Autonomia, i capigruppo di minoranza depositano proposta per referendum abrogativo

I capigruppo della minoranza in Consiglio regionale, Mimmo Bevacqua (Pd), Davide Tavernise (M5s) e Antonio Lo Schiavo (Misto) insieme agli altri consiglieri del gruppo Pd (Alecci, Bruni, Iacucci, Mammoliti e Muraca), hanno depositato la proposta di delibera consiliare – “Proposta di referendum abrogativo ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione e degli articoli 29 e 30 della legge 25 maggio 1970, n. 352, della Legge 26 giugno 2024, n. 86, recante “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”.

I consiglieri regionali, che hanno sottoscritto la proposta, chiederanno al presidente della I Commissione permanente “Affari istituzionali” Luciana De Francesco, di calendarizzare la discussione sul testo con la massima urgenza.

Maggiori dettagli saranno forniti in occasione dell’iniziativa pubblica organizzata dal Pd per l’11 luglio, alla quale prenderanno parte anche gli altri capigruppo di minoranza, oltre al segretario regionale Nicola Irto e al responsabile nazionale per le riforme in seno alla segreteria nazionale dem, Alessandro Alfieri(rrc)

Autonomia, lo scacco matto dei sindaci alla Regione

di SERGIO DRAGONE – La Costituzione prevede che cinquecentomila elettori o cinque consigli regionali possano richiedere un referendum per abrogare totalmente o parzialmente una legge. È quello che stanno facendo cinque Regioni italiane (Puglia, Campania, Sardegna, Emilia Romagna e Toscana) per contrastare la riforma che introduce l’autonomia differenziata su molte e delicate materie.

È opinione diffusa che questa riforma aggraverà il divario nord-sud e che soprattutto avrà nel Meridione un impatto devastante su scuola e sanità, a cui verrebbero sottratte importanti risorse.

Un giudizio negativo che è condiviso dal presidente della Regione, Roberto Occhiuto che non ha esitato a prendere pubblicamente le distanze dal centrodestra nazionale che questa riforma ha approvato in Parlamento.

Il problema per Occhiuto è “che fare?”. Questione di non poco conto perché uno dei principali alleati di governo in Calabria è quella Lega che si è intestata politicamente la riforma, al punto da sventolare gioiosamente (e secondo me in maniera del tutto inopportuna) la bandiera con lo stemma ufficiale della Regione dai banchi della Camera.

Il presidente Occhiuto probabilmente avrebbe preferito fare melina, attendere gli eventi, lasciare che altri si mettano di traverso alla legge Calderoli. Le sue ultime dichiarazioni sono state molto prudenti.

Ma non ha fatto i conti con quello che in Calabria sta diventando il “partito dei Sindaci” che ormai ha oscurato la debole e impalpabile iniziativa politica del centrosinistra e in particolare di un PD molto in affanno alle ultime europee (ha la percentuale più bassa di tutto il Meridione).

Prima questo eterogeneo “partito” ha rivolto un appello firmato da circa 120 “primi cittadini” per sollecitare il ricorso alla Corte Costituzionale, poi ha sferrato un colpo magistrale, quasi uno scacco matto alla Regione.

Sfidando Occhiuto e l’intero Consiglio Regionale a richiedere, così come le altre cinque Regioni, il referendum abrogativo, i sindaci dei cinque Capoluoghi di provincia hanno costretto il Governatore a fare una scelta, o di qua o di là. Capiamo il tormento del presidente Occhiuto.

Accettare la sfida dei sindaci lo trasformerebbe in una specie di eroe della resistenza all’autonomia differenziata, ma questo gli costerebbe la rottura del rapporto con la Lega e quindi una crisi politica degli esiti imprevedibili. Respingere la richiesta significherebbe, al contrario, fare prevalere la ragione di Stato e del rispetto degli impegni di governo del centrodestra, ma gli costerebbe un’ondata popolare e l’inevitabile accusa di avere solo scherzato sull’autonomia.

Non è da escludere che il Governatore, che è politico molto abile, cerchi una terza via che, al momento, non ci sembra appaio all’orizzonte. Senza contare che cercando di accontentare tutti si finisce inevitabilmente per non accontentare nessuno.

Io mi chiedo. Può il presidente Occhiuto permettersi il lusso di fare andare avanti altre Regioni, sia pure di segno opposto al suo, in questa battaglia che comincia ad essere molto sentita dalle nostre popolazioni ? Non mi permetto di dare buoni consigli perché sono pienamente d’accordo con Fabrizio De Andrè quando dice che “da buoni consigli solo chi non può dare cattivo esempio”.

Registro solo che i cinque Sindaci di Catanzaro, Cosenza, Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia hanno giocato da perfetti giocatori di scacchi. (sd)

Autonomia, il PD Calabria annuncia iniziativa pubblica per proporre referendum abrogativo

Il gruppo del Pd in Consiglio regionale, presieduto da Mimmo Bevacqua, è al lavoro insieme al partito regionale e ai capigruppo di opposizione a palazzo Campanella Davide Tavernise (M5s) e Domenico Lo Schiavo (Misto) per l’organizzazione di un’iniziativa pubblica, aperta anche alle forze sociali, per fare in modo che anche il Consiglio regionale della Calabria si unisca alla battaglia e chieda il referendum abrogativo dell’autonomia differenziata.

L’iniziativa pubblica è prevista per il prossimo 11 luglio e registrerà la partecipazione del segretario regionale Nicola Irto e del senatore Alessandro Alfieri, responsabile per le Riforme in seno alla segreteria nazionale del Pd.

Le Regioni italiane, infatti, hanno avviato la mobilitazione per impegnare i Consigli regionali a chiedere l’abrogazione della legge che ha istituito l’autonomia differenziata, tramite l’istituto del referendum disciplinato dall’art. 75 della Costituzione. 

Emilia Romagna, Campania e Toscana hanno già intrapreso questo percorso e hanno avviato l’interlocuzione con le rispettive Assemblee regionali per riuscire a bloccare una riforma che rischia di parcellizzare l’Italia, come si può facilmente capire anche dalle richieste che iniziano ad arrivare dalle Regioni del Nord, in ordine a maggiore autonomia rispetto alle materie in cui non si applicano i Lep.

«È arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti – spiegato Bevacqua – e in coerenza alla posizione sostenuta fin dall’inizio della discussione sull’autonomia differenziata, adesso attiveremo ogni strumento utile per bloccarla, con la speranza che questa battaglia di uguaglianza e solidarietà venga condivisa in modo unanime dalla società e in Consiglio regionale». (rcz)

AUTONOMIA ED EMERGENZA EDUCATIVA
A RISCHIO LE SCUOLE CALABRESI E DEL SUD

di GUIDO LEONEMentre l‘attenzione delle componenti scolastiche è giustamente concentrata su questa fase conclusiva dell’anno scolastico, non è assolutamente presto cominciare a pensare alla ripartenza del nuovo anno scolastico. Quindi è giusto chiedersi che anno sarà per la scuola italiana, per gli studenti e le studentesse, per tutti coloro che nella scuola lavorano: docenti, personale Ata, dirigenti. Lo facciamo con la consapevolezza che stiamo parlando della infrastruttura sociale fondamentale per il Paese, per il suo sviluppo democratico ed economico, presente ovunque, dalla grande città ai piccoli centri. Lo facciamo perché ci interessa, perché è un patrimonio che ci appartiene e che vogliamo preservare e difendere: la scuola pubblica e perché ,a fronte di due grandi emergenze, poiché ritengo che siano tali, gli effetti dell’autonomia differenziata, se approvata, e l’emergenza educativa, se non adeguatamente affrontata, la porteranno allo sbando.

E la scuola, come si sa , misura lo stato di salute sociale e democratico di un Paese.

La sua missione fondamentale è concorrere all’uguaglianza sostanziale concretizzata dall’articolo 3 della Costituzione, fondamento del principio di solidarietà. Significa cioè che le è affidato il compito di assicurare l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di fare cioè in modo che tutti e tutte partano sulla stessa linea. È lo strumento più potente per combattere le disuguaglianze e nello stesso tempo per assicurare, attraverso gli strumenti della conoscenza, la libertà. È il luogo dell’inclusione perché è aperta a tutti e tutte. Perché è bene ricordare il senso e gli obiettivi della scuola pubblica? La risposta è che questo senso e questi obiettivi si sono persi o fortemente attutiti nelle scelte del decisore pubblico negli ultimi venti anni e nella stessa narrazione pubblica che si fa sulla scuola.

Se passiamo in rassegna le scelte politiche che abbiamo alle spalle, il sistema di istruzione è stato troppo spesso oggetto di tagli e non di investimenti e gli interventi di riforma sempre subiti e non condivisi con coloro che devono farsene carico tutti i giorni: gli insegnanti e il personale della scuola tutto. Infine mi riferisco all’autonomia differenziata che sancirà  gli squilibri che già esistono e li renderà definitivi e insuperabili. Il gap di servizi  nella scuola, e non solo nella sanità, negli asili, in tanti servizi del welfare, nelle risorse di sostegno all’apparato produttivo, etc., diventerà “legittimo”, un privilegio etnico- territoriale immodificabile. Insomma, chi, all’interno della stessa nazione, abita in territori particolari e benestanti ha più diritti di chi invece ha avuto la ventura di abitare in territori disgraziati. La nazione diventa così matrigna per alcuni cittadini e per alcune aree che hanno la colpa di essere cresciute meno di altre. 

È fondata, perciò, la preoccupazione che una deriva regionalistica del sistema di istruzione possa accentuare gli squilibri già oggi esistenti fra le diverse aree territoriali del Paese, con esiti ancor più penalizzanti per quelle economicamente e socialmente più in sofferenza come la Calabria nei suoi vari servizi alla persona. 

La scuola, poi, nell’ultimo decennio è stata investita da una vera e propria sovraesposizione mediatica, e, a seguito dell’imperversare della pandemia negli ultimi due anni, lo è stata ancor di più.

Quindi la società, come del resto la scuola e i professionisti che vi lavorano quotidianamente, è stata costretta in un breve lasso di tempo a fare i conti con una serie di “repentini mutamenti ideologici e valoriali” e di conseguenza a “reinventarsi” per restare al passo.

La scuola è un’interessante cartina di tornasole di tutte le distonie del sistema socioculturale contemporaneo, proprio perché frequentata da migliaia di ragazzi e bambini immersi sempre più nella “liquidità sociale”, che contempla in aggiunta una certa deriva valoriale e il quotidiano bombardamento di messaggi audio/video, diretti e subliminali, che li portano sempre più spesso a scollegarsi dalla realtà, per vivere più comodamente nel confort zone del virtuale tra le quattro mura delle proprie abitazioni.

Allora tra i banchi di scuola, più che altrove, si avverte un senso di “crisi profonda, una crisi che trae origine da lontano, innanzitutto nei valori trasmessi dalle famiglie di appartenenza, (non dimentichiamolo che il primo nucleo educativo della società è proprio la famiglia); pertanto, la scuola si ritrova spesso a supplire a quelle “mancanze” o “manchevolezze” educative essenziali e a dover creare ex novo un canale comunicativo capace di istaurare relazioni tra pari e con gli adulti di riferimento.

C’è una percentuale del 25% di ragazzi che ogni giorno mandano altrettanti messaggi relativi a disagio e alle proprie sofferenze.

Sono gli allievi invisibili, allievi la cui condizione di difficoltà e di malessere non è percepita o è percepita in modo  inadeguato o distorto dagli insegnanti; di minori oggetto di violenze, trascuratezze, strumentalizzazioni.

I minori invisibili non sono quelli che gli insegnanti non possono in alcun modo vedere, ma quelli che in genere non sono visti.

Ciò che risulta invisibile in questi allievi è dunque la radice del loro disagio che sta nelle relazioni familiari o nelle relazioni interpersonali in ambito sociale o scolastico – basta ricordare gli ultimi episodi di violenza nelle scuole tra ragazzi e tra allievi e docenti –  che li condizionano, ostacolando l’apprendimento, alterando la socializzazione, bloccando la crescita.

Gli allievi invisibili diventano spesso dei bambini desaparecidos, ragazzi scomparsi prima dalla mente degli insegnanti, poi dal mondo della scuola e dalle istituzioni educative.

Vogliamo togliere il terreno di coltura? Puntiamo su una “Città educativa, un contesto urbano severamente controllato e testimonianza del lecito e  del consentito praticato.Una città è educativa se è viva, vissuta e vivibile. Il problema allora è politico nel senso etimologico del termine: polis, politikòs che ha nel suo seme il “tutto ciò che appartiene al cittadino nell’alveo dei suoi diritti e dei suoi doveri”.

Se un quartiere è degradato, genera degrado e il degrado genera disagio e il disagio genera inappartenenza. E ciò che non è di nessuno fa sì che qualcuno se ne appropri come spazio della violenza, dove tutto è permesso ai violenti contro i deboli.

Ecco, allora, il ruolo della scuola e il compito della famiglia, il ruolo della Chiesa e delle altre istituzioni obbligate a fornire servizi per il mondo dei fanciulli  degli adolescenti e dei giovani, e di noi tutti adulti: parlare intanto un unico linguaggio, quello pedagogico, dare ai giovani il coraggio e la consapevolezza della loro dignità di persona, il saper inculcare il coraggio dell’altruismo e la voglia del positivo, il creare il convincimento che nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso. 

L’attuale condizione giovanile sollecita, dunque, l’urgenza di dedicarsi alla formazione delle nuove generazioni.

Ecco, ricominciamo da qui. (gl)

 

L’OPINIONE / Filippo Veltri: La sanità iperdifferenziata

di FILIPPO VELTRIQuesti giochini tattici, i distinguo in punta di penna, le fandonie che si stanno leggendo a due settimane dal voto in Parlamento per cercare di giustificare lo scempio che si consumerà sull’autonomia differenziata hanno, in verità, stancato. Ora che Mattarella ha promulgato la legge sarebbe l’ora di pensare a che fare.

  La maggioranza di governo (che intanto in Calabria è già andata sotto ai ballottaggi di domenica e lunedì a Vibo, dopo essere stata ridicolizzata al primo turno a Corigliano-Rossano, ed è già un segnale per chi vuol capire) è invece testarda ma i fatti lo sono ancora di più. Pochi giorni dopo l’approvazione dell’autonomia differenziata emerge, infatti, in tutta evidenza la realtà di un’Italia già ammalata di regionalismo e che avrebbe bisogno, semmai, di maggiore coesione. Ci pensano però diversi istituti di ricerca a dimostrare dove porta la narrazione del Ddl Calderoli: l’Italia della salute si presenta, ad esempio, già fratturata in più punti con il federalismo che c’è e quello che verrà rischia di spaccarla definitivamente con la Calabria fanalino di coda.

Il rapporto del Centro per la ricerca economica applicata in Sanità dell’università di Tor Vergata, presentato a Roma, parla chiaro: la mappa che ne riassume il contenuto si mostra in verde al di sopra dell’Umbria, gialla dal Lazio in giù e tristemente rossa in Basilicata, Calabria e Sicilia. I colori rispecchiano le performance di salute, sintetizzate in un indice che tiene conto di equità, esiti, appropriatezza e innovazione del servizio sanitario.

«La valutazione 2024 delle Performance regionali in tema di opportunità di tutela socio-sanitaria offerta ai propri cittadini – si legge nel rapporto – oscilla da un massimo del 60% (fatto 100% il risultato massimo raggiungibile) a un minimo del 26%: il risultato migliore lo ottiene il Veneto e il peggiore la Calabria». Desolante la conclusione: «Il divario fra la prima e l’ultima Regione è decisamente rilevante: un terzo delle Regioni non arriva a un livello pari al 40% del massimo ottenibile».

Se «sembra essersi registrato una significativa riduzione delle distanze in termini di opportunità di tutela della salute fra Meridione e Settentrione», spiega il rapporto, è perché le Regioni con le performance migliori hanno smesso di migliorare «probabilmente a indicare l’esistenza di limiti strutturali nell’attuale assetto del sistema sanitario».

 Un altro rapporto, quello dell’Istat, conferma in «Noi Italia 2024» pubblicato 5 giorni fa con un capitolo su «sanità e salute». Anche l’Istat mostra che l’Italia è fatta da più Paesi in uno. Gli abitanti di Calabria e Campania, ad esempio, dispongono di 2,2 e 2,5 posti letto in ospedale ogni mille abitanti e la Calabria è quella che ne ha tagliati di più tra il 2020 e il 2022 (-17%). In Emilia-Romagna (3,6) e in Trentino (3,7) sono quasi il doppio e in entrambe le Regioni si è registrato un aumento di posti letto del 7% in un biennio.

Il risultato in termini clinici è crudo quanto diretto: nel Nord-est il tasso di mortalità evitabile è di 16,9 decessi per diecimila abitanti e nel sud di 21,8, quasi 5 in più. Campania, Molise e Sicilia sono le regioni in cui si muore di più sia per patologie trattabili (cioè che potrebbero essere curate con un’assistenza migliore) che per quelle prevenibili con interventi su stili di vita e vaccinazioni. Persino la mortalità infantile del mezzogiorno (3,2 ogni mille nati vivi) è più alta rispetto alla media nazionale (2,6).

La mobilità sanitaria, cioè il numero di pazienti che si spostano da una regione all’altra per le cure, infine è in aumento. La regione più ricercata è l’Emilia-Romagna, dove l’immigrazione sanitaria è in costante aumento dal 2018 e il saldo tra chi arriva e chi parte supera anche quello della Lombardia. Dopo la lettura dei dati assumono un significato sinistro le parole con cui il ministro della salute Schillaci commenta l’impatto della riforma sul diritto universale alla salute: «L’autonomia differenziata già esiste in sanità – ha provato a rassicurare il radiologo –. Le Regioni hanno grande autonomia e in questo settore cambierà poco».   In peggio ovviamente. Questi, dunque, sono i fatti, il resto chiacchiere. (fv)

L’OPINIONE / Nicola Fiorita: Strada maestra per contrastare autonomia è ricorso a Corte Costituzionale

di NICOLA FIORITA – Fuga in avanti? Semmai è l’Anci a rischiare di restare indietro. Il dado è tratto perché non è più il momento della melina, dell’ambiguità, dei documenti edulcorati. La strada maestra per contrastare la legge Calderoli è il ricorso alla Corte Costituzionale. Se non dovesse bastare, andremo al referendum abrogativo.

È la presidente Rosaria Succurro a dovere prendere atto che 120 sindaci, e la lista si allunga di giorno in giorno, con tutte le grandi città in prima fila , hanno espresso una posizione forte. Le ho riconosciuto, in pubblico e in privato di avere coraggiosamente cambiato idea sull’Autonomia Differenziata, ma ora dimostri, aderendo al nostro appello, di essere la presidente di tutti i Comuni e non di una piccola Anci timorosa e fin troppo ossequiosa al potere politico.

In occasione dell’assemblea regionale dell’Associazione dovranno essere valutate  le ragioni dell’appello “Una sola Italia”, augurandomi così che la voce della Presidente possa diventare la voce di tutti i Sindaci della Calabria. (nf)

[Nicola Fiorita è sindaco di Catanzaro]

L’OPINIONE / Mariaelena Senese: Autonomia allontanerà Calabria dal resto del Paese

di MARIAELENA SENESE – Una riforma scriteriata che allontanerà la Calabria dal resto del Paese. Una mancia politica ad un alleato di Governo che segnerà, ancora di più, il destino delle calabresi e dei calabresi. Questo è, ma purtroppo non solo, l’autonomia differenziata. Per questo esprimiamo profonda preoccupazione per questa riforma che potrebbe avere conseguenze devastanti per settori chiave come la sanità e l’istruzione, aggravando ulteriormente le già evidenti disparità regionali e, come fatto in tempi non sospetti, chiediamo un immediato ripensamento del legislatore.

Per questo saremo presenti nei luoghi di lavoro, nelle assemblee territoriali per spiegare la nostra scelta di essere tra i promotori per indire il referendum abrogativo di questa legge ingiusta. Per questo la Uil, coerentemente con le sue impostazioni e sempre pronta al dialogo e al confronto anche quando questo si fa aspro, non si sottrarrà ai tavoli regionali che verranno convocati sul tema e su questo chiediamo alla Regione Calabria di aprire una interlocuzione in tempi ristretti, ma contrasterà con tutte le sue forze e in tutte le forme democratiche a disposizione l’applicazione di questa Legge, anche attraverso un impegno diretto nella costituzione di Comitati referendari per la sua abrogazione. Incrocerà in questo modo l’azione di altre forze sindacali, sociali e politiche che ritengono l’unità del Paese, l’universalità dei diritti, la dignità delle persone, elementi irrinunciabili per un Paese che vuol essere unito, faro della democrazia e soggetto forte per l’affermazione di questi principi nel contesto europeo e mondiale.

Non bisogna dimenticare, infatti, che la manovra economica 2024, in discontinuità con la precedente Legge di bilancio, non determina le risorse economiche in conto corrente finalizzate a garantire, attraverso l’istituto del fondo di perequazione, l’omogeneità in tutto il Paese dei diritti sociali e di cittadinanza. Questo, poi, quando il Governo ha già scelto di tagliare le rimesse destinate al fondo di perequazione che è stato prosciugato e fatto passare dagli oltre 4 miliardi di euro a poco più di 800 milioni.

Uno dei settori più colpiti dalla riforma dell’autonomia differenziata sarà inevitabilmente la sanità. Con l’autonomia differenziata, le regioni più ricche potrebbero decidere di aumentare i finanziamenti e migliorare i servizi sanitari a livello locale, lasciando le regioni meno abbienti, come la Calabria, indietro. Questo scenario porterà alla creazione di un sistema sanitario a due velocità, dove i cittadini del Sud avranno accesso a servizi di qualità inferiori rispetto a quelli del Nord.

In Calabria, la situazione sanitaria è già critica, con strutture ospedaliere spesso carenti e tempi di attesa per le prestazioni mediche inaccettabilmente lunghi. La riforma dell’autonomia differenziata aumenterà il turismo sanitario verso le regioni del Nord, dove i servizi saranno migliori. Questo flusso migratorio di pazienti non solo rappresenta un costo aggiuntivo per le famiglie calabresi, ma indebolisce ulteriormente il sistema sanitario locale, creando un circolo vizioso difficile da spezzare.

Il tutto mentre la medicina del territorio stenta a decollare e, anche quando gli ospedali e le case di comunità dovessero vedere la luce, il sistema rischia di non funzionare per la grave carenza di personale che già interessa il nostro Sistema sanitario regionale per il quale è necessaria e non più rinviabile una iniezione di giovani professionalità.

L’istruzione, poi, è un altro settore che rischia di subire gravi conseguenze. La Calabria può e vuole farcela da sola ma i continui tagli alle istituzioni scolastiche, gli accorpamenti che riducono gli spazi dell’offerta formativa, penalizzando ancora di più le aree interne della nostra regione, e il mancato potenziamento professionale rischiano di demolire quello che è uno dei pilasti della comunità educante calabrese.

La Uil Calabria chiede un immediato ripensamento della riforma dell’autonomia differenziata e ritiene necessario intervenire, a livello istituzionale, per bloccare i nefasti effetti di questa norma. È fondamentale che le politiche nazionali promuovano l’equità territoriale e garantiscano pari opportunità a tutti i cittadini, indipendentemente dalla regione di residenza. La Calabria ha bisogno, fra le altre cose, di infrastrutture moderne ed efficienti, di investimenti mirati, di una sanità efficiente e di un sistema educativo all’altezza delle sfide moderne. Solo così si potrà ridurre il divario tra Nord e Sud e costruire un futuro di sviluppo e prosperità per tutto il Paese. (ms)

[Mariaelena Senese è segretaria generale di Uil Calabria]

L’appello del Pd al sindaco di Cittanova: Firmi appello contro l’autonomia

Il Partito Democratico di Cittanova si è rivolto al sindaco, Domenico Antico, affinché firmi, come hanno fatto tanti altri suoi colleghi, l’appello rivolto al Presidente della Giunta regionale Roberto Occhiuto e al Presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso, per chiedere che la Regione impugni davanti alla Corte Costituzionale il disegno di legge d’iniziativa governativa, approvato in via definitiva il 19 giugno dalla Camera dei Deputati sull’Autonomia differenziata.

Il primo cittadino, quindi «non rimanga indifferente – hanno detto i dem – e voglia aderire all’appello unendosi agli altri primi cittadini calabresi, responsabilmente preoccupati degli effetti devastanti che l’entrata in vigore della legge potrebbe produrre sull’erogazione dei servizi da parte dei comuni, ovviamente anche del nostro, verso i bisogni e le istanze dei propri concittadini, in primo luogo di quelli più fragili e indifesi».

«La battaglia contro l’autonomia differenziata deve essere una sfida che riguarda tutti – hanno evidenziato – senza distinzione di schieramenti. In gioco c’è il futuro delle nostre comunità».

«Come è noto – spiegano i dem nella nota – la legge sull’autonomia, meglio conosciuta come secessione dei ricchi o spacca Italia, voluta dalla Lega di Salvini e fatta propria dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, contiene – così come vi è scritto nel documento dei sindaci- “evidenti elementi di anticostituzionalità e mina nelle fondamenta l’unità del Paese, sottraendo ingenti risorse e funzioni alle Regioni meridionali, tali da compromettere i valori costituzionali dell’uguaglianza e i diritti alla salute, al lavoro e all’istruzione di tutti i cittadini».

«Le disposizioni della legge creerebbero, se attuate – hanno evidenziato – inaccettabili discriminazioni tra i cittadini delle Regioni del nord e quelle del Meridione, soprattutto in settori vitali quali la sanità pubblica e l’istruzione, disegnando un Paese diviso a metà e molto lontano dall’impianto voluto dai Padri Costituenti». (rrc)

 

Succurro (Anci) ai sindaci: evitare forme di protagonismo politico su autonomia

La presidente di Anci Calabria, Rosaria Succurro, in una lettera inviata ai sindaci ha chiesto di «evitare forme di fughe in avanti, di protagonismo politico e di visioni aprioristiche motivate da interessi di parte».

Abbiamo l’occasione della imminente Assemblea regionale di Anci – ha sottolineato la stessa presidente dei sindaci della Calabria – per licenziare le migliori e condivise decisioni possibili, i più opportuni indirizzi e i maggiori approfondimenti sulla scelta della più efficace linea di iniziativa, su una riforma che certamente reca tanti punti da chiarire, a difesa di quel prezioso avamposto che è il Comune e che i cittadini considerano il proprio interlocutore istituzionale privilegiato, spesso anche laddove non ne ha competenza».

Nella sua lettera, Succurro ha precisato che da presidente dell’Anci e della Provincia di Cosenza non ha «mai pensato di dare luogo a discriminazioni partitiche nei confronti di istanze di interesse collettivo». Oggi, ha scritto Succurro, il No alla recente legge sull’autonomia differenziata «ci deve vedere ancor di più dalla stessa parte, con lo sforzo di una sintesi unitaria e di comune sentire». Nell’Assemblea regionale dell’Anci, che si terrà a Lorica il 10 e l’11 luglio prossimi, «sarà previsto – ha scritto ai sindaci la presidente Succurro – apposito spazio da dedicare al confronto aperto sul tema dell’autonomia differenziata, dal quale sono sicura che possa uscire una determinazione unitaria con il coinvolgimento di ciascuno». (rcz)

I sindaci e le sindache della Calabria chiedono a Occhiuto di impugnare l’autonomia davanti alla Corte Costituzionale

Settanta sindaci, guidati dal sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, hanno chiesto al presidente della Regione, Roberto Occhiuto, di impugnare davanti alla Corte Costituzionale la legge sull’autonomia differenziata.

L’appello, dal titolo Una sola Italia, ede tra i primi firmatari i sindaci di Cosenza Franz Caruso, di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà, di Crotone Vincenzo Voce, di Vibo Valentia Enzo Romeo, di Corigliano-Rossano Flavio Stasi, di Castrovillari Domenico Lo Polito, di Siderno Mariateresa Fragomeni, di Villa San Giovanni Giusy Caminiti, di Palmi Giuseppe Ranuccio e sarà trasmesso, ufficialmente, domani alla Regione e al presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso.

«La legge contiene evidenti elementi di anticostituzionalità – si legge nel testo – e mina nella fondamenta l’unità del Paese, sottraendo ingenti risorse e funzioni alle Regioni meridionali, tali da compromettere i valori costituzionali dell’uguaglianza e i diritti alla salute, al lavoro e all’istruzione di tutti i cittadini. Le disposizioni della legge creerebbero, se attuate, inaccettabili discriminazioni tra i cittadini delle Regioni del nord e quelle del Meridione, soprattutto in settori vitali quali la sanità pubblica e l’istruzione, disegnando un Paese diviso a metà e molto lontano dall’impianto voluto dai Padri Costituenti».

«È questo un atto concreto a difesa della unità nazionale oltre che a tutela degli interessi del Sud e della Calabria.  Sarebbe questa una scelta che potrebbe dare credibilità alle tardive dichiarazioni rilasciate dallo stesso Roberto Occhiuto contro il disegno di legge leghista», ha detto Caruso, sottolineando come «la Legge leghista, barattata con Forza Italia e Fratelli d’Italia, per una improbabile Riforma sulla Giustizia e per la istituzione di un assai discutibile premierato è antidemocratica ed anticostituzionale».

«Divide l’Italia in 20 piccole repubblichette – ha proseguito – sottraendo ingenti risorse e funzioni alle Regioni meridionali e  aumenta  il divario già esistente tra Nord e Sud. Infatti, la Legge Calderoli è destinata a creare, una volta attuata, inaccettabili discriminazioni tra gli italiani che a secondo i territori di residenza avranno disparità di diritti, anche per quelli che la Costituzione afferma il principio dell’ universalità, a partire dalla garanzia del diritto alla cura e alla salute, della istruzione e del trasporto».
«Mi auguro – ha concluso Caruso –  che Roberto Occhiuto  faccia prevalere gli interessi dei calabresi, attraverso atti concreti e non vuote parole e sia, pertanto , coerente e conseguente rispetto al manifestato dissenso verso una legge punitiva e tesa ad accentuare la marginalità e la subalternità della Calabria rispetto alle aree forti del Paese». (rrm)