Saccomanno (Lega): Lavoro e sostegno ai giovani per contrastare l’emigrazione

Giacomo Saccomanno, commissario regionale della Lega, ha ribadito come sia necessario dare lavoro e sostegno ai giovani per contrastare l’emigrazione: «sono anni – ha spiegato – che i ragazzi non tornano più nella terra natia, ma sono costretti, per poter realizzare i propri sogni, ad andare in altre regioni ed anche all’estero».

«Una emorragia profonda, pesante – ha proseguito Saccomanno – continua, che ha privato la Calabria delle migliori risorse umane. Cosa è stato fatto finora di concreto e di strutturale? Quasi nulla! Ecco la necessità che vi siano reali politiche giovanili, che tendano a realizzare quelle occasioni che in altri territori esistono e che, invece, la Calabria nega alle nuove generazioni. Su questo, e su tanto altro, la classe politica deve interrogarsi e cercare di trovare soluzioni che consentano di porre un freno a questa tendenza derivante dal fallimento di coloro che hanno nel passato gestito la cosa pubblica e le relative iniziative».

«Ed ecco – ha aggiunto – la necessità indispensabile, per contrastare l’emigrazione, di incentivare il lavoro, di regolare seriamente i fondi per le aziende che assumono, di individuare misure finanziarie adeguate a sostenere le attività e le società giovanili. Non bandi clientelari, ma misure vere e concrete derivanti da uno studio serio sulle innumerevoli possibilità che la nostra terra offre».

«Si tratta – ha spiegato ancora – di individuare in modo oggettivo una politica sociale, economica ed imprenditoriale per contrastare l’esodo e ripopolare la Calabria con i nostri figli. La regione deve farsi carico di effettuare una ricerca di mercato reale e, conseguentemente, individuare quelle misure che possano dare sostegno e contrastare la fuga. Il reddito di cittadinanza va corretto non potendosi riconoscere indiscriminatamente delle somme e diminuire la forza lavoro necessaria per la crescita e lo sviluppo dei territori».

«È giusto aiutare e sostenere chi ha bisogno – ha concluso – ma è anche corretto che costoro possano lavorare e non continuare con un assistenzialismo che genera, spesso, situazioni di depressione e di mancanza di fiducia in sé stessi. Senza aggiungere che l’unico modo per contrastare puntualmente il sistema ‘ndranghetistico è quello di offrire alle nuove generazioni delle alternative e la possibilità di vivere nella normalità e non nella povertà economica e culturale». (rcz)

SBARRA: IL CORAGGIO DEL MEZZOGIORNO
PER RISCATTARE LO SVILUPPO CALABRESE

di LUIGI SBARRA – Unitariamente a Siderno, nel cuore della Locride, a rinnovare l’impegno coerente di Cgil, Cisl, Uil sulle tante criticità dell’estremo Sud della nostra penisola, a sostenere la voglia di riscatto della comunità calabrese che non vuole perdere le opportunità del Recovery Fund e dei piani di sviluppo e crescita previsti dal Governo.

È stato un segnale importante, fortemente sostenuto dalla Cisl, l’approvazione dell’emendamento al decreto Semplificazioni che ‘blinda’ il capitolo Mezzogiorno nel Pnrr prevedendo che il 40% delle risorse, anche nei bandi, sia indirizzato al Sud. Avviare il motore sociale e produttivo delle nostre zone deboli significa, infatti, far ripartire l’intero Paese: un obiettivo che riguarda tutti e che deve vedere ogni soggetto sociale e istituzionale coinvolto nel cantiere dello sviluppo. Quello che serve ora è una attivazione rapida ed efficace degli investimenti pubblici, con un controllo stringente su crono-programmi, trasparenza, legalità, qualità e stabilità del lavoro.

La ripartenza economica e sociale attraverso un vero governo della transizione digitale, ambientale, energetica va concertata, anche e soprattutto al Sud, per garantire il pieno utilizzo delle risorse senza la polverizzazione dei progetti, per assicurare tempi certi di realizzazione, buona qualità della spesa e condizioni chiare che leghino le dotazioni finanziarie a forti incrementi occupazionali.

Questo è per la Cisl un punto centrale. È ora di smetterla con gli incentivi a pioggia per imprese che non si impegnano a investire nel Sud, ad assumere a tempo pieno giovani, donne, disoccupati meridionali. Basta con le multinazionali che una volta incassati benefici fiscali e benefit, scappano via, come sta facendo in maniera inaccettabile la Whirpool a Napoli che, senza vergogna, rompe i patti e si defila in cerca di paradisi fiscali e di purgatori contrattuali, dove applicare il peggior dumping salariale, senza alcun rispetto per la dignità delle persone.

Il Mezzogiorno, con i sui gap infrastrutturali, con l’aumento della povertà, con le tante famiglie monoreddito, intercetta e amplifica tutte le criticità economiche, sanitarie e sociali. Riscattare il Sud alla crescita, alla coesione significa da sempre, e in questo momento più che mai, realizzare la migliore politica di sviluppo per tutto il Paese. Ma, questo processo di ricostruzione, ha bisogno di riforme concrete per cambiare la pubblica amministrazione, velocizzare i tempi della giustizia, tagliare le tasse a chi investe stabilmente nel sud, puntare ad un grande piano per la formazione delle nuove competenze. Solo agendo con determinazione su questi fronti, solo facendo vera convergenza, potremo raggiungere i livelli di crescita auspicati dal Governo nei prossimi anni.

Dalla nostra abbiamo due opportunità straordinarie. La prima: un’Europa che finalmente parla il linguaggio della solidarietà e della coesione. Il Recovery Plan guarda al Sud del continente ed il nostro meridione è la punta di lancia di questa sfida comunitaria. La seconda occasione è la “pax politica”, che assicura al Parlamento e al Governo Draghi una stabilità essenziale per le riforme. L’auspicio è che questa coesione duri e sappia agganciarsi stabilmente alla progettualità sociale, attraverso un nuovo patto ed una vera politica di concertazione che metta in priorità la ripartenza delle realtà deboli. 

In quest’ottica, la Calabria è la quintessenza della questione meridionale, e dunque il distillato di tutte le problematiche nazionali. Lavoro, sanità, infrastrutture, politiche industriali, povertà, legalità: non c’è voce che non trovi in questi territori le ferite più profonde. Sono nodi da sciogliere insieme, all’interno di un Patto per la Calabria che muova un pezzo importante del Next Generation Italia sul territorio, per sbloccare infrastrutture e investimenti produttivi, politiche sociali e occupazionali, fiscalità di sviluppo e strategie industriali.

Vanno riscattate le aree interne, rilanciata la portualità e le reti viarie, avviato un grande piano per il risanamento idrogeologico. E, poi, bisogna sbloccare le assunzioni pubbliche, stabilizzare il precariato storico, ammodernare le scuole, gli ospedali ed i servizi pubblici, con una guerra ad ogni forma di criminalità e malaffare. Questo serve alla Calabria e al Sud. Bisogna estendere il perimetro delle responsabilità e pretendere dalle amministrazioni regionali e locali il massimo della trasparenza, della rapidità decisionale, della competenza.

Lo diremo con forza a Siderno: il Mezzogiorno è il terreno dove si combatte una battaglia morale ed economica che non possiamo perdere. Il costo sarebbe altissimo, da ogni punto di vista. Fallire significherebbe marginalizzare un terzo della popolazione, cristallizzare un’economia perpetua della sopravvivenza e “meridionalizzare” l’intero Paese, condannandolo a bassi tassi di crescita e sviluppo. Tutto questo il sindacato non può permetterlo. Per questo siamo mobilitati, in Calabria e nel resto del Paese. Va aperta una stagione di riforme e di investimenti che non lasci indietro nessuno e punti ad unire il Paese con il protagonismo dei lavoratori. 

Luigi Sbarra è Segretario Generale Cisl.

Il testo è la lettera che il segretario della Cisl ha inviato al Direttore del Quotidiano Del Sud / L’Altravoce dell’Italia Roberto Napoletano, in occasione della manifestazione di Siderno.

[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

EMIGRAZIONE E GIOVANI, SERVE IL LAVORO
PER FAR RESTARE I NOSTRI RAGAZZI AL SUD

di FRANCESCO RAO – Hanno lavorato senza sosta, dividendo la giornata in mille rivoli per mantenere unita la famiglia e, talvolta, il loro apporto è stato il cuscinetto per superare la disperazione della fame e le umiliazioni patite a causa di una mancata considerazione della loro dignità.

Hanno pianto il loro silenzioso dolore, senza turbare i figli e, quando il pochissimo pane a disposizione non bastava, erano loro le prime a dire non ho fame. Hanno  governato la famiglia con zelo e determinazione quando i loro mariti, chiamati in Guerra, partivano al fronte e non era scontato il loro ritorno a casa. Quelle donne sono state straordinarie e uniche, e il loro silenzioso vivere ha fornito all’Italia i soldati per le due Guerre Mondiali, e nel dopoguerra la manodopera a costi bassissimi per le imprese e per le industrie Nord Italia e, a seguire, sono stati i figli di quelle generazioni a lavorare per lo Stato arruolandosi nelle Forze Armate, scegliendo la scuola per studiare e per poi raggiungere i più elevati riconoscimenti accademici e cattedratici.

Sono figli di quelle mamme i numerosissimi medici ed infermieri che hanno trovato occupazione nei più importanti e prestigiosi Ospedali del Centro-Nord. Lasciando la Calabria, oltre alla propria terra c’era il distacco dalla propria famiglia. Ieri come oggi, il Meridione è povero, arretrato e moltissimi non avranno futuro. Il dolore vissuto da quelle donne, ossia dalle mamme di quei figli che avevano imparato a sognare velocemente per disperazione, spesso viene sottaciuto mentre a mio avviso dovrebbe ricevere il più alto riconoscimento da parte delle Istituzioni. Quelle donne erano tristi, anche quando giovanissime si sposavano e poi diventavano mamme: sapevano benissimo che i loro figli, se maschi erano destinati all’emigrazione o alla povertà; se donne avrebbero vissuto con molta probabilità una vita di stenti e sacrifici. Il tempo ci ha consentito di gustare il benessere, e il sistema post-industriale a ridotto ogni distanza ma, tante donne di Calabria, ancora oggi come ieri, hanno il cuore a pezzi perché i loro figli non hanno un lavoro e di conseguenza non potranno avere un futuro.

Molti anni addietro ho avuto la fortuna di poter osservare il sorriso di una anziana signora, comprendendo sino in fondo l’eccezione dettata dalla circostanza. Dovevo ancora concludere gli studi universitari e, per qualche mese, ho lavorato presso l’Ufficio postale di Mammola, piccolo paese vicino casa mia, con la mansione di portalettere. Ogni giorno vedevo l’anziana signora seduta su una vecchia sedia posta davanti alla propria abitazione. Quando consegnavo bollette e posta ordinaria, quella signora, oltre a ringraziarmi, mi augurava buon lavoro.

Un giorno consegnai una lettera che aveva i bordi blu e rossi, arrivava dal Canada. Alla visione di quella lettera, guardandomi fisso negli occhi, l’anziana signora improvvisamente ha accennato un timido sorriso e ringraziandomi, con le sue piccole mani mi strinse la mano. A distanza di qualche giorno apprendevo che suo figlio rientrava in Italia dopo oltre 30 anni di permanenza in Canada. Quella donna, la sua umiltà e quel sorriso, disegnato su un viso nel quale le rughe avevano tracciato ogni sofferenza e le difficoltà di una vita, mi hanno fatto comprendere il peso del dispiacere vissuto in silenzio da una mamma che come tante altre mamme calabresi hanno visto partire i loro figli talune volte per necessità ed altre per disperazione.

In questi giorni si sta registrando l’avvio della campagna elettorale per l’elezione dei Consiglieri e del presidente chiamato a governare la Regione Calabria per i prossimi cinque anni. L’entusiasmo ci sta, come ci sta anche l’accelerazione della propaganda.

La mia domanda al mondo della politica è una: oltre alla propaganda ed messaggi mediatici, si riuscirà ad anteporre a sondaggi, selfie, dirette, foto e like un semplicissimo desiderio nutrito dalla gente di Calabria, sino ad ora mai intrapreso seriamente e compiuto sino in fondo? Mi riferisco alla possibilità di restituire alle donne di Calabria, ed a tutte le mamme italiane, quel piccolo sorriso di serenità che potrà esserci soltanto quando i nostri  giovani  potranno contare sulla grandezza di un’Italia che, oltre ad agire, pensa ai propri figli rendendo attuabile un futuro migliore.

Oggi il nostro futuro viene interamente poggiato sulle spalle dei nostri giovani, ma per loro non c’è una visione complessiva del futuro, e non si intravedono le opportunità per generare lavoro. Tutto ciò, mi dispiace doverlo pensare, ma potrà essere l’ennesima causa che alimenterà l’emigrazione dei nostri Giovani con numeri molto più elevati rispetto al passato.

Per onorare i debiti che l’Italia sta sottoscrivendo per superare la crisi pandemica, sarà indispensabile creare opportunità di lavoro. Il Meridione, anche in questa sfida si trova ai nastri di partenza in maniera nettamente svantaggiato: oltre alle competenze mancano i progetti, le strutture ed una nuova capacità di guardare al futuro con l’intento di non reiterare gli errori del passato. (fr)

L’OPINIONE/ Filippo Veltri: L’ascensore sociale e il lavoro che non c’è

di FILIPPO VELTRI –  “Lavorare meno, lavorare tutti” è un famoso slogan che diventa il titolo di copertina del giornale Lotta Continua nell’edizione del 5 dicembre 1977. Poi, più o meno, lo stesso titolo anni dopo lo fece Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana.

Due punti di vista convergenti provenienti da mondi politici, culturali, sociali diversi. Soprattutto ai quei tempi.

La valorizzazione del lavoro è un’idea costituzionale della Resistenza, impiantata nel nostro sistema. Nelle settimane passate, però, l’Istituto Nazionale di Statistica ha pubblicato una ricerca che testimonia come il virus abbia bruciato quasi un milione di posti di lavoro, per l’esattezza 945.000, aumentando il tasso della disoccupazione fino al 10,2%. Le aziende a rischio rappresentano il 45% del panorama nazionale mentre, già a marzo, la direttrice generale della stessa Istat, Linda Laura Sabbadini, aveva denunciato un livello di povertà che raggiunge la soglia delle 5 milioni e 600.000 persone.

Sono dati allarmanti, se non addirittura catastrofici, che mostrano le pesanti ingiustizie del mondo del lavoro nostrano, specialmente se si riflette sulla dimensione giovanile e femminile. Dentro quel 10,2 % di disoccupati, infatti, il 31, 6% è costituito dai giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, la stessa fascia che ha incrementato il proprio tasso di povertà del 23,1% rispetto al 2020. Le donne occupate, in Italia, sono solo il 49%, mentre i livelli richiesti dalla Commissione.

Non sono solo numeri, ma storie di vita reale che raccontano le difficoltà di un paese incapace di sostenere il peso del lavoro, il principale problema da mettere al centro dell’agenda politica. 

È insomma la storia di una società bloccata. I figli non sanno se riusciranno a garantire alla propria prole le stesse opportunità che i loro padri sono stati in grado di assicurare. Uomini e donne che non possono programmare il proprio futuro, perché non conoscono le loro prospettive e spesso non ne hanno. È tutto frutto di scelte politiche, quindi storiche, che cambiano profondamente la realtà e che hanno condotto alla situazione contemporanea.

L’idea che sull’altare della competitività si debbano sacrificare i diritti, puntare sulla frantumazione del lavoro, sulla sua precarietà, sullo sfruttamento e sul sotto-salariato, ha aumentato povertà e disoccupazione. Le rivolte dei rider degli ultimi mesi simboleggiano una presa di coscienza di questo tema, che non può e non deve rimanere un grido inascoltato. Ma di questo reinserimento sociale è doveroso che se ne occupi la politica.

Quell’ascensore sociale bloccato indica inoltre tante cose ma una più di tutte deve preoccupare: senza scatto in avanti muore tutta intera una società, anche chi magari in questo momento e’ ai piani più alti del palazzo. Se l’ascensore, infatti, non sale più non scende nemmeno più e le ragnatele soffocheranno alla fine anche chi più ha. Ci pensino tutti in questo avvio d’estate, la seconda in era Covid, con una ripresa che appare ancora molto lontana,  e soprattutto difficile, e che nel Sud e in Calabria appare, come al solito, più complicata che altrove. (fb)

CALABRIA: LAVORO, RECOVERY E LE DONNE
SI RIPARTE SOLO SE SI INVESTE SU DI ESSE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «Da 20 anni, in Calabria, manca un vero welfare e questo aspetto danneggia prima di tutto le donne». È la denuncia di Amalia Talarico, della segreteria Fp Cgil Area Vasta, fatta nel corso di un webinar dal titolo Donne, Lavoro e Sud promosso dalla Cgil Area Vasta Catanzaro, Crotone, Vibo Valentia.

Un tema, quello delle donne e del lavoro, che oggi, più che mai, è un tema che dovrebbe essere affrontato più seriamente, sopratutto se, a causa di questa pandemia mondiale, sono state le donne, a livello lavorativo, ad averci rimesso: secondo i dati Istat, infatti, su 101 mila nuovi disoccupati, 99mila sono donne, allargando, così, la disparità di genere. Un quadro davvero sconfortante, se si pensa che, in realtà, le donne hanno un ruolo chiave nella ripartenza del paese e, quindi, si rende necessario il dover «investire sul valore delle donne» perché «investire sulle donne significa far ripartire il lavoro e spingere sulla rivoluzione culturale necessaria a far fronte al cambiamento, a tutti i livelli».

«Alle donne non può bastare la parola quota, o un capitolo in fondo ad un programma elettorale» ha dichiarato Filly Pollinzi, assessore Pari Opportunità del Comune di Crotone, perché «c’è la necessità di affrontare il tema della cittadinanza delle donne e del ruolo che devono avere nella società che stiamo costruendo» ha detto Serena Sorrentino, segretaria nazionale Fp Cgil.

A illustrare un quadro desolante, sul tema lavoro e Mezzogiorno, è Simona Maggiorelli, direttrice del settimanale Left: «solo il 32,2 per cento delle donne lavora, e una donna su cinque che avuto un figlio non lavora. Questi dati sono 2018, e sono inferiori al dato peggiore che è quello del 1977. Le donne sono quelle che vengono mandate a casa quando si tagliano i posti di lavoro, sono quelle che vengono pagate meno e che subiscono violenza sul lavoro» ha rilevato aggiungendo che si tratta di una situazione che «durante il periodo della pandemia è peggiorata».

«Rispetto a tutto questo – ha aggiunto – la questione centrale è culturale. Parlare di prevenzione vuol dire anche che non bastano le leggi, che sono sicuramente importantissime, ma non ci possiamo fermare a sanzionare comportamenti quando il ‘fatto’ è già avvenuto. Per questo dobbiamo partire dalle scuole: le donne devono imparare a riconoscere la violenza, la rivoluzione è nel paradigma culturale totale. Le donne non sono soggetti fragili da tutelare, ma sono una risorsa che deve contare nei luoghi di poter per poter cambiare le cose».

«La difficoltà nel conciliare i tempi di vita e lavoro – ha dichiarato Enzo Scalese, segretario generale della Cgil Area Vasta – l’aumento del lavoro di cura, che ricade quasi esclusivamente sulle donne, la crisi economica legata alle politiche di contenimento del virus che ha aumentato notevolmente il tasso di disoccupazione femminile, ha portato le donne a pagare il prezzo più alto della crisi, soprattutto nelle nostre realtà, dove i ruoli ricoperti sono spesso più gravosi e precari».

Per Scalese, «dobbiamo afferrare le opportunità alimentate dal programma del Next Generation Eu e contenute nel piano nazionale di Resilienza e Resistenza, per ripensare e riprogettare il futuro in ottica di opportunità per l’occupazione giovanile e femminile, proprio per come proposto nel nostro piano straordinario per il lavoro. Dobbiamo puntare a politiche strutturali e integrate per risolvere il problema della diseguaglianza di genere a partire dal tema della “disparità salariale” che non è solo una questione femminile, ma che riguarda l’utilizzo efficace delle risorse con le quali si crea benessere per tutti. L’Italia ha bisogno del potenziale produttivo delle donne».

Un concetto che viene ribadito nella campagna Donne per la salvezza, nato da «un lungo confronto fra numerose associazioni, economiste, statistiche, accademiche, manager, esperte di politiche di genere, politiche e politici» «per dare forza e ulteriore sostanza alla campagna europea Half of it, per destinare almeno la metà delle risorse europee del Next generation Eu a misure che includano le donne nella vita sociale ed economica del Paese».

Nel manifesto, infatti, viene ribadito che «l’occupazione femminile genera ricchezza, economia del lavoro di cura e riduce sensibilmente il rischio povertà, specie nelle famiglie monoreddito. Puntare sulla crescita sostenuta dell’occupazione femminile significa anche creare le condizioni per un aumento del numero dei nati, dei figli desiderati, a cui tanti giovani rinunciano in un Paese afflitto da decenni dalla decrescita demografica. Siamo convinte che 3 l’obiettivo di portare l’occupazione femminile dal 48,5% al 62,4% debba costituire una priorità del Piano, e su questo chiediamo la convergenza di tutti i decisori».

Per la segretaria generale Sorrentino, «in questa fase di svolta nel Paese, davanti ad una crisi economica mondiale che si affronta per la prima volta con la scelta di investire, piuttosto che tagliare, uno dei temi da affrontare è proprio il lavoro delle donne, la ricostruzione della rete dei servizi e del welfare che guardino alla maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro. È questa, la sfida che abbiamo davanti». (ams)

 

L’assessore Orsomarso: Piano da 72 milioni di euro per lavoro decisivo per la Calabria

L’assessore regionale al Lavoro, Fausto Orsomarso, ha dichiarato che «il nostro piano di misure integrate, che prevede politiche attive per il lavoro da 72 milioni di euro, è un segnale decisivo per la Calabria e sta registrando un largo apprezzamento anche a livello nazionale».

«Siamo continuamente impegnati – ha spiegato ancora Orsomarso – a creare quello che definisco un ponte oltre la crisi, sostenendo i livelli occupazionali e il riallineamento delle competenze dei lavoratori alle necessità di riconversione e ristrutturazione delle aziende calabresi. E, in questo senso, fanno davvero piacere l’apprezzamento e la vicinanza istituzionale dell’assessore al Lavoro della Regione Veneto, Elena Donazzan, che ha sottolineato il mio impegno e quello di tutta la Giunta per fare del Sud una terra a difesa del lavoro e delle imprese. La ringrazio e la invito a rinnovare un confronto sempre più efficace e duraturo. L’Italia, quando si muove unita, affronta meglio le sfide verso il futuro».

«Accolgo con convinzione, inoltre, l’appello lanciato dal segretario regionale della Cgil regionale, Angelo Sposato, che ha invitato tutte le istituzioni e i rappresentanti politici a unire le forze per affrontare quella che è stata giustamente definita come la peggiore crisi di sempre».

«Sono pienamente d’accordo e ritengo che, oggi più che mai – ha concluso l’assessore – sia il tempo della responsabilità e non quello della partigianeria politica. Auspico, dunque, che questa comunione d’intenti possa essere raggiunta al più presto e, in particolare, a partire dalle questioni che ruotano attorno ai fondi del Recovery fund, fondamentali per lo sviluppo della Calabria». (rcz)

Cgil, Cisl e Uil Calabria: Serve urgente incontro con ministro Speranza e nomina immediata sub commissari

Cgil CalabriaCisl Calabria Uil Calabria hanno espresso fortissima preoccupazione per la lentezza, le inadempienze e la confusione nelle vaccinazioni anti Covid-19, e hanno ribadito che serve un urgente incontro con il ministro della Salute, Roberto Speranza, e la nomina immediata dei sub-commissari.

Nel corso di un ampio confronto, coordinato dai Segretari generali regionali Angelo Sposato (Cgil), Tonino Russo (Cisl), e Santo Biondo (Uil), i sindacati hanno discusso delle gravi difficoltà e disfunzioni che si registrano in regione nella gestione della pandemia e nella campagna di vaccinazione, l’emergenza economica e sociale, l’esigenza di una grande piano per l’occupazione.

«Mentre aumentano i contagi e la pressione sugli ospedali – si legge in una nota – ci sono 83.000 dosi di vaccino consegnate alla Calabria e non utilizzate, che non si sa che fine abbiamo fatto, ne sono in arrivo 100.000: se non ci sarà un’accelerazione nella somministrazione, i ritardi si cumuleranno con il rischio di gravi conseguenze nella diffusione della pandemia.  È fondamentale, intanto, superare le criticità e le disfunzioni registrate anche in queste ore sulla piattaforma di prenotazione, come per ultra 80enni e “fragili” che devono vaccinarsi in centri posti anche a distanza considerevole dal proprio comune».

Per quanto riguarda la Sanità in generale, inoltre, Cgil, Cisl e Uil Calabria mettono l’accento sul sostanziale fermo dell’attività del Commissario ad acta, Guido Longo, e sulle gravi carenze nel Dipartimento Salute che il Dg Bevere sta per lasciare.

«Il Governo – hanno detto i sindacati – deve nominare i sub Commissari e mettere l’Ufficio del Commissario in condizione di funzionare con la dotazione del personale necessario. Deve continuare il confronto con le Asp e le Ao, un confronto che il Commissario Longo avrebbe dovuto garantire, sulle mancate assunzioni nonostante le risorse stanziate, che non si capisce come siano state impiegate, perché quello del personale è il nodo prioritario da sciogliere; deve essere aumentata la disponibilità dei posti Covid negli ospedali; si deve programmare il riordino della rete ospedaliera e della riorganizzazione della medicina territoriale, rivedere i criteri per l’accreditamento delle strutture private nell’ottica del servizio pubblico integrato; chiarire al più presto la situazione del Sant’Anna Hospital di Catanzaro, centro importante anche per limitare l’emigrazione sanitaria, lasciato senza risposte da troppo tempo».

Per tutto questo, in primis per l’emergenza pandemia, Cgil, Cisl e Uil Calabria «chiedono un incontro urgente con il Ministro alla Salute Speranza, perché la questione della Sanità calabrese è ormai un caso nazionale, per il quale occorrono interventi incisivi e immediati che garantiscano il rispetto del diritto alla salute, a partire dall’azzeramento di un debito di cui sono responsabili non i calabresi, ma oltre dieci anni di commissariamento da parte del Governo».

Sulla Regione Calabria, Cgil Cisl e Uil denunciano il fermo totale sia «perché la Giunta, da qui alle elezioni di ottobre, non può emettere atti di straordinaria amministrazione ed è inadempiente anche all’ordinarietà, sia per la mancanza di una visione di prospettiva e di un confronto con le parti sociali. Non sappiamo come siano stati spesi i soldi destinati all’emergenza Covid anche per le assunzioni, e c’è l’esigenza di un grande piano economico che preveda anche da parte della Regione forme di ristoro per le attività in crisi a causa della pandemia».

«La Regione – hanno evidenziato i sindacati – deve convocare il tavolo del partenariato: su questo sia le forze politiche di maggioranza che di minoranza in Consiglio regionale devono avere la responsabilità e la consapevolezza della necessità del confronto, perché la Calabria non ha bisogno di parate istituzionali inconcludenti, né di populismi senza costrutto. Sono disponibili sulla programmazione europea un residuo di un miliardo e 400 milioni per il 2014-2020 e tre miliardi per il 2021-2027. Sono stati previsti 150 milioni per l’emergenza sanitaria, 100 milioni per l’emergenza economica e 50 milioni per l’istruzione».

«C’è, dunque – hanno proseguito i sindacati – considerando anche il Recovery fund, l’occasione irripetibile di utilizzare per il futuro della Calabria una grande mole di risorse, aggiuntive e non sostitutive, su cui è necessario un confronto delle forze sociali con la Regione e con il Governo in relazione alle priorità: chiarezza sull’Alta Velocità ferroviaria, perché a parità di costi si può realizzare il collegamento Reggio-Roma in tre ore, come nel piano trasporti del Consiglio regionale del 2016; togliere la fascia jonica dall’isolamento con il completamento degli interventi sulla linea ferroviaria e sulla Ss 106; rilanciare sia le aree portuali per il loro ruolo nel Mediterraneo, sia gli aeroporti, che devono rientrare in pieno nella Zes. Le risorse del Piano Next Generation Eu devono, insomma, essere impiegate per un’infrastrutturazione che favorisca la mobilità e liberi tutta la Calabria dalla marginalità, garantendo una maggiore sicurezza negli spostamenti e creando crescita, lavoro e occupazione».

«Sono fondamentali – hanno detto ancora – innovazione tecnologica e banda larga per favorire lo smart working, la formazione, il ricorso alla Dad, ove necessario e lo sviluppo delle aree interne: si rischia, infatti, di avere fra pochi anni in Calabria mezzo milione di persone in meno, perché la fuga sarà l’unica via d’uscita da una situazione di mancata crescita e occupazione. In Calabria sono necessari, inoltre, un grande piano di manutenzione gestito da un unico Ufficio regionale del piano e la scelta di affrontare in maniera coordinata il tema della depurazione delle acque».

In tutto questo – hanno sottolineato Cgil, Cisl e Uil Calabria – preoccupa l’assenza del Ministro per il Sud, Mara Carfagna, dai tavoli nazionali più importanti della programmazione della spesa. In questione non c’è solo lo sviluppo della Calabria, ma di tutto il Paese, che crescerà se crescerà anche il Mezzogiorno. Il Sud deve poter attrarre investimenti e non perpetuare l’assistenzialismo».

Gli attivi unitari di Cgil, Cisl e Uil Calabria evidenziano anche la necessità di «riforme nelle istituzioni per una Regione più snella e per favorire una gestione più economica ed utile dei servizi comunali per i cittadini: ci sono, ad esempio, 70 comuni sotto i mille abitanti, è necessario un riordino per rendere efficiente il sistema di governo dei territori. Deve essere valorizzato l’accordo nazionale sul pubblico impiego. C’è bisogno di un riordino e di una rigenerazione della Pubblica Amministrazione, di formazione, di digitalizzazione, di uno sblocco delle assunzioni e di procedure concorsuali perché nella Pa si entra per concorso, di risolvere i problemi del precariato storico con la stabilizzazione, di non creare nuovi bacini di precariato».

«La Calabria – hanno detto ancora – ha perso nell’ultimo anno almeno 80.000 posti di lavoro: c’è la preoccupazione che, allo scadere del blocco dei licenziamenti, possa esserci un disastro. C’è bisogno di un piano per fronteggiare questa emergenza. Anche sulla forestazione e sulla bonifica, è necessario fare chiarezza con la Regione sugli interventi a sostegno del settore, così come confrontarsi per favorire la crescita del lavoro di qualità e delle produzioni di eccellenza nell’intero comparto agroalimentare».

«Su questi temi nei prossimi giorni – hanno concluso – dopo il sit-in di Cosenza del 19 marzo scorso, proseguirà la mobilitazione con iniziative che saranno programmate nei diversi territori. La riunione si è conclusa con l’annuncio di una piattaforma di confronto con la politica e le istituzioni, con Governo e Regione, che sarà elaborata a breve sia per affrontare la fase attuale, sia in vista delle elezioni regionali». (rrm)

 

REGIONALI, MEMORANDUM PER I CANDIDATI
PUNTARE SU 5 “T” PER CRESCITA E SVILUPPO

di FRANCO CACCIA – La data del voto per il rinnovo del consiglio regionale della Calabria non è stata ancora formalizzata. Sebbene in forte dubbio, l’ipotesi di tornare alle urne il prossimo 11 aprile resta ancora in piedi, ma probabilmente si voterà il 9 giugno.  A fronte di ciò, da partiti e movimenti politici, vecchi e nuovi, arrivano segnali solo in merito a tattiche di posizionamento. Del tutto assenti contenuti e proposte per comprendere la direzione di quale idea di Calabria propongono i diversi schieramenti per i prossimi anni. La politica non può e non deve limitarsi a gestire il presente ma, in particolar modo nella nostra regione, deve assumersi la responsabilità di essere strumento per la costruzione e la condivisione di un progetto di futuro, ambizioso e concreto, in cui tutti si riconoscono e tutti s’impegnano per realizzarlo.

Come intendono, i diversi schieramenti, invertire la tendenza e fare della Calabria una regione ricca di opportunità? Un tema di così vasta portata deve vedere, tuttavia, un impegno corale e multidisciplinare. Al confronto sul  cosa e come fare è chiamata anche la sociologia, scienza preziosa per la produzione di conoscenze non solo su bisogni e criticità del presente, ma anche sulle progettualità possibili per valorizzare risorse e le opportunità disponibili nei territori. Consapevole che il cambiamento non basta pretenderlo ma che bisogna costruirlo, di seguito la sintesi di un possibile sviluppo della Calabria centrato sulle 5 T: Talento- Turismo- Tecnologia- Territory-care- Tempo.

Talento – Trattenere i giovani e frenare la fuga dei cervelli è una priorità.  Molto devono fare le istituzioni preposte alla formazione(scuole-università), ma altrettanto devono fare gli amministratori locali. Fare dei nostri territori dei luoghi in un cui ognuno possa avere la possibilità di riconoscere e far crescere il proprio talento, comporta investimenti mirati con cui realizzare, anche a livello intercomunale, spazi polivalenti e opportunità per la pratica delle diverse discipline sportive ma anche per altre espressività artistiche quali la musica, il ballo, la danza, il cinema. E’ auspicabile altresì che nei diversi comuni, anche di piccole dimensioni, si sperimentino percorsi per la condivisione intergenerazionale di conoscenze ed esperienze.

Turismo – Le tante potenzialità del settore richiedono una nuova organizzazione dell’offerta che dovrebbe essere sempre più comprensoriale ed intersettoriale. L’obiettivo è mettere il turista nelle condizioni di conoscere molte più cose del nostro territorio e di fruire delle specificità dei luoghi: gastronomia ed artigianato. È altresì necessario un piano del settore che punti ad intercettare nuove forme di fare vacanza: turismo delle radici; terza età; turismo salutare e sportivo. Fondamentale la scelta di valorizzare gli 800 Km di costa con la costruzione, in luoghi strategici, di moderni e funzionali porti turistici.

TecnologiaIl Recovery Plan destinerà ingenti risorse economiche ad interventi per la digitalizzazione e l’innovazione tecnologica. Potrebbe essere questa l’occasione per recuperare i ritardi accumulati e dotare l’intero territorio delle infrastrutture necessarie a far funzionare al meglio i servizi pubblici nonché a sostenere la domanda di sviluppo delle imprese private. Molto importanti nei prossimi anni risulteranno anche gli investimenti in tecnologia legata all’economia green.

Territory-care – Incentivare e qualificare l’offerta di servizi territoriali per la cura della salute dei cittadini è diventata un’urgenza. Spazio a servizi capaci di assicurare una più efficace prevenzione ed in grado di favorire l’adozione di stili di vita salutari, causa principale della qualità di salute delle persone.    Fondamentale incentivare servizi di prossimità, quali i servizi per la cura a domicilio per persone anziane, sole e fragili. Si tratta di sostenere una certa idea di salute e di dignità della persona, ma anche di dare spazio ad un sistema di offerta che rappresenta uno dei principali bacini occupazionali dei prossimi decenni.

TempoLe idee ed i progetti camminano con le gambe delle persone. La storia insegna, vedi tempi e modalità di ricostruzione del ponte Morandi di Genova, che è la volontà la variabile decisiva. La politica e classe dirigente del territorio deve riuscire a fare, “presto e bene”, quanto necessario per rilanciare l’immagine e la qualità di vita della nostra regione. Nei prossimi anni la Calabria sarà chiamata a giocare una partita decisiva. Questa volta dobbiamo però puntare ad un solo risultato: la vittoria.

Restando nella metafora, le partite si vincono nella logica del gruppo e della squadra. Non è neutrale però la qualità dei componenti.  Al netto delle reazioni istintive per il colore della maglia attuale, avere un giocatore come Ronaldo rappresenta un punto di forza importante per il buon esito delle sfide. Ai partiti ed alle forze politiche il compito di selezionare una classe dirigente adeguata al ruolo ed alla comunità civile la responsabilità di controllare e partecipare. Il tempo della delega è finito, la Calabria, il suo futuro, ha bisogno dell’apporto dei calabresi. (fca)

CONTRO IL FALLIMENTO POLITICO-SOCIALE
RIPARTIRE CON LA CULTURA TRA I GIOVANI

di FRANCESCO RAO – È vero, per mille motivi, tanto come Calabria quanto come calabresi, siamo messi proprio male. Ultimamente, tale circostanza sta diventando sempre più il pretesto per alimentare approfondimenti televisivi, per colmare pagine di giornali e far rimbalzare nella rete del villaggio globale un misto di incredulità, indignazione e scoramento. Attenzione: purtroppo, c’è anche molta indifferenza. Tutto ciò non dovrà significare arrendersi per dover, poi, scrivere la parola fine. Pur avendo sotto i nostri occhi la sommatoria di una serie infinita di fallimenti culturali, politici e sociali dobbiamo andare avanti. Oggi, per poter ripartire e costruire il futuro, il  primo passo da compiere dovrà chiamarsi discontinuità rispetto al passato.

Prima di entrare nel merito della mia riflessione, vorrei ben chiarire alcuni concetti. Quando si parla di cultura, non intendo riferirmi al concetto di sapere ma indico quel complesso ambito delle istituzioni sociali, politiche ed economiche, delle attività artistiche e scientifiche, delle manifestazioni spirituali e religiose che caratterizzano la vita di una determinata società in un dato momento storico.

Pertanto, avendo chiarito il concetto basilare sul quale lavorare, si comprenderà bene la causa del fallimento politico e sociale di questa terra. Non vorrei essere eccessivamente puntiglioso, ma più tempo passa più mi accorgo che le passate generazioni, in alcune circostanze, hanno agito con una certa superficialità. Tutto ciò non vuole essere un colpevolizzare qualcuno. In una fase di espansione economica e di apparente benessere, votare una capra o sostenere un genio non fa la differenza.

Purtroppo, spesso, in Calabria oltre ad essere state elette persone poco avvezze a leggere le esigenze sociali e poi realizzarle, sono stati eletti ottimi politici ma hanno trovato spazio anche molti personaggi che Leonardo Sciascia, nel suo romanzo “Il giorno della civetta, avrebbe chiamato quaquaraquà.

Contrariamente al passato, la modernità e tutta la sua tecnologia, contribuiranno a far correre il tempo in modo sempre più veloce. Tale dinamica, unitamente ad i crescenti litigi, ai veti incrociati, agli inciuci ed all’attendismo tecnico dettato da partiti, movimenti e armate Brancaleone, determineranno l’acuirsi di una crisi molto più profonda di quanto si possa immaginare. Oltre alla desertificazione economica, i risvolti incideranno sul piano demografico paralizzando il futuro della Calabria.

I primi a pagare il prezzo più alto, secondo recenti ricerche econometriche, saranno le aree interne ed seguire i piccoli centri urbani. Si stima una certa resistenza  a favore degli aggregati urbani e per le città, ma in esse cercheranno rifugio segmenti sociali sempre più poveri e con minore capacità di reazione a quella che potrebbe essere una vera e propria riaffermazione della divisione sociale. Forse, quanti oggi sono individuabili come decisori politici non hanno compreso o non vogliono comprendere la differenza tra i tempi passati e l’attualità. Proviamo a ribadirlo: in passato le scelte politiche generavano onde lunghe destinate ad essere percepite nel medio-lungo periodo; oggi, non è più così. Inoltre, proprio in questa fase storica stiamo pagando le crisi di altri momenti storici e, come già detto prima, il peso insopportabile riposto sulle nostre spalle è una sommatoria di crisi destinata ad asfissiare il Meridione.

Per molti versi, staremmo vivendo una Calabria apparentemente uscita dal racconto di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la “questione sanitaria” si presta a perpetuare l’assunto divenuto celebre nel Gattopardo «affinché tutto cambi tutto deve rimanere com’è».

Inoltre, il male più grave che ci stiamo arrecando consiste nel continuare a diffondere l’insolito culto dell’auto “ingiuria”, praticato all’infinito e con una certa propensione a non voler tenere in considerazione le conseguenze di tale comportamento. Pietire attenzioni, sperando di risolvere i problemi, credo sia una strada da abbandonare.

Sarebbe meglio ricorrere a percorsi diversi, utilizzando  maggiore intelligenza. Il nostro modello potrebbe essere paragonato ad  un sistema di circolazione autostradale: in un senso bisognerebbe  far transitare le proteste e nell’altro dovranno trovare la carreggiata libera le proposte. Insomma, avendo noi Calabresi ereditato l’agire della popolazione Greca, potremmo iniziare ad amare la polis con maggiore responsabilità e soprattutto praticando una gelosia costruttiva?

Vivendo immersi nella disinformazione, non può esserci spazio per la virtù perché il sistema utilizzato per disinnescare l’entusiasmo di quanti vorrebbero veramente impegnarsi in tal senso continua a chiamarsi delegittimazione. Quindi, in assenza di una cultura solida e diffusa ed in presenza di una dirompente delegittimazione, praticata prevalentemente da mediocri, quanti hanno capacità e volontà, desisteranno dall’impegno civico lasciando spazio ad una classe politiche incapace e priva di una visione futura.

Ebbene, la gravità della crisi di cui ho dato cenno, secondo i recenti dati Istat, riserveranno al Mezzogiorno un lento e pesante declino demografico. Basti pensare che dal 2019 al 2065 è stata stimata una riduzione della popolazione italiana di 6,9 milioni di abitanti, di cui 5,1 milioni in meno  appartenenti al Sud, mentre solo 1,8 milioni afferiscono al Nord. Già da questo dato credo sia comprensibile la diffusa preoccupazione di quanti, responsabilmente, non possono essere lasciati a giocare con il nostro futuro.

I vezzi infantili degli aspiranti politici, rinati dalla fantasia dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia andrebbero letteralmente fermati. Venendo meno un così alto numero di abitanti, il tessuto economico apparirà irrecuperabile. Vi sono molte responsabilità pregresse perché l’onda lunga di tale declino è partita con la crisi del 2007.Il grafico di cui alla fig. 1 rappresenta chiaramente tale dinamica. Seppur nella fase successiva alla crisi del 2007, a livello strutturale ci sia stata una certa ripresa, il Mezzogiorno non è riuscito a mantenere un trend di crescita tale da rendere possibile la ripresa. Le motivazioni sono molteplici. Intanto, teniamo a mente che dal 2008 al 2011 al Governo c’era Silvio Berlusconi. Un governo di ispirazione liberale aveva il dovere di considerata l’onda lunga generata dalla caduta del muro di Berlino. Nei  20 anni intercorsi, era cambiata la struttura e velocità del mondo. Con la stipula a Marrakesh, Marocco, del Trattato World Trade Organization (Wto) si disegnava ciò che diverrà una nuova logica mercantile e geopolitica, destinata a rivoluzionare il comparto mondiale dei trasporti via mare ed all’avvio dei processi di globalizzazione che non potevano essere governati con le classiche misure Keynesiane, finalizzate ad avviare interventi pubblici per arginare la crisi.

Era quello il momento di avviare un cambio di rotta a livello strutturale per poter prima assorbire la spinta del cambiamento e poi cogliere l’occasione per galoppare la tigre della crescita. Sappiamo benissimo come è andata. Visionando i grafici, in particolare la figura 3, sempre frutto di elaborazioni Svimez, è possibile leggere la reazione del sistema occupazionale sviluppatosi nel Mezzogiorno d’Italia a partire dal 2008. La decrescita Meridionale viene quasi travasata nella crescita  registrata nel Centro-Nord dell’Italia, luoghi dove vi erano maggiori opportunità occupazionali e segmenti di mercato capaci a mettere in atto la riforma Biagi consentendo a quel mondo produttivo di pigiare l’acceleratore tanto sull’occupazione quanto sulla produzione.

In questa fase, il Meridione segnava il passo, eleggeva deputati e senatori catapultati dalle segreterie politiche in Calabria per garantire loro un collegio sicuro e il nostro futuro veniva ipotecato.
Quanto asserito in merito alle dinamiche occupazionali, viene abbondantemente illustrato nel grafico sottostante. Anche in questo caso, va tenuto in considerazione il mutamento offerto dalla politica. Fu proprio il governo Renzi a conferire un’ulteriore spallata alla nostra possibilità di rialzarci e marciare. Mandando in pensione la riforma Biagi e attuando il Job Act il dado era tratto ed il risultato non era a noi favorevole. Come si potrà osservare dalla lettura del grafico, mentre per il Centro Nord, i segnali del Job Act furono in parte positivi, per le aree del Meridione, tale azione fornì soltanto timidi segnali che non diedero il riscontro atteso e in buona parte contribuirono a incidere sulle scelte di moltissimi Giovani visti partire dal Meridione alla volta del Centro-Nord Italia ed anche verso l’estero.
Come già anticipato, nel Mezzogiorno, lo scorso anno sono nati 150,4 mila bambini. Questo dato fornisce chiaramente un saldo negativo rispetto al passato e il valore è pari a 6,4 mila bambini in meno. A ciò si aggiunga che nel  2018,  oltre 138 mila residenti hanno lasciato la propria terra. Circa 20 mila hanno scelto un paese estero come residenza e tra essi, la quota più ampia era composta da un 30% di laureati ed un 38% di Diplomati, ossia quelle risorse umane che avrebbero potuto apportare a questa terra oltre al loro entusiasmo la loro preparazione per avviare lo sviluppo. Purtroppo, vi è anche un’ulteriore punto di debolezza ed afferisce all’universo femminile.

Nel Mezzogiorno, circa un quinto delle donne ancora non riesce ad avere un proporzionato inserimento professionale. Al significativo ampliamento dell’offerta di lavoro non sono corrisposte opportunità con elevati livelli di istruzione non vi sono ancora adeguate risposte nell’ambito occupazionale. Questo mancato allineamento del Mismath occupazionale alimenta segmenti di lavoro sottopagati e non in linea con i titoli posseduti. Intanto, la quotidianità per quanti scelgono di rimanere nel Meridione non è semplice. Seppur ancora la famiglia svolga un ruolo importantissimo, in molti casi tale combinazione potrebbe essere una condizione di povertà educativa. Il grafico sottostante rappresenta la spesa pro-capite dei comuni per i servizi socio educativi destinati all’infanzia.

Come si potrà notare, tra 2013 e 2018, la variazione è stata minima ma il divario sociale rimane una forbice in costante fase di apertura.Sin da marzo scorso, a seguito del primo lockdown, uno dei grossi punti di debolezza avvertito a livello strutturale è stato riconducibile alla qualità della connettività mezzo internet. A ciò si aggiungano anche tutti quei problemi afferenti alle mancate competenze informatiche, connessioni qualitativamente basse, computer e tablet poco potenti.

Insomma, improvvisamente, oltre ad aver incontrato in terra di Calabria il Covid-19, abbiamo dovuto fare i conti con reti internet inadeguate e con tutte le altre circostanze già richiamate. Anche in questo caso, ricorrendo al grafico, sarà possibile notare che proprio il Mezzogiorno d’Italia ha il valore più alto di giovani tra 6 e 17 non hanno a loro disposizione dispositivi informatici.

Personalmente, già in passato, precisamente prima di metà marzo 2020 avevo scritto alla Ministra della Pubblica Istruzione, Lucia Azzolina, per sottoporre tali dinamiche e soprattutto lanciare la proposta tesa a voler rendere possibile la connessione alle piattaforme informatiche a costo calmierato. In tale contesto, ancor prima della pandemia, in Calabria è stata la dispersione scolastica a generare disastri, soprattutto tra i giovani. Questo è uno di quegli ambiti che andrebbe assolutamente ricondotto a percorsi specifici finanziabili con il Recovery Fund, senza perdere tempo e senza tergiversare come invece stiamo notando ultimamente dai comportamenti di una parte politica di governo.

Per poter ripartire, giungendo al 2030 con una generazione ben formata e provvedendo a fare sempre meglio, si potranno azionare sistemi di contenimento tesi a rallentare la spoliazione demografica sopra esposta e continuando a formare bene i giovani e potendo disporre di un nuovo sistema sociale, generato da una rivisitazione del modello culturale, si potrà avviare una vera e propria inversione di tendenza, restituendo alla Calabria ed ai calabresi, non soltanto le opportunità di una rinascita ma la rottura con l’ignoranza di quanti in passato volevano governare senza avere una visione ben chiara del mondo ed accontentandosi di conoscere la strada principale del loro paese con arroganza sono riusciti a fare danni, svilendo il senso nobile della politica intesa come servizio della polis ed imbarcando tra le fila del potere i segmenti criminali, prima propensi ad aiutare e poi affascinati dal potere.

La dispersione scolastica, nel medio-lungo periodo, vedrà sempre più arretrare la propensione alla legalità ed allo sviluppo mantenendo elevato il rischio di devianza sociale ed instabilità delle Amministrazioni locali. Infine, essendo quotidianamente sottoposti alle platee mondiali di telespettatori che vedono la nostra terra come l’ultimo Paese del mondo, per una volta, accettiamo lo stato di cose in quanto la verità sul nostro conto, come ci è stata comunicata in questi ultimi mesi, mai prima d’ora era avvenuto.

Questo ultimo grafico, risalente al 2018, rappresenta la base dei nostri Livelli Essenziali di Assistenza che i vari Commissari alla Sanità avrebbero dovuto innalzare sotto la costante osservazione di deputati, senatori, amministratori regionali e locali per evitare i viaggi della speranza, le lunghe attese ed oggi l’incertezza che regna nel nostro sistema sanitario. 

Sino a quando non verrà attentamente rivalutata la questione culturale calabrese, non dovrà nemmeno esserci spazio per l’indignazione che in tanti hanno avuto quando all’arresto di un latitante, effettuato per mano dei carabinieri, decine di persone applaudivano l’arrestato incitandolo a stare tranquillo perché quel popolo continuava ad avere fiducia in lui. Quest’ultimo esempio, scritto con molta amarezza, rappresenta un sistema plastico dove lo Stato, in alcuni territori, non è riuscito a manifestare tutta la propria consistenza lasciando spazi liberi a quanti nella mala vita hanno individuato la loro naturale collocazione, dimenticando che l’avventura del bandito Giuliano è ormai conclusa ed oggi lo Stato, come la natura, riprende tutti i propri spazi perché così è giusto che sia.

Non me ne vogliate. Sarò pur ripetitivo, ma anche quest’ultima parte è una questione culturale, come è una questione culturale la rieducazione del detenuto e la volontà di chiudere con il passato. Il lavoro da compiere è davvero arduo, perciò necessitano competenze ed entusiasmo. (fr)

All’Assessorato del Lavoro le risorse per chiudere il precariato della Legge 12

L’Assessorato al Lavoro della Regione Calabria ha, finalmente, la dotazione finanziaria necessaria per chiudere una delle ultime pratiche che riguardano il precariato afferente alla Regione Calabria, quella relativa alla legge 12/2014.

Lo rende noto l’assessore regionale al Lavoro, Fausto Orsomarso, a seguito della delibera di rimodulazione di risorse approvata dalla Giunta regionale guidata da Jole Santelli, che ha già annunciato  un incontro con i sindacati e la partenza, nella prossima settimana, dei tavoli operativi su tutte le leggi che riguardano i contrattualizzati che una dotazione storica e legge di riferimento del Consiglio regionale, nello specifico le leggi 15, 31, 40 e la 28 che è legata al potenziamento dei centri per l’impiego.

«I tavoli tecnici con i sindacati – ha spiegato l’assessore Orsomarso –stabiliranno i percorsi per chi ha già un contratto e a cui sarà garantito un futuro. Fin dal mio insediamento mi sono impegnato per consentire la contrattualizzazione di questa fetta di precariato dimenticata, partendo con la pubblicazione degli elenchi completi e aggiornati, che è un aspetto tecnico che riguardava i dirigenti, e poi con il reperimento delle risorse, per cui ringrazio la presidente Jole Santelli, il dirigente Maurizio Nicolai ed il collega Gianluca Gallo. Si tratta, infatti, di una rimodulazione e di una nuova destinazione di risorse del settore Welfare».

«Finalmente –ha aggiunto – troverà accoglimento l’interpretazione autentica dell’ultima norma del precariato calabrese, che risale al 2014. È già pronta una manifestazione di interesse da discutere con i sindacati, differenziando le figure che hanno titolo – non per valutazioni politiche, ma perché gli interessati hanno prodotto domande su cui c’è stata una valutazione dei dirigenti – in modo che sia diplomati che laureati possano contribuire, con l’esperienza maturata in questi anni, ad un più efficiente funzionamento della macchina regionale».

«Un impegno – ha concluso Orsomarso – che garantisce, finalmente, un futuro a questi lavoratori, ed è accompagnato dall’impegno ad impedire che in Regione Calabria venga creato ancora precariato con contratti a termine che poi vengono prolungati. Si potrà diventare dipendenti regionali solo tramite concorso pubblico, nella massima trasparenza, in modo da premiare soltanto il merito di quei giovani che hanno studiato e si sono formati con impegno e i sacrifici propri e delle proprie famiglie, e non attraverso scorciatoie di qualunque tipo”». (rrm)