Palermo posseggono ampi locali poco utilizzati.

Peraltro una Rai pubblica potrebbe svolgere un ruolo importante anche nell’assorbire capitale umano inutilizzato, abbondante e disponibile in un Sud nel quale lavora una persona su quattro.

Non bisogna dimenticare peraltro che essendo le altre televisioni commerciali, ma anche la maggior parte delle testate della carta stampata, molto localizzate, anche fisicamente nella realtà nordica, la Rai potrebbe essere forza di equilibrio. Tale operazione di compensazione non riescono a farla le testate regionali che in genere si limitano all’informazione locale e a qualche produzione marginale.

L’importanza di tale ruolo per esempio nel settore turistico è facilmente immaginabile, e non bisogna dimenticare che alcune volte di eventi importanti la Rai diventa anche produttrice, svolgendo un ruolo di sostituzione degli enti locali, come nel caso del festival di Sanremo, che sarebbe estremamente importante per le realtà più marginali, molto spesso deboli nella capacità di organizzazione degli eventi.

L’esempio del festival di Napoli, miseramente cancellato dalla ribalta nazionale, pur avendo una forza nazionale ed internazionale facilmente immaginabile, considerato il successo nel mondo della canzone napoletana, ci fa comprendere il ruolo che potrebbe svolgere, se lo si imponesse, un servizio pubblico così potente.
La costituzione all’interno della stessa Rai di un osservatorio per misurare l’attenzione dedicata a vari territori potrebbe essere un’occasione per un cambio di registro e per svolgere in modo completo il ruolo per il quale la TV pubblica continua ad avere senso e viene pagata da tutti i cittadini.

Ora che la stagione di Carlo Fuortes, ringraziato dal cda, va formalmente in archivio, Roberto Sergio, nuovo amministratore delegato, potrebbe dare una svolta e fornire degli obiettivi che comprendano anche quelli della rappresentanza territoriale. Rendersi conto della difficoltà della richiesta e della poca forza di essa non vuol dire dover rinunciare a portarla avanti ma certamente avrebbe maggior incidenza se le rappresentanze politiche all’interno dei partiti provenienti dal Sud la facessero diventare propria. (pmb)