SANITÀ CALABRIA, PER USCIRE DAL GUADO
SERVE DI NUOVO L’EQUILIBRIO FINANZIARIO

di FRANCESCO AIELLO – Il Commissario ad acta della sanità calabrese, il Prefetto Guido Longo, dovrà misurarsi con la sfida di ripristinare l’equilibrio finanziario del settore e di aumentarne l’efficienza nell’erogazione di servizi di qualità. È un settore importante per l’economia regionale: le spese correnti della sanità pesano l’11% del PIL calabrese e assorbono il 76% del spese in conto corrente del bilancio della Regione Calabria.

Quella di Longo sarà una sfida difficile, perché nell’offerta sanitaria regna inefficienza e disorganizzazione, tant’è che il comparto genera da anni disavanzi di rilevante entità. Nel 2019 il deficit corrente varia in una forbice compresa tra 160 e 175 milioni di euro.

Avere disequilibri del bilancio sanitario non è una specificità della Calabria: nel triennio 2017-2019 altre 12 regioni sono in deficit; nel 2006-08 erano tutte in deficit tranne la regione Marche che vantava un avanzo medio annuo di 900 mila euro. Nello stesso triennio, la Lombardia aveva un disavanzo, ma molto contenuto (in media 100 mila euro all’anno tra il 2006 e il 2008. Nel corso del tempo i “picchi” dei disavanzi regionali si sono ridotti in modo significativa, segnalando un ripristino dell’equilibrio finanziario (o una sua sostenibilità) in molti sistemi sanitari regionali. In tale ambito, la prima particolarità del caso calabrese è che avere i conti in rosso è diventato quasi “normale”: dal Rapporto 2020 del MEF sulla spesa sanitaria si ricava che dal 2006 al 2019 in Calabria la spesa corrente è sempre maggiore dei finanziamenti effettivi (un primato condiviso solo con la Sardegna che, tuttavia, gode di disciplina diversa nella gestione della spesa sanitaria). Oltre ad essere persistente, il disavanzo sanitario supera da molto tempo gli standard dimensionali al di là dei quali scatta l’obbligo della sigla di un Piano di Rientro (PdR), la cui prima sottoscrizione è del 2009 (già richiesto nel 2007 dalla Regione Calabria). La seconda particolarità della sanità calabrese è, quindi, la durata del regime di riordino degli squilibri finanziari: ben 11 anni.

È utile sintetizzare cos’è successo nell’ultimo decennio. La prima particolarità è che dopo la firma del Piano di Rientro, si è subito preso atto dell’impossibilità di rispettare gli impegni assunti in tema di contenimento dei costi, con l’implicazione che gli scostamenti rispetto agli obiettivi iniziali furono tanto significativi da rendere necessario il commissariamento. Un piano di “austerità commissariale” che dura ininterrottamente dal 2010, ma che non ha consentito alla Calabria di raggiungere una sostenibile posizione finanziaria. Gli stringenti vincoli del regime commissariale hanno sì calmierato la crescita dei costi, cambiandone anche la composizione, ma hanno avuto devastanti effetti sull’offerta sanitaria.

In Calabria, nel triennio 2007-09 la variazione della spesa sanitaria era pari al 4,78% all’anno. I costi sono diminuiti annualmente dell’1,29% nel periodo 2010-12 e si sono stabilizzati dal 2013 al 2015 (figura 2).  Dal 2016 in poi, la spesa è aumentata dell’1% all’anno. Nel 2019 essa è pari a 3,5 miliardi di euro, ossia +0,03% del valore nominale del 2009 (nello stesso periodo si è avuta una variazione del 7% in Italia, 8% nelle regioni senza PdR, 14% delle regioni che hanno siglato un PdR e, addirittura, +45% nelle autonomie speciali).

Il rigore della spesa imposto dal PdR ha cambiato anche la composizione della stessa (figura 4). Per esempio, la quota di costi per il personale sanitario è diminuita di 8 punti percentuali in 15 anni, passando da 40% nel biennio 2002-03 a poco meno del 32% nel 2018-19, allineandosi, in tal modo, alla media nazionale (che era 35% nel 2002-2003 ed è 30% nel 2018-19), ma rimanendo maggiore della quota del 27.4% delle altre regioni con PdR. Un altro costo di immediato controllo da parte delle Regioni è quello della farmaceutica convenzionata, il cui peso sul totale delle spese sanitarie è diminuito in Calabria dal 14% del triennio 2007-09 all’8% negli anni 2017-19 (in Italia questa quota è oggi 6.5% e si attesta a 7.2% nelle altre Regioni con PdR).

Le ipotesi su cui si basa l’intero processo di far allineare tra regioni la composizione della spesa sanitaria sono due. Da un lato si assume che l’organizzazione dell’offerta sanitaria sia omogenea nel paese e, dall’altro lato, si ipotizza che la produttività delle risorse (umane e non) dell’intero comparto sia uguale da regione a regione. Ora, dopo anni di compressione dei costi si è capito che queste due ipotesi non sono vere e, al momento, spiegano sia il basso impatto della spesa sia i disequilibri gestionali della sanità calabrese.

Occorre anche evidenziare come in Calabria le attività per ripristinare l’equilibrio finanziario facendo leva in via esclusiva sul contenimento della spesa non siano state neutre sulla dotazione strutturale del settore. Per esempio, in pochi anni la rete ospedaliera è stata smantellata chiudendo o depotenziando l’operatività di molti ospedali di piccola dimensione. L’effetto immediato è la riduzione dei posti letto disponibili da 4,47 per mille abitanti nel 2007 a 2,54 nel 2018 (dati Istat).

L’obiettivo era recuperare risorse sfruttando le economie di scala nell’offerta sanitaria e favorire la transizione dal regime ordinario a quello diurno. Tuttavia, è fallita la riorganizzazione territoriale dei servizi sanitari che doveva supplire alla riduzione del tasso di ospedalizzazione. Per esempio, il territorio calabrese rimane povero di strutture sanitarie e socio-sanitarie: nel 2018 i posti letto su 10000 residenti nelle strutture residenziali sono 18.92 contro una media italiana di 41,16. Nello stesso anno, i posti letto nelle strutture semi-residenziali sono 0.93 per 10000 residenti in Calabria e 9.87 in Italia. La mancata razionalizzazione della sanità di prossimità è stata anche alimentata dalla riduzione del personale sanitario e, in particolare, di tecnici e infermieri che rappresentano le figure professionali su cui si basa l’assistenza territoriale. La distanza col resto del paese è marcata: nel 2018, la Calabria ha una dotazione di 4,76 infermieri per mille abitanti contro una media italiana di 5,74 (il picco di 6,49 è nel nord est). In estrema sintesi, oltre al mancato riequilibrio economico-finanziario si è avuto anche il fallimento nella riorganizzazione dell’offerta sanitaria in grado di facilitare la transizione verso un modello di sanità con servizi territoriali complementari a quelli ospedalieri.

L’esito di questo processo è il livellamento verso il basso della qualità dei servizi e, quindi, il mancato rispetto dei livelli minimi fissati dal Comitato dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). La Calabria non li rispetta e, quando lo fa, ottiene valutazioni di poco superiori ai valori minimi fissati dal ministero della salute. Se fino al 2017 la Calabria è stata sempre valutata “inadempiente” da parte del Comitato LEA, nel 2018 ottiene un punteggio pari a 162, ossia solo 2 punti in più la soglia (160) che discrimina tra essere o meno adempiente. Rimane, comunque, la regione con il valore più basso dei punteggi LEA in un anno, il 2018, in cui si è avuto un generalizzato miglioramento della qualità in tutto il paese. Oltre agli indicatori LEA, è utile tener conto anche della percezione dei residenti: le indagini multiscopo dell’ISTAT indicano che nel 2010 su 100 pazienti ricoverati, solo 25 dichiarano di essere molto soddisfatti dei servizi di assistenza medica e 23 di quelli infermieristici. Nel 2018 la qualità percepita è diminuita a 21.4 per l’assistenza medica e a 20.1 per quella infermieristica.

La bassa qualità dell’assistenza sanitaria di matrice pubblica genera molti effetti. Il primo in ordine di importanza è il non soddisfacimento della domanda di servizi sanitari da parte dei residenti che subiscono una violazione del diritto alla salute. Il secondo effetto riguarda il mercato della sanità privata, che ha spazi non tanto per una sana competizione e virtuosa integrazione con la componente pubblica, ma per l’inefficienza della stessa: non soddisfare i LEA spinge, in senso letterale, i pazienti verso altre soluzioni, che diventano, quindi, non l’esito di una scelta razionale tra più alternative, ma una costrizione dovuta all’assenza di opportunità. Alcuni paradossi sono evidenti: i residenti si accollano il peso delle elevate imposte addizionali regionali necessarie per contribuire alla copertura dei disavanzi annuali generati, in gran parte, da ruberie, disorganizzazione e inefficienze, e su una quota crescente della popolazione grava anche il costo monetario addizionale di ricorrere a prestazioni offerte da strutture private e dal sistema delle professioni mediche di specialisti regionali ed extra-regionali. In questo secondo caso, è ricorrente anche l’effetto trascinamento sulla mobilità sanitaria verso altre regioni sollecitata, quando ritenuta necessaria, dai medici extraregionali, i quali indirizzano i pazienti preferibilmente verso i centri di provenienza.

La mancanza di dati disaggregati non consente di capire con esattezza quanta mobilità sanitaria sia indotta dalla qualità dell’offerta regionale e, pertanto, sia comprimibile facendo leva su un recupero di efficienza nell’erogazione dei servizi. Qualche considerazione può essere fatta guardando ai dati aggregati. Dal 2009 al 2019, la mobilità passiva vale in media 255 milioni di euro all’anno, ossia, in totale, 2.81 miliardi di euro (figura 5). Immaginando che il 50% (per essere prudenti) dipenda dalla bassa qualità dei servizi regionali, un’efficiente riorganizzazione del comparto genererebbe, a parità di costi, significative riduzioni dello stock di debito della sanità calabrese che ad oggi vale attorno a 1.2/1.5 miliardi di euro. Si, attorno. Sembrerà strano, ma nel 2020 i dati di bilancio delle amministrazioni sanitarie non consentono di conoscere con certezza il debito della sanità calabrese. È cosa nota, tant’è che il Commissario Longo dovrà regolarizzare “le poste debitorie relative all’ASP di Reggio Calabria e quelle eventualmente presenti negli altri enti del Servizio Sanitario Regionale”.

È evidente che siamo difronte a un circolo vizioso in cui gli originari squilibri finanziari impongono rigore nella gestione economico-finanziaria (più imposte addizionali regionali; controllo della spesa), senza preservare gli standard qualitativi minimi dei servizi. A valle, le inefficienze gestionali e sistemiche non consentono di minimizzare i disavanzi correnti, generano costi sociali non indifferenti e alimentano il debito del settore tramite il canale dell’obbligata mobilità sanitaria.

Il punto è capire cosa fare per consentire alla Calabria di avere una sanità pubblica efficiente. È certo che le linee di azione del nuovo commissario Longo devono essere diverse rispetto a quelle attuate nei ultimi dieci anni di esperienza commissariale. D’altra parte, non è più tollerabile giocare a tavolino con i costi sanitari, dato che la spesa pro-capite è già la più bassa in Italia (pari nel 2019 a 1083 euro per abitante, ossia il 7,6% in meno della media nazionale). Questi giochi contabili hanno ridotto al minimo i servizi anche perché non si è adottata alcuna azione per capire come impiegare al meglio le risorse disponibili. I tagli hanno amplificato, piuttosto che sanare, le sacche di inefficienza.

Cosa fare è formalmente contenuto nel decreto di nomina di Longo, che è chiamato a perseguire ben 26 obiettivi avvalendosi di una struttura di 25 persone messe a disposizione dalla Regione Calabria.

Dalla nomina traspare in modo chiaro che la scelta del Consiglio dei Ministri non è unicamente figlia di un approccio punitivo contro i “cattivi calabresi”, ma è il frutto di valutazioni che tanto hanno a che fare con il bisogno di modernizzare l’offerta sanitaria regionale (non a caso, nel decreto di nomina i termini “razionalizzazione” ed “efficientamento” ricorrono spesso). In breve, fare i “vigili” e “militarizzare il settore” è ritenuto necessario, ma non è sufficiente per soddisfare i fabbisogni sanitari dei residenti. Serve ripensare e rafforzare in chiave manageriale l’intera governance del settore con l’implicazione di operare un radicale spoil system nei segmenti più opachi e più deboli del comparto. Oggi, più che mai, le posizioni apicali della sanità calabrese devono essere assegnate con criteri meritocratici, allontanando la politica locale e nazionale da queste scelte, in modo da premiare le competenze e non le appartenenze. Servono sì nuovi dirigenti sanitari, ma diventa fondamentale introdurre serrati controlli amministrativi, moderni e snelli modelli organizzativi, trasparenti relazioni con la sanità privata, un uso capillare della tecnologia, rendere tracciabile tutta la spesa. Serve ricostruire la rete dell’assistenza territoriale, occorre prevedere periodiche verifiche nei posti di lavoro sanzionando i nullafacenti e premiando i tantissimi meritevoli. Per fare tutto questo un commissario non è sufficiente, perché per liberarsi da incrostazioni amministrative, bad practices gestionali e pervasiva corruzione è necessaria l’azione d’urto di una squadra di esperti (diversa dai 25 della struttura commissariale) in grado di stravolgere il modus operandi che, purtroppo, contraddistingue gran parte della filiera sanitaria (dagli uffici delle ASP alle corsie degli ospedali).

È proprio in questo perimetro dell’ambiente lavorativo che la sfida di Longo diventa ancora più difficile. Infatti, dovrà sì “pulire” il settore, ma è chiamato anche ad implementare programmi che incentivino, valorizzino ed attraggano competenze in modo tale che alla fine del suo mandato avremo una sanità con conti in ordine e più servizi, ma soprattutto capace di autodeterminarsi perché si sarà finalmente deciso di puntare sul merito e su una nuova cultura del lavoro. (fa) [courtesy OpenCalabria]

[Francesco Aiello è professore ordinario di Politica Economica presso l’Università della Calabria. Attualmente insegna “Politica Economica” al corso di Laurea in Economia ed “Economia Internazionale” al corso di Laurea Magistrale in Economia e Commercio] 

(Parte di questi contenuti sono stati già pubblicati dal prof. Aiello su Il Foglio del 2 dicembre 2020)

IL DEBITO SANITÀ SPALMATO IN TRENT’ANNI
OCCHIUTO: «CALABRIA REGIONE NORMALE»

di SANTO STRATI – La Calabria una regione “normale”, almeno nella Sanità. Non è un interrogativo, né un sommario augurio, ma un concreto progetto motivato dal rivoluzionario emendamento di Roberto Occhiuto, vicecapogruppo vicario alla Camera per Forza Italia, approvato ieri in Commissione Bilancio. Emendamento che prevede la possibilità di spalmare il debito della sanità su trent’anni per le regioni in difficoltà e la Calabria, com’è risaputo, è in cima alla lista. È il primo costruttivo passo verso l’azzeramento del debito che è la condicio sine qua non per poter ripartire con la sanità, alla stregua di qualsiasi altra regione “normale”.

Emendamento rivoluzionario perché ha trovato una straordinaria e ammirevole unanimità parlamentare, in via trasversale, aggiungendo alla prima firma del forzista Occhiuto quelle di Enza Bruno Bossio e Antonio Viscomi (del Partito Democratico). Finalmente – sarà un miracolo di Natale? – sono state accantonate rigide posizioni partitiche col fine ultimo del bene della Calabria e dei calabresi. Ovvero, si è guardato al risultato da raggiungere senza polemiche sterili e incapricciamenti vari cui ci hanno abituato le ultime sedute di Montecitorio: se fosse la prima di tante intese trasversali orientate a migliorare la qualità della vita dei calabresi sarebbe davvero quella “rivoluzione” politico-culturale che serve alla Calabria. Quell’incontro di idee, anche diverse, anche in contrasto tra loro, ma in costante confronto dialettico per smetterla con vuote promesse e avviare quel processo di rinnovamento che equivale a crescita e sviluppo e, soprattutto, benessere per la gente della Calabria.

Molto felice, ovviamente, Roberto Occhiuto (papabile candidato Governatore) che ha affidato a Facebook la sua soddisfazione: « Grazie ad un mio emendamento alla manovra, approvato dalla Commissione Bilancio di Montecitorio, le Regioni che hanno un debito sanitario insostenibile potranno diluirlo in 30 anni, sfruttando un’anticipazione di liquidità vantaggiosa da Cassa depositi e prestiti. Un risultato importantissimo che permetterà a tante amministrazioni locali di risolvere problemi storici, e tornare così ad investire in sanità. Tra le realtà maggiormente interessate da questa misura, la Calabria.

«Fino a ieri – osservava l’on. Occhiuto – se nella mia Regione si danneggiava uno strumento per effettuare le Tac, questo rimaneva inutilizzabile perché le spese di riparazione venivano pagate a coloro che la effettuavano due anni dopo il lavoro svolto. Un ritardo inaccettabile che di fatto ha ingessato interventi e investimenti. Con il mio emendamento questo problema verrà azzerato, e si potrà finalmente dare una svolta alla sanità in tante Regioni. La Calabria è sempre più un tema nazionale, e l’ottimo risultato raggiunto conferma che ponendo con determinazione e competenza questioni cruciali ai più alti livelli, si riescono a raggiungere grandissimi obiettivi».

Positiva anche la reazione di Enza Bruno Bossio: la deputata dem, cofirmataria dell’emendamento, annota che «giunge a conclusione il percorso che è stato avviato in sede di conversione parlamentare del nuovo “decreto Calabria”. Un percorso che nasce come risposta alla specifica vicenda della sanità calabrese e che oggi, nell’ambito della legge di bilancio, arriva al definitivo compimento con una norma generale finalizzata a tutti i sistemi sanitari regionali del Paese. Si è registrata pertanto un’unanime volontà – ha spiegato la parlamentare cosentina – dei diversi schieramenti parlamentari che, dopo il finanziamento di 180 milioni (previsto nel decreto Calabria) per coprire il debito sanitario corrente e l’autorizzazione ad un piano straordinario di assunzione di personale sanitario, con la possibilità di accedere al mutuo di Cdp, sono stati forniti al nuovo commissario, tutti gli strumenti per fronteggiare non solo l’emergenza epidemica, ma anche per consentire alla Calabria di diventare, nella sanità, una regione normale».

Di particolare interesse il commento dell’ex presidente della Regione Calabria, l’illustre farmacologo Giuseppe Nisticò che si sta spendendo perché ci sia una vera svolta per la sanità calabrese. «Si tratta di un risultato eccezionale – ha dichiarato a Calabria.Live  – per l’economia sanitaria in Calabria, grazie all’intelligenza e caparbietà di Roberto Occhiuto e dei due parlamentari calabresi dem ai quali sta sempre molto a cuore la situazione sanitaria nella nostra regione. Finalmente con tale emendamento sarà consentito alle regioni di poter fare ingenti investimenti necessari per migliorare il livello qualitativo delle prestazioni sanitarie della nostra regione.

«Come già precisato nel programma da me presentato da circa un anno, programma chiamato Calabria Silicon Valley, la Calabria per evitare l’esodo di pazienti e familiari verso altre regioni o anche all’estero ha urgentemente bisogno di un polo oncologico regionale sul modello dell’Istituto Europeo di Oncologia di Veronesi. Ciò è facilmente realizzabile in Calabria potenziando anche con i bravissimi primari ospedalieri che operano sul territorio il Dipartimento di Oncologia dlel’Università di Catanzaro, laddove lavorano oncologi eccellenti, stimati in Italia e all’estero, come il prof. Pier Francesco Tassone e Piersandro Tagliaferri con la loro équipe altamente specializzata nel campo delle leucemie e di altri tumori ematologici. Inoltre, a livello sperimentale tale Dipartimento rappresenta l’unico del Meridione del nostro Paese, che ha ottenuto l’autorizzazione da parte dell’Ema, European Medicines Agency, e dell’Aifa, Agenzia regolatoria nazionale, per la fase I dei clinical trials su nuovi farmaci prima che sia concesso loro l’autorizzazione per l’immissione in commercio.

In Calabria manca un centro di riabilitazione neurologica sul modello di quello della S. Lucia di Roma per la cura di pazienti paraplegici o tetraplegici a seguito di lesioni del midollo spinale. Mancano, ancora, centri per il controllo dei disordini alimentari molto frequenti nei giovani (anoressia e bulimia) come pure non è presente un numero sufficiente di centri sul territorio calabrese di riabilitazione motoria, cardiologica, cognitiva, che vanno allocati nelle singole province della Calabria.

«Il salto di qualità della sanità in Calabria può essere fatto solo con il potenziamento della rete regionale delle strutture ospedaliere di Catanzaro, Reggio Calabria, Cosenza, Vibo Valentia e Crotone, ma soprattutto valorizzando su base meritocratica il patrimonio umano, primari, medici, specialisti, infermieri, costretti a operare ancora in condizioni precarie ed estremamente difficili, sia a livello ospedaliero che a livello territoriale.

«Migliorare la qualità dei servizi – continua Nisticò – a favore dei pazienti deve rappresentare l’obiettivo primario della sanità in Calabria. Un obiettivo parallelo sarà quello che si propone di ridurre o eliminare (cosa difficile) l’infiltrazione della criminalità organizzata nella gestione della sanità in Calabria. Questo obiettivo potrà essere raggiunto grazie alla competenza e all’impegno del commissario Guido Longo, ma ricordiamo che questo obiettivo da solo non è sufficiente per migliorare la qualità della sanità nella nostra regione».

Adesso, non ci sarà spazio per lungaggini burocratiche e rinvii per mancanza di risorse finanziarie: la concessione di anticipazioni di liquidità da parte di Cassa Depositi e Prestiti, rappresenta lo strumento che mancava al commissario Longo per attuare un piano di rinnovamento totale della sanità in Calabria. Per farlo, lo ribadiamo da tempo, serviva l’azzeramento del debito, ma servono le competenze specialistiche di cui il commissario Longo non potrà fare a meno: accanto alla sua preziosa guida necessitano professionalità di grande prestigio, svincolate da logiche di lottizzazione partitica, che abbiano come unico obiettivo il risanamento di una sanità “malata” e un processo di vero welfare sanitario cui hanno diritto, a pieno titolo, i calabresi. Non mancano, grazie a Dio, queste professionalità: c’è la Facoltà di medicina di Catanzaro che è una fucina di eccellenze, ci sono le competenze di Unical e dell’Università Mediterranea di Reggio, senza dimenticare le tante illustri personalità che sono andate via dalla propria terra, sempre tenendo la Calabria nel cuore, pronti a offrire, disinteressatamente le proprie capacità e la grande esperienza. Sono quelle che servono al prefetto Longo: in loro assenza riteniamo che il suo, pur apprezzabile sforzo, non produrrà i risultati necessari a trasformare la Calabria in una regione “normale”. Ma prevale l’ottimismo: bisogna, dunque, creare opportunità e utilizzare le risorse umane disponibili. La Calabria, lo ricordiamo, ha il record dell’esportazione di eccellenze e delle migliori teste (in tutti i campi, non solo in quello scientifico). È ora di cominciare a sfruttare questo meraviglioso e straordinario capitale umano, che parla con l’accento calabrese, ma ragiona e pensa con la testa orientata al mondo. (s)

 

 

 

LA SFIDA DI GIOFFRÈ AL MALAFFARE SANITÀ
SCOMODE VERITÀ DEL MEDICO-SCRITTORE

di PINO NANO – Le tante scomode verità del medico-scrittore Santo Gioffrè: una testimonianza in prima persona, che equivale a una grande sfida al malaffare che ha pervaso la sanità calabrese. Arriva in libreria il nuovo libro di Gioffrè, ma non è un romanzo storico, come quelli ai quali ci ha piacevolmente abituato: è il racconto amaro di una sconfitta, quella dello Stato, che forse si poteva evitare. Una coraggiosa, pesantissima, denuncia che farà scalpore. Susciterà amarezza e indignazione tra le persone perbene, tra i tantissimi calabresi onesti che hanno diritto e voglia di essere informati su uno scandalo infinito su cui la giustizia dovrà mettere la parola fine. Non caso s’intitola Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese.

Il saggio esce grazie alla Castelvecchi Editore che ha fortemente creduto nel progetto del medico scrittore di Seminara, decidendo di farlo arrivare non solo nei luoghi più sperduti del Paese, ma anche all’estero dove spesso la Calabria che viene raccontata dai media è meno crudele di quella che Santo Gioffrè descrive invece in questo suo racconto, dai toni anche drammatici e fortemente sofferti.

Questo suo nuovo libro è in realtà il diario di bordo di una esperienza di governo e di gestione ai vertici della sanità calabrese, «dove può capitarti di imbatterti in un mafioso senza rendertene conto», tanto simile spesso egli è agli uomini di Stato e ai rappresentanti istituzionali di questa moderna Repubblica del caos.

Un pugno nello stomaco, una confessione a cielo aperto, una sfida al Paese, coraggiosissima e plateale, un dossier analitico e documentatissimo sul malaffare della sanità calabrese davvero senza precedenti, ma anche un racconto diretto immediato senza perifrasi o mediazioni di comodo che ti entra nel cuore e nel corpo con una violenza brutale e inimmaginabile. E di fronte al quale, ogni qualvolta vedi in televisione l’immagine stereotipata dell’arresto di un uomo di ‘ndrangheta, il più delle volte di un boss, ripreso in qualche capanno o vestito da contadino, ti viene solo da sorridere, perché oggi i veri boss della ‘ndrangheta sono forse molto di più quelli che Santo Gioffrè descrive nei minimi dettagli lungo il percorso che affronta in “Ho visto”, e che vestono blazer scuri e scarpe firmate da 2 mila euro al paio.

La domanda a cui nessuno forse potrà, o saprà mai dare una risposta credibile, e che noi ci facciamo da giorni è questa: ma dove avrà mai trovato Santo Gioffrè il coraggio di tanta lucidità nella scrittura e nella forza delle accuse che muove al mondo istituzionale calabrese, e non solo calabrese?

Abbiamo allora provato a conoscerlo meglio questo medico scrittore. Anche perché la sua vita di intellettuale è costellata di altre opere di grande pregio letterario.

Nel 1999 pubblica il primo romanzo storico Gli Spinelli e le Nobili Famiglie di Seminara, nel periodo del terremoto del 1783. Seguiranno Leonzio Pilato, La terra rossa, Il Gran Capitán e il mistero della Madonna nera. Ultimo romanzo prima di Ho visto, Gioffrè scrive L’opera degli ulivi, che segna di fatto il suo grande esordio per la Castelvecchi di Roma.

La copertina del libro "Ho visto" di Santo Gioffrè

Uno scrittore dunque di straordinario coinvolgimento emotivo, che usa un racconto per nulla forbito ma lineare, semplicissimo, e lo stratagemma del romanzo per raccontare gioie dolori ed emozioni della sua terra natale, che è la Piana di Gioia Tauro, «infestata dalla violenza e dal pregiudizio storico che tutto ciò che si muove è solo ndrangheta», lui figlio di un paese come Seminara dove la faida di tanti anni fa ha profondamente segnato la vita di ogni ragazzo di allora, quando durante un funerale arrivarono dei killer e spararono contro il corteo, e i ragazzi videro la bara del defunto rotolare per le scale del sagrato della Chiesa, abbandonata da chi la portava in spalla.

Scene di una violenza inaudita, ma che Santo Gioffrè nei suoi romanzi ha cristallizzato in ricordi e immagini di una suggestione senza pari, dove l’Aspromonte – per lui che ne è figlio più autentico di questa montagna – è meno cupo e meno minaccioso di quanto invece da lontano non si possa immaginare.

Fin qui la vita del romanziere, Santo Gioffrè. Ma c’è anche un rovescio della medaglia che è invece quello di un medico che tra Seminara Palmi e Gioia Tauro fa anche tantissima attività politica, impegno che lo vede eletto più volte consigliere al Comune di Seminara, e dal 1994, per due volte consecutive Consigliere provinciale nel collegio Seminara – Delianuova, ma anche assessore alla cultura della provincia di Reggio Calabria.

Vecchio idealista, uomo esteriormente rude, protagonista indiscusso della sinistra storica in Calabria, Santo Gioffrè – che per mestiere fa il medico ginecologo a Palmi ma che è soprattutto conosciuto in Italia come scrittore e romanziere della grande scuola meridionale – nel 2015 viene nominato dalla giunta regionale in carica Commissario Straordinario dell’ASP di Reggio Calabria, e qui incominciano i suoi «guai terreni».

Subito dopo il suo insediamento, incomincia a mettere mano alle poche carte che trova sul suo tavolo di gestore unico della sanità nella provincia più “discussa” d’Italia, e scopre – quasi per caso – che da quel giorno in poi la sua vita avrà a che fare soprattutto con un deficit di bilancio unico in Italia e con un disastro finanziario impossibile da risanare.

Ma l’uomo ha il carattere forte e la tempra giusta per credere di potercela fare da solo, a rimettere ordine in questo caos di totale confusione. Per giorni e notti lavora sulle cifre che ha davanti, ma intuisce immediatamente che molte cose non vanno. E man mano che va avanti nella conoscenza dei dati contabili dell’Azienda Sanitaria si rende conto che ha di fronte un quadro a dir poco scandaloso e allarmante.

Convoca allora i suoi funzionari più diretti, legge tutti i rapporti redatti dai suoi predecessori, cerca insomma di capire perché l’Asp di Reggio Cal fin dal 2013 è senza bilancio consolidato in quanto, quell’anno, fu bocciato e mai più redatto.  Molte delle spese sostenute dalla sanità reggina sono state fatte infatti sulla “parola”.

Cosa significa? Che non ci sono carte contabili. Non ci sono ricevute di pagamenti effettuati. Non ci sono riscontri finanziari. Non ci sono registri contabili affidabili, ma solo «parole affidate al vento e alla memoria di qualcuno». Molte cose sono state acquistate e saldate sulla base di accordi o promesse verbali, «sulla parola», magari con una semplice stretta di mano. Roba da non crederci. Bastava una stretta di mano, e l’affare si chiudeva in quel modo. Ma così andavano le cose, nella più importante azienda sanitaria calabrese.

Verba volant, scripta manent. Santo Gioffrè la chiama “Contabilità orale”, nel senso di contabilità affidata alla memoria storica di qualcuno, di cui però non ci sarà mai traccia vivente. Parliamo di contabilità di milioni di euro mai regolarizzati, e mai trascritti su carte documenti o anche semplici memorandum. Per anni tutto è avvenuto “sulla parola”. Una stretta di mano, uno sguardo ammiccante, un accordo da chiudere, e soprattutto la certezza poi che qualcuno avrebbe alla fine pagato il conto.

E il primo “conto” che Santo Gioffrè, nella sua veste di neocommissario della sanità reggina deve saldare è una “piccola” fattura di 6 milioni di euro ad una struttura privata convenzionata di Reggio Cal.

Avete letto bene. 6 milioni di euro, mica bruscolini.

Dopo 20 giorni dall’insediamento, Santo Gioffrè riceve la visita di un signore, già curatore legale di quella struttura. Nel suo libro Gioffrè fa nomi e cognomi precisi. Il neo-commissario lo riceve ma viene raggelato dal suo racconto.

Questi riferisce che prima del suo insediamento, l’Asp aveva pubblicato una delibera, con tutti i pareri di rito favorevoli, in cui veniva riconosciuto ad una Casa di Cura privata convenzionata un debito da pagare di 6 milioni di euro.

“Dottore, noi avevamo già incassato, nel 2009, i sei milioni che ci dovevate. Poi, nel 2014, io stesso ho curato, a nome del Consiglio d’Amministrazione, la vendita ad altri della Casa di Cura. Ora, scopriamo che si stanno pagando le stesse fatture che, allora, ci furono pagate…”.

Fine della favola?

Niente affatto. Santo Gioffrè chiede ulteriori verifiche e scopre per bocca dei suoi amministrativi che quel saldo di 6 milioni di euro in realtà, per come riferito, era probabilmente avvenuto “sulla parola”. Nel senso che il debito era stato regolarmente saldato dalla Banca tesoriere dell’Azienda Sanitaria, ma nessuna ricevuta specifica, fattura per fattura pagata, era stata trasmessa all’Ufficio Economico-finanziario dell’Asp affinché la partita debitoria, da quel momento in poi, risultasse estinta.

Da qui, poi, la seconda richiesta di saldo, evidentemente vogliamo pensare per via di fatture precedenti già saldate ma assolutamente inesistenti.

Che fare?

Gioffrè, ricevuti i documenti che accertano il pagamento avvenuto, scrive allora di proprio pugno la delibera di annullamento della precedente delibera, e blocca il saldo di 6 milioni di euro disposto per la nuova società.

Il Medico-Scrittore, proseguendo nel suo lavoro di ricerca, scopre ulteriori fatture pagate due volte, soprattutto a multinazionali del farmaco e intuisce il sistema che ha trasformato l’Asp di Reggio Calabria in bancomat. È facile immaginare, a questo punto, cosa accadde nelle settimane successive.

Santo Gioffrè viene cacciato dal suo incarico.

Lo mandano a casa nel giro di qualche giorno, e lo fanno senza pietà, quasi fosse un appestato. Naturalmente, lo mandano via con una “scusa istituzionale” assolutamente “impeccabile”, e fra l’altro anche giuridicamente incontestabile.

L’Anac, l’Autorità Anticorruzione guidata allora da Raffaele Cantone scopre che la sua nomina di Commissario dell’ASP di Reggio Calabria è incompatibile perché Gioffrè, nel 2013, era stato candidato, sconfitto, alla carica di Sindaco di Seminara, un paesino di 1500 mila anime.

Bene, oggi – grazie a questo libro di grande coraggio ed efficacia mediatica vi assicuro – questa storia della “Contabilità orale” farà ormai il giro del mondo.

Mi permetto solo di darvi un consiglio. Davvero avete voglia di capire come, in storie come queste, di grandi affari milionari, si materializza la Ndrangheta?

Bene! Nelle prime quattro pagine di “Ho visto” troverete il racconto dettagliato, inquietante, drammatico e clamoroso di un incontro tra il medico-scrittore e un signore elegante e dall’atteggiamento sobrio che è un affresco attualissimo del rapporto tra la ‘ndrangheta e le Istituzioni di questo paese, e di fronte al quale lo scrittore confessa: «Quando tutto iniziò ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte all’amore e alla morte… Sentii il gelo di quando muore qualcuno… Quell’uomo aveva lavato e asciugato il mio coraggio. Mi sentivo nudo e avevo freddo, il cuore mi sembrava diventato vegetale, non aveva più un battito. In quei momenti è difficile rimanere lucidi. Rimasi muto. Lo accompagnai con lo sguardo, fin quando non si perse tra la folla».

Santo Gioffrè, dunque, non solo “Premio Letterario Nazionale Cronin 2020” in una terra dove se «alzi per un momento la testa, e lo fai fuori dal coro, rischi di beccare un cecchino pronto a farti fuori».

Oggi Santo Gioffrè è diventato, suo malgrado, icona della legalità in tutto il mondo, ma soprattutto testimonial di grande coraggio individuale, perché da oggi in poi – quando si parlerà della sanità calabrese e della “Contabilità orale” dei bilanci milionari delle Asl calabresi – si parlerà per forza di cose di lui, della sua cocciutaggine, e del suo estremo coraggio.

L’intervista che giorno fa gli ha dedicato BBC News, francamente gli rende merito di tutto quello che lui ha fatto in tutti questi anni al servizio della sua terra.

Ma chissà se la penserà allo stesso modo il ministro Roberto Speranza?

Sappiamo solo che in passato i due erano anche grandi amici, lo erano soprattutto un tempo, quando insieme facevamo politica nello stesso vecchio partito comunista. Ma poi, forse, andando Roberto Speranza al Governo come ministro della Salute – con tutti gli impegni istituzionali del suo dicastero – avrà certamente perso per strada pezzi importanti dei suoi ricordi passati, e quindi forse anche una parte importante dei suoi amici più cari.

«Ma ho imparato a mie spese – sorride il vecchio medico di Seminara – che la politica, da sempre per la verità, riserva amarezze di questo genere. Forse anche peggiori di queste. Importante è non serbare mai rancore per nessuno». (pn)

La storia infinita della sanità calabrese: ne parla il medico-manager Rubens Curia

di GIUSEPPE SPINELLI – Rubens Curia portavoce della Comunità Competente, abbiamo la Calabria nel cuore come i tanti conterranei nel mondo Anche i calabresi in Italia e all’estero devono conoscere il perché di questo stato di cose, la Calabria deve reagire, bisogna essere tutti uniti. Alla base di questa intervista la volontà d’informare chi attualmente non trova spiegazioni. Ci sono momenti che non si può “palleggiare” la responsabilità, la storia della Sanità calabrese e la sua crisi perenne hanno nomi e cognomi.

Ne parliamo con il dott. Rubens Curia, medico in pensione, ex dirigente in Calabria e a livello nazionale nell’ambito sanitario. La sua lunga carriera lo ha fatto diventare punto di riferimento e portavoce di Comunità Competente, organizzazione composta da 34 associazioni, Sindacati, Fondazioni, singoli cittadini e imprenditori, i quali in questa delicatissima fase sono vicini alle Istituzioni calabresi.

Tenteremo di tracciare la storia e i motivi di questa lunga agonia, la Sanità calabrese ha bisogno di iniziare un percorso “sano”, senza dimenticare il passato, oggi si parte da questo.

– Dott. Rubens Curia, perché la Calabria si trova in questa drammatica situazione? Ii calabresi in Italia e nel mondo, soffrono a vedere la propria terra succube di questa sventura, vogliono capirne le ragioni. Perché siamo arrivati fino a questo punto?

«Posso assicurare che sono arrabbiato anch’io e tutte le persone che mi onoro di rappresentare.

Partiamo dall’inizio, la Calabria inizia il suo percorso di commissariamento il 17 dicembre del 2009, a breve facciamo l’undicesimo compleanno.

Quando siamo entrati nel piano di rientro avevamo solo per l’anno 2009, un deficit di 253 milioni di euro, perché il debito pregresso non si conosceva (un pozzo di S.Patrizio). Successivamente venne fuori, si parla di oltre 2 miliardi di euro debito che la Calabria avrebbe.

Quindi partendo dal 2009 con i 253 milioni di euro e andiamo a leggere il verbale Adduce (commissione tra il Ministero dell’Economia e il Ministero della Salute che ogni sei mesi esamina i nostri dati), noi nel 2019 abbiamo fatto debito pari a 225 milioni di euro. Da questo si capisce benissimo che in 11 anni alla fine abbiamo risparmiato 28 milioni di euro di debito annuale.

Tutto questo lo abbiamo pagato nel 2019, con 320 milioni di euro di mobilità passiva (dato che indica il 21% dei ricoveri che i calabresi fanno fuori dalla propria terra). Significa che le famiglie calabresi per spostarsi hanno dovuto rimetterci in: biglietti aerei, treni, soggiorni e spese varie per andarsi a curare fuori regione, oltre all’aumento di ulteriori tasse che si chiamano Irap e Irpef. In questo la Calabria è la prima regione d’Italia».

– Cosa possiamo ricavare da questi dati, esiste un risparmio reale oppure mi lasci passare il termine, è solo di facciata?

«Le rispondo in questi termini, il Ministero dell’Economia ha applicato una ricetta che chiunque poteva applicare. Praticamente hanno deciso di fare il blocco del turnover bloccando le assunzioni, in 11 anni abbiamo perduto 4.000 unite del personale specializzato, perché andati in pensione.

Le faccio un esempio; nel 2019 l’Azienda Sanitaria di Cosenza ha avuto un “risparmio” di personale di 4.700.000 euro. Questo significa che sono andati in pensione altre 147 persone e non sostituite, questa è la forma che qualcuno ha attuato per risparmiare nella sanità calabrese.

In sintesi, come se piovesse sul bagnato, a una struttura già con tante criticità praticamente hanno tolto la fonte vitale.

Questo è quello che hanno fatto il Ministero dell’Economia e il Ministero della Salute, hanno dato l’ulteriore colpo di grazia a un sistema già drammaticamente al tracollo.

A tutto questo aggiunga che ogni anno tutte le regioni sono esaminate tramite una pagella che si chiama LEA (Livelli essenziali di Assistenza). Hanno esaminato il 2019, proprio in questi giorni è arrivato il verbale, immaginate un po’? Siamo stati bocciati perché abbiamo sommato 132, una vera e propria pagella scolastica, per essere promossi bisogna raggiungere 160 punti.

Tengo a precisare che questi LEA non sono fattori burocratici, ma sangue e lacrime dei calabresi, per essere più chiaro le faccio degli esempi: quando una persona ultrasessantacinquenne si frattura il collo del femore, entro 48 ore deve essere operata, noi in Calabria non garantiamo questo livello di assistenza, superiamo la procedura con punte di 4 giorni in su. Immagini la persona che rimane con la gamba per aria per tutto questo tempo in attesa di essere operata.

Secondo lei perché questo si verifica? È evidente, non assumendo ortopedici e anestesisti, non ci sono i tempi per poter operare nei tempi prestabiliti.

Come vede è una burocrazia pazza, in pratica esiste una volontà strana, come se la mano destra non sa quello che fa la mano sinistra… io non ti faccio assumere il personale ma nello stesso tempo tu non mi operi le persone».

– Dott. Curia è stato chiarissimo. ora in sintesi ci spieghi l’antitesi del “Peccato Originale”.

«Nel 2009, anno del Commissariamento, la responsabilità era tutta della classe politica della Calabria, parlo di tutti dalla destra, centro e sinistra, tutti responsabili.

Con il piano di rientro la responsabilità è da condividere tra chi governa la Regione Calabria e il Commissario ad Acta, nominato dal Governo centrale in una certa fase. Tenga conto di un fatto, cioè che il Commissario e sub commissario venivano nominati dal Governo centrale, mentre i Direttori Generali delle Aziende sanitarie erano nominati della Giunta Regionale.

Quindi il Commissario aveva un compito, quello di programmare e verificare che le attività venissero svolte, ma a sua volta la gestione era dei Direttori Generali o Commissari delle Aziende Sanitarie Ospedaliere che venivano nominati da parte del Presidente della Giunta Regionale.

Questo si è verificato fino al 2018, successivamente nel 2019 con il Decreto Calabria la famosa Legge n. 60. A questo punto il Governo ha avocato a sè tutto. Cioè, i Commissari non venivano nominati dal Presidente della Giunta Regionale, ma venivano nominati direttamente dal Commissario del Governo tranne due, Catanzaro e Reggio Calabria, perché lì sono state sciolte per ‘ndrangheta e quindi per queste nomine ha provveduto il Ministero dell’Interno.

È evidente che noi abbiamo una corresponsabilità fino a una certa fase (2018), successivamente, parliamo del 2019 e del 2020, sono da addebitare tutte al Governo centrale, perché lui ha nominato il Commissario Cotticelli e lo stesso a sua volta ha nominato i Commissari delle Aziende Sanitarie Ospedaliere.

– Dott. Curia da questo momento grazie a lei, riusciremo a capire il capo di questa “matassa” intorno a questa vicenda.

Che cosa propone Comunità Competente per uscire da questo stallo?

«Partiamo da una certezza, la Sanità è bipartisan, non ha né colori politici né religioni.

Noi da subito abbiamo presentato una proposta. Con due incontri ci siamo visti con il Commissario Cotticelli, ad agosto e ottobre del 2019, abbiamo incontrato il Capo di Gabinetto del Ministro Speranza il 7 febbraio del 2019 e poi il 7 luglio del 2019 a Roma abbiamo incontrato il Vice Ministro Sileri, il quale il 20 Agosto è venuto a Lamezia Terme dove insieme abbiamo tenuto una video conferenza, molto seguita con oltre 6000 contatti.

Questo programma era suffragato da 5000 firme, raccolte in otto giorni e da 120 firme di sindaci bipartisan.

Nella proposta chiedevamo: in primo luogo che si potenziasse la medicina territoriale, in pratica che si attuassero tutte quelle procedure rivolte ai dottori di medicina generale, per mantenere aperte tutte quelle strutture per 12 ore in alcune zone, e 24 ore in altre insieme al medico di continuità assistenziale (Guardia Medica), specialmente pedemontane o di aree interne, di cui la Calabria è piena.

Questo argomento non era qualcosa che ci inventavamo, già il Decreto Balduzzi convertito in Legge 8 novembre 2012 N.189, prevedeva che le regioni facessero questo, però nessuno attivò questa importante Legge.

Il concetto naturalmente si trasferiva anche ad aree più grandi oltre che ai piccoli comuni, proprio per creare un filtro alle Aziende Ospedaliere. Il cittadino sapendo che nel paese vicino c’era un ambulatorio sempre aperto, naturalmente con turnazione di medici sulle 24 ore, non si recava in Ospedale, diventando così importanti punti di riferimento sul territorio.

A proposito di ciò ora le do una buona notizia, in data 17 novembre – quindi freschissima novità – grazie alle pressioni dei sindacati medici del territorio di tutte le sigle, finalmente presso il Dipartimento Tutela della Salute è stato finanziato questo accordo che prevede le AFT, le quali permettono questi ambulatori di 12 ore e di 24 ore, successo molto importante.

Firmato l’Accordo con i medici di medicina generale (MMG) per effettuare i tamponi antigenici è necessario che l’ASP (Azienda sanitaria provinciale) d’intesa con l’Amministrazione Comunale mettano a disposizione dei locali dove fare il tampone.

Bisogna fare presto, tenuto conto dell’andamento della pandemia.

Come Comunità Competente seguiremo le Aziende Sanitarie che attuino queste strutture funzionali già esistenti sul territorio, come ambulatori pubblici, ospedali dismessi, essi diventerebbero UCCP (unità complesse di cure primarie) i quali avrebbero funzioni molto importanti di coordinamento e raccordo con i comuni.

Voglio dire un’altra cosa, quando nel 2010 sono state finanziate le case della salute praticamente gli ex ospedali, strutture che dovevano servire al territorio, questi fondi l’Unione Europea a noi li ha dati. Il paradosso è che non sono stati mai utilizzati e sono ritornati indietro alla stessa Unione Europea.

Complessivamente erano stati erogati 126 milioni di euro, attualmente sono rimasti 49 milioni.

Da queste cose si nota la poca attenzione anche da parte di chi dovrebbe stare attento a queste opportunità, non basta solo indignarsi serve anche proporre.

Diciamo anche un’altra questione legata al modo di operare in Calabria, da una parte fa debiti e dall’altra non riesce a spendere, forse per mancanza di capacità professionale.

La Regione in 20 anni dallo Stato ha avuto 1.611.000.000 euro, per costruire nuovi ospedali, per ristrutturare i vecchi ospedali, per costruire Case della Salute, per costruire gli Hospice».

– Dott. Curia, ma non è il tempo che Governo centrale e Governo Regionale invitino intorno a un tavolo Comunità Competente?

«Io sono il loro portavoce, dire che so tutto sarebbe come se parlasse un “trombone”, la situazione necessita di un lavoro di squadra. All’interno della nostra organizzazione abbiamo in ogni ambito uomini e donne capaci, dal momento in cui siamo nati abbiamo sempre detto che le nostre competenze sono a disposizione della nostra terra. Noi dobbiamo creare le condizioni che i nostri giovani rimangano in Calabria, quanti di essi medici, infermieri sono lontani per lavoro quando qui mancano.

Negli ultimi tempi, ha nuociuto molto lo scontro che c’è stato tra Oliverio e il Governo di allora, tra la Giunta regionale e l’attuale Governo.

È necessario che si ragioni tutti insieme, la Calabria non può più aspettare, io personalmente sono ottimista e pessimista al 50%. Pessimista perché la Calabria ha un debito che cresce incredibilmente, la Corte dei Conti quando parlava del 2018 ha detto che noi avevamo solo come interessi per i debiti, pagavamo 48 milioni di euro, l’anno tra interessi, interessi di mora e legali, immagini lei quante tac, risonanze e strutture si potevano fare».

– Dott. Curia come sono i rapporti della Comunità Competente con l’attuale Giunta Regionale?

«Noi come Comunità Competente abbiamo chiesto a tutti di essere ricevuti per portare il nostro programma che loro già avevano. Con l’attuale amministrazione forse per impegni vari non c’è stato il tempo, causa problematiche varie tra queste anche l’ultima campagna elettorale, non si pensava neanche che la Presidente Santelli avesse questo tragico passaggio.

Noi quando parliamo di Sanità, parliamo di cure domiciliari, di screening oncologici che non vengono effettuati, parliamo dell’organizzazione della Sanità in Calabria.

Invece il mio ottimismo viene da un fatto nuovo, quando noi abbiamo deciso insieme al gruppo di Giacomo Panizza, Progetto Sud e ad altri, abbiamo deciso di mettere in piedi il 1 luglio 2019 Comunità Competente a Lamezia Terme. Da allora si è creato intorno a questa esperienza un effetto a valanga, la palla di neve che parte e diventa sempre più grande.

Tante associazioni, organizzazioni in ogni ambito e tanta gente comune hanno creduto in questo progetto, da qui nasce il mio ottimismo. Noi crediamo molto in quello che facciamo, la nostra disponibilità nasce dalla conoscenza del territorio e dall’amore che sentiamo per questa terra, un appello lo faccio anche ai calabresi, a tutte le persone competenti in materia sanitaria e a tutta la politica, stringiamoci tutti insieme per risolvere questo dramma nel dramma, la Sanità è di tutti, noi ci siamo».   (gsp)

d’Ippolito (M5S): individuare persone coraggiose a cui affidare la struttura commissariale

Il deputato del Movimento 5 StelleGiuseppe d’Ippolito ha lanciato un appello ai 5 Stelle per «lavorare insieme, senza polemiche, senza divisioni e con piena coscienza politica per individuare figure coraggiose cui affidare la guida dell’intera struttura commissariale».

Per d’Ippolito, infatti, si potrebbe iniziare «dalla risoluzione dei problemi del policlinico universitario, già messi in evidenza dalla relazione del 2008 della commissione ministeriale d’inchiesta Serra-Riccio» e «confido – ha detto il deputato – in un’attenta e serena valutazione, da parte dell’intero governo, di questa necessità, perché le questioni da risolvere sono molto più gravi e profonde di quelle che appaiono in tv e sui social, e pertanto non possiamo sbagliare sul futuro della sanità calabrese».

Il deputato pentastellato, infatti, ha detto di non condividere la nomina, da parte del ministro alla Salute Roberto Speranza, di Giuseppe Zuccatelli come nuovo commissario alla Sanità calabrese, in quanto «abbiamo sempre predicato rinnovamento e ricambio generazionale».

«Ciononostante – ha concluso d’Ippolito – al netto dell’improvvisa tesi di Zuccatelli sull’inutilità delle mascherine, risalente allo scorso 27 maggio e da ultimo ritrattata, va anche evidenziato che, da commissario del policlinico universitario di Catanzaro, egli ha saputo fronteggiare il Rettore dell’ateneo, struttura che sulla sanità calabrese continua a fare la parte del leone pur non garantendo, a fronte di un corrispettivo regionale da anni superiore di molti milioni a quanto consentito dalle norme vigenti, l’attivazione del Pronto soccorso, l’emergenza-urgenza, l’accreditamento delle scuole di specializzazione e la lotta efficace al Covid, in virtù di incrostazioni di potere che peraltro coinvolgono alcuni degli ex e degli attuali dirigenti regionali, già protagonisti di sforamenti di bilancio e del fallimento della fondazione Campanella per le cure oncologiche». (rp)

Lo stipendio del consigliere regionale Anastasi al servizio della sanità calabrese

Il consigliere regionale Marcello Anastasi, ha annunciato che «alla luce di un pensare cristiano e volendo seguire l’esempio del promotore di Io resto in Calabria, devolverò il mio primo stipendio alla sanità calabrese».

«L’augurio – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – è che anche  altri vogliano  aggiungersi in questo gesto di generosità. Ho voluto cogliere come occasione il giorno del mio compleanno per incontrare i medici, gli infermieri e i malati ricoverati del reparto di cardiologia dell’Ospedale di Polistena».

«Nel prendere visione – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – delle varie  problematiche che mi sono state presentate dagli operatori sanitari, ho comunicato, ufficialmente, di voler economicamente provvedere personalmente a tutte le necessità del reparto di Cardiologia che mi sono state evidenziate dagli stessi addetti ai lavori».

«Comprerò, pertanto – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – un importante quantitativo di dispositivi di protezione per fronteggiare l’emergenza del momento del coronavirus: mascherine FFP2; tute  anticontaminazione 3 e Rischio 5 e 6 ed inoltre Gel mani disinfettante con erogatore automatico».

«Intrattenendomi nel corso della mattinata con il dott. Enzo Amodeo, primario della cardiologia – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – mi sono trovato discutere di varie questioni politiche e commentare la situazione che è sotto gli occhi: ovvero quella di un sistema sanitario che arranca nel garantire, in alcuni casi, anche i servizi minimi, ponendo a rischio la salute della gente».

«Ci ritroviamo – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – a raccogliere i frutti mancati di quel piano di rientro sostenuto da tempo  per far fronte agli errori commessi in passato da politiche schizofreniche. Ci sarebbero molte cose che oggi andrebbero riviste e corrette, i cui effetti, per certi versi, si comprende bene, avrebbero determinato risultati convenienti solo per alcuni a discapito dei molti, così andrebbero individuate le reali e nuove esigenze di una società in continuo cambiamento. Andrebbe ridiscusso il numero chiuso nelle Università per entrare in Medicina e anche il sistema pensionistico».

«Lo fanno pensare – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – le misure straordinarie per l’assunzione di medici, infermieri e personale sanitario, compreso il richiamo dei sanitari in pensione e altre disposizioni per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale; l’esodo delle figure mediche, soprattutto degli ospedali che  continuano a rappresentare i luoghi dove il rischio clinico e l’impegno professionale crescono in maniera esponenziale».

«Oggi, una volta che ci si è accorti di certi errori – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – e si chiede ai medici di poter andare in pensione a settant’anni e quanti sono già andati in quiescenza addirittura a ritornare in servizio per garantire le loro prestazioni, ovviamente a costi zero».

Situazioni davvero paradossali», dice il consigliere regionale di ‘Io resto in Calabria’, elogiando i medici in servizio che compiono eroicamente tutte le prestazioni e a volte, incorrono purtroppo anche in incresciose vertenze medico legali che, quasi sempre , si concludono con sentenze a loro favorevoli.

«In un momento – ha proseguito il consigliere regionale Anastasi – altamente di drammatica emergenza, come quello che viviamo-conclude Anastasi-,   conviene che tutti si facciano promotori di azioni che aiutino a garantire un clima di serenità utile agli operatori sanitari costretti a lavorare in contesti di facile contagio». (rcz)

In copertina, il consigliere Anastasi insieme al primario di Cardiologia di Polistena, Enzo Amodeo e il dott. Alfonso Trimarchi.