L’OPINIONE / Gerardo Pontecorvo: Anche l’ambiente nel mirino dell’autonomia

di GERARDO PONTECORVO – C’è preoccupazione, da parte della Federazione Metropolitana di Europa Verde/Verdi per l’approvazione alla Camera dei Deputati della legge che introduce in Italia l’autonomia differenziata delle regioni. Senza giri di parole definiamola pure una secessione silenziosa che ha visto nel corso di due decenni un percorso continuo e ambiguo anche per “merito” di alcune forze politiche che oggi se ne dicono indignate. Sarebbe quasi superfluo ribadirne la pericolosità sociale a discapito dei cittadini calabresi che vedranno l’inizio di ulteriori diseguaglianze nei confronti degli altri italiani delle regioni più ricche.

Disuguaglianze che si avvertiranno sul lavoro, l’istruzione, la salute e sulla tutela dell’ambiente e del paesaggio. Infatti, da un punto finanziario, la norma sull’autonomia regionale differenziata permetterà di far rimanere nelle regioni una buona parte dei tributi maturati per il finanziamento delle funzioni trasferite. Risorse che dunque non saranno più a disposizione dello Stato per soddisfare anche le regioni a minore gettito fiscale, a meno che non siano previste aliquote di prelievo fiscale diverse e dunque un maggiore prelievo per quelle più ricche. È decisamente più probabile, invece, che aumenti il peso fiscale a livello regionale per il Sud! I Lep (livelli essenziali di assistenza) secondo la norma dovrebbero compensare la più marcata deficienza di fondi per regioni come la Calabria, e comunque, per la loro definizione in un Paese dai forti divari interni come l’Italia sembra un’impresa impossibile. 

Non è difficile immaginare quali possano essere le conseguenze pure per il settore ambientale in Calabria che come è noto soffre di una secondarietà (marginalità) ormai cronica. Basti pensare ai problemi relativi all’inquinamento delle coste, allo smaltimento dei rifiuti e, soprattutto, all’abbandono delle aree interne che ha conseguenze devastanti sulla stabilità idrogeologica e gli incendi boschivi e di interfaccia (nel 2023 sono stati oltre 2200). Dove sono finiti gli operatori idraulico forestali che, oltre a garantire la manutenzione delle opere idrauliche e dei boschi, erano il cardine del servizio antincendio, e che quest’anno saranno appena 510 tra avvistatori e componenti delle squadre addette allo spegnimento?

Dunque, in Calabria l’autonomia ridurrà ancora di più le risorse per la tutela ambientale che invece avrebbe bisogno di una centralità decisionale e finanziaria perfino sovranazionale anche per un’efficace lotta ai cambiamenti climatici di cui le frane sempre più diffuse e gli incendi sempre più numerosi sono già effetti evidenti.

Il 26 febbraio u.s. è stata approvata dal Consiglio Comunale di Reggio una mozione sull’autonomia differenziata. Il testo impegnava il sindaco e la giunta comunale a promuovere un Consiglio Comunale aperto alla cittadinanza attiva. La federazione metropolitana di Europa Verde/Verdi chiede che si dia seguito al più presto a quanto deciso dalla mozione perché in quella sede si possa aprire un dibattito sull’autonomia, e si dia inizio a un movimento di opinione che veda partecipi tutte le forze sociali e politiche realmente contrarie all’attuazione di questa riforma deleteria per il futuro della Calabria e dell’Italia intera. (gp)

[Gerardo Pontecorvo è portavoce della Federazione metropolitana di Europa Verde/Verdi Reggio Calabria]

Il PD Calabria: La proposta per il referendum abrogativo per autonomia arrivi in Aula senza passaggi in Commissione

La proposta di provvedimento amministrativo per il referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata, già depositata al Consiglio regionale della Calabria, arrivi direttamente in Aula senza passaggi in Commissione. È quanto hanno chiesto i capigruppo Mimmo Bevacqua (Pd), Davide Tavernise (M5s) e Antonio Lo Schiavo (Misto) in occasione dell’iniziativa pubblica che si è svolta a Bisignano e che ha registrato una grande partecipazione da parte della cittadinanza. 

“Dalle parole ai fatti”, lo slogan scelto per l’iniziativa e che è stato il leitmotiv della giornata di mobilitazione, cominciata nel pomeriggio a Lamezia, con la conferenza stampa alla quale hanno preso parte anche il segretario regionale Nicola Irto e il responsabile nazionale per le riforme in seno alla segreteria del Pd Alessandro Alfieri, oltre agli altri componenti del gruppo regionale e ai dirigenti del partito. 

Da Bisignano, però, dove l’iniziativa del Pd ha registrato anche l’adesione di diverse forze sociali e sindacali, a partire dalla Cgil, è stata lanciata la vera sfida al centrodestra guidato da Occhiuto: basta cincischiare, si affronti subito il dibattito sull’autonomia e sulla proposta di referendum in Aula e il presidente della Regione dica finalmente da che parte sta. (rcs)

 

Conclusa la prima assemblea di Anci Calabria: 296 sindaci e 9 tavole rotonde

Sono stati 296 sindaci e nove tavole rotonde il bilancio della prima assemblea regionale di Anci Calabria, svoltasi a Lorica nei giorni scorsi. Una due giorni convocata dalla presidente regionale, Rosaria Succurro, «intense e straordinarie, con contenuti di elevata qualità, la condivisione di buone pratiche amministrative e tante necessità espresse» e che si è conclusa con la convocazione, per il 19 luglio a Lamezia Terme, di un Consiglio dell’Anci Calabria per formulare delle proposte unitarie sull’autonomia.

«L’Anci regionale sostiene nel concreto le amministrazioni locali e questa prima Assemblea serve a consolidare le sinergie istituzionali esistenti, a garantire tutti insieme i diritti, i servizi e la crescita delle nostre comunità, al di là delle diverse appartenenze politiche», ha detto Succurro durante la prima giornata in cui, assieme ad altri sindaci, ha accompagnato il prefetto di Cosenza, Vittoria Ciaramella, che dal prossimo lunedì prenderà servizio a Latina, a visitare la vetta del monte Botte Donato e il lago Arvo a bordo di un battello elettrico.

Il prefetto Ciaramella, che ha salutato con emozione le autorità presenti, ha sottolineato la propria vicinanza ai Comuni, che «sono – ha detto – gli enti più vicini ai cittadini».

Roberto Pella, presidente facente funzioni dell’Anci nazionale, ha ringraziato Succurro e gli altri sindaci calabresi, si è soffermato sull’unità dei sindaci all’interno dell’Anci e ha evidenziato l’attenzione del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, per le comunità locali.

Il presidente Occhiuto, intervenuto in collegamento dalla presidenza della giunta regionale, ha rivolto un «sentito augurio» a tutti i primi cittadini e detto che «la Calabria non sviluppa grandissima capacità fiscale».

«In passato – ha aggiunto – il malgoverno regionale sui rifiuti o sull’idrico si è riverberato sui sindaci. In quanto a noi, nei due anni e mezzo di mandato siamo riusciti a costruire un racconto diverso di quello degli ultimi 20 anni e abbiamo dato esempi di buone pratiche amministrative. La pessima reputazione che le amministrazioni calabresi hanno avuto negli anni passati è stata una barriera per lo sviluppo economico e infrastrutturale».

«Il modo migliore per combattere la criminalità organizzata – ha detto ancora – è conferire trasparenza ed efficienza alla pubblica amministrazione. Il ruolo dei sindaci è dunque fondamentale e noi continueremo a sostenere le amministrazioni locali. Il mio auspicio è che le ragioni della contrapposizione politica possano essere superate dalla volontà di ciascuno di mostrare quanta eccellenza ci sia nella nostra Calabria e quanto questa eccellenza possa essere determinante per lo sviluppo della regione».

Nel suo intervento, Succurro ha illustrato l’attività che ha finora svolto l’Anci Calabria, «la cui missione – ha precisato – è quella essere una voce autorevole per i Comuni presso le istituzioni superiori».

«Finora, ha proseguito – ci siamo occupati – tra l’altro, di sostegno amministrativo, erosione costiera, Tirocini di inclusione sociale, interlocuzione con le associazioni di categoria e sostegno agli agricoltori. Inoltre, abbiamo affrontato il tema della stabilizzazione dei tecnici per il Sud e del futuro dei precari dei Centri per l’impiego. Abbiamo interloquito con Arrical per la revisione delle tariffe della depurazione e con la Protezione civile regionale per la realizzazione o l’aggiornamento dei Piani di protezione civile. Ne emerge un’Anci regionale attiva, operativa, che intende portare con orgoglio il peso della propria responsabilità».

Succurro ha poi chiesto un applauso per i sindaci dei piccoli Comuni, poiché «spesso mostrano anche capacità dirigenziali e fanno di tutto per i loro cittadini».

Veronica Nicotra, segretaria generale dell’Anci nazionale, si è complimentata con Succurro, ha sottolineato l’approccio concreto delle donne ai problemi e riassunto le iniziative dell’Anci in tema di autonomie locali, attuazione del Pnrr e regionalismo differenziato.

Nel complesso, la prima Assemblea regionale dell’Anci Calabria è stata ricca di osservazioni, testimonianze di buone pratiche amministrative e proposte su diversi argomenti: transizione digitale e prevenzione dei crimini informatici; efficientamento energetico; politiche sociali; ambiente e risorse idriche; autonomia differenziata; unione, fusione e scioglimento dei Comuni; valorizzazione e potenziamento delle risorse umane negli enti locali; sport come strumento di tutela della salute; agricoltura, commercio, turismo e peculiarità dei borghi.

Nella giornata dell’11 luglio, oltre ai diversi sindaci, hanno fornito contributi specifici Paolo Zangrillo, ministro per la Pubblica amministrazione, intervenuto da remoto sul potenziamento degli organici del personale degli enti locali; il senatore Francesco Silvestro, presidente della Commissione bicamerale per le questioni regionali, che ha trattato in profondità il tema dell’autonomia differenziata; il senatore Mario Occhiuto, segretario della VII Commissione di Palazzo Madama; Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabria; Pierluigi Caputo, vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria; la sindaca Donatella Deposito in rappresentanza  dell’Uncem Calabria; Fulvia Caligiuri, commissaria dell’Arsac; i giuristi Oreste Morcavallo e Pietro Manna; il docente universitario Luigino Sergio; Antonello Graziano, vicepresidente nazionale di Federsanità, e Giuseppe Varacalli, presidente di Federsanità-Anci Calabria.

Alla fine, Rosaria Succurro, presidente dell’Anci Calabria, ha ringraziato tutti i sindaci per il loro lavoro quotidiano, i relatori e i vari rappresentanti istituzionali presenti.

«L’Anci, ribadisco, è la casa di tutti e continuerà a dare risposte ai territori. Prima della prossima Assemblea, che si terrà in altra sede, lavoreremo con ulteriore spinta sugli argomenti già trattati e su altri, sempre convinti che i sindaci siano i primi riferimenti delle comunità locali, di cui rappresentano i bisogni e le istanze». (rcs)

I sindaci dei 5 capoluoghi all’Anci: Il Consiglio regionale può impugnare legge Calderoli e chiedere referendum

I cinque sindaci delle Città capoluogo di provincia della Calabria – Nicola Fiorita (Catanzaro), Franz Caruso (Cosenza), Giuseppe Falcomatà (Reggio Calabria), Vincenzo Voce (Crotone), Enzo Romeo (Vibo Valentia) hanno esposto all’Assemblea Anci di Lorica le ragioni della forte richiesta, indirizzata al presidente Roberto Occhiuto e al Consiglio regionale, di adottare due delibere per bloccare la legge “spacca Italia”.

La prima per chiedere il referendum abrogativo seguendo l’esempio di Campania, Toscana, Emilia Romagna, Puglia e Sardegna; la seconda per impugnare davanti alla Consulta la “Calderoli”, non nella sua interezza, ma su specifici punti.

«La nostra sia un’unica voce, non c’è spazio per mediazioni o fantomatici osservatori sull’autonomia. O si è a favore, o si è contro. Anci dimostri un volto unitario e autonomo. In caso contrario, andremo avanti da soli», hanno detto i primi cittadini, anticipando le risultanze di uno studio preliminare compiuto, su sollecitazione dei sindaci, da alcuni autorevoli giuristi. Ci sono almeno cinque possibili argomenti di impugnazione che possono essere individuati dall’Assemblea Regionale, con buone possibilità di successo.

Primo punto

La legge n. 86 del 2024 disciplina la procedura per la “specializzazione” delle Regioni a Statuto ordinario che vogliano acquisire ulteriori forme di autonomia, ai sensi dell’art. 116, c. 3, Cost. Tuttavia, tale disposizione stabilisce che l’attribuzione di tale autonomia debba avvenire nel rispetto dei principi di cui all’art. 119 Cost., sicché la legge in questione, oltre a non essere espressamente richiesta dall’art. 116, risulta con essa in contrasto in quanto la procedura ivi prevista, oltre a prevedere la previa determinazione dei Lep, conduce all’attribuzione di tali forme ulteriori di autonomia senza che sia stato previamente ultimato il processo di realizzazione dell’autonomia finanziaria regionale previsto dall’art. 119 della Carta. Si potrebbe decidere di chiedere l’annullamento di tutta la legge oppure, come sembra preferibile, una decisione manipolativa con la quale la Corte dichiari illegittimo l’art. 11 della legge (in particolare, il c. 1), recante disposizioni transitorie e finali, nella parte in cui non condiziona il raggiungimento dell’intesa definitiva in relazione agli atti di iniziativa delle Regioni, già presentati al Governo o presentati in futuro, alla previa attuazione completa dell’art. 119 Cost.

Secondo punto

Ai fini dell’individuazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (LEP), l’art. 3, c. 1, della legge delega il Governo ad adottare, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della legge uno o più decreti legislativi, senza indicare direttamente i principi e criteri direttivi della delega, ma individuandoli per relationem, mediante un rinvio a quanto stabilito dall’articolo 1, commi da 791 a 801-bis, della legge 29 dicembre 2022, n. 197.
La Corte costituzionale ha più volte affermato che, spettando la titolarità e l’esercizio stabile della funzione legislativa al Parlamento, sono costituzionalmente illegittime leggi delega prive di principi e criteri direttivi sufficientemente precisi: c.d. deleghe in bianco (106/1962).  Nè può ovviare a tale mancanza il richiamo dell’art. 3 alla legge del 2022, visto che per la Corte costituzionale una determinazione di principi e criteri direttivi risulta praticabile per relationem, con riferimento ad altri atti normativi, se ed in quanto sufficientemente specifici (sentenze nn. 87/1989 e 156/1987), condizione che viene a mancare in questo caso. Ora, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, le Regioni possono denunciare in sede di giudizio in via d’azione un vizio della legge statale diverso dalla violazione della loro competenza laddove – come in questo caso – il diverso vizio comunque si traduca, seppur indirettamente, in una violazione di tale competenza (c.d. ridondanza).

Terzo punto

La legge prevede la determinazione dei Lep unicamente in relazione a materie che possano essere oggetto di differenziazione e che lo richiedano per propria natura (cfr. elenco art. 3, c. 3). Tuttavia, tale scelta determina l’effetto illogico e irragionevole per cui risultano prima determinati i Lep sulle materie su cui è possibile la differenziazione per le Regioni che lo richiedano e solo eventualmente dopo per le materie che, a seconda dei casi, sono già adesso oggetto di competenza (concorrente o residuale) di tutte le Regioni a statuto ordinario.

Quarto punto

L’art. 3, c. 7, stabilisce che i Lep, una volta determinati con Decreto legislativo, possano essere periodicamente aggiornati con d.P.C.M. Seppure non può escludersi che in seconda battuta intervenga un atto secondario, la presenza di una riserva relativa di legge nell’art. 117, c. 2, lett. m), Cost., impone che in tale ambito un atto legislativo fissi in modo puntuale i limiti della discrezionalità governativa, che invece, come ricordato, sembrano mancare in questo caso.

Quinto punto

L’art. 11, c. 1, stabilisce che «gli atti di iniziativa delle Regioni già presentati al Governo, di cui sia stato avviato il confronto congiunto tra il Governo e la Regione interessata prima della data di  entrata  in  vigore  della presente  legge,  sono  esaminati  secondo  quanto   previsto   dalle pertinenti disposizioni della presente legge». Da tale disposizione non sembra possibile evincere con chiarezza se l’intesa raggiunta in relazione a tali atti debba intendersi provvisoria o definitiva, sicché si evidenzia innanzitutto un vizio di «radicale oscurità» della legge (sent. n. 110/2023).
In subordine, si può chiedere l’annullamento di tale disposizione nella parte in cui consente di ritenere già raggiunta la bozza preliminare di intesa, impedendo dunque al Presidente del Consiglio di circoscrivere la portata del negoziato prima di addivenire alla bozza definitiva, ai sensi di quanto previsto dall’art. 3, c. 2, secondo cui quest’ultimo, «Al fine di tutelare l’unità giuridica o economica, nonché di  indirizzo  rispetto  a  politiche   pubbliche   prioritarie,   (…), anche su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie o dei Ministri competenti per materia, può limitare l’oggetto del negoziato ad  alcune  materie  o ambiti di materie individuati dalla Regione nell’atto di iniziativa».
Si tratta di una valutazione essenziale ai fini di salvaguardare interessi unitari che possono ostare all’attribuzione di ulteriori forme di autonomie in materie particolari, come, ad esempio, l’istruzione, le grandi reti di trasporto, gli aeroporti, la distribuzione nazionale di energia.

Domani a Lamezia il PD presenta la proposta di referendum per l’autonomia

Domani pomeriggio, a Lamezia, alle 16, nella sede regionale del Partito Democratico, sarà illustrata la proposta di referendum abrogativo della legge sull’autonomia differenziata, depositata al Consiglio regionale della Calabria, così come avvenuto in altre regioni italiane.

Saranno presenti il senatore e responsabile nazionale per le riforme in seno alla segreteria del Pd Alessandro Alfieri, il senatore e segretario regionale Nicola Irto, il capogruppo dem a palazzo Campanella, Mimmo Bevacqua, oltre agli altri componenti del gruppo regionale e ai dirigenti del partito. 

Alle 18.30, si svolgerà a Bisignano l’iniziativa pubblica “Autonomia differenziata, dalle parole ai fatti”, con la partecipazione delle altre forze di opposizione al centrodestra, tra i quali i capigruppo Davide Tavernise (M5s) e Antonio Lo Schiavo (Misto), e a tutte le forze sociali che non condividono la riforma Calderoli e vogliono fermarla per tenere unito il Paese e difendere il principio di solidarietà. (rcz)

L’OPINIONE / Francesco Seminario: Su autonomia occorre dura presa di posizione da noi sindaci

di FRANCESCO SEMINARIO – Sull’autonomia differenziata occorre da parte di noi Sindaci una dura presa di posizione che chiama ad una lotta unitaria. Ci sono materie importantissime che non possono essere gestite dalle Regioni in maniera autonoma.

I sindaci che amministrano il crotonese, ad esempio, sanno quanto sia difficile garantire quello che chiedono i cittadini e ciò che servirebbe alle future generazioni in un contesto di totale difficoltà socio – economica e di gravi carenze amministrative. Con il regionalismo spinto non si creerebbe una maggiore efficienza, come continua a sostenere il ministro Calderoli per giustificare la sua proposta, ma si determinerebbe invece un peggioramento delle condizioni dei Comuni del sud Italia. 

L’autonomia differenziata rappresenterebbe per le nostre realtà il colpo di grazia.

In un Paese già fortemente diviso, ormai in sempre più materie e aree, tra Nord e Sud, centro e periferie, coste e aree interne, piccoli e grandi Comuni, come è solo pensabile di proporre o imporre una decisione del genere? Se al Sud ci sono problemi di maggiore disoccupazione che nel resto dell’Italia, meno asili nido, meno ospedali e carenti strutture sanitarie, meno infrastrutture, meno trasporti pubblici, la risposta di un governo non può essere la concessione di autonomie, appunto, differenziate.

Data quindi l’approvazione di questa “legge spacca – Italia” auspico che ogni istituzione a cui sta a cuore questa terra si unisca nella battaglia referendaria per abolirla: da una parte chi spacca l’Italia, dall’altra chi la vuole unita e si batte per l’unità.

È il momento di scendere in campo, senza tentennamenti, per difendere i nostri territori senza campanilismi o strategie politiche o istituzionali. (fs)

[Francesco Seminario è sindaco di Casabona]

Autonomia, Occhiuto: Fi non voti intese se non finanziati i Lep

«Ribadisco le mie perplessità sui modi e sui tempi dell’approvazione della legge sull’autonomia differenziata». È quanto ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, al Consiglio nazionale di Fi e riportato dall’Agi, aggiungendo come «il ddl Calderoli, purtroppo, è arrivato all’ok finale delle Camere senza che contemporaneamente sia giunto al traguardo anche il superamento della spesa storica».

«Spero che Forza Italia, così come ha sempre detto il nostro leader Antonio Tajani metta al centro della sua azione
proprio il superamento delle differenze territoriali, archiviando definitivamente la spesa storica a favore de fabbisogni standard», ha argomentato Occhiuto.

«Il mio auspicio  – ha proseguito sempre secondo quanto si apprende – è che Forza Italia non voti in Consiglio dei ministri e in Parlamento alcuna intesa con singole Regioni se prima non saranno interamente finanziati i Lep, e se non ci sarà la matematica certezza che determinate intese possano produrre danni al Sud». (rrm)

A Lorica l’assemblea regionale Anci “I sindaci uniscono la Calabria”

Da domani al Centro di canottaggio Lorica, alle 15, si terrà l’Assemblea regionale dell’Anci Calabria, dal titolo I sindaci uniscono la Calabria.

«Sarà un appuntamento storico, di attualità e importanza rilevanti: noi sindaci dei Comuni calabresi ci incontreremo, in un periodo segnato da gravi difficoltà internazionali e da grandi sfide per il futuro, ai fine di discutere di sviluppo economico, sostenibilità ambientale, agricoltura e ampliamento degli organici amministrativi, oltre che di potenzialità, esigenze e ragioni del Mezzogiorno, prevenzione della criminalità, Stato sociale e altri temi prioritari», ha detto la presidente di Anci Calabria, Rosaria Succurro.

In particolare, i lavori dell’Assemblea regionale dell’Anci Calabria inizieranno con i saluti della presidente Succurro, del prefetto di Cosenza, Vittoria Ciaramella, del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, e del vicepresidente vicario dell’Anci nazionale, Roberto Pella. Poi Veronica Nicotra, segretario generale dell’Anci nazionale, parlerà dell’impegno della stessa associazione nelle politiche pubbliche e Succurro illustrerà le attività compiute dall’Anci Calabria. A seguire, ci saranno tavole rotonde su diversi temi: transizione digitale e prevenzione dei crimini informatici; efficientamento energetico; welfare e politiche sociali; ambiente e risorse idriche.

Dalle 9.30 di giovedì 11 luglio, i lavori ripartiranno con tavole rotonde su decentramento amministrativo, unità nazionale e autonomia differenziata; su unione, fusione e scioglimento dei Comuni; su forme di valorizzazione del capitale umano dei Comuni, con specifica relazione del ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo; su sport come strumento di salute; su agricoltura, commercio, turismo e peculiarità dei borghi.

«Come già anticipato, l’Assemblea di Lorica – ha precisato Succurro – rappresenterà anche un’occasione di confronto aperto, tra i sindaci calabresi, sull’autonomia differenziata, con l’obiettivo di percorrere una direzione unitaria nell’interesse delle comunità locali».  (rcs)

AUTONOMIA, UN PASTICCIO CHE RISCHIA DI
PORTARE AD UN REGIONALISMO IMPAZZITO

di GIOVANNI MACCARRONEIniziamo a dire che il Titolo V, parte Seconda, della nostra Costituzione è stato già oggetto di un ampio processo di riforma, avvenuto mediante l’approvazione della legge costituzionale n. 3 del 2001 (contenente appunto «Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione» in GU n. 248 del 24 ottobre 2001).

La citata legge è stata approvata con una maggioranza inferiore a quella richiesta (maggioranza qualificata dei due terzi dei membri delle Camere) e per questo è stata sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre 2001, il quale si è concluso con esito favorevole all’approvazione della legge (il 64% dei votanti si è espresso per il sì) che è poi entrata in vigore il mese successivo. 

Il referendum – a cui partecipò solo il 34 per cento dei votanti – rappresentava il punto di arrivo di un lungo percorso, iniziato nel 1997, durante il primo governo Prodi, con una commissione bicamerale sul tema.

Due anni dopo, nel 1999 – il presidente del Consiglio era Massimo D’Alema – il lavoro della commissione era confluito in una proposta di legge.

L’approvazione del testo, infine, arrivò a marzo 2001 quando a Palazzo Chigi c’era Giuliano Amato. Grazie alla legge costituzionale n. 3/2001 è stato introdotto il terzo comma dell’art. 116 Cost., il quale prevede la possibilità che, con legge dello Stato, approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa con la Regione interessata, possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» nelle materie di competenza concorrente di cui all’art. 117, terzo comma, Cost., nonché in alcune materie di competenza esclusiva dello Stato (vale a dire organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali).

A seguito dell’introduzione della citata disposizione, a partire dal 2001, le Regioni a statuto ordinario possono ottenere, previa intesa con lo Stato, ulteriori competenze nelle materie circoscritte ai 23 ambiti di legislazione concorrente (art. 117, comma 3) oppure nelle tre materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, comma 2), ossia la giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione e la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Per il trasferimento delle ulteriori funzioni necessita un’apposita legge dello Stato (approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti) e, soprattutto, il rispetto dei principi di cui all’art. 119 Cost.

Pertanto, in tale contesto rileva anche il tema di una corretta quantificazione delle risorse da attribuire alle Regioni richiedenti per le competenze aggiuntive in termini di spesa storica o di fabbisogni standard nel territorio regionale. 

Anzi, la determinazione delle risorse finanziarie, umane e strumentali da devolvere alle regioni per implementare le funzioni acquisite è tanto importante quanto la stessa attribuzione delle competenze, in quanto fase imprescindibile per giungere ad un effettivo funzionamento del regionalismo differenziato

Attualmente, per il finanziamento regionale le norme vigenti prevedono sistemi di compartecipazione al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e di eventuali altri tributi erariali e un fondo perequativo generale per i territori con minore capacità fiscale per abitante (art. 119).

All’indomani della riforma del Titolo V, e all’introduzione della previsione costituzionale relativa al cd. regionalismo differenziato, poche sono state le regioni che hanno avanzato proposte per richiedere «ulteriore forme e condizioni particolari di autonomia». Nessuno dei tentativi intrapresi, però, è giunto a compimento.

Si può dire, quindi, che la previsione legislativa sull’autonomia differenziata non ha ancora avuto alcun seguito. Sebbene, di recente, sia stata pubblicata nella gazzetta Ufficiale la legge 26 giugno 2024, n. 86 recante disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

L’art. 4 della legge da ultimo citato prevede espressamente che «il trasferimento delle funzioni, con le relative risorse  umane, strumentali e finanziarie, concernenti materie o  ambiti  di  materie riferibili ai Lep di cui all’articolo  3,  può essere  effettuato, secondo le modalità e le procedure  di  quantificazione  individuate dalle singole intese, soltanto dopo la  determinazione  dei  medesimi Lep e dei relativi costi e  fabbisogni  standard,  nei  limiti  delle risorse rese disponibili  nella  legge  di  bilancio… Il trasferimento delle funzioni relative a materie o ambiti di materie diversi da quelli di cui al comma 1, con le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, può essere effettuato, secondo le modalità, le procedure e i tempi indicati nelle singole intese, nei limiti delle risorse previste a legislazione vigente, dalla data di entrata in vigore della presente legge».

Pertanto, prima di poter mettere in atto l’intera riforma andrebbe stabilita la spesa dei Livelli essenziali di prestazione e i relativi costi e fabbisogni standard che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale. Cosa che, nei ventitrè anni trascorsi dall’approvazione della riforma costituzionale che ha introdotto l’autonomia, non è mai avvenuta.

E la centralità dell’opera di determinazione dei Lep in determinati settori è importante anche ai fini della piena attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La qual cosa è stata recentemente evidenziata dalla stessa Corte costituzionale, la quale, nella sentenza n. 220 del 2021, ha sottolineato come tale adempimento, da parte del legislatore, appaia “particolarmente urgente anche in vista di un’equa ed efficiente allocazione delle risorse collegate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)”.

Ad ogni buon conto, occorre considerare che – come già evidenziato – le necessarie risorse finanziarie andranno determinate in termini di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale, tali da consentire la gestione delle competenze trasferite o assegnate, in coerenza con quanto disposto dall’art. 119, quarto comma, della Costituzione.

Di conseguenza, l’attribuzione di nuove funzioni, determinerà sicuramente un aumento della pressione fiscale a danno, soprattutto, dei cittadini e delle imprese del Sud. 

Nelle regioni centro-settentrionali, l’incremento delle competenze nel loro territorio, attraverso l’incremento della quota di compartecipazione ai grandi tributi erariali, provocherà, invece, un incremento della spesa pubblica che andrà a tutto vantaggio dei cittadini di tali regioni dato che le entrate tributarie di tali regioni sono enormemente più elevate.

Per cui, nelle regioni del Sud, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, potranno essere attribuite, non solo attraverso la compartecipazione al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e di eventuali altri tributi erariali, ma anche e soprattutto con il ricorso al fondo perequativo di cui all’art. 119 Cost. e comunque con un finanziamento pubblico ingente.

Il che, come è evidente, comporterebbe una inevitabile sottrazione di risorse importanti al bilancio dello Stato e un conseguente consolidamento dei conti pubblici a carico probabilmente alla restante parte del Paese, oltre che più in generale di contribuire a compromettere la garanzia dei diritti sociali, già messa a dura prova da un decennio di crisi.

A quanto sopra bisogna anche aggiungere che l’aggravio del divario Nord-Sud, e la definitiva perdita del residuo senso di appartenenza a una comunità politica unitaria da parte dei cittadini sembrano essere già dietro l’angolo. 

Sicchè, come giustamente è stato notato, il rischio è che con l’autonomia differenziata, da un regionalismo senza modello, si passi a un regionalismo impazzito, dove le Regioni speciali, che lamentano l’arretramento subito a seguito della riforma del Titolo V, si affiancherebbero a Regioni ordinarie di “tipo a” e Regioni ordinarie differenziate di “tipo b”, a loro volta differenziate tra loro, mentre l’assenza di una istituzione rappresentativa di raccordo al centro di questo dedalo di competenze differenziate, che già tante volte è stata lamentata dal 2001 in poi, diverrebbe a questo punto un elemento di ulteriore criticità dell’assetto istituzionale. Insomma, un vero e proprio pasticcio all’italiana. In questo siamo diventati dei veri e propri campioni.

Di ciò se n’è accorto anche un esponente del Pd, Gianni Cuperlo, il quale ha riconosciuto che «nel 2001 si riformò il Titolo V pensando di togliere voti alla Lega. Fu un errore e gli italiani lo hanno pagato caro».

Mah. Speriamo bene. (gm)

AUTONOMIA, UN PASTICCIO CHE RISCHIA DI
PORTARE AD UN REGIONALISMO IMPAZZITO

di GIOVANNI MACCARRONEIniziamo a dire che il Titolo V, parte Seconda, della nostra Costituzione è stato già oggetto di un ampio processo di riforma, avvenuto mediante l’approvazione della legge costituzionale n. 3 del 2001 (contenente appunto «Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione» in GU n. 248 del 24 ottobre 2001).

La citata legge è stata approvata con una maggioranza inferiore a quella richiesta (maggioranza qualificata dei due terzi dei membri delle Camere) e per questo è stata sottoposta a referendum confermativo il 7 ottobre 2001, il quale si è concluso con esito favorevole all’approvazione della legge (il 64% dei votanti si è espresso per il sì) che è poi entrata in vigore il mese successivo. 

Il referendum – a cui partecipò solo il 34 per cento dei votanti – rappresentava il punto di arrivo di un lungo percorso, iniziato nel 1997, durante il primo governo Prodi, con una commissione bicamerale sul tema.

Due anni dopo, nel 1999 – il presidente del Consiglio era Massimo D’Alema – il lavoro della commissione era confluito in una proposta di legge.

L’approvazione del testo, infine, arrivò a marzo 2001 quando a Palazzo Chigi c’era Giuliano AmatoGrazie alla legge costituzionale n. 3/2001 è stato introdotto il terzo comma dell’art. 116 Cost., il quale prevede la possibilità che, con legge dello Stato, approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di un’intesa con la Regione interessata, possano essere attribuite alle Regioni a statuto ordinario «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» nelle materie di competenza concorrente di cui all’art. 117, terzo comma, Cost., nonché in alcune materie di competenza esclusiva dello Stato (vale a dire organizzazione della giustizia di pace, norme generali sull’istruzione e tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali).

A seguito dell’introduzione della citata disposizione, a partire dal 2001, le Regioni a statuto ordinario possono ottenere, previa intesa con lo Stato, ulteriori competenze nelle materie circoscritte ai 23 ambiti di legislazione concorrente (art. 117, comma 3) oppure nelle tre materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, comma 2), ossia la giustizia di pace, le norme generali sull’istruzione e la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.

Per il trasferimento delle ulteriori funzioni necessita un’apposita legge dello Stato (approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti) e, soprattutto, il rispetto dei principi di cui all’art. 119 Cost.

Pertanto, in tale contesto rileva anche il tema di una corretta quantificazione delle risorse da attribuire alle Regioni richiedenti per le competenze aggiuntive in termini di spesa storica o di fabbisogni standard nel territorio regionale. 

Anzi, la determinazione delle risorse finanziarie, umane e strumentali da devolvere alle regioni per implementare le funzioni acquisite è tanto importante quanto la stessa attribuzione delle competenze, in quanto fase imprescindibile per giungere ad un effettivo funzionamento del regionalismo differenziato

Attualmente, per il finanziamento regionale le norme vigenti prevedono sistemi di compartecipazione al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e di eventuali altri tributi erariali e un fondo perequativo generale per i territori con minore capacità fiscale per abitante (art. 119).

All’indomani della riforma del Titolo V, e all’introduzione della previsione costituzionale relativa al cd. regionalismo differenziato, poche sono state le regioni che hanno avanzato proposte per richiedere «ulteriore forme e condizioni particolari di autonomia». Nessuno dei tentativi intrapresi, però, è giunto a compimento.

Si può dire, quindi, che la previsione legislativa sull’autonomia differenziata non ha ancora avuto alcun seguito. Sebbene, di recente, sia stata pubblicata nella gazzetta Ufficiale la legge 26 giugno 2024, n. 86 recante disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata ai sensi dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione.

L’art. 4 della legge da ultimo citato prevede espressamente che «il trasferimento delle funzioni, con le relative risorse  umane, strumentali e finanziarie, concernenti materie o  ambiti  di  materie riferibili ai Lep di cui all’articolo  3,  può essere  effettuato, secondo le modalità e le procedure  di  quantificazione  individuate dalle singole intese, soltanto dopo la  determinazione  dei  medesimi Lep e dei relativi costi e  fabbisogni  standard,  nei  limiti  delle risorse rese disponibili  nella  legge  di  bilancio… Il trasferimento delle funzioni relative a materie o ambiti di materie diversi da quelli di cui al comma 1, con le relative risorse umane, strumentali e finanziarie, può essere effettuato, secondo le modalità, le procedure e i tempi indicati nelle singole intese, nei limiti delle risorse previste a legislazione vigente, dalla data di entrata in vigore della presente legge».

Pertanto, prima di poter mettere in atto l’intera riforma andrebbe stabilita la spesa dei Livelli essenziali di prestazione e i relativi costi e fabbisogni standard che vanno garantiti su tutto il territorio nazionale. Cosa che, nei ventitrè anni trascorsi dall’approvazione della riforma costituzionale che ha introdotto l’autonomia, non è mai avvenuta.

E la centralità dell’opera di determinazione dei Lep in determinati settori è importante anche ai fini della piena attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. La qual cosa è stata recentemente evidenziata dalla stessa Corte costituzionale, la quale, nella sentenza n. 220 del 2021, ha sottolineato come tale adempimento, da parte del legislatore, appaia “particolarmente urgente anche in vista di un’equa ed efficiente allocazione delle risorse collegate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)”.

Ad ogni buon conto, occorre considerare che – come già evidenziato – le necessarie risorse finanziarie andranno determinate in termini di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale, tali da consentire la gestione delle competenze trasferite o assegnate, in coerenza con quanto disposto dall’art. 119, quarto comma, della Costituzione.

Di conseguenza, l’attribuzione di nuove funzioni, determinerà sicuramente un aumento della pressione fiscale a danno, soprattutto, dei cittadini e delle imprese del Sud. 

Nelle regioni centro-settentrionali, l’incremento delle competenze nel loro territorio, attraverso l’incremento della quota di compartecipazione ai grandi tributi erariali, provocherà, invece, un incremento della spesa pubblica che andrà a tutto vantaggio dei cittadini di tali regioni dato che le entrate tributarie di tali regioni sono enormemente più elevate.

Per cui, nelle regioni del Sud, ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, potranno essere attribuite, non solo attraverso la compartecipazione al gettito maturato nel territorio regionale dell’imposta sui redditi delle persone fisiche e di eventuali altri tributi erariali, ma anche e soprattutto con il ricorso al fondo perequativo di cui all’art. 119 Cost. e comunque con un finanziamento pubblico ingente.

Il che, come è evidente, comporterebbe una inevitabile sottrazione di risorse importanti al bilancio dello Stato e un conseguente consolidamento dei conti pubblici a carico probabilmente alla restante parte del Paese, oltre che più in generale di contribuire a compromettere la garanzia dei diritti sociali, già messa a dura prova da un decennio di crisi.

A quanto sopra bisogna anche aggiungere che l’aggravio del divario Nord-Sud, e la definitiva perdita del residuo senso di appartenenza a una comunità politica unitaria da parte dei cittadini sembrano essere già dietro l’angolo

Sicchè, come giustamente è stato notato, il rischio è che con l’autonomia differenziata, da un regionalismo senza modello, si passi a un regionalismo impazzito, dove le Regioni speciali, che lamentano l’arretramento subito a seguito della riforma del Titolo V, si affiancherebbero a Regioni ordinarie di “tipo a” e Regioni ordinarie differenziate di “tipo b”, a loro volta differenziate tra loro, mentre l’assenza di una istituzione rappresentativa di raccordo al centro di questo dedalo di competenze differenziate, che già tante volte è stata lamentata dal 2001 in poi, diverrebbe a questo punto un elemento di ulteriore criticità dell’assetto istituzionale.

Insomma, un vero e proprio pasticcio all’italiana. In questo siamo diventati dei veri e propri campioni.

Di ciò se n’è accorto anche un esponente del Pd, Gianni Cuperlo, il quale ha riconosciuto che «nel 2001 si riformò il Titolo V pensando di togliere voti alla Lega. Fu un errore e gli italiani lo hanno pagato caro».

Mah. Speriamo bene. (gm)