UN QUADRO DESOLANTE DALL’INDAGINE DELLA CISL REGIONALE E C’È IL PROBLEMA DELLA VIOLENZA DI GENERE;
Giovani donne imprenditrici al lavoro

CALABRIA, DONNE IMPEGNATE NEL LAVORO
LA PRECARIETÀ A SCAPITO DELLA FAMIGLIA

di SIMONA CARACCIOLO – È errore comune credere che quando le donne occuperanno finalmente posti di vertice il sessismo sarà sconfitto. Le esperienze di vita, soprattutto in settori prettamente maschilisti, insegnano che solo quando smetteremo di pensare che essere maschio o femmina siano parametri di giudizio, sul podio o altrove, sarà stato seriamente il tempo della rivoluzione. 

Uno spaccato indicativo sulla realtà della situazione dell’occupazione femminile in Calabria può essere rappresentato dai risultati dell’indagine su La lavoratrice ai tempi del Covid-19, ideata e realizzata dal Coordinamento Donne Cisl Calabria. Il Segretario generale in un suo intervento riporta come «tale ricerca sul campo ha scelto di compiere un importante esercizio di ascolto delle donne impegnate nel mondo del lavoro, in una fase drammatica della nostra vita personale e sociale». Ne è emerso un quadro significativo sia della situazione lavorativa e reddituale, sia dei servizi di welfare e conciliazione famiglia-lavoro». Risultano le donne essere «la categoria più colpita dalla precarietà e dalla discontinuità nel lavoro.

Una sana critica stana nodi culturali che impediscono a donne e uomini di realizzare se stessi, di autodeterminarsi. Il femminismo non deve distruggere ma costruire facendo sentire la propria voce in ufficio come in famiglia; esso deve trattare i diritti in modo inclusivo, intersezionale, aperto, senza farci dimenticare i nostri doveri, primo fra tutti la libertà di essere se stessi. 

Tra le azioni culturali che mirano a valorizzare le politiche di genere c’è la sensibilizzazione al riconoscere, reagire, affrontare e superare la lotta alla violenza basata sul genere, comprese le prassi nocive dettate da consuetudini o tradizioni, col fine del rispetto della dignità e dell’integrità delle donne. 

Per intervenire e cambiare il sistema il femminismo deve entrare nel dibattito pubblico, politico, filosofico con la dignità che gli compete, con un occhio al passato ed uno al futuro. 

L’anno appena trascorso si conclude con un dato positivo: l’occupazione femminile sale al 50,5%: la quota più alta di sempre. Il rialzo a dicembre 2021, come fa sapere l’Istat, è di 54mila occupate rispetto al mese prima e di 377mila occupate in più rispetto al 2020, ma molto ancora dobbiamo fare. 

Per rafforzare i servizi dedicati alle donne vittime di violenza bisogna favorire l’empowerment sociale ed economico delle donne attraverso il potenziamento delle competenze e l’emancipazione economica. 

Empowerment è, per definizione, la conquista della consapevolezza di sé e l’acquisizione del controllo sulle proprie scelte e azioni, sia nell’ambito delle relazioni interpersonali, sia nell’ambito della vita politica e sociale. Si tratta di un processo di crescita interiore basato sulla fiducia in se stessi, sull’auto efficacia e l’auto determinazione: sentirsi capaci di far emergere il proprio potenziale. 

Guardiamo al concetto di empowerment femminile non solo come frasi di circostanza su una generica “forza delle donne”. Questo è un principio che le stesse Nazioni Unite indicano come fondamentale per lo sviluppo della società, perché va di pari passo con l’uguaglianza di genere, che assicura un futuro migliore per tutti. L’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione di donne e ragazze è, nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, il quinto punto di 17 per uno sviluppo sostenibile. Istituzioni e leader devono impegnarsi pubblicamente a promuovere l’empowerment femminile e l’uguaglianza di genere attraverso: 

  • l’implementazione dello sviluppo imprenditoriale della catena di fornitura e delle pratiche commerciali che promuovono l’autonomia delle donne; 
  • assicurare salute, sicurezza e benessere dei lavoratori, a prescindere dal genere. 

Attraverso le Istituzioni bisogna attivare la promozione dell’equità con iniziative per le comunità ed attraverso la cosiddetta advocacy. Misurare e riportare i progressi nel raggiungimento della parità di genere, si può e si deve fare, attraverso gli Osservatori sul lavoro femminile, sulla violenza di genere, sulle pari opportunità, ecc. 

Tanti sono i percorsi che ci permettono di crescere come persone: studiare e formarci, fare esperienze variegate nel lavoro, instaurare relazioni significative, fare terapia psicologica. Dobbiamo allenare l’insieme delle capacità relazionali, comunicative e cognitive della persona che ci permettono di acquisire e potenziare competenze individuali. Senza ombra di dubbio alcuno studiare per accrescere le proprie competenze è sempre la scelta giusta e la base per poter cercare lavori inerenti i propri studi e le proprie passioni, ma anche lavori in ambito creativo o in ambito sociale. 

Molti studi evidenziano che quasi una donna su quattro è stata vittima di una relazione violenta, le cui cause sono da ricercare nella povertà, dipendenza economica e disuguaglianza di genere. 

La violenza di genere viene come di consueto identificata con la violenza fisica, ma la violenza contro le donne non riguarda unicamente lo stupro consumato. Quello è un reato gravissimo, ma non è l’unica forma di violenza contro le donne: vessazioni psicologiche, ricatti economici, minacce. È “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. Così recita l’art 1 della dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne. 

Molte donne, dopo la Laurea, lasciano il lavoro per occuparsi dei figli, in modo che il compagno possa fare carriera: è una scelta, un patto tra coniugi, in cui una persona è funzionale all’altra. Nulla di male, se funziona, e se rende felici. Il problema nasce quando non ci si ama più: in quel caso cosa potrà fare una donna senza alcuna esperienza lavorativa? Quando amiamo abbiamo cieca fiducia nell’altro, e di norma questa fede è anche ben riposta. Ma come donne, non abbiamo il diritto di pensare anche al futuro? D’un colpo la scelta apparentemente condivisa di dedicarsi in maniera esclusiva “solo” alla famiglia per consentire a chi “porta i pantaloni” in casa di dare sfogo, giustamente, alla propria realizzazione professionale, potrebbe apparire sotto altra luce. Si ha allora l’impressione che l’altra persona non voglia o non sia in grado di darci il rispetto che meritiamo e molto probabile che ci sia un abuso. 

L’abuso emotivo è un comportamento sgradevole che mette fortemente a disagio chi lo subisce. Solitamente l’abuso emotivo viene ripetuto in un arco di tempo, in cui una persona o un gruppo di persone si riferiscono in maniera ingiusta a qualcuno. Può essere anche un singolo evento traumatico rimasto irrisolto. Per certi versi, l’abuso emotivo è la forma più comune di abuso, più difficile da individuare e più facile da negare. Ma, proprio come l’ abuso fisico e sessuale hanno indicatori che segnano la loro presenza, anche l’abuso emotivo, essendo un attacco sistematico al proprio senso di sé, ha dei tratti comuni. Può variare in gradi di gravità, intensità e dannosità, poiché è incredibilmente distruttivo del senso di sé. Dovremmo ricordare sempre che l’amore non cura ogni ferita, non possiamo veramente salvare nessuno, ma solo amarlo, ma amare qualcuno più di se stesso, non è sano. 

Se ne può parlare, se ne deve parlare per fare prevenzioni ma soprattutto per poter intervenire, per poter costruire un’alternativa, per poter creare una rete di aiuto, per curarsi e tutelarsi. Tutto parte dalla consapevolezza di se stessi e dall’autostima che ognuno di noi coltiva nel giardino interiore del proprio vissuto. Lì dove risiedono dei traumi familiari, relazionali, vi è più facilità che il nostro se si dimostri fragile ed empatico, a discapito della realizzazione completa che una donna può nutrire come bisogno e che invece lascia sepolta sotto la capacità estrema di comprendere l’altro mettendo da parte se stessa. Non è questa però l’occasione di concentrarsi sul disturbo della dipendenza affettiva, ma l’abuso emotivo da la possibilità di menzionare un’azione comune che avviene ed è riconosciuta da tantissimi studi di psicologia quale attività di grande trauma relazionale. 

Bisogna insegnare alle ragazze e alle donne a uscire dall’isolamento, che è uno dei principali meccanismi di mantenimento e perpetuazione della violenza. Bisogna rompere il segreto e parlarne, parlarne, parlarne, con le famiglie, con le amiche, con i colleghi di lavoro, con gli specialisti del pronto soccorso e dei centri antiviolenza. È necessario investire sula dignità lavorativa ed economica delle donne anche per combatte la violenza economica, più silenziosa delle altre ma uno dei primi motivi che non consente a chi è abusata di poter anche solo ipotizzare l’interruzione della forma di violenza che finalmente riconosce. (sc)