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Antonio Petrassi, il pioniere dei trapianti di rene in Calabria

Antonio Petrassi, il pioniere dei trapianti di rene in Calabria

di PINO NANO – Domenica scorsa si è chiuso all’Unical il congresso nazionale della Sipad, la Società Italia Patologie Apparato Digerente, e a margine dei lavori scientifici- presieduti dal prof. Bruno Nardo, Presidente del Congresso- sono stati consegnati due premi diversi intitolati ad altrettanti prestigiosi chirurghi che hanno lasciato un segno indelebile nella chirurgia calabrese, Antonio Petrassi e Ludovico Docimo.

Destinatari dei riconoscimenti sono stati la dottoressa Palumbo, dell’ospedale di Mestre, che ha ricevuto il “Premio Petrassi”, per la tecnica chirurgica, ed il dottore Lucido, dell’università Vanvitelli di Napoli, che è stato insignito del “Premio Docimo”, per la cura delle patologie dell’apparato digerente.

Oggi qui ricorderemo il primo di questi chirurghi, il prof. Antonio Petrassi. Diciamo subito che al nome di Antonio Petrassi, chirurgo e umanista, è legata la storia dei trapianti d’organo in Calabria di cui fu iniziatore e principale protagonista: «una meravigliosa esperienza professionale», come l’ha definita mille volte lui stesso nei vari speciali TV che la RAI in quegli anni gli aveva dedicato.

Nasce a Gissi, in Abbruzzo, il 30 luglio 1936, da Carlo, originario di Zagarolo, e da Orietta Buoncompagni, romana. Ha un anno quando la famiglia si stabilisce a Pedace, alle porte di Cosenza. Il papà, un elettrotecnico che gestisce la centrale idroelettrica di Gissi, alle dipendenze della SME, la Società Meridionale di Elettricità, è trasferito con lo stesso incarico alla centrale idroelettrica del Cardone di Pedace.

Il giovane Antonio Petrassi – racconta Teresa Papalia nella storia che ne ha scritto per Icsaic Calabria – frequenta le scuole elementari a Pedace, poi le Medie a Spezzano della Sila. Nella città dei Bruzi dove la famiglia si trasferisce dopo 17 anni in seguito alla prematura scomparsa della madre, nel 1954 consegue la Maturità al Liceo Classico «Bernardino Telesio».

Successivamente si trasferisce a Napoli, dove il 14 dicembre 1960 si laurea in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti e la lode. Frequenta la Clinica Chirurgica dell’Università partenopea e nel 1966 si specializza in Chirurgia generale. Durante gli anni universitari conosce Olga Caprioli, laureata in lettere classiche e valida insegnante di italiano, che sposa nel settembre del 1963. Dal matrimonio nascono tre figli, Orietta, Carlo e Andrea.

Dopo la parentesi universitaria a Napoli il professore Petrassi torna a Cosenza dove lavora prima da assistente e poi come aiuto chirurgo presso l’Ospedale dell’Annunziata. Continua a studiare e nel 1969 si specializza in Neurochirurgia all’Università di Torino. Nel 1971 diventa libero docente in Semeiotica Chirurgica presso l’Università di Napoli, e diventa primario di Chirurgia nel 1974 all’ospedale Jazzolino di Vibo Valentia dove lavora fino al 1979. Rientra come primario all’Annunziata di Cosenza e va in pensione nel 2003.

Teresa Papalia lo definisce «Storica figura della chirurgia cosentina». Primo direttore dell’Unità Operativa di Chirurgia “Migliori”, in questi 23 anni si dedica alla chirurgia generale, ma anche alla chirurgia oncologica, vascolare e neurotraumatologica in cui consegue un’esperienza operatoria e titoli scientifici di grande prestigio, ampiamente riconosciutigli dalla comunità scientifica nazionale. Pur avendo avuto offerte di primariato in alcune città italiane come Mantova, Genova e Roma, è rimasto sempre in Calabria, fiero di essere calabrese, pedacese, vibonese e cosentino, dimostrando che con sacrificio e credendoci fino in fondo si possono realizzare importanti risultati professionali restando nella propria terra.

La sua grande umanità con i pazienti, la stima e la riconoscenza che i calabresi nutrivano nei suoi confronti e la fama che lo accompagnava erano talmente diffusi che il suo nome è diventato un modo di dire gergale coniato prima a Vibo Valentia e poi ripreso a Cosenza: «Un ti salva mancu Petrassi».
Per la sua attività, riceve diversi riconoscimenti, dal premio «Pericle d’Oro» per la Medicina nel 1989, al premio «Calabria-America» nel 1997, alla Targa Asit nel 2003, e ancora alla Targa di «Benemerenza» consegnatagli dall’Azienda Ospedaliera di Cosenza nel 2005. Nel 2019 riceve il premio Rocco Docimo alla memoria istituito dalla fondazione Lilli Funaro. I dati numerici di quella che è stata la sua storia chirurgica ci lasciano di stucco.

La biografia curata da ICSAIC, curata e diretta dal giornalista Pantaleone Sergi parla di almeno 20.000 interventi, in gran parte considerati di alta chirurgia. Il suo nome, a ogni modo, è legato ai trapianti di rene che per primo effettua in Calabria nel marzo del 1989 a Reggio Calabria, lui che è primario a Cosenza. Un mese dopo effettua il primo trapianto di rene all’Annunziata di Cosenza. Inizia quindi l’era dei trapianti nel suo ospedale che continua per anni a effettuare con successo, grazie all’impegno di tanti chirurghi, nefrologi, anestesisti e infermieri, creando una vera e propria scuola di chirurgia dei trapianti.

Autore di oltre 150 pubblicazioni su riviste scientifiche, ci lascia oggi come testimonianza delle cose realizzate quattro diversi libri: “Traumi Cranio-Encefalici”, “Il Dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale di Cosenza”, “I trapianti d’organo in Calabria: una meravigliosa esperienza professionale”, “L’Ospedale dell’Annunziata di Cosenza” e “I grandi medici calabresi”.

Instancabile intellettuale del suo tempo e della società che lo circondava, è stato socio fondatore e primo presidente dell’Associazione Calabrese di Scienze Chirurgiche, socio Fondatore del Coordinamento Centro-Sud Trapianti (Ccst), Vicepresidente della Società Italiana di Chirurgia (Sic), Presidente nazionale dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani (Acoi), membro dell’Internacional College of Surgeons e dell’Associazione Europea di Videochirurgia, Presidente onorario della Società “Dante Alighieri”.

Per i suoi alti meriti professionali viene invitato a insegnare pratica chirurgica in vari paesi stranieri, Argentina, Russia, Siria, Giordania, Libano, Egitto, Tunisia, Marocco. «È quanto basta- sottolinea il prof. Bruno Nardo – per capire quanto la chirurgia calabrese abbia dato al resto della comunità scientifica italiana e internazionale. Ma la cosa che più mi riempie di orgoglio è l’essere cresciuto a Vibo quando lui era già una icona della storia della medicina calabrese».

Nessuno ci crederebbe, ma noi che lo abbiamo conosciuto a fondo e gli siamo stati sempre molto vicini sappiamo che andato in pensione, il grande chirurgo non si è mai fermato, anzi, fonda anche una compagnia teatrale amatoriale, chiamata «Attori per caso», nella quale, negli ultimi anni della sua vita, si diverte a recitare ruoli ma anche a scrivere testi drammaturgici su storie e leggende della Calabria. Pubblica e presenta, così, alcuni lavori teatrali come: “Il pomo della Discordia”, “La Leggenda di Alarico”, “Cosenza Sveva”, “Amore Tradito”.

Muore all’età di 80 anni in quello che era stato per lunghi anni la sua vera casa, l’ospedale dell’Annunziata, e dove per lunghi anni aveva sognato di poter modernizzare il tutto. Purtroppo però “Il professore”  – la gente comune lo chiamava in questo modo – è morto molto tempo prima di vedere quello che è stato poi finalmente realizzato dal suo successore naturale, il prof Bruno Nardo, come lui chirurgo e come lui “vibonese”. (pn)