di SANTO STRATI – Benvenuti nelle elezioni regionali più pazze d’Italia: in Calabria la confusione regna sovrana, tutti sono contro tutti, le alleanze si chiudono la sera davanti a un buon piatto di pasta per venire sconfessate il mattino seguente, con una faccia tosta e una spudoratezza incredibile. Di sicuro c’è l’elettorato calabrese sempre più disorientato e smarrito: ci sono tanti candidati, nessuno è “ufficialmente” candidato. Matteo Salvini e Lega scaricano di malo modo il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, mettendo in seria crisi un’alleanza che il centro-destra, con la vittoria in tasca, dava per scontata, ma, dal lato opposto, anche nel centro-sinistra le acque sono agitate, molto agitate, con la ferma opposizione della direzione dem per il bis di Mario Oliverio. Due grandi partiti tradizionali in crisi con se stessi a sparigliare la conta dei sostegni e degli appoggi anche esterni. I Cinque Stelle, che non hanno allo stato attuale, alcuna rappresentanza regionale, si muovono su un percorso accidentato e paludoso: la deputata Dalila Nesci (che, nei fatti, ha tre anni di Camera garantiti) ha dichiarato a Calabria.Live di essere pronta a rimettere il mandato e sfidare partiti tradizionali e liste civiche convinta di poter espugnare la Cittadella di Germaneto. Una donna Governatore? Potrebbe costituire una bella novità, ma le aspirazioni della deputata di Tropea s’infrangono continuamente col il niet di Luigi Di Maio, che non transige (quando non gli fa comodo, vedi il caso del viceministro Cancelleri) sulla mescolanza dei mandati. E i giovani grillini calabresi fanno un meetup per indicare un nome nuovo (Pino Masciari) da candidare a Governatore. Gli indipendenti (GiuseppeNucera e CarloTansi) scalpitano cercando di convincere l’esercito dei non votanti (57% alle passate elezioni regionali del 2014), ma si rendono conto, facilmente, che da soli non si va da nessuna parte. Servono alleanze, a destra, a sinistra, tra gli indipendenti, con le liste civiche, con i partiti tradizionali e con i movimenti di opinione, giacché senza alleanze il flop è pressoché garantito.
Naturalmente l’ago della bilancia aspetta la data del 27 ottobre, con i risultati delle elezioni regionali in Umbria: una piccola consultazione, d’accordo, i cui risultati possono, però, cambiare drasticamente l’equilibrio tra tutti gli attuali protagonisti. Il dato Lega-Cinque Stelle-Dem dirà come soffia il vento e chi avanza e chi arretra: comunque vada, c’è da aspettarsi burrasca soprattutto nell’alleanza governativa attuale, nell’ipotesi di altre repliche dell’accordo che ha fatto nascere l’esecutivo giallo-rosso. La battaglia per Germaneto sarà, dunque, senza esclusione di colpi, ma la sensazione più evidente è che tutto ciò non aiuta a ricucire, a far tornare ai calabresi la sana voglia di politica, di cui questa terra avrebbe tanto bisogno.
Di elezioni abbiamo parlato con il deputato leghista Cristian Invernizzi, mandato da Salvini a fare il commissario in Calabria. Bergamasco, con una grande stima verso i meridionali, l’on. Invernizzi non è molto amato in Calabria, in questo momento, ma lui non lascia neanche intravvedere la pur legittima irritazione. Anzi, mostra di avere le idee chiare, dichiara che è ora di smetterla di impoverire la Calabria e auspica che ci sia un programma su cui discutere, non un nome su cui accapigliarsi, con la Lega pronta a tirarsi indietro (com’è avvenuto a Lamezia per le prossime Comunali) se vengono a mancare le condizioni essenziali per un progetto politico. Ecco l’intervista che ha rilasciato a Calabria.Live, da vedere anche in video.
– On. Invernizzi, com’è la situazione attualmente in Calabria?
«Una situazione sicuramente in divenire e noi siamo impegnati a far sì che ci sia la possibilità di presentarsi alle prossime regionali uniti, i partiti del centro-destra, con un programma che sia di evidente rottura rispetto alla politica calabrese degli ultimi decenni e con candidati, non soltanto alla presidenza, ma anche in lista che rispecchino plasticamente questa voglia di cambiamento e di rottura».
– C’è un punto di incontro? Voi avete espresso chiaramente una sorta di dissenso nei confronti di Occhiuto…
«Il punto d’incontro è verso il fine comune, quello di presentarsi insieme, per cambiare, chiaramente, le cose. Chi ci sta sa che nella Lega troverà un valido e leale alleato, non per chi, invece, ritiene che la riproposizione di schemi che ormai hanno segnato il passo e abbiano fatto sì che la Calabria sia ultima non soltanto in Italia ma in Europa addirittura, per quanto riguarda i più importanti indici, riguardo a crescita economica, demografici. Bisogna prendere atto di questa situazione. Noi vogliamo partecipare, vogliamo vincere ma non a tutti i costi, vincere solo se la vittoria alle elezioni potrà comportare questo cambio di passo.
– La Lega non ha un suo candidato, attualmente, almeno in Calabria, quindi puntate su qualcuno anche esterno?
«Non ne facciamo un problema di tessera in tasca del candidato, e auspicabilmente futuro presidente della Regione. Non è un problema che sia della Lega, di Forza Italia, di Fratelli d’Italia o sia espressione del civismo. Ciò che per noi è fondamentale sono le caratteristiche che questo candidato deve incarnare, quindi auspicabilmente una figura che non possa in nessun modo essere ricondotto, anche in via indiretta, alle pratiche che, ripeto, hanno fatto della Calabria quello che noi tutti oggi vediamo».
– Questa pregiudiziale che voi avete nei confronti di Occhiuto può essere superata solamente con la proposizione di personaggi nuovi?
«Questo è quello che vogliamo, perché in questi mesi si è parlato solo di chi fa il candidato presidente, ma non è venuta una proposta sulla sanità, sulle infrastrutture, sulla raccolta dell’immondizia, che segni questo. È un dibattito che non ci appassiona particolarmente, quello del presidente, noi non facciamo una pregiudiziale il fatto che sia della Lega. Occorre ricordare che, piaccia o non piaccia, la Lega alle ultime elezioni è risultato il partito di centro-destra più votato – mi riferisco alle europee – per cui potremmo anche ambire ad esprimere noi quella carica, ma non è quello che ci interessa. Noi vogliamo, dopo il disastro del Partito Democratico, del presidente Oliverio, insomma, dopo tutto quello al quale abbiamo assistito, dobbiamo inaugurare una nuova era. Per cui, se tutti si facesse un passo indietro e si evitasse di buttarla magari su temi che, secondo me, non è che interessano neanche particolarmente ai calabresi, cioè chi sarà il presidente a occupare l’ufficio più prestigioso, allora ci sarà la possibilità, veramente, di offrire ai calabresi che ci credono, ai calabresi che vogliono vedere cambiare le cose. Un programma chiaro, una squadra sicura, allora questa possibilità c’è. Altrimenti, ripeto, nessuno ci ordina di presentarci insieme se i chiari di luna ai quali dovessimo assistere ci potrebbero far ritenere che non ci sarebbe quel cambio di passo che noi esigiamo».
– Come lei sa, la Calabria ha registrato alle ultime elezioni regionali del 2014 un 57% di astensioni. Questo dato dovrebbe far riflettere e, attualmente quello che noi abbiamo registrato tra gli elettori, i cittadini, c’è un forte disorientamento. Si parla più di nomi che di programmi. Nel caso in cui un accordo sul nome – perché evidentemente bisognerà pur trovare un nome su cui puntare – tra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia, quindi un comune candidato, non si dovesse trovare, voi avete un piano B?
«No, non c’è un piano B, c’è il piano A ed è l’unico piano che ci piace, che ci convince. Cioè quello di presentare comunque un programma, una persona e una squadra destinata ad affiancarlo che possono riportare la speranza a questo 57% di persone che non vanno al voto, al di là dell’assenteismo cronico comune a tutte le regioni, ma che non vanno al voto probabilmente perché sono disperati di fronte a una classe politica che non è stata in grado di fare quello per il quale è viene anche lautamente pagata. Quindi non c’è un piano B, secondo noi col centro-destra c’è la possibilità di offrire finalmente ai calabresi quello che meritano in quanto cittadini italiani, cioè una classe dirigente composta da persone competenti, che si mettano in gioco veramente e che, pertanto, rifiutino le logiche del clientelismo, le logiche del voto di scambio, le logiche dell’occupazione del potere fine a se stesso. Se così fosse viva l’unità del centro-destra. Se così non fosse a questo piano, noi a questo programma non rinunciamo.
– Curiosamente il Pd e la Lega sono sullo stesso piano: il pd non vuole assolutamente Oliverio, la Lega non vuole assolutamente Occhiuto. Allora, il punto principale è che mentre il pd sta cercando o sta studiando un’eventuale sponda d’accordo, d’intesa coi Cinque Stelle, la Lega, nel caso in cui dovesse arrivare a rompere, pensate di trovare tra i candidati indipendenti un personaggio eventualmente su cui puntare?
«Mi permetta di dire che non siamo sullo stesso piano, perché il pd ha la responsabilità storica di avere espresso un presidente, Oliverio, che si è dimostrato assolutamente inadeguato al suo ruolo. Noi questa responsabilità storica in Calabria non ce l’abbiamo e non vogliamo averla magari tra cinque anni. per questo quando si dice che vogliamo qualcosa che sia veramente di rottura lo facciamo consapevoli che le elezioni le vinci tra gennaio o dicembre – adesso che si svegli il presidente e finalmente decreti anche la data finale di questa sua esperienza deludente – ma la partita inizia dopo, sono i cinque anni successivi. Ecco perché vincere a tutti i costi non ci interessa, avere un presidente, qualche assessore, qualche consigliere regionale. Non è questo che ci interessa: se vinciamo noi dobbiamo avere la ragionevole certezza di tramutare in fatti concreti quello che è il nostro programma. Sostanzialmente per quanto riguarda la Calabria, quindi, sanità completamente differente, prendiamo tutto quello che è successo finora, ribaltiamolo, perché così le cose non possono funzionare. Piano infrastrutturale e soprattutto porre fine a quello che è un vero dramma demografico: non è possibile che la Calabria perda annualmente decine di migliaia di figli propri che vanno nelle altre regioni italiane o europee peraltro a lavorare anche benissimo. Sono lombardo, conosco calabresi che sono da noi a fare i primari, i dirigenti d’azienda, liberi professionisti, di altissimo livello. Io penso che sia ora di smettere d’impoverire la Calabria». (s)
di SANTO STRATI – La parola è fascinosa e ha un che di importante, portualità, e serve a indicare la gestione dei porti affidati all’Autorità competente. Per lo Stretto ne è stata istituita una ad hoc (sede a Messina, con il controllo anche di Tremestieri e Milazzo) dal governo lega-stellato che ha ben pensato di sottrarre i porti di Reggio e Villa San Giovanni a Gioia Tauro per affidarli alla gestione messinese (grazie, grillini!). Il fatto è che Villa San Giovanni per i trasporti da e per la Sicilia e Reggio per la crocieristica sono due porti che rientrano nella Zona Economica Speciale di Gioia Tauro. Con una strabica lungimiranza il ministro Danilo Toninelli e Co. l’anno scorso hanno bellamente ignorato le complicazioni di tale scelta, sottraendo così alla Zes due porti strategici che, andrebbero “guidati” dall’Authority portuale di Gioia Tauro. Porto che – non bisogna dimenticare – è il più importante del Mediterraneo per la profondità dei fondali che possono ospitare porta-container di immense proporzioni. La Legge di riforma del riordino è passata in Parlamento e ora lo “scippo” dei due porti è prossimo a divenire un fatto concreto.
Entro venerdì, la Commissione Trasporti della Camera dovrà nominare il presidente dell’Authority dello Stretto e, ignorando il ricorso alla Corte Costituzionale presentato dalla Regione Calabria contro questa scelta a dir poco scellerata, andrà avanti almeno per quanto riguarda l’individuazione del responsabile della nuova Authority. Dovrebbe essere Mario Mega il cui nome del futuro presidente c’è già l’ok della ministra Paola De Micheli, ma l’eventuale accoglienza del ricorso annullerebbe di fatto l’istituzione dell’Authority dello Stretto e la stessa nomina diventerebbe inutile. Per questo, la IX Commissione della Camera, al gran completo, in modo irrituale ha promosso delle audizioni non obbligatorie per cercare di capire meglio un altro dei tanti inghippi che, inesorabilmente, affliggono e mortificano la Calabria nella sua dignità e nella sua autonomia territoriale: stamattina ha ascoltato il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio e il vicepresidente Francesco Russo, con delega alla sviluppo della portualità.
La difesa di Oliverio delle motivazioni della Calabria, contro lo “scippo” di Villa e Reggio a Gioia Tauro che assegna i due porti all’Authority dello Stretto di Messina, è stata appassionata e molto convincente. Lo stesso ha fatto il vicepresidente Russo, contestando l’illogicità della scelta di sottrarre i due porti alla Zes di Gioia. La questione non è di poco conto: come farà la Regione a gestire la Zona economica speciale, entro cui ricadono i porti di Reggio e Villa, per le iniziative che vedranno coinvolte le due portualità di fatto gestite da un’altra regione? Non si tratta di discutere su priorità fondamentali per lo sviluppo del Paese, davanti alle quali sarebbe giusto arretrare e fermarsi, bensì di ristabilire un corretto rapporto Stato-Regione Calabria, dove le competenze di quest’ultima valgono, a quanto pare, meno di zero. Oliverio, con pacatezza, ma in modo deciso e risoluto ha presentato in Commissione Trasporti le ragioni che dovrebbero indurre a rivedere la scelta di accorpare Reggio e Villa a Messina, anche per rispetto dell’esito del ricorso alla Consulta presentato dalla Regione Calabria contro la legge istitutiva dell’Authority dello Stretto, che andrà in discussione il prossimo 28 gennaio.
È una problematica – ha detto Oliverio – «che, per quanto riguarda la nostra regione, assume particolare valore strategico. La Calabria è la regione dove ha sede l’importante porto di transhipment di Gioia Tauro. Nel corso degli anni che abbiamo alle spalle abbiamo lavorato per costruire intorno a questo porto o, meglio, assumendo il porto di Gioia Tauro per la sua importanza e per la sua valenza strategica, un sistema della portualità calabrese. Siamo riusciti a realizzare, non senza difficoltà, un traguardo importante. E questo perché, appunto, attraverso una governance di sistema, la portualità calabrese (parlo del porto di Gioia Tauro, quello di Vibo, quello di Schiavonea sul versante jonico, quello di Crotone, quello di Reggio Calabria e di Villa San Giovanni) ha avuto una collocazione precisa in un disegno indirizzato anche alla specializzazione delle attività delle infrastrutture portuali. Non solo. Siamo riusciti a realizzare un obiettivo importante, che è quello della Zes (Zona Economica Speciale), realizzata, come sapete, per la prima volta in un Paese dell’occidente europeo, ed abbiamo scelto proprio il sistema della portualità come perno per individuare le aree da sottendere a Zone Economiche Speciali in un disegno generale.Tutto questo lavoro che è stato costruito e che cominciava a dare i suoi frutti perché, per esempio, mentre il porto di Gioia Tauro è prevalentemente un porto di transhipment, il porto di Reggio Calabria è specializzato nella crocieristica e quello di Villa San Giovanni in attività commerciali e soprattutto come infrastruttura di collegamento da e per la Sicilia, rischia ora di essere azzerato. Il Disegno di Legge che ha modificato questo sistema ha determinato, infatti, un indebolimento e, soprattutto, un ritorno all’indietro perché, come sapete, lo scorso anno il Parlamento, su iniziativa del Governo, ha scomposto questa autorità di sistema. Chiaramente rispetto a questa decisione, prima ancora che il Parlamento decidesse, noi abbiamo assunto un’iniziativa per porre all’attenzione del Parlamento queste problematiche e per evidenziare che, appunto, ritornare indietro sarebbe stato un errore ma, soprattutto, sarebbe stato un errore sganciare dall’Autorità Portuale di Gioia Tauro due importanti infrastrutture portuali che sono prossime come quelle di Villa San Giovanni e di Reggio Calabria. Il porto di Gioia Tauro, inoltre, è nella rete TEN-T e, quindi, noi abbiamo adesso un’Autorità Portuale che ha sede fuori regione con due infrastrutture portuali prossime a Reggio Calabria che sono state scomposte e portate fuori regione».
Oliverio ha attaccato con inaspettata determinazione la scelta del Governo, avallata dal Parlamento: «Perché tutto questo? Per rispondere a quale logica e a quale disegno di interesse nazionale? Avrei capito questa decisione se ci fosse stato un interesse nazionale. Non c’è alcun interesse. C’è solo l’interesse a motivare la costituzione di una nuova Autorità Portuale. Questo si sarebbe potuto fare diversamente, senza scomporre un’Autorità di sistema per giustificare questa operazione. Vorrei evidenziare, infine, a questa autorevole Commissione, che la Regione è stata costretta a ricorrere alla Corte Costituzionale dove è pendente un nostro ricorso motivato nel merito, oltre che dal punto di vista della procedura attivata. Noi riteniamo sia necessario ripensare questa decisione. La poniamo al Parlamento come esigenza e come opportunità perché, attraverso l’Autorità di Sistema di Gioia Tauro avevamo, abbiamo messo in moto un processo virtuoso che, in seguito a tale decisione, ha subito un fortissimo rallentamento dal punto di vista della logistica, della razionalizzazione della utilizzazione delle risorse e anche delle opportunità».
Francesco Russo
Il presidente Oliverio ha rimarcato il palese dissenso della Regione: «Siamo fortemente contrari e, questo parere, lo abbiamo espresso formalmente comunicandolo alla Commissione. Lo avevamo fatto già prima, anche con altri atti, oltre a farlo anche oggi, depositando tutti gli atti che abbiamo prodotto in passato e copia del ricorso che abbiamo avanzato presso la Corte Costituzionale. Riteniamo, quindi, necessario rivedere una decisione che, tra l’altro, vede insieme la Regione, la Città Metropolitana di Reggio Calabria e il Comune di Villa San Giovanni. È assurdo che il Sistema portuale di una Regione venga scomposto provocando un danno al suo territorio con motivazioni che non hanno alcun fondamento e che sono evidentemente determinate da altri elementi che non hanno alcuna rispondenza con gli obiettivi di efficienza, razionalizzazione e di corrispondenza con gli interessi del Paese. Non ho altro da aggiungere anche perché questa decisione mi sembra così evidentemente sbagliata e grossolana (utilizzo questo termine volutamente forzato per meglio evidenziare il senso di questa operazione) da non richiedere ulteriori commenti».
Il vicepresidente Russo ha messo in evidenza che la legge istitutiva delle autorità portuali richiede la presenza di un porto “core” che sia al centro del sistema portuale all’interno di ogni Authority: Quella dello Stretto – ha detto – «è un’autorità di sistema che nasce senza porti “core”. Allora, ognuno si assuma la sua responsabilità: Parlamento, Commissione, Regione Sicilia. Ognuno può fare quello che vuole: noi abbiamo otto porti regionali e potremmo dire che domani mattina proponiamo che i porti regionali fanno autorità portuale. Ma stiamo andando contro quella che è la scienza, la tecnica internazionale che fa delle scelte precise con i porti “core”. L’Europa ha stabilito di investire nei porti “core” e c’è una logica precisa: se il Parlamento vuole declassare i porti di Messina e Reggio togliendoli da un’autorità portuale che è un porto “core”, il porto di Gioia Tauro significa fare un’autorità di serie B. Un declassamento dei porti di Reggio e Villa in un’autorità portuale senza porti “core” per la Calabria è inaccettabile»
Nico Stumpo
Il deputato Nico Stumpo (Leu) ha fornito un sostanziale assist al presidente Oliverio. Con polemico riferimento alle scelte avvenute prima del 7 agosto (data di insediamento del nuovo governo giallo-rosso) il deputato Stumpo, citando il ricorso alla Corte Costituzione, ha sottolineato che però «spetta alla politica fare altri tipi di verifiche e di valutazioni anche sul passato. Perché così come sono stati riorganizzati i porti in Italia non è stato un evento nato dal nulla. C’è stato qualcuno che ha preso degli atti e li trasformati poi in autorità, in gestione, in modalità di controllo e quant’altro. Io credo, ritengo che in questo momento il presidente Oliverio, che ringrazio per la sua esposizione, ha posto un tema che è quello del sistema complessivo, del sistema portuale di una regione che ha al suo interno un porto importante come quello di Gioia Tauro. Non si tratta soltanto di una richiesta formale, campanilistica, ma di una vicenda che sta dentro al sistema portuale del Paese. Per cui è giusto che le valutazioni che sono state espresse oggi siano oggetto di una valutazione complessiva di tutti noi e del Governo. Domani, quando sentiremo il ministro competente, ognuno di noi avrà il compito di avere un’idea di quello che dev’essere lo sviluppo del sistema portuale italiano».
La scelta della Commissione di convocare audizioni, non previste in casi come questo, lascia immaginare che esistono forti perplessità sulla decisione presa lo scorso anno a proposito dell’accorpamento di Reggio e Messina nell’authority messinese, ma i tempi non sono favorevoli: entro venerdì la Commissione deve votare, al di là della nomina del Presidente dell’Authority portuale, come previsto dalle procedure abituali imposte dalla legge. Il punto principale è che, a rigor di logica, il Governo dovrebbe cancellare la precedente decisione e rimettere le cose a posto, soprattutto nel rispetto delle regole che la zona economica speciale richiede per quel che riguarda competenze e autorizzazioni. La battaglia è appena iniziata. (s)
di SANTO STRATI – Un geologo, anzi uno scienziato, alla conquista di Germaneto: la Cittadella regionale Carlo Tansi, ex capo della Protezione Civile della Calabria, la conosce benissimo per averci sbattuto la testa in più occasione. La prima volta quando venne scelto da Mario Oliverio e tutte le volte successive quando ha provato (spesso riuscendoci) a «rivoltare come un calzino» la struttura da lui guidata, fino al benservito del Presidente che l’aveva nominato. Un addio senza spiegazioni, uno stop improvviso perché – si disse – era venuta meno la fiducia in un incarico fin troppo fiduciario. Tansi è l’uomo delle prevenzione e nell’intervista concessa a Calabria.Live spiega le semplici cose che ritiene importante fare per trasformare la sua Calabria. Cosentino di nascita, laureato in geologia, ricercatore del CNR, docente all’Unical, una vasta esperienza nel campo delle emergenze del territorio, Tansi non ha un partito alle spalle: si presenta da indipendente e punta a convincere quell’oltre 55 % di calabresi che alle passate elezioni del 2014 non è recato a votare. Il primo partito in Calabria, quello degli astenuti, «il mio partito» – afferma con convinzione il dott. Tansi: «Sono convinto di avere dalla mia parte i calabresi indignati, delusi, avviliti dalla politica, che sono stanchi di quest’andazzo che in 45 anni ha prodotto solamente guasti e desolazione».
È decisamente una bella sfida, presentarsi senza un’organizzazione partitica, senza un ombrello di voti “sicuri”, a sfidare il vecchio e il nuovo della politica. Il “nemico” Oliverio (tra i due, è evidente, non corre buon sangue dopo il “licenziamento”) e gli avversari che si sono già candidati ufficialmente: il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, indicato da Forza Italia e – virtualmente – candidato unico del centro-destra (se la Lega smette di mettergli i bastoni tra le ruote) e l’altro indipendente Giuseppe Nucera, già presidente degli industriali reggini, anche lui senza partiti dietro, che guarda anche lui ottimisticamente al partito dei non votanti. C’è sempre l’incognita dell’eventuale candidato scaturito da improbabili intese romane tra Partito democratico (che vuole mandare a casa Oliverio) e i CinqueStelle, la cui deputata Dalila Nesci ha messo a disposizione le sue dimissioni dalla Camera per correre alle Regionali col simbolo del Movimento pentastellato. Insomma, c’è di che sbizzarrirsi a disegnare e immaginare scenari che si smontano la sera per venire ricostruiti al mattino: c’è una grande confusione sotto il sole di Calabria e questo disorientamento, questo disamore per i partiti tradizionali che non smettono di far litigare le proprie componenti su chi ce l’ha più lungo, potrebbe giocare a favore di un candidato indipendente. Un candidato slegato proprio da quei partiti che i calabresi hanno mostrato di non apprezzare più con la stupefacente astensione del 2014 (55,93 %) recuperata alle Politiche del 2018 (36,37%) e risalita alle Europee di quest’anno al 44,02%. Insomma, giacché la matematica non è un’opinione, servono tanti voti che vanno recuperati tra gli astenuti. I partiti tradizionali (sempre che non si dividano nella peggior scelta suicida che possono fare) punteranno a rafforzare le storiche posizioni, sapendo già di perdere cocci per strada, ma difficilmente riusciranno a convincere gli “arrabbiati” della politica a ridar loro fiducia.
Per questo la candidatura di Tansi rappresenta un’ulteriore incognita nel risiko di queste elezioni, di cui non si conosce ad oggi ancora la data che deve decidere, in piena autonomia, il Presidente Oliverio. Il programma di Carlo Tansi, come si potrà ascoltare nell’intervista ha pochi punti essenziali: crescita e sviluppo legati alla risorse del territorio, snellezza burocratica, spazio a innovazione e opportunità per i giovani.
– Geologo, ex capo della Protezione Civile calabrese, si candida a Governatore della Calabria. Perché questa sua autocandidatura, da indipendente?
«Volevo premettere anche altro: io sono geologo da trent’anni, geologo ricercatore presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche e sono anche docente universitario presso l’Università della Calabria. E negli ultimi quattro anni ho diretto la Protezione Civile della Regione Calabria, regione che presenta il territorio a maggior rischio idrogeologico e sismico dell’intera penisola, tra i più esposti ai rischi naturali dell’intero pianeta. In questo contesto sono stato praticamente catapultato da una realtà vicino al mondo scientifico – sono uno scienziato – nella parte peggiore della Regione Calabria che era la Protezione Civile: un covo di malaffare che io ho denunciato a varie procure, alcune di queste denunce hanno contribuito ad arrestare alcune persone che mi aveva preceduto assieme ad alcuni imprenditori del Catanzarese e ho fatto risparmiare tanti soldi alla Protezione Civile regionale e allo Stato e, al contempo, ho specializzato al massimo le persone che già vi lavoravano e anche attinto a quell’enorme patrimonio di calabresi capaci, calabresi bravi, guardando esclusivamente i curricula. Quindi, in pratica, ho sostituito la burocrazia della Regione Calabria con la meritocrazia. Quindi, ho tolto via persone di malaffare, imbroglioni, ho tolto via persone incapaci, persone che facevano da decenni la protezione civile senza né arte né parte e ho sostituito questi pessimi soggetti col meglio che la Calabria migliore poteva offrire, cioè giovani laureati nelle migliori università italiane, cioè in quelle calabresi – noi abbiamo le migliori università italiane – e abbiamo dato loro spazio. per questo, la Protezione Civile del Lazio utilizza tecnologia fornita da noi pochi anni fa, grazie al lavoro sinergico della Protezione Civile della Calabria. Abbiamo esportato il nostro modello, il nostro sistema informatico, altamente specialistico, in tutt’Italia. Quindi da Cenerentola d’Italia che era la Calabria assieme alla Sicilia, siamo entrati in zona Champions, tra le migliori quattro-cinque protezioni civili in Italia. Questo grazie a un lavoro sinergico che – ripeto – ha rimpiazzato la più brutta burocrazia con la meritocrazia. E ho deciso di candidarmi proprio perché non sopportavo l’idea di vedere nelle mani di burocrati incapaci un patrimonio inespresso come la nostra regione che vanta tantissimi tesori: abbiamo 850 km di costa, abbiamo un patrimonio archeologico che ci invidia tutto il mondo, un patrimonio storico-culturale, abbiamo 2200 chiese, 150 castelli, abbiamo di tutto e di più come storia infinita, e abbiamo anche l’unica pista da sci al mondo che si affaccia sul mare e sullo Stretto di Messina, a Gambarie d’Aspromonte. Abbiamo tante risorse naturali, abbiamo le migliori acque oligo-minerali d’Italia, abbiamo le migliori acque termali d’Europa, eppure, per colpa della prima multinazionale del mondo, che è la ‘ndrangheta, che ha le sue radici in Calabria, noi siamo relegati ad essere l’ultima regione d’Italia e tra le ultime in Europa».
– Si può dire che lei ha rivoltato come un calzino – è una frase che si sente dire spesso da lei – la Protezione Civile in Calabria. Pensa di poter fare la stessa cosa all’interno della Regione Calabria? Come penserebbe di muoversi?
«Guardi, è molto più facile di quanto possa sembrare. Le decisioni sono atti da firmare. Le decisioni sono – l’ho verificato quando facevo il direttore della Protezione Civile regionale – decreti dirigenziali da firmare, atti deliberativi di varia natura. Allo stesso modo, fare il presidente della Regione Calabria significa cambiare la Regione Calabria con delle firme. Tutto qui. Chiaramente, avendo a supporto un apparato amministrativo ma soprattutto adeguato a queste esigenze di cambiamento. Io posso parlare a posteriori, non ho mai fatto proclami, sono l’uomo che odia i proclami, odia le promesse, amo il fare. Credo di aver dimostrato, con dati alla mano, di aver realmente rivoltato come un calzino, aperto come una scatoletta di tonno – come direbbero i Cinque Stelle – è anche di moda questa espressione perché il tonno in Calabria oggi rappresenta, diciamo, anche una prospettiva politica, visto che i Cinque Stelle stanno puntando sull’imprenditore che si occupa di tonno con grande esperienza – e quindi la metafora del tonno così come quella del calzino è calzante. Però credo, rispetto ad alcuni slogan – a me non piacciono gli slogan – credo di avere tutte le carte in regola per avviare questa sfida, per rendere consapevoli i calabresi perbene, i calabresi che credono nella loro storia, nelle loro risorse, che un cambiamento è assolutamente possibile».
– In una regione dove alle passate elezioni c’è stato un tasso di astensionismo pari al 55 % significa che ci sono molti delusi. Come pensa di poter raggiungere questa parte di elettori? Naturalmente sono voti che contano…
«Mi permetto di correggerla lievemente perché è qualcosa in più: siamo quasi al 57%, siamo quasi a 845 mila non votanti su un corpo elettorale di circa un milione e mezzo di calabresi. Quindi il primo partito è quello dei non votanti: questo è il primo partito che mi sostiene. Guardi, mi creda, se lei si collega sui social sulla mia pagina Facebook – Carlo Tansi presidente – o sul mio sito internet, ma soprattutto sui social, può notare come ci stanno veramente decine di migliaia di persone – io cono quasi 80 mila followers fra i vari gruppi facebook, che poi facendo i calcoli da un punto di vista politico, questo rappresenta un serbatoio di grandi dimensioni. Persone che, spontaneamente, prendono posizione a mio supporto e, addirittura, alcuni ritengono che possa rappresentare l’ultima speranza per la Regione Calabria, ma questo lo può leggere, è un fatto pubblico. E quindi, gran parte di queste persone vanno intercettate, fanno parte di quel grande bacino degli astensionisti, e quindi mi rivolgo a quel 57% che è quell’apparato che sta alle mie spalle. Io ho il primo partito della Calabria dalla mia parte e quindi se questo primo partito dovesse decidere di mobilizzarsi, allora credo che il sogno potrebbe trasformarsi concretamente in realtà. Il sogno di tutto i calabresi può avere una prospettiva. Anche perché nella narrazione della mia storia, io, dopo aver dimostrato di aver portato la Protezione Civile dalla zona retrocessione alla zona Champions tra le Protezioni Civili italiane, sono stato fatto fuori dalla politica e dalla burocrazia, da quell’apparato di potere. No? E quindi la gente conosce bene questa storia, la gente non ci sta. E, infatti, il movimento che mi sostiene è nato proprio a seguito di questa ingiusta esclusione e quindi, da questo punto di vista, io sono veramente e fortemente fiducioso che la Calabria migliore, che i calabresi perbene vogliano cambiare realmente, anche perché in Calabria governa da 45 anni il solito partito, il partito della torta, il partito della suddivisione dei poteri, da destra a sinistra passando per il centro, per cui quando governa il governo di centrodestra la fetta maggiore se la prende la destra e, viceversa; quando governa il governo di centrosinistra la fetta maggiore se la prende il centrosinistra. Gli altri, le altre minoranze poi prendono i pezzettini più piccoli della torta. E voglio ricordare che in questi giorni il governo Oliverio è retto, specialmente nei consigli regionali, dalle forze di opposizione senza il cui supporto non ci sarebbe il numero legale per poter fare il Consiglio regionale. Quindi, se si vuole rompere in modo decisivo, in modo netto, questo sistema, questo partito della torta e gettare in faccia a questi pagliacci, a questi imbroglioni, a questi incapaci, tra gli amministratori regionali messi come burattini dalla politica e i politici stessi, bisogna voltare pagina nettamente e votare invece chi ha realmente dimostrato di poter interpretare con credibilità il cambiamento».
– Lei parlava di toccare le carte, modificare il modo di approcciarsi alle carte. Eppure sa che uno dei problemi più grandi che esiste, non solo in Calabria ma in tutt’Italia, si chiama burocrazia. Come penserebbe di poter affrontare e risolvere in qualche maniera questa gravissima situazione che a volte diventa devastante per quelle che sono le iniziative, i progetti?
«Come ho fatto con la Protezione Civile e come ho dimostrato di aver potuto fare con la Protezione Civile. In Calabria abbiamo la bellezza di 23 dipartimenti per il governo della Regione, una regione che fa meno di 1 milione 800mila abitanti. La Regione Lombardia ne ha quasi due volte e mezzo in meno, circa dieci, e la regione Lombardia ha sei volte più la popolazione della Calabria. È chiaro che questo sistema non può funzionare per rendere efficace ed efficiente la macchina burocratica. E quindi con una semplice penna, con una firma, lontano dai condizionamenti, diciamo, dei comitati d’affari che hanno governato la Calabria, che governano la Calabria col partito della torta da 45 anni a questa parte, con una semplice firma abbattere il numero dei dipartimenti da 23 a 7-8 al massimo e mettere a capo di questi dipartimenti persone capaci, persone perbene, persone che sono completamente al di fuori delle logiche del malaffare che caratterizza la nostra regione. Primo. Secondo: se lei porta un documento alla Regione Calabria, una qualunque istanza, faccio l’esempio di un imprenditore che rivendica il sacrosanto diritto di farsi pagare una prestazione, se lei porta qualunque documento, il documento finisce in quella grande macchina elefantiaca che si chiama Regione Calabria. Invece vorrei stravolgere questo sistema, introdurre – facilissimo coi sistemi informatici di ultima generazione – la tracciabilità di tutti i documenti che vengono inoltrati alla Regione. In pratica, in ogni momento io sono in grado di sapere il mio documento su quale scrivania si trova, da quanti anni si trova lì e, soprattutto, il nome e cognome del Mario Rossi di turno che ha bloccato le mie pratiche. In questo modo io potrò fare causa non al mammut, all’elefante che si chiama Regione Calabria, dove spesso, chiaramente, i responsabili di questo apparato burocratico, elefantiaco, non vengono mai fuori, ma direttamente sulla singola persona. In questo modo è più facile. Chiaramente, chi blocca le pratiche degli imprenditori ma anche dei professionisti o dei comuni cittadini che, in Calabria, devono rivendicare il loro diritto ad avere riconosciute le loro prestazioni di qualunque genere, dovrà pagare. Secondo me un controllo un monitoraggio dei documenti, della burocrazia, significa infliggere un duro colpo all’apparato burocratico e rendere la Regione Calabria sicuramente all’avanguardia con le altre regioni così com’è avvenuto per la Protezione civile».
– Una regola inossidabile della politica dice che i politici passano e i burocrati restano. Questa sua idea di accorpare i dipartimenti non ritiene si potrebbe scontrare sull’inevitabile eccesso di dirigenti senza collocazione? Se i dipartimenti da 23 diventano 8 o 10, questi burocrati dove vanno?
«Come ho fatto in protezione Civile, dove c’erano la bellezza di 30 autisti che a me non servivano e ho messo a disposizione del Personale. Possono andare in vari dipartimenti, a parte che da un punto di vista giuridico non è corretto, come dire, ridurre il numero dei dipartimenti in modo consistente. I burocrati non utilizzati magari si possono mettere a disposizione per creare altri sistemi, ovviamente con riduzione dei costi del personale. Ci sono molti dirigenti non utilizzati in Calabria, magari ce ne saranno una decina, una quindicina in più, magari si potrà creare un “comitato dei saggi”, potremmo attingere alla loro “immensa saggezza” per migliorare le sorti della Calabria. Ovviamente, è un commento prettamente ironico».
– Un geologo alla guida della Calabria significa quantomeno una politica di prevenzione contro il dissesto idrogeologico del Paese e soprattutto della Calabria. Ma, per quanto riguarda crescita e sviluppo e investimenti, quali sono le sue idee?
«Innanzitutto, un geologo alla guida della Calabria non deve sottovalutare i rischi che corrono due milioni di calabresi che vivono in un territorio in cui un terremoto anche di piccola magnitudo potrebbe produrre un numero elevatissimo di vittime. Voglio solo ricordare che in Calabria abbiamo avuto uno dei più grandi terremoti della storia dell’umanità che è il terremoto del 1908 che ha fatto 120 mila morti. Noi qui siamo a due passi da Amatrice, parliamo del terremoto di Amatrice che ne ha fatti 300. Parliamo di tutta un’altra storia. Ma, al di là di questo fatto che riguarda la prevenzione – secondo me fondamentale – nel dettaglio, in due parole, voglio dire che la Calabria in passato è stata terra di conquista di gruppi imprenditoriali, del Nord soprattutto, che l’hanno saccheggiata, che l’hanno, diciamo, stuprata da tutti i punti di vista, che l’hanno violentata rispetto alla propria vocazione. Noi abbiamo realizzato in Calabria poli industriali, a Crotone la Pertusola, ma anche la Sir a Lamezia Terme, che praticamente non avevano niente a che vedere con la vocazione del nostro territorio. Quello stupro compiuto, perpetrato nei confronti della nostra splendida terra ha lasciato i segni: ancora abbiamo un territorio avvelenato da un errato modello di sviluppo che ha caratterizzato la Calabria. Secondo me, bisogna, invece, puntare sulle risorse naturali della Calabria che sono gli 850 km di costa, gli specchi d’acqua tra i più belli del mondo, abbiamo un entroterra spettacolare, delle colline, delle montagne a poca distanza dal mare, abbiamo dei microclimi che solo la Calabria può vantare. Abbiamo un territorio che si chiamava Enotria, quindi la terra dei vini, che può rappresentare un potenziale vitivinicolo che nessuna altra regione d’Italia può avere, e abbiamo un patrimonio storico-culturale: quando nella Padania ci stavano pecore e buoi in Calabria c’era il cuore del mondo, c’era la Magna Grecia, c’era Pitagora, abbiamo tanta storia da raccontare, storia di cui noi calabresi non siamo orgogliosi, storia di cui ci dobbiamo appropriare o riappropriare, storia che dobbiamo anche tramandare e trasmettere a tutto il resto del mondo con grande orgoglio. Quindi, il modello di sviluppo è molto più semplice, è molto più naturale. Cioè investire sulle grandi ricchezze naturali e storiche della Calabria ma preservando il nostro ambiente. Quindi, tenendo pulito il nostro mare, puntando su un’azione strategica per rivedere radicalmente il sistema di depurazione in Calabria: molta gente “beve” il mare, i politici bevono il mare in Calabria e poi il giorno dopo hanno problemi di attacchi di diarrea molto probabilmente, e questo aspetto poi, se venite nel Reggino, a Reggio Calabria, lungo il chilometro più bello d’Italia, troviamo parte della città sommersa dalla spazzatura, perché la spazzatura è l’oro delle organizzazioni della ‘ndrangheta. Ecco, rivedere anche il sistema dello smaltimento dei rifiuti con criteri più moderni, più oggettivi, con criteri che vengono messi a disposizione dal mondo che io rappresento, cioè dal mondo scientifico. E, quindi, attraverso un approccio completamente rivisto, radicalmente rivisto, con un po’ di coraggio e soprattutto puntando sui calabresi migliori e sulla Calabria migliore, noi abbiamo la possibilità di cambiare realmente la Calabria. Esattamente, né più né meno di quello che ho fatto nella Protezione Civile».
– Indubbiamente le risorse ci sono, soprattutto in ambito turistico, ma da suo punto di vista come possono generare occupazione?
«Molto semplice. Se viene una famiglia di Genova, una famiglia cinese, una famiglia svedese in Calabria, viene in Calabria perché è bella, poi sta una settimana, fa il bagno, trova il mare inquinato e non torna. Non solo non tornerà in Calabria, nonostante le bellezze del nostro mare, ma poi parlerà male della Calabria a tutti gli amici cinesi, svedesi o giapponesi. E quindi la cosa è molto semplice: se invece viene la famiglia svedese e trova un mare pulitissimo, cristallino, che noi dobbiamo garantire attraverso un sistema di depurazione adeguato, chiaramente questa famiglia sarà invogliata a tornare, magari troveranno un entroterra spettacolare, con i centri storici tenuti bene, con gli scavi di Sibari che, anziché andare a finire sott’acqua nel fango ogni volta che piove tra l’abbandono più totale, possono essere visitati. Si deve valorizzare quello che si ha e si deve rispettare la nostra natura, il nostro mare, il nostro territorio, che è la principale fonte di ricchezza. Anziché spendere i fondi europei su una miriade di progetti per le caramelle, per i cd, i cd che ormai sono dismessi, non servono più a nessuno, in Calabria vengono ancora finanziate fabbriche di cd e altre stupidaggini del genere. Anziché sperperare i soldi in tutti questi rivoli che arricchiscono solamente sistemi di potere ben localizzati, sistemi criminali – diciamocelo chiaro e tondo – puntare su pochi progetti strategici che possono veramente sconvolgere – in senso positivo – la vita dei calabresi. Quindi, ripeto: sistemi della depurazione, il sistema di smaltimento dei rifiuti, gli incentivi, per esempio, per l’agricoltura, gli incentivi per il turismo, gli incentivi per lo sviluppo dei sistemi virtuosi. Per esempio, in Calabria abbiamo delle Università che sono spettacolari, abbiamo delle eccellenze, una serie di start-up, cioè di sistemi per far partire le aziende che sono tra i migliori d’Europa. Questi sistemi vengono esportati in tutte le altre regioni, in tutte le altre nazioni, in Calabria, però, non rimane quasi niente. Ecco, dobbiamo collegare le grandi intelligenze, le grandi capacità che noi possiamo vantare in Calabria, col materiale umano e soprattutto esumare il grande tesoro che purtroppo è in fondo al mare. E questo si può fare solamente in un modo – e lo ribadisco – mandando a casa quel manipolo di politici che da 45 anni gestiscono il partito della torta, quel manipolo di burocrati, ignoranti, incapaci e imbroglioni che spesso sono oggetto di inchieste di varie procure, e lasciarci inondare in Calabria da quella miriade di giovani che sono bravi, capaci, per cui i loro genitori hanno investito tantissimo in termini di studi universitari, ma anche di studi a livello di impresa. Noi dobbiamo puntare sul meglio che la Calabria ha».
– L’indignazione e la fiducia nel nuovo sicuramente possono essere la molla a spingere la massa di delusi, di astenuti, a tornare alle urne. Ma non ritiene che puntare soltanto sulla massa di astenuti possa costituire un grosso rischio, visto che la politica, si sa, è fatta di alleanze?
«Questo è un momento particolare, non c’è mai stata una situazione del genere. Dopo 45 anni, da quando esiste l’elezione diretta del presidente della Regione non c’è mai stato un clima di così grande incertezza. Non si sa chi andrà a vincere le prossime elezioni: si può ipotizzare il centrodestra per il famoso gioco, il ping pong destra-sinistra, ma c’è una grandissima indecisione, c’è una frammentazione totale, da questo punto di vista. Ci sta molto sconforto, molto disinteresse verso la politica. ormai ci si è resi conto che i politici non hanno più niente da promettere, perché ormai hanno promesso di tutto e di più, i calabresi non sono più degli allocchi che credono alle false promesse di questi Cetto LaQualunque da quattro soldi, e quindi, al di là dei delusi che anno parte del grande partito, a cui mi rivolgo continuamente, il partito degli astenuti, io credo che ci sia molta delusione anche nell’ambito dei partiti politici, i partiti sono completamente frammentati, si è persa completamente ogni fiducia nei confronti dei partiti politici, e quindi ci stanno frammenti anche significativi di partiti e movimenti che possono essere allettati, sono attratti – io questo l’ho constatato – dal mio programma che è molto snello, molto semplice, ma sostenibile ed efficace». (s)
P.S: Repetita iuvant. Questa intervista (quella a Occhiuto pubblicata il 22 settembre, quella a Oliverio del 29, quella a Nucera del 6 ottobre e le altre che seguiranno nelle prossime domeniche ai candidati a governatore) non sono spot elettorali: Calabria.Live non parteggia per alcuno, se non per i calabresi e la Calabria tutta. Chiunque ha idee da presentare, argomenti su cui ragionare, troverà qui una piazza aperta e disponibile a diffondere, nella dialettica del confronto, opinioni e proposte. La Calabria ha bisogno di concretezza, non di parole vuote che, ormai, per fortuna, non riescono ad incantare più nessuno. La sfida alle prossime regionale non va giocata sui nomi, ma sulle idee e su propositi realizzativi per far crescere la nostra terra, per dare finalmente un futuro (in casa) ai nostri ragazzi, per trasformare la Cenerentola del Mezzogiorno nella California d’Europa.
di SANTO STRATI – Ha vinto il populismo più bieco, quello che vuol far passare i parlamentari come fancazzisti e svogliati frequentatori del Palazzo: la riforma costituzionale che taglia 345 tra deputati (saranno 400 al posto di 630) e senatori 200 (al posto di 315) è stata votata quasi all’unanimità alla Camera con 553 sì, 14 no, 2 astenuti. Non è un bel regalo alla democrazia rappresentativa che vede ridursi solo il numero dei parlamentari, ma tiene in piedi una legge elettorale che è un bel pastrocchio. E a pagare saranno ovviamente le regioni più deboli: la Calabria dovrà fare a meno di dieci tra deputati (-7) e senatori (-3), da 30 passeranno in tutto a 20. Ancora peggio la situazione dei seggi all’estero: prima erano 12 deputati e 8 senatori, diventano rispettivamente 8 e 4. Con un risparmio risibile (0,06%, pari a poco meno di 100 milioni di euro) che apparentemente è la motivazione primaria ad avere spinto i Cinque Stelle a imporre il provvedimento, a fronte del rischio di tenuta del governo. Di sicuro non ha vinto Di Maio e la sua ideologia contro il Parlamento, ma, probabilmente, ha perso l’Italia che crede nella democrazia della rappresentanza parlamentare costituzionalmente garantita. Il rischio dell’avanzare delle élites è fin troppo evidente: molti parlamentari non troveranno spazio (salvo i magici pescaggi premiali della piattaforma Rousseau), altri penseranno che sarà impossibile gestire in modo adeguato il “rapporto” col collegio. Troppo ampio, con una dispersione di forze e un dispendio di energie (e di risorse economiche) che solo pochi potranno permettersi: 1 deputato ogni 151.20 abitanti (oggi 96.006), 1 senatore ogni 302.420 abitanti (oggi 188.424). E se passerà la legge del voto ai sedicenni, il rapporto elettori-eletto sarà ancora più dilatato, allontanando ancor di più il popolo dalla politica, a svantaggio delle minoranze. Tutto questo grazie alla deriva antiparlamentare di Di Maio e partners che, probabilmente, serve soltanto a far da collante coi delusi del Movimento, nel momento in cui sono in tanti a rivedere le proprie convinzioni pentastellate.
Così i dem, con la lacrimuccia di rito, «prima non eravamo convinti – ha detto compunto Graziano Del Rio nella dichiarazione di voto – ora diciamo di sì perché sono state accolte le nostre ragioni», hanno votato compatti, turandosi il naso per compiacere l’alleato di governo, giustificando la scelta come primo passo per «riforme e garanzie precise, frutto di un lavoro serio e di una sintesi efficace». Roberto Giachetti (Italia Viva) si è discolpato del voto favorevole del suo gruppo, annunciando che un minuto dopo l’approvazione sarebbe passato all’attacco di un provvedimento che così com’è certamente non va. E il segretario Nicola Zingaretti ha rincarato la dose con un entusiasmo inspiegabile: «Oggi abbiamo deciso di votarlo tenendo fede al primo impegno del programma di Governo». In poche parole, buoni tutti o salta il banco.
E i “vecchi” politici hanno dovuto incassare la mortificazione di vedere un provvedimento anti-casta spacciato per “riforma istituzionale improrogabile”, quando della vera riforma auspicata, quella per la governabilità, nemmeno s’intravede un minimo tratto. Anche il centro-destra, però, non si è tirato indietro: dopo il bel discorso del vicecapogruppo Roberto Occhiuto i forzisti si aspettavano una decisa opposizione e, invece, c’è stato un rassegnato “volemose bene” che in tanti non hanno mostrato di digerire. Per non parlare di Lega e della Meloni: dai loro banchi è venuta persino la rivendicazione di essere stati tra i primi a volere la riduzione dei parlamentari. Come se, al posto della Costituzione, si trattasse (copyright di Carlo Calenda) di “un regolamento di condominio”. Un voto sorprendente e inaspettato, ma non chiamatelo trasversale: agli storici il compito di capire cosa ci sta dietro questa improvviso colpo di follia (suicidio di massa?) che, di fatto, ha delegittimato, vergognosamente, tutto il lavoro dei parlamentari.
La nuova legge non va, (e non lo diciamo noi, ma fior di costituzionalisti), perché in assenza di una legge elettorale che chiarisca i contorni del proporzionale e del maggioritario, rischia di provocare seri disastri e di produrre nuove situazioni di ingovernabilità. La vera “porcata” (permetteteci il termine) è, però, un’altra: aver fatto passare un’idea becera di un Parlamento inutile e sovraffollato da una “casta” che persegue solo privilegi e guarentigie a danno del popolo. Anche la chiassosa e miserevole manifestazione in piazza Montecitorio di Luigi di Maio & Co. davanti al portone della Camera, dopo l’approvazione del provvedimento, (davanti a pochissimi “odiatori” della casta) ha fatto ripensare alla pagliacciata dell’affacciata al balcone di Palazzo Chigi di alcuni mesi fa. Siamo caduti nel ridicolo totale, ma il guaio è che nessuno lo fa più notare.
Ridurre il numero parlamentare non è, comunque, un’idea originale dei grillini: a più riprese, dopo la revisione costituzionale del 1963 che determinava il numero fisso dei parlamentari (e non più in rapporto alla popolazione), è stata in più occasioni portata avanti da destra e da sinistra, senza una vera specifica finalità. I grillini se ne sono riappropriati, nell’ambito della controffensiva anti-casta, il 12 luglio 2018 con l’audizione del ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro (oggi sottosegretario della Presidenza del Consiglio) e con la nota di aggiornamento al Documento di economia e Finanza (DEF) del 2018. In esso si indicava, nel programma di riforme istituzionali da attuale, la necessità di intervento per ridurre il numero dei parlamentari. Il 10 ottobre dello scorso anno il Senato ha avviato l’esame di tre proposte di legge costituzionale di iniziativa parlamentare che si sono poi trasformate nella proposta di legge costituzionale 1585, quella che ieri ha ricevuto l’ultimo voto necessaria per la ratifica. L’assemblea del Senato – per la cronaca – in prima deliberazione aveva espresso il 7 febbraio 2019 (governo a maggioranza giallo-verde) 185 voti favorevoli, 54 contrari e 4 astenuti. La Camera, il 9 maggio ha licenziato il provvedimento con 310 sì, 107 no e 5 astenuti. Al Senato, in seconda deliberazione il 10 luglio (poco prima della crisi di governo) sono stati 180 favorevoli e 50 contrari.
Perché questa legge non convince i costituzionalisti che, con unanimi dissensi, hanno sottolineato l’inefficacia del provvedimento? Mancando una vera riforma elettorale propedeutica al taglio dei parlamentari si rischia di provocare insanabili guasti di natura istituzionale. Se, per ipotesi, la legislatura non arrivasse alla fine naturale, come si svolgerebbero le elezioni? Con l’attuale legge, che – abbiamo visto – sancisce in modo netto l’ingovernabilità? Gli unici a gioire sono i cosiddetti peones che vedono allontanarsi, in questo modo il rischio di fine anticipata della legislatura e soprattutto la salvaguardia del diritto al vitalizio, visto che eventuali iniziative contrarie alla legge avrebbero una tempistica lunga che farebbe scattare la rendita garantita: 4 anni, sei mesi e un giorno.
L’art. 138 della Costituzione, in casi come questo, ovvero di revisione costituzionale, prevede che entro tre mesi (ossia il 7 gennaio) è possibile proporre un referendum confermativo del provvedimento: a chiederlo devono essere 500mila elettori o un quinto dei componenti di una delle due Camere, o cinque consigli regionali. In questo caso il referendum non potrebbe tenersi prima di di maggio-giugno e, in caso di risultato positivo che conferma la legge, il Governo avrebbe diritto a 60 giorni (come prescrive la legge delega n. 51 del 2019) per ridisegnare i collegi elettorali. A conti fatti si arriva a settembre-ottobre e solo qualche parlamentare incosciente potrebbe decidere di fermare la legislatura e rinunciare al vitalizio.
Certo, in caso di referendum, vista l’impostazione anti-casta che è stata data al provvedimento difficilmente verrebbe meno la conferma. Quindi la legge costituzionale C 1585 volenti o nolenti ce la teniamo, alla faccia della rappresentanza parlamentare, mortificata e trattata poco onorabilmente dall’insana furia grillina. Il guasto non è la riduzione dei parlamentari (che in un contesto di seria riforma costituzionale ci potrebbe anche stare), è aver alimentato il falò della diffidenza e del risentimento (in pochissimi casi più che giustificato, diciamo la verità), nei confronti dei rappresentanti del popolo che legittimamente (sono stati eletti) siedono in Camera e Senato. Nessuno di loro è “abusivo” o può essere, in modo raccogliticcio, indicato al pubblico ludibrio, mescolando comportamenti serissimi e ammirevoli (ce ne sono!) a pochi emendabili atteggiamenti (di cui deve occuparsi la magistratura). Non è una difesa d’ufficio della “casta” ma l’esigenza di sottolineare il dovuto rispetto a organi costituzionali, eletti secondo le norme della nostra Carta. Non crediamo che per la stragrande maggioranza degli italiani, alle prese con ben altri problemi di natura economica e di futuro per i propri figli, la seduta di ieri abbia rappresentato – come ha pomposamente chiosato Luigi Di Maio – “una data storica”. È un giorno triste per la nostra Repubblica, la cui sovranità appartiene al popolo, come si legge nel dettato costituzionale, ma non ha assolutamente un animo populista né tanto meno sovranista. (s)
di SANTO STRATI – Imprenditore di successo in campo turistico, Giuseppe Nucera ha deciso di candidarsi a Governatore della Calabria, ascoltando la voce del cuore. È un personaggio sanguigno, deciso, sicuramente uomo del fare, venuto su dal nulla fidando sulle proprie forze, sulla voglia di arrivare, sulla capacità di affermarsi, tipica di noi calabresi. Socialista vecchio stampo (un lombardiano puro, si direbbe oggi), Nucera viene da Gallicianò, un borgo grecanico del Reggino, dove ancora si parla il greco antico. Un grande impegno nello studio (ha fatto le scuole medie fino all’università con le borse di studio), e con la laurea in tasca ha girato in lungo e largo per il mondo per poi decidere di tornare alla sua amata Calabria. Una terra che – dice – ha bisogno di poter contare sui suoi figli per rinascere, per crescere, offrire benessere e qualità della vita ai suoi abitanti, ma soprattutto per dare un futuro ai suoi giovani, costretti ad emigrare in assenza di opportunità e di lavoro.
Si presenta da candidato indipendente, slegato dai partiti, dopo aver promosso il movimento La Calabria che vogliamo, ma non respinge eventuali alleanze che dovessero proporsi, con la pregiudiziale che tutto rispetti la linea della legalità assoluta («se c’è legalità c’è sviluppo, se c’è sviluppo c’è legalità» è il suo slogan preferito) e accetti per intero il programma – indipendente – che il movimento propone. Le sue idee, come vedremo, non sono rivoluzionarie, ma rispondono semplicemente al buon senso e all’esperienza di chi ha toccato con mano i disagi, le ruberie, i guasti della politica. Già presidente degli industriali reggini, fino a pochi mesi fa, ha guidato con polso i suoi colleghi imprenditori, attirandosi critiche e non sempre attestazioni di amicizia, ma chi intende “fare” sa bene che non bisogna guardare in faccia a nessuno. Nessun favoritismo e rispetto totale delle norme, la legalità come un percorso imprescindibile per mortificare e stroncare, anche sul nascere, atteggiamenti poco consoni, disattenzioni, indifferenza. La Calabria sta pagando a caro prezzo la troppa trascuratezza proprio da parte di chi era stato chiamato a governare. Dalla nascita delle Regioni (e sono ormai quasi 50 anni) il deterioramento è stato costante, inarrestabile, impietoso, con la salvaguardia soltanto di interessi personali e giochi di potere di cui la Calabria è stata protagonista involontaria e (colpevolmente) passiva testimone. Si può cambiare? Con l’ottimismo dei visionari, Nucera risponde affermativamente.
– Un candidato imprenditore che apparentemente non ha alcun legame con i partiti politici…
«Non è un fatto apparente ma di sostanza: il movimento civico non ha alcun collegamento con la destra o con la sinistra e quindi si presenta ai calabresi per quello che è, un’organizzazione nuova che guarda ai problemi della Calabria. 50 anni di regionalismo hanno distrutto la Calabria, per una classe politica incapace, che guardava e guarda agli affari, agli interessi delle clientele. Può una terra, una regione bellissima, ricca di immense risorse, la California d’Italia, può essere ancora governata, amministrata da questa classe politica? Io dico no. Il 55% dei calabresi non va a votare. È il momento che quel 55% diventi una forza rivoluzionaria per una rivoluzione civica assieme a noi, assieme a Nucera, che ha deciso di mettersi a disposizione con la sua esperienza, con la sua onestà, col suo bagaglio di conoscenze a livello nazionale e internazionale per dare un’occasione, un’opportunità. Il programma de La Calabria che vogliamo è semplice: noi vogliamo unire gli uomini del fare della Calabria, come me, come tanti colleghi imprenditori, come tanti artigiani, come tanti professionisti, assieme ai calabresi che sono stati costretti ad andare via, calabresi che hanno avuto successo all’estero. Giovani laureati eccellenti. Non potevano vincere un concorso perché lì c’era il figlio del barone che doveva vincere quel concorso. Poi sono andati in America, in Australia e così via e son diventati dei grandi professionisti. Questa è la Calabria che vogliamo!»
– Facendo un bilancio degli ultimi 25 anni di Regione, senza andare troppo lontano, quali sono i guasti più evidenti, secondo lei, e come penserebbe di intervenire?
«Per i guasti basta andare in giro per la Calabria e si vedono: sono guasti alla vista di tutti. Le strade, i collegamenti ferroviari, la viabilità interna… Faccio un caso: le Ferrovie Calabro-Lucane che collegavano la Piana di Gioia Tauro. Tutta la Calabria aveva questo servizio, queste linee interne create negli anni, subito dopo e durante la Prima Guerra Mondiale sono state create, ebbene sono state chiuse. Ma perché sono state chiuse quando altrove funzionano e sono dei fattori di crescita del turismo, di conoscenza e valorizzazione delle zone interne? Noi andremo a recuperare queste ferrovie. Non si può fare per l’interesse di qualcuno bloccare un servizio per la collettività. È uno scandalo questo. Ma non è solo le Calabro-Lucane. Guardiamo ai disastri dal punto di vista industriale. Un’area industriale come quella di Gioia Tauro: ma è poi possibile che si sia dovuto limitare tutto intorno al Porto? Carico e scarico di containers. Lì sono venuti degli imprenditori, hanno utilizzato le risorse della 488, si sono presi i soldi, sono diventati dei prenditori, dei ladri… Ci vuole il basista… quando ci sono rapine di alto livello c’è il basista e lì chi ha speculato, ha rubato i soldi ed è andato via ha lasciato disastri. Capannoni vuoti, operai messi in cassa integrazione, mai avviati al lavoro… C’erano i basisti calabresi. Noi con questa gente non vogliamo avere a che fare, noi vogliamo parlare ai calabresi onesti come noi, come noi del movimento La Calabria che vogliamo e, quindi, una regione diversa…».
«La sanità: ma perché questa voglia di mettere le mani nella gestione della sanità? La sanità va gestita dai medici, dai primari, la politica fa solo affari, mentre c’è una sanità privata che è un’eccellenza in Calabria. Io non dico che è superiore a quella della Lombardia, ma sicuramente i miei colleghi imprenditori della sanità privata possono competere anche con i lombardi. Quindi, i calabresi quando sono messi in condizione di fare, di togliergli i lacci e lacciuoli che bloccano, i calabresi diventano una grande forza, sprigionano una grande energia. Quindi, il mio programma è chiaro: vogliamo unire gli uomini del “fare” della Calabria assieme ai calabresi che sono fuori per una grande rivoluzione civile e industriale. Io farò marketing industriale. Io andrò – da presidente della Regione – in giro per il mondo a parlare con i manager, con i CEO di origine anche calabrese per dire: tornate, perché la Calabria ha tutte le risorse. Infrastrutture che dobbiamo anche fare… il Ponte sullo Stretto. Smettiamola, amici ecologisti. Io sono più ecologista di voi. Nel mio villaggio, nelle mie strutture c’è il plastic free, la plastica non si usa. E farò in modo tale che anche in Calabria la plastica venga bandita. E tornando al Ponte, va fatto il Ponte. L’inquinamento dell’area dello Stretto lo determinano altri fattori. Il Ponte è un valore aggiunto, un attrattore. Quindi, assieme al Ponte, la statale 106. E la ferrovia. Il collegamento da Bari per venire in Calabria. Io ho fatto un conto guardando l’orario delle Ferrovie: da Bari per arrivare a Palermo, quindi passare da Reggio Calabria e Villa San Giovanni, ci vogliono 17 ore. Ma è mai possibile tutto ciò? È mai possibile che l’ANAS e le Ferrovie spenderanno 58 miliardi di qua a dieci anni e li spenderanno da Salerno in su? E i 30 parlamentari calabresi hanno alzano il ditino per dire “ma cosa state facendo”? Il Presidente della Regione al CIPE, al ministro delle Infrastrutture, al Capo del Governo ha detto “ma che state facendo”?»
– Parliamo di investimenti. L’aspetto più spinoso per chi voglia investire in Calabria è la mancanza di reputazione, uno dei suoi cavalli di battaglia. Cosa intende fare per la reputazione della Calabria?
«Io sono arrivato a dire che la reputazione è l’elemento fondamentale, è il lievito del riscatto della Calabria. Sa perché? Da Presidente della Confindustria reggina ho messo in atto due iniziative. Il marketing industriale l’ho messo in pratica già quando sono andato ad incontrare i colleghi imprenditori di Unindustria Torino, di Confindustria Bergamo, di Confindustria Venezia a dire: “colleghi, amici, in Calabria c’è la Zes, zona economica speciale, credito d’imposta per centinaia di milioni e migliaia di euro, perché non venite ad investire? Abbiamo aree industriali bellissime, capannoni vuoti”, ma tutti mi opponevano “la reputazione”, o meglio la questione “ambientale”. Io ho detto: ma le cronache evidenziano che la ‘ndrangheta, la mafia ce l’avete dietro la porta, a Torino, a Milano, ad Amburgo, Genova. La mafia, la ‘ndrangheta va dove c’è denaro, dove ci sono affari. E allora mi sono posto il problema: perché tutti scrivono male della Calabria? Perché i giornalisti che non vengono nemmeno in Calabria, che non sanno nemmeno dov’è Gioia Tauro o Crotone, scrivono male della nostra regione? Perché non c’è stato mai nel passato un presidente di Regione che abbia portato in tribunale chi ha diffamato questa terra, chi ha diffamato i calabresi, i nostri giovani che vanno fuori si vergognano anche di dire che sono calabresi. E allora vi è la necessità, è necessario quel lievito da mettere subito perché si invertano questi luoghi comuni che ci sono. E allora io istituirò l’Assessorato alla Reputazione. Un professionista di grande spessore che dovrà comunicare, dovrà relazionarsi col mondo intero per dire che la Calabria è la California d’Italia, non è questa la terra che voi dipingete, che volete far passare. I calabresi sono gente operosa: lo dimostrano coloro che sono andati via e hanno avuto grande successo e questo successo lo dobbiamo determinare anche in Calabria. Io ho scritto una lettera, da presidente di Confindustria Reggio, al Capo del Governo, quando è venuto a Reggio e hanno fatto il Consiglio dei Ministri. Una lettera che era pesante, sulla questione della reputazione. Ho evidenziato che non si può continuare a sdoganare a Gioia Tauro container – dove c’è la cocaina – che sono destinati a Pisa, a Livorno, a Genova, a La Spezia, in giro per l’Europa. Loro sdoganano a Gioia Tauro, così Gioia Tauro appare nell’opinione pubblica come il riferimento, il luogo dove si scarica la cocaina. Non è così, perché a Gioia Tauro è pochissima la roba che riguarda la Calabria, il resto è destinato in giro per il mondo, però l’opinione pubblica sa che Gioia Tauro è il porto della ‘ndrangheta, il porto della cocaina.
«La Calabria è una terra di eccellenze: nel turismo, nell’agricoltura (abbiamo i migliori prodotti biologici, naturali). La Calabria ha tre Parchi. La questione ambientale, ecologica, per Nucera è fondamentale. Il mondo si sta distruggendo. Noi abbiamo 800 km di coste, abbiamo dei boschi immensi. Siamo la regione con i boschi più ampi, la seconda in Europa. Abbiamo i canyon. Pochi sanno che in Sila, nella Presila greca, c’è il sito Valli Cupe, dove c’è il secondo canyon d’Europa. Una grandissima risorsa. Su questi valori, su questi elementi bisogna lavorare per creare posti di lavoro. Io ho aperto a San Luca lo sportello Informa Impresa Lavoro. Ho chiesto al Prefetto e al Vescovo di accompagnarmi in quest’idea, sono venuti anche loro a San Luca e abbiamo portato questo progetto per dare ai giovani, alla cittadinanza la possibilità di informarsi per aprire un’attività e abbiamo visto che si possono creare 100 iniziative sfruttando le risorse del territorio, 100 micro imprese, anche a carattere familiare. L’allevamento delle lumache, una cosa semplicissima, che dà lavoro, crea ricchezza, l’allevamento del maiale nero, altrettanto, il formaggio pecorino, i nuovi tessuti, cose da recuperare del vecchio artigianato, 100 nuove attività. Moltiplichi, direttore, moltiplichiamo assieme: 100 per i 404 comuni che ha la Calabria, creiamo un esercito di occupazione. Ecco, questa è la Calabria che vogliamo. Oggi la vogliamo, non dico la vorremmo. oggi Nucera vuole questa Calabria e Nucera sarà il presidente di questa Regione perché quel 55% di calabresi che non va a votare tornerà a votare. Sconfiggeremo le lobbies e le clientele, perché porteremo la gente comune, daremo risposte. Farò il presidente di questa regione con l’aiuto dei calabresi onesti che credono in Nucera che ha dimostrato in cinquant’anni di saper amministrare, di saper fare l’imprenditore, di essere una persona onesta, un buon padre di famiglia e amministrerà la Regione Calabria come un buon padre di famiglia».
– Uno degli aspetti più devastanti dell’attuale politica regionale, non solo calabrese, ma nazionale, è costituito dalla burocrazia. Il suo progetto di imprenditorialità diffusa si scontrerebbe con una situazione di burocrazia penetrante e devastante. Quali sono le sue terapie?
«Il problema esiste, qualche collega ha detto nel passato “oltre alla mafia della lupara c’è la mafia della penna”. Il problema esiste, però bisogna dare garanzie, bisogna dare sicurezza ai funzionari e ai dirigenti. Spesso molti per arrivare al posto di direttore generale fanno carte false o scavalcano i diritti di altri, però quando arrivano a quel posto hanno paura, buttano la palla fuori campo, trovano cavilli, mettono paletti e contropaletti, arricchiscono la serie di ostacoli verso il cittadino, verso l’artigiano, verso l’imprenditore. Questa è una logica che è maturata e cresciuta perché pochi sono quelli che nella Pubblica Amministrazione, a livello locale, arrivano con i concorsi. Spesso sono stati assunti gli amici, i conoscenti, i capi elettori, con scarsa professionalità, scavalcando i diritti di giovani, laureati, formati, con i master e così via. E quei giovani sono andati via, li abbiamo persi. E poi, l’imprenditore investe, l’artigiano, il funzionario, il manager non è un nemico, non va guardato come uno speculatore, quello porta ricchezza. Io chiamo i soggetti dell’ F24, quelli che il 16 di ogni mese vanno a versare in banca o alle poste o all’Agenzia delle Entrate le tasse perché poi gli stipendi della Pubblica Amministrazione possano essere pagati. I funzionari vanno aiutati, nella legalità. Il concetto di legalità è fondamentale: non c’è legalità se non c’è sviluppo, non c’è sviluppo se non c’è legalità. Questo binomio va abbinato alla reputazione: sono questi gli elementi fondamentali. La Calabria non è una terra di malaffare».
– Parliamo di turismo. Nonostante i dati largamente ottimistici rispetto alla passata stagione, in Calabria siamo praticamente all’anno zero. Lei è un imprenditore turistico. Come vedrebbe la trasformazione turistica della Calabria?
«La Calabria, nonostante siano state spese enormi risorse, non è ancora percepita come destinazione turistica. E allora, ogni anno, si fanno sforzi, gli imprenditori s’impegnano. Io sono stato in Brasile in un tour proprio per presentare le opportunità che la Calabria offre. Lo faccio da 40 anni questo lavoro. Con grande amarezza, nonostante dopo 40 anni, ancora devo andare con la penna a disegnare la cartina geografica dell’Italia e indicare dove sta la Calabria. Mettere la Sicilia e poi dire “la Calabria è vicino alla Sicilia”. In Brasile, dove sono stato con una delegazione di imprenditori turistici una settimana fa, la Regione non ha mandato un opuscolo, non ha mandato una cartina e credo che ci siano magazzini pieni di cartografia, di stampe pubblicitarie della Calabria. Sarà stata una dimenticanza? Me lo auguro. Ma non è questo il problema. Non abbiamo da dieci anni e più un assessore al Turismo. È mai possibile che la Calabria non abbia un assessore al turismo? È mai possibile che non abbia un assessore all’Agricoltura, che non abbia un assessorato per i rapporti con Bruxelles? Un assessorato alla Sanità?… Ma torniamo al turismo. L’anno scorso i tour operator tedeschi hanno fatto il loro congresso in Calabria, una cosa eccellentissima. Io, subito, ho afferrato questa opportunità in senso positivo: da presidente di Confindustria ho chiamato a raccolta tutti gli operatori turistici della città e della provincia di Reggio. Mi sono messo a disposizione, con la regione, col Presidente, con la struttura, perché capivo l’importanza di quest’evento. L’evento è andato, è stato fatto, non m’interessa quello che è stato speso, ma è stato fatto un evento positivo e quella spesa per me era giusta da fare. Ma quell’evento ha una conseguenza. Quell’evento presupponeva e presuppone che da lì i 600 operatori, giornalisti, che sono arrivati andavano nel tempo, a partire dall’ottobre 2018, invitati, frazionati a gruppetti di 30-40 e riportati in Calabria, coinvolgendo gli operatori. Io mi sono offerto, da tour operator, come albergatore, che avrei ospitato gratuitamente questi ospiti perché era necessario, perché loro hanno visto, hanno osservato, poi devono scendere nei particolari, trattano con le strutture ricettive, vanno a vedere la cucina dell’albergo, i servizi che offre direttamente la struttura e il territorio. Questi si chiamano Educational Tour. Avremmo dovuto fare decine di Educational Tour: non si è fatto nulla. Quindi, quest’anno, i tedeschi andranno altrove a fare il loro congresso. E sicuramente della Calabria, pochi, pochissimi si ricorderanno, mentre si doveva lavorare, si doveva “zappare la terra”, quel seme buttato andava lavorato. È stata persa un’altra occasione. E allora, questa grande risorsa che madre natura ci ha dato perché non va sfruttata dignitosamente? Perché non dobbiamo avere un assessore anche noi al Turismo, all’Agricoltura e così via?»
«Abbiamo gettato le basi con l’ENIT per fare della Calabria il riferimento delle cinque regioni legate alla cultura, alla tradizione, alla storia della Magna Grecia, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia, in un unico brand e andare in quei mercati globali, in India, in Cina, nel Sudamerica, nel Nordamerica, in Australia e presentarci con questa destinazione legata ai Bronzi di Riace che sono, diventano, i testimonial di questo ampio territorio. E quindi presentarci con la vasta offerta, dall’agro alimentare, dai nostri prodotti genuini, alle nostre spiagge, ai nostri musei, agli scavi archeologici, di tutto quello che questo territorio offre da Napoli in giù. Perché, andare da soli a dire in Cina o in India, in questi grandi e immensi continenti, in questi Paesi, un miliardo e 400 milioni i cinesi, a dire “la Calabria”. Calabria? Che cos’è? Dov’è. Ma invece bisogna andare a dire che questa metà Italia ha un grande patrimonio unico al mondo che nessuno ci può copiare. Ma sa quanta gente verrà? Ecco, questo è il turismo.
– Il suo entusiasmo è ammirevole e potrebbe convincere molti dei cosiddetti delusi del voto. Ma veniamo all’aspetto strettamente politico: il suo programma potrebbe sicuramente stuzzicare gli appetiti della Lega. E nel caso in cui la Lega si offrisse di sostenerla – visto che non hanno un candidato proprio – qual è la sua posizione?
«La Lega è partita nel passato con tante piccole leghe, cioè la politica che guardava ai bisogni del territorio. La politica dava risposte al territorio. Il mio progetto, in Calabria, è questo. Voglio dare delle risposte alle esigenze, alle incazzature, allo scoglionamento dei miei concittadini. E allora devo fare delle alleanze, se necessario. Ma il progetto è nostro, la macchina la guida Nucera. Nucera non sale in un’altra macchina, né di Salvini né di Zingaretti. Ognuno va per la sua strada. Nucera ha la sua strada tracciata e quindi, se altri vogliono allearsi con noi, con il Movimento La Calabria che vogliamo, noi discutiamo dei progetti, delle idee. E le nostre idee sono chiare. E allora, quello che intendiamo fare sono i contenuti del programma. Anche sul regionalismo differenziato. Qualcuno pensa che il fatto che io abbia questa posizione sia perché sono vicino alla Lega. No, assolutamente no. Il mio regionalismo differenziato è lo strumento, lo intendo come lo strumento per liberare, per rompere, per spezzare le catene che ci legano, alle clientele, alla ‘ndrangheta, a tutto quel processo storico, dall’Unità d’Italia in poi, che ci ha bloccati, che ha costretto i calabresi ad emigrare. Io sono convinto – perché lo dimostrano i fatti – che i calabresi messi nelle pari condizioni di opportunità, di fattori, come ce l’hanno i lombardi, i piemontesi, i veneti, gli emiliani e così via, i calabresi li supereranno. Lei s’immagini come se ci fosse una corsa e tutti partiamo alla stessa maniera, con le stesse condizioni, senza trucchi: il calabrese arriva prima. Lo dimostrano i calabresi che sono andati in America, che sono andati in Australia, in giro per il mondo, che sono quelli che guidano. Io ho incontrato manager, CEO, delle più grandi multinazionali, nella Pubblica Amministrazione anche d’Italia o nelle società importanti italiane… Bono, le faccio il nome dell’ing. Giuseppe Bono, amministratore delegato di Fincantieri: è calabrese. È partito anche lui, come io sono partito da Gallicianò, è partito e venuto a studiare, è diventato manager, il capo di Fincantieri, che costruisce le navi più belle del mondo. Anche Nucera è partito da Gallicianò e quando è arrivato a Reggio dopo aver fatto la quinta elementare in un’aula con cinque classi, prima, seconda, terza, quarta e quinta, non capivo l’italiano, ma non perché non studiavo ma perché nel mio paese si parlava il dialetto greco, in famiglia si parlava il dialetto greco. Bene, io mi sono messo sotto, studiando di notte: il mio orgoglio è stato così forte che ho sempre preso la borsa di studio dalla prima media fino alla laurea all’università. Questi siamo, questi sono i veri calabresi, con questi noi ci alleiamo. Poi, a livello politico, l’importante è una cosa: le alleanze, come dicevo prima, le possiamo fare, ma il progetto è sacro. Nucera deve guidare e guiderà il progetto. Chi si vuole alleare sulla base dei programmi che Nucera mette sul tavolo, benissimo, che venga! (s)
P.S: Repetita iuvant. Questa intervista (quella a Occhiuto pubblicata il 22 settembre, quella a Oliverio del 29 e le altre che seguiranno nelle prossime domeniche ai candidati a governatore) non sono spot elettorali: Calabria.Live non parteggia per alcuno, se non per i calabresi e la Calabria tutta. Chiunque ha idee da presentare, argomenti su cui ragionare, troverà qui una piazza aperta e disponibile a diffondere, nella dialettica del confronto, opinioni e proposte. La Calabria ha bisogno di concretezza, non di parole vuote che, ormai, per fortuna, non riescono ad incantare più nessuno. La sfida alle prossime regionale non va giocata sui nomi, ma sulle idee e su propositi realizzativi per far crescere la nostra terra, per dare finalmente un futuro (in casa) ai nostri ragazzi, per trasformare la Cenerentola del Mezzogiorno nella California d’Europa.
di ALBERTO STANIZ – La cifra è allarmante e deve destare seria preoccupazione: 131 milioni di euro destinati al programma di spesa della Calabria dei fondi strutturali europei FESR e FSE sono praticamente bloccati e rischiano di scomparire. Un’interruzione nell’erogazione da Bruxelles – su cui la Commissione europea dovrà decidere entro novembre – che trae origine dall’inchiesta giudiziaria Lande desolate in cui è stato coinvolto anche il presidente Mario Oliverio con altri diciotto indagati sulle irregolarità negli appalti del Cosentino finanziati con fondi europei. In Europa ci sono nove regioni su 300 che hanno problemi analoghi, due di queste sono in Italia, dove svetta la Sicilia, seguita dalla Calabria. La comunicazione del blocco non è di adesso: già il 18 febbraio scorso il direttore generale del Dipartimento Politiche regionali e urbane della Commissione europea Marc Lamaitre aveva comunicato l’interruzione dei termini di pagamento della domanda presentata dall’autorità di gestione del Por Calabria. La domanda era stata presentata il 21 dicembre, ma 4 giorni prima era scoppiata la “bomba” dell’inchiesta Lande desolate. Le presunte gravi irregolarità nella rendicontazione dei finanziamenti provenienti da Bruxelles avevano fatto scattare la procedura di blocco, per un semestre, consentendo alla Regione di effettuare, in questo periodo, i dovuti controlli sull’impiego dei fondi europei.
Adesso i tempi sono diventati molto stretti, i sei mesi previsti per il congelamento dei fondi sono trascorsi e si tratta di capire se si sono realizzate le condizioni richieste dalla Commissione per svincolare la procedura obbligata dal regolamento che blocca tutti i pagamenti delle spese documentate. Il problema più serio, in questo momento, è il rischio di sospensione totale dell’intero programma operativo regionale (circa 2,4 miliardi – 2,378 per l’esattezza – per il periodo 2014-2010, di cui 1,8 miliardi di provenienza europea) qualora i controlli disposti da Bruxelles sulle carte fornite dalla regione Calabria non dovessero dare risultati soddisfacenti nei tempi previsti (entro fine novembre si pronuncerà la Direzione generale Politiche regionali della Commissione). C’è, comunque, da registrare un cauto ottimismo sul piano dei controlli messo in atto dalla Regione, come richiesto dalla Commissione europea, e le verifiche dovrebbero risolvere ogni perplessità sulla destinazione dei finanziamenti e il loro effettivo utilizzo.
Come si ricorderà, l’inchiesta guidata dal Procuratore Capo di Catanzaro Nicola Gratteri con la Direzione Distrettuale Antimafia scoperchiò poco prima dello scorso Natale un sistema di attività illecite che coinvolgeva funzionari, dirigenti e uomini politici, coinvolti in una personalistica gestione di appalti nei lavori pubblici dell’area di Cosenza e su presunti illeciti in finanziamenti non “legittimamente esigibili”. Il governatore Oliverio (per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio) subì anche un provvedimento di obbligo di dimora che gli impedì di poter adempiere ai doveri di Presidente per quasi tre mesi, provvedimento poi annullato dalla Cassazione senza rinvio. La chiusura delle indagini è stata notificata lo scorso aprile, l’udienza preliminare sulla richiesta di rinvio a giudizio per tutti gli indagati (19 persone) è fissata per il 17 ottobre.
Indipendentemente dall’esito dell’inchiesta, la Commissione europea dovrà esaminare se gli interventi correttivi richiesti sono stati applicati e se la Regione ha attuato in modo adeguato il piano strategico di controlli necessario per ripristinare la correttezza di tuti gli atti relativi ai finanziamenti del Fondo europeo di sviluppo sociale (Fesr) e del Fondo sociale europeo (Fse). I controlli hanno riguardato in maniera approfondita tutti i progetti infrastrutturali finanziati con i fondi europei a partire dal 2014, con particolare attenzione verso i progetti per i quali era stata certificata la spesa per il rimborso alla Commissione europea.
Se tutto risulterà regolare, si riaprirà il flusso dei pagamenti, allo stato interrotto, e si potrà riprendere l’attuazione del Por Calabria, dove – secondo i dati registrati da Cohesiondata – sono stati spesi appena il 19% dei fondi disponibili e impegnati il 61%, al di sotto della media italiana nell’utilizzo delle risorse comunitarie: su 1679 progetti in esame, sono stati deliberati appena 380. La Calabria, com’è evidente, non può permettersi di veder svanire una fonte di finanziamento di questa portata, bloccando investimenti sia in opere pubbliche che iniziative imprenditoriali private. (as)
di SANTO STRATI – Arrivano le prime indicazioni di voto per le prossime elezioni regionali e non manca qualche sorpresa. Il gradimento sull’operato di Oliverio e la sua giunta è scarso e la forbice tra i due maggiori contendenti (centro sinistra/centrodestra è poco meno di 10 punti). E tra i candidati di centrodestra, l’outsider Nucera prevale sui più “conosciuti” occhiuto e Wanda ferro. Si tratta dei risultati di un’indagine demoscopica condotta tramite interviste telefoniche (con modalità di rilevazione diretta) su questionario strutturato ad un campione rappresentativo della popolazione calabrese maggiorenne per quote di genere, età, area geografica di residenza, su un gruppo di 600 persone. Il “poll” è stato realizzato nelle prime due settimane di settembre da GPF Inspiring Research, istituto di ricerche di mercato specializzato in studi socioculturali che fa capo al sociologo Gian Paolo Fabris e fa appartiene all Gruppo Qubit. L’indagine si è basata su quattro punti: 1) la situazione percepita in Calabria e importanza tematiche-chiave per la Regione, nell’ottica delle prossime elezioni regionali; 2) giudizio sulla giunta attuale, generale e per temi: sviluppo economico, infrastrutture, trasporti, legalità, offerta turistica, cultura, istruzione e sanità, servizi di base; 3) conoscenza e giudizi su alcuni player di cui finora si è parlato come possibili candidati per le prossime elezioni: Mario Oliviero, Mario Occhiuto, Wanda Ferro, Giuseppe Nucera; 4) indicazione del presidente ideale di Regione (in modalità spontanea) e intenzioni di voto.
Prima di tutto emerge un giudizio negativo sull’attuale giunta e sul Governatore uscente Mario Oliverio (su cui appena il 7,7% esprime fiducia) e risulta evidente, come intenzione di voto, la prevalenza del centro-destra con il 28% contro il 18,7% del centro-sinistra, mentre il partito degli astenuti, del non-voto, raggiunge il 53,1%. Agli intervistati di area centro-destra è stato chiesto inoltre di indicare una preferenza tra Mario Occhiuto, attuale sindaco di Cosenza candidato di Forza Italia, la deputata Wanda Ferro, accreditata come probabile candidata del centro-destra per Fratelli d’Italia e Giuseppe Nucera, ex presidente degli industriali reggini, piazzato come outsider con un movimento indipendente: le intenzioni di voto si equivalgono, distribuendosi in pari misura tra i tre, mentre emerge su tutti Nucera sui temi dello sviluppo economico, istruzione, sanità e infrastrutture, che raccoglie più consensi di Occhiuto. Un quarto eventuale candidato di area centro-destra, accreditato alla Lega, Vincenzo Sofo (candidato con ottimi risultati alle europee, ma conosciuto ai più come fidanzato di Marion Le Pen) ha registrato modesti risultati sia in termini di notorietà che di fiducia. Su questa voce Occhiuto risulta conosciuto da quasi il 50% degli intervistati (campione rappresentativo dell’intera Calabria) con un 9,8% di fiducia degli elettori; Wanda Ferro è conosciuta dal 42,1% degli elettori con fiducia al 15%, mentre Giuseppe Nucera è conosciuto dal 34,3% degli elettori, con un indice di fiducia del 10%.
Quali sono le aspettative maggiori degli elettori calabresi? Al primo posto lo sviluppo economico (66%), seguono investimenti in istruzione e sanità (62,5%), infrastrutture (45,4%) e la legalità (29,7%). Il lavoro della Giunta Oliverio non raccoglie grandi consensi: il 64,5% dei calabresi dà un voto compreso tra 1 e 5 su un totale di 10 e solamente il 3,6% dà un voto tra 8 e 10.
Che il centrodestra fosse in vantaggio nelle prossime elezioni non è una novità, almeno stando alla voglia di cambiamento espressa in più occasioni anche da elettori tradizionalmente orientati a sinistra, ma la forbice di poco meno di 10 punti rispetto al centrosinistra non è un segnale incoraggiante. Soprattutto alla luce del continuo disorientamento che viene inflitto ai sostenitori del centro destra: a poche settimane o mesi dal voto, l’indicazione (unanime) di Mario Occhiuto quale candidato unico di Forza Italia (e prevedibilmente di centro-destra) si trova accerchiata da pericolose e insidiose prese di posizione di Lega (Matteo Salvini non si è espresso a Cosenza a suo favore) e di Giorgia Meloni che non danno niente per scontato. Wanda Ferro, incontrata in Transatlantico, tradisce la tentazione di riprovarci (alle passate regionali prese il 23,58% dei voti e rimase persino fuori dal Consiglio regionale, salvo poi rientrarci per via giudiziaria), ma preferisce non pronunciarsi affidando le decisioni alla direzione di Fratelli d’Italia. «Se mi chiamano – ha detto a Calabria.Live – sono pronta, se hanno bisogno di me io sono disponibile, ma sempre e solo nell’interesse della gente di Calabria». Nessuna dichiarazione contro Occhiuto, verso cui mostra stima e amicizia, ma non riserva qualche dubbio sull’eventuale frantumazione della coalizione di centro-destra. Ed è evidente: se ci saranno tre candidati (uno per la Lega, uno per Forza Italia e uno per Fratelli d’Italia) la sconfitta è a tavolino, prima ancora di cominciare la partita.
La novità del consenso (inaspettato in questi termini) verso un outsider come Nucera rivela la voglia di cambiamento e soprattutto il desiderio di puntare sull’inedito, il “nuovo”. Nei confronti one to one tra l’outsider e i politici storici di professione sorprendentemente Nucera batte Occhiuto su fiducia, successo ottenuto e lo tallona sugli altri temi: personalità, capacità, competenza e successo. Nucera supera anche Sofo in quasi tutti i temi sopra citati e supera la Ferro in capacità e successo nella vita. La ricerca esplora quindi la solidità dell’outsider con le intenzioni di voto ed emerge un 56% di voto molto probabile. Questa percentuale appare fin troppo generosa nei confronti dell’ex presidente degli industriali reggini, ma non si dimentichi che la ricerca è stata fatta qualche settimana dopo la dichiarazione della sua candidatura, quindi, non è improbabile, che abbia giocato la novità del nome.
I dati delle intenzioni di voto non sono vangelo (sbagliano con gli exit poll, figuriamoci con i sondaggi telefonici), ma servono a registrare le prime indicazioni su come si andrà a svolgere la campagna elettorale. Un tempo sarebbe serviti almeno sei-dieci mesi per preparare una campagna elettorale adeguata, oggi la politica è cambiata e riserva continue sorprese. Tanto che la vera sfida si gioca nelle due settimane prima del voto. Oliverio annuncerà tra qualche giorno la sua decisione sulla data delle consultazioni e già lì si capirà quale strategia intende adottare nei confronti di candidati che, a suo dire, non lo preoccupano. La sensazione è che la lista dei candidati a governatore si allarghi nei prossimi giorni con i nomi espressi dalla base dei pentastellati calabresi che già mostra insofferenza sulle decisioni che calano da Roma, senza alcuna discussione preliminare.
Nella ricerca non compare il nome di Carlo Tansi, l’ex capo della Protezione Civile in Calabria, fatto fuori proprio da Oliverio che adesso lo trova come sfidante. La sua candidatura è stata formalizzata quando ormai l’indagine era in corso e gli eventuali valori non sarebbero stati coerenti con i dati globali. Tansi è un altro outsider con non quantificabili possibilità di successo: anche lui è un volto nuovo e può costituire il vessillo dell’anti-politica vecchia maniera (come Nucera) ma appare decisamente svantaggiato in termini di visibilità e di buona conoscenza da parte dell’elettorato. Data per scontata l’indignazione che muoverà (speriamo) buona parte degli astenuti (il primo partito in Calabria e non solo), come conciliare la buona dose di fiducia che, quasi certamente, gli tributerebbero molti calabresi con la sua scarsa notorietà? L’elemento notorietà è decisamente fondamentale per scardinare i “dinosauri della politica” e farsi apprezzare dal popolo: Tansi ha svolto, più che egregiamente, il suo impegno alla Protezione Civile, ma candidamente non ha pensato di mettersi in mostra e crearsi un’immagine spendibile in un’eventuale disputa elettorale. Nucera, invece, da imprenditore pieno di vitalità, ha saputo far emergere la sua figura di uomo del fare, di industriale attivo e operoso, tanto che, come emerge dall’indagine demoscopica di GPF raccoglie consensi elevati rapportati alla conoscenza e alla fiducia che ispira.
In questo contesto, il modesto 18,7% del centro sinistra (alle regionale del 2014 raccolse il 61,41% dei votanti che furono appena il 44,97 della popolazione avente diritto al voto) non sconvolge più di tanto, ma – obiettivamente – qualora si consumasse lo strappo di Oliverio con il Pd potrebbe trasformarsi in dramma: l’uomo “nuovo” (Nicola Irto?) che i dem di Roma vogliono per la Calabria (anche con l’appoggio non disinteressato dei cinquestelle) che spazi avrebbe nel confronto con una lista civica di Oliverio Presidente senza il simbolo del Pd? Ah, avercela una palla di vetro e leggere, qualora capaci, il futuro: siamo solo all’inizio e c’è da sperare che, alla fine, vinca solo la Calabria. Ne abbiamo proprio bisogno. (s)
di SANTO STRATI – La Zona Economica Speciale (ZES) di Gioia Tauro è finalmente operativa, da ieri funziona il credito d’imposta per gli investitori e le imprese e sulla pagina dell’Agenzia delle Entrate è apparso il modulo per accedere alle agevolazioni per progetti fino a 50 milioni di euro. Questo significa che l’attrattore principale di investimenti (un forte credito d’imposta) può davvero diventare un elemento determinante per il rilancio non solo dell’area ZES (vedi in fondo i comuni interessati) ma per tutta la Calabria. È un importante traguardo, anzi un buon punto di ripartenza sia per le imprese che già operano nell’area sia per quelle che verranno. Il punto, adesso è come “convincere” industriali e imprese a scommettere sulla Calabria, ovvero come costruire una reputazione per un territorio vessato non solo da effettive e pericolose presenze di mafia (in parte debellate grazie all’incessante lavoro di magistrati, forze dell’ordine, esponenti della società civile), ma anche e soprattutto dalla cosiddetta “cattiva stampa”. La Calabria sconta anni di articoli e inchieste che hanno tratteggiato solo il suo lato malavitoso, senza mai considerare la presenza delle sue eccellenze in ambito universitario, nel campo dell’impresa, della cultura, del turismo: i grandi giornali, ancora oggi, pur con meritevoli eccezioni, parlano della Calabria solo in occasione di morti ammazzati o di grandi retate di mafia. Il territorio calabrese è ricco di cultura, tradizioni, sentimento: motivi più che validi per far avvicinare gli imprenditori del Nord e farli innamorare di una terra irresistibile. E soprattutto offrendo loro una situazione di vivibilità aziendale rassicurante, che dev’essere regola non un’opzione. Richiamare, con il pretesto della ZES, investitori in Calabria può davvero significare capovolgere una situazione sconfortante e offrire delle vere opportunità di crescita alla nostra migliore gioventù. Quei laureati che si sentono dimenticati dalla madre terra, ma apprezzati e richiesti da ogni parte d’Italia e del mondo. Quei giovani cui la politica di questi ultimi 25 anni ha letteralmente rubato il futuro, senza nemmeno sentire il bisogno di chiedere scusa. La ZES non è una parola magica, ma rappresenta il segnale che qualcosa sta cambiando: proprio qualche giorno fa il Consiglio dei ministri, il Governo, ha indicato i punti qualificanti del piano per il Mezzogiorno che il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, dovrà coordinare restando fianco a fianco col premier Giuseppe Conte. C’è il vincolo di impegnare il 34% delle risorse a favore del Mezzogiorno, quindi riparte un ampio programma per riattivare gli investimenti pubblici e finanziare quelli privati, destinando aiuti ai nuovi imprenditori (soprattutto ai giovani con Resto al Sud) e favorendo contratti di sviluppo che prevedano fiscalità di vantaggio per chi vuol fare impresa al Sud. Non sono parole o promesse, ma impegni di spesa.
La Zona Economica Speciale di Gioia Tauro ha una storia lontana. Era il 27 giugno 2013 quando il Consiglio regionale calabrese aveva inviato al Senato un disegno di legge che prevedeva l’istituzione della Zes nella Piana di Gioia Tauro. Un progetto che aveva l’obiettivo di offrire sgravi fiscali alle imprese, sia esistenti che di futura creazione, con margini particolarmente appetibili: esenzione totale dalle imposte per 8 anni per tutte le imprese e ulteriore sgravio del 50% per altri tre anni alle piccole e medie imprese. Prevedeva esenzione IRAP (la tassa sulle attività produttive che avvilisce le aziende) e altre esenzioni di vario genere, come benefici fiscali e agevolazioni per le nuove attività. Quel progetto originario il 25 settembre 2015 venne riformulato, sempre dal Consiglio regionale, tenendo conto delle limitazioni imposte dalla UE sugli aiuti di stato: il 25% di benefici per le grandi aziende, il 35% per le medie imprese, il 45% per quelle piccole, come misura massima dell’intensità dei contributi. Non aumento della spesa pubblica ma incremento di domanda: secondo quanto afferma su OpenCalabria il prof. Antonio Aquino, docente di economa industriale all’Unical «le agevolazioni fiscali concesse alle nuove attività stimolate dalla ZES non costituirebbero un onere effettivo per la finanza pubblica, poiché in assenza della ZES queste attività non ci sarebbero e, quindi, non ci sarebbero neppure le relative entrate fiscali per imposte e contributi. In effetti, l’impatto effettivo sulla finanza pubblica sarebbe probabilmente in complesso positivo, se si tiene conto sia delle imposte e contributi che comunque sarebbero pagati, sia pur parzialmente, anche dalle imprese incentivate, sia delle imposte e contributi che pagherebbero i lavoratori impiegati nelle nuove attività incentivate. Il potere di acquisto generato dalle attività incentivate genererebbe, inoltre, una domanda aggiuntiva di prodotti calabresi e, quindi, ulteriori aumenti di occupazione, reddito ed entrate tributarie e contributive».
La ZES di Gioia Tauro è stata poi istituita con la legge 123 del 3 agosto 2017: ci sono voluti due anni abbondanti per vederla finalmente operativa. Il Comitato d’indirizzo, qualche mese fa, aveva ultimato gli adempimenti che ancora ostacolavano l’avvio, e si attendeva che l’Agenzia delle Entrate definisse le modalità per la fruizione del credito d’imposta. «È stato un percorso lungo – ha detto il Presidente Mario Oliverio – partito dalla dura crisi del 2016 che vedeva il porto di Gioia Tauro in forte declino, in una situazione che necessitava di essere affrontata con determinazione. Insieme alle forze sociali, all’Autorità Portuale ed al Governo, si è definito, così, nel luglio di quell’anno un accordo di programma basato sul rilancio del porto, che prevedeva la nascita dell’Agenzia portuale per salvaguardare il lavoro di circa 400 persone che da lì a poco avrebbero perso il lavoro, la realizzazione di opere portuali e del bacino di carenaggio e la nascita della ZES Calabria. Oggi l’Agenzia ha assolto il suo compito, la banchina di appoggio nel lato ovest finanziata dalla Regione, è in corso di progettazione e, soprattutto, la ZES Calabria è concreta realtà che apre rosee aspettative per il futuro del porto alla luce del grande interesse che suscita in grandi investitori nazionali ed internazionali».
Secondo il Governatore «Ora che le imprese hanno la possibilità di attingere a nuova linfa e che il traguardo più importante è stato raggiunto si apre una nuova fase di sostegno alle imprese che vogliono investire nelle aree ZES calabresi con nuovi servizi ed ulteriori investimenti infrastrutturali, nonché, immateriali come l’istituzione del SURAP (Sportello Unico Regionale per Attività Produttive) volti a migliorare l’accessibilità e la sicurezza delle aree oltre che la promozione e la valorizzazione del tessuto imprenditoriale e sociale presente in quella che è ormai divenuta una delle aree strategiche più importanti per lo sviluppo della nostra Regione e del nostro Paese».
Adesso si tratta di puntare al rilancio del Porto di Gioia Tauro: l’annunciato – imponente – investimento di MSC dev’essere seguito da un altrettanto poderoso piano operativo di sviluppo e crescita di tutta l’area portuale. Occorre che sia resa possibile l’intermodalità, ovvero la connessione ferroviaria che permetterebbe ai container scaricati a Gioia di poter proseguire verso le destinazioni “terrestri” di tutta Europa. Secondo il documento licenziato dalla Regione, il Piano di Sviluppo Strategico della ZES Calabria si integra pienamente con la pianificazione strategica portuale che, a sua volta, è pienamente raccordata con il Piano Regionale dei Trasporti. L’azione 5 del Piano dei Trasporti è dedicata al sistema logistico e portuale regionale e nazionale e quella successiva indica le Misure per lo sviluppo del Sistema dell’area di Gioia Tauro nei contesti euro-mediterraneo e intercontinentale nel sistema economico e trasportistico di Gioia Tauro. In poche parole ci sono una grandissima serie di opportunità che si aprono utilizzando la caratteristica di “zona franca” che la ZES offre e serve un impegno adeguato perché il mostro burocrazia non finisca per strangolare, come di consueto, ogni iniziativa seria. Il documento sulla ZES della Regione si sviluppa in 474 pagine: il futuro Governatore, chiunque esso sia, dovrà trasformarlo in vangelo e spingere perché ogni singola annotazione si trasformi operativamente in realtà produttiva. Non mancano, naturalmente, rettifiche necessarie (il porto di Reggio e di Villa sono stati assegnati all’Autorità Portuale di Messina-Milazzo: chi deciderà gli interventi?), ma verranno al momento dovuto. È tempo di agire, ora. (s)
Ricadono nella ZES di Gioia Tauro i seguenti comuni, con riferimento alle singole macroaree:
1. Macronodo Gioia Tauro (Area del Porto di Gioia Tauro e Area del Retroporto):
Gioia Tauro
Rosarno
San Ferdinando
2. Aree dei Porti:
Reggio Calabria
Villa San Giovanni
Crotone
Vibo Valentia
Corigliano Calabro
3. Aree degli Aeroporti:
Lamezia Terme
Reggio Calabria
Crotone
4. Aree degli Agglomerati Industriali:
Gioia Tauro
Crotone
Corigliano Calabro
Lamezia Terme
Vibo Valentia
di SANTO STRATI – È consuetudine, oltre che legittima aspirazione, per chi giunge alla fine del mandato (parlamentare, governatore, sindaco…) riproporre la candidatura cercando la conferma. Nel caso di Mario Oliverio, governatore uscente della Calabria, che proprio venerdì ha ricevuto l’appoggio di 100 sindaci e 150 rappresentanti di circoli dem (con 5000 firme da mandare a Roma), l’idea del bis era scontata, avendo annunciato in più occasioni che si sarebbe ricandidato, e la strada della riconferma potrebbe essere persino in discesa se non dovesse difendersi dagli “amici” di casa propria, i suoi compagni di partito. La “guerra” col Pd è lampante e l’assenza a Catanzaro all’assemblea dei circoli di numerosi esponenti del partito è stata la conferma più evidente: c’è, di fatto, uno schieramento, anche regionale, contro Oliverio (tra cui Nicola Irto, Giuseppe Falcomatà, Franco Iacucci, Giovanni Puccio,Bruno Censore, Mimmetto Battaglia, Carlo Guccione) che sposa la tesi romana del rinnovamento e insiste sulla necessità di una nuova fase. In poche parole «Oliverio non è ricandidabile» e «c’è bisogno – come ha detto il commissario Graziano – di unità, lealtà e responsabilità per costruire un patto civico ampio e plurale in grado di far recuperare al Partito democratico la fiducia del calabresi».
Fiducia che Oliverio è convinto di avere. «Me lo chiedono i calabresi, – dice in sintesi il presidente Oliverio nell’intervista a Calabria.Live — e Roma non può imporre soluzioni verticistiche che non tengano conto della volontà degli elettori di questa regione». È risoluto e convinto Oliverio e nemmeno tanto arrabbiato con la Direzione Pd che da diverse settimane gli manda un messaggio chiarissimo: non intendiamo ricandidarti. E l’ultimo avviso è arrivato proprio dall’attuale commissario dem per la Calabria, Stefano Graziano, che, insieme con il responsabile dem del Mezzogiorno Nicola Oddati, insiste a dire che «alla luce del mutato quadro politico nazionale, è stato imboccato un sentiero nuovo e che su questo percorso si lavora per vincere la sfida elettorale», contestando la partecipazione «ad iniziative autoconvocate che si contrappongono platealmente alle indicazioni politiche degli organismi dirigenti». In poche parole, Oliverio è, evidentemente, un personaggio “scomodo” per la Direzione dem e la sua candidatura un boccone difficile da inghiottire. La verità è che il candidato Oliverio “imbarazza” il PD: ha fastidiose e scomode pendenze giudiziarie (ma nessuna condanna), la sua gestione passata ha incontrato e registra ancora troppi “scontenti” (sia a livello politico che tra i singoli cittadini), e da tempo si fa strada la convinzione che la sua ricandidatura possa, in pratica, consegnare la Regione al centro-destra. Serve – dicono alla Direzione PD un “uomo nuovo” (anche d’intesa con i grillini) per un recupero di immagine in una regione dove le lotte interne hanno lacerato e frammentizzato il partito.
Mancherebbe a tutt’oggi, però, la proposta alternativa, il nome “nuovo” del candidato governatore di centro-sinistra su cui convergere. In realtà, ne circolano tanti, a partire dall’attuale presidente del Consiglio regionale Nicola Irto, ma il problema è come ritrovare l’armonia e la pace tra i dem calabresi se – è la voce da Roma – Oliverio non «fa un gesto di responsabilità e si ritira»? L’ipotesi del candidato «indipendente e slegato dai partiti» portata avanti dai grillini di governo trova, del resto, molte perplessità in casa dem, ed è su questo che le cose minacciano di complicarsi, a tutto svantaggio di Nicola Zingaretti & co, mentre Matteo Renzi vuole restare osservatore silente di questa nuova spaccatura interna.
Mario Oliverio ha dalla sua i vantaggi e gli svantaggi di tutte le ricandidature: rispetto agli avversari sei giudicato per quello che hai fatto (e spesso può essere un vantaggio netto), ma allo stesso tempo rischi di vederti contestato anche il più piccolo gesto politico, qualunque iniziativa tu abbia preso nel corso della presidenza. Non sta a noi, e soprattutto in questa sede, tracciare il bilancio della presidenza Oliverio, quanto presentare il “candidato”, con le sue idee e i suoi programmi. Nel corso dell’intervista video, Oliverio non nasconde la soddisfazione di chi crede di aver fatto un ottimo lavoro e di meritare la possibilità di portare a termine progetti appena avviati (una consiliatura è breve – dice il Presidente – per completare idee e progetti), ma i suoi detrattori gli obiettano troppi personalismi e una conduzione votata più all’apparire che al fare. Osservazioni che il Presidente Oliverio rimanda bellamente al mittente: si attribuisce il merito della Zes di Gioia Tauro («che è ormai pronta al decollo») e replica sulla mancata nomina di un assessore al turismo, la cui delega ha trattenuto per sé, che «a parlare sono i numeri e sono i fatti: vanno giudicati i risultati raggiunti in questi anni, nel corso della mia presidenza. E sono numeri di tutto rispetto».
E sulla burocrazia, il “mostro” che tutto divora e distrugge, ammette di aver fatto poco, ma di voler affrontare con spirito diverso il problema. Perché i calabresi dovrebbero votarlo? SuperMario (per distinguerlo dall’altro Mario candidato antagonista per Germaneto, il sindaco di Cosenza Occhiuto) snocciola dati, fatti, numeri: «Mi propongo per il bis perché i calabresi me lo chiedono». «I calabresi – sostiene Oliverio – mi apprezzano, valutano positivamente il lavoro che è stato avviato in questi anni e mi hanno chiesto di continuare per non interrompere questo progetto che è stato messo in campo. Un progetto che ha consentito di recuperare ritardi accumulati nel corso di decenni e mettere la Calabria su una direzione di crescita e di sviluppo. Naturalmente una legislatura non basta per i problemi di una regione come la Calabria, che a lungo è stata mantenuta in una posizione di marginalità».
La spina più dolorosa riguarda la Sanità: la gestione Oliverio, per la verità, ha mostrato troppe debolezze e troppi personalismi: «Non mi hanno fatto fare il governo della Sanità, un settore vitale per la società. – dice Oliverio – E per una regione come la Calabria avere sottratto la sanità alla podestà del governo democratico della Regione è stato un danno le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Mi sono battuto che la gestione commissariale a cui è affidata la sanità dal 2010 fosse superata, mi sono battuto non per avere potere ma perché il potere di decidere i programmi e come affrontare la riorganizzazione del sistema sanitario fossero rispondenti alle esigenze dei calabresi. Invece i governi che si sono succeduti, incluso l’ultimo giallo-verde, hanno deciso di mantenere la gestione commissariale». I suoi detrattori, per la verità, gli attribuiscono pesanti responsabilità proprio sull’ “assenza” di iniziative della Regione contro il decreto Calabria che ha finito di affossare la sanità nella regione.
Non è, però, soltanto sui problemi irrisolti della sanità che vengono le obiezioni contro Oliverio. Perché allora questa barriera da Roma? «Non parlerei di barriera – dice Oliverio – si tratta di rispettare l’autonomia dei territori, nel rispetto dello statuto: nei territori c’è un’organizzazione che deve essere rispettata e messa nelle condizioni di poter esprimere la propria volontà, il proprio orientamento. Mi pare che sia anche questa la bussola che guida l’azione di Zingaretti, nell’esperienza di direzione del partito. Graziano, pensa invece di fare il plenipotenziario cancellando la volontà di una realtà importante e soprattutto soffocandone le pulsioni, soffocandone le chiare espressioni di volontà. Quello che conta è il territorio, un’organizzazione sul territorio non può subire un diktat, tra l’altro senza motivazioni, senza proposte alternative. Fino ad oggi – rimarca Oliverio – non ci sono state motivazioni, almeno formali, se non quelle di un giudizio positivo da parte di esponenti nazionali del partito democratico e non ci sono proposte alternative».
Intanto, all’interno del PD, in Calabria, attacchi e frecciate e nuovi endorsement, sono ormai all’ordine del giorno, in attesa che Oliverio decida la data delle consultazioni elettorali. I calabresi sono fin troppo disorientati dalle indicazioni che vengono da Roma, si frantumano vecchi accordi e si riscoprono alleanze che sembravano sopite. Il punto principale rimane uno solo: Oliverio è in lista col Pd o viaggerà da solo? Su questo dilemma si consuma anche la farsa delle primarie («non ci sono candidati, non servono», dice Oliverio) e i tanti dubbi sulla data delle elezioni che dovrà essere indicata proprio dal Presidente.
Il capogruppo alla regione, Domenico (Mimmetto) Battaglia ha suggerito, sull’esempio che viene dall’Emilia-Romagna, di spostare la data delle elezioni al 26 gennaio, al fine di approvare la legge di Stabilità entro dicembre. «Considero un dovere – ha detto Battaglia – da parte di tutti assicurare una chiusura ordinata della legislatura, e con senso di responsabilità consentire al Consiglio regionale di discutere e approvare la manovra economica assicurando così alla nostra regione la continuità amministrativa evitando i tempi di stasi, che rifletterebbero negativamente le loro conseguenze sulla già debole struttura produttiva calabrese. Concludere la decima legislatura senza garantire l’approvazione del Bilancio 2020 e di numerosi progetti di legge in dirittura di arrivo e tanto attesi dalle categorie sociali e produttive, per l’Assemblea regionale significherebbe tradire il mandato per il quale siamo stati eletti da tutti i cittadini calabresi». Le opposizioni hanno subito risposto che, in tale ipotesi, verrebbe comunque meno il sostegno necessario all’approvazione di molti provvedimenti, quindi sarebbe meglio andare a votare al più presto.
I più maliziosi insinuano che Oliverio stia soppesando i pro e i contro di chiudere alla data esatta (il 24 novembre) la legislatura. «Deciderò la data delle elezioni entro la prossima settimana» – ha dichiarato a Calabria.Live. Ma i suoi fans sono smarriti su quale sia l’opportunità migliore. Anticipare la data (il 1° o il 15 dicembre) significherebbe bloccare una qualsiasi possibilità di intesa dem-grillini su un nome comune (che non sarebbe comunque quello di Oliverio); spostarla a gennaio equivale a offrire più tempo agli avversari per la campagna elettorale, che sarà – facile prevederlo – senza esclusione di colpi. Oliverio ritiene difficile che l’esperienza del nuovo governo possa avere riflessi (nel bene o nel male) sul futuro governo della Regione: i pentastellati eletti in Calabria sono divisi su un eventuale accordo sul modello nazionale, prevedono, nel caso di una lista comune, una débâcle clamorosa. L’eurodeputata Laura Ferrara e il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra sono contro Oliverio e, al massimo, concedono un’intesa sul nome di un indipendente slegato dai partiti, ma l’altra anima dei grillini si rende conto che più tempo passa e più si logora il loro difficile rapporto col territorio. L’abbandono della sen. Silvia Vono a favore di Italia Viva di Matteo Renzi è un segnale chiaro che la disorganizzazione del movimento (che aspirerebbe a essere partito, ma non ci riesce senza tradire l’idea di rottura col passato) sta producendo molti malumori in regione ed probabile prevedere altre “emigrazioni”.
Mario Oliverio venerdì scorso 27 settembre al Teatro Comunale di Catanzaro, festeggiato all’Assemblea dei Circoli PD
Oliverio su tutto ciò mantiene un invidiabile ottimismo. Ritiene di avere la vittoria in tasca, anche se l’uso del simbolo – ha sottolineato il commissario Graziano ai giornalisti – «è esclusivamente in capo al commissario». Tradotto in soldoni, vuol dire che se questa “guerra” fratricida non trova immediata tregua, Oliverio dovrà farsi una lista propria e sfidare il partito. Con conseguenze che nemmeno il più esperto dei politologi potrebbe immaginare: alle passate elezioni del 23 novembre 2014, la coalizione che appoggiava Oliverio portò a casa 490.229 voti (61,41%): la lista “Oliverio Presidente” raccolse 97.618 voti, mentre quella col simbolo del partito democratico 185.209, ovvero il doppio. Una lista civica di Oliverio quanto avvantaggerebbe il centro-destra (che mostra ancora qualche disorientamento tra chi vuole Occhiuto e chi no)? Il Presidente resta imperturbabile alla domanda: «Io sono incoraggiato da una coalizione di centro sinistra che ha invitato il partito a sostenermi (all’assemblea dei circoli non era ufficialmente presente il partito democratico): mi auguro che il Pd possa ritrovare le fila di un rapporto con questa coalizione, soprattutto per evitare strappi senza ragione». (s)
P.S: Repetita iuvant. Questa intervista (quella a Occhiuto pubblicata il 22 settembre e le altre che seguiranno nelle prossime domeniche ai candidati a governatore) non sono spot elettorali: Calabria.Live non parteggia per alcuno, se non per i calabresi e la Calabria tutta. Chiunque ha idee da presentare, argomenti su cui ragionare, troverà qui una piazza aperta e disponibile a diffondere, nella dialettica del confronto, opinioni e proposte. La Calabria ha bisogno di concretezza, non di parole vuote che, ormai, per fortuna, non riescono ad incantare più nessuno. La sfida alle prossime regionale non va giocata sui nomi, ma sulle idee e su propositi realizzativi per far crescere la nostra terra, per dare finalmente un futuro (in casa) ai nostri ragazzi, per trasformare la Cenerentola del Mezzogiorno nella California d’Europa.
di SANTO STRATI – La parola d’ordine è una sola: investimenti. Non dove, perché è chiaro dove vanno fatti, ma soprattutto come farli. Non serve proporre incentivi per le assunzioni, quanto agire sulla struttura dei costi per abbassarli: è questa la lettura che dà sugli investimenti la dettagliata relazione sul mancato sviluppo del Mezzogiorno del Direttore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta. Una precisa fotografia del dramma del Mezzogiorno dove svetta la Calabria, ancora una volta ultima tra gli ultimi, e la cui emergenza è fin troppo evidente. Numeri e dati che indignano chiunque abbia a cuore il destino del Mezzogiorno sempre più abbandonato dal Governo centrale, anche se, in prospettiva, s’intravede finalmente qualcosa di nuovo, quantomeno un po’ in termini di buone intenzioni. Il premier Conte è un uomo del Sud, come il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, che ha il bagaglio di competenze necessarie che gli derivano dalla Svimez: da loro possiamo aspettarci finalmente un piano per il Mezzogiorno degno di tale nome. La Calabria non vuole assistenzialismo ma strumenti per avviare crescita e sviluppo, ovvero investimenti e risorse. E soprattutto progettualità e pianificazione che dovranno essere in grado superare gli assurdi ostacoli burocratici ancora attivi.
È come fare gli investimenti la chiave di volta del problema, perché essi producano un prima-durante-dopo che generi occupazione continua e faccia scomparire il precariato imperante. Occupazione che significa sviluppo e utilizzo delle migliori risorse umane che la Calabria è in grado di prestare (oltre quelle già prodotte e mai utilizzate): progettazione, realizzazione e quindi attività che si traducono in opportunità di lavoro per laureati, diplomati, disoccupati, operai, ingegneri, imprenditori. Il volano della crescita funziona coinvolgendo tutti gli attori in campo, a qualsiasi livello: costruire una strada significa dare lavoro ai progettisti, equivale a occupare manovali e operai, creare opportunità per chi si occupa di logistica, di ricettività, ristorazione: ricordiamoci che chi lavora “consuma” nel produrre. Insomma, per fare un esempio banale, ce ne sarebbe per tutti, anche per il chioschetto che va a vendere panini e salsiccia vicino al cantiere.
Quali sono gli impedimenti? La risposta va cercata nell’insipienza e nell’incapacità della classe politica di dare concrete – e sottolineo concrete – soluzioni all’esigenza di investire, utilizzando fondi comunitari che, regolarmente, vengono restituiti al mittente per mancato utilizzo e pianificando adeguatamente le risorse che dovrebbero venire dallo Stato. Ma nulla è cambiato in questi ultimi vent’anni, indipendentemente da chi stava al governo centrale o in quello regionale. Oltre, ovviamente al mostro “burocrazia” regionale (e nazionale) che soffoca nel nascere molte nuove iniziative imprenditoriali, anche e soprattutto di giovani, e scoraggia gli investimenti privati dei pochi temerari che scommettono sulla Calabria. Investimenti al minimo, dunque, nel Mezzogiorno e troppe “dimenticanze” nei confronti delle regioni meridionali, trascurate, abbandonate a se stesse, lasciate a precipitare nella decrescita infelice che è l’esatto contrario dello sviluppo possibile.
Parole, promesse e mancate realizzazioni: è questa la sintesi che emerge dalla relazione del Direttore generale di Bankitalia, ed è l’amara constatazione a cui i calabresi ormai hanno fatto l’abitudine. Non sarà possibile cambiare? Se in Calabria il 55% degli aventi diritto al voto, nelle passate elezioni regionali del 2014, ha deciso di disertare le urne ci sarà pure una ragione. Il rischio è che quel 55% cresca ancora alla prossima tornata e invece occorre che i calabresi tornino alle urne a esprimere a pieno la loro indignazione e dire basta a un sistema che, appare evidente, è guasto, totalmente guasto. La lettura della lunga relazione di Panetta non è noiosa, anzi fornisce chiari elementi di valutazione su quello che è stato fatto fino ad oggi (a partire dagli anni Cinquanta) e soprattuto su quello che andrà fatto.
I calabresi, cittadini di un Mezzogiorno che non riesce ad esprimere il suo grande potenziale, devono far tesoro di queste indicazioni perché possano essere attori protagonisti di un rilancio, di una crescita non più rinviabile. Occorre, da un lato, ripristinare la reputazione della Calabria nei confronti degli investitori (ovvero sradicare, come dice Panetta, il “triangolo illegale”, evasione fiscale, corruzione, criminalità), ma dall’altro serve che i calabresi stessi siano artefici del proprio destino, consapevoli che la rassegnazione non appartiene al loro dna. Siamo un popolo che dell’indignazione ha fatto il pane quotidiano, ma i calabresi non si sono mai arresi. La storia, la millenaria storia della Calabria, insegna che la fierezza e l’orgoglio ha reso in molte occasioni questa gente protagonista di vittorie impossibili. È una “guerra” contro l’auspicata rassegnazione (che vorrebbero gli altri) quella che ci aspetta, non una semplice battaglia con vuote scaramucce verbali, per pretendere che la “questione Calabria” sia in primo piano nell’agenda del Governo sul Mezzogiorno. Bisogna insistere con i propri rappresentanti in Parlamento, nella Regione, nelle Province, nei Comuni, per esigere non più promesse, ma fatti concreti. Lo diciamo da tempo su queste colonne, lo ha ribadito il premier Giuseppe Conte: se riparte il Mezzogiorno, riparte l’Italia. Rimbocchiamoci le maniche e alziamo la voce: non servono rivolte di piazza né iniziative con pericolose derive antidemocratiche, ma la convinzione che lo sviluppo è possibile e va chiesto, senza se e senza ma. Per i nostri figli e per quelli che verranno. (s)
Un sottosviluppo ultradecennale
Il dg di Bankitalia Panetta (pronto alla chiamata da Bruxelles per un prestigioso incarico alla BCE) ha parlato a Foggia dello «sviluppo del Mezzogiorno, che rappresenta il problema irrisolto dell’economia italiana». Panetta ha sottolineato che «Per debellare un sottosviluppo ultradecennale occorre una strategia complessiva e coerente volta ad ampliare la base produttiva e a rendere competitivo il contesto economico locale. La spinta deve essere forte, duratura e basata su un’ampia gamma di strumenti; per essere credibile ed efficace deve contare su un volume di risorse adeguato, nel rispetto dei vincoli di bilancio. Puntare su un’unica strada sarebbe errato: gli interventi devono agire sia sull’offerta, rafforzando la competitività del settore produttivo e l’efficienza delle amministrazioni pubbliche, sia sulla domanda, sostenendo i redditi familiari. Assume centralità il rilancio degli investimenti pubblici, che può favorire la creazione di lavoro; ma poi occorre sostenere la dotazione tecnologica, la capacità innovativa, l’accumulazione di capitale fisico e umano».
Prima di affrontare il tema degli investimenti pubblici, il dg di Bankitalia ha “fotografato” e storicizzato l’attuale situazione: «Nelle regioni meridionali – ha detto il dott. Panetta – il PIL pro capite è la metà di quello del Centro Nord; la disoccupazione è prossima al 20 per cento, il doppio di quella del resto del Paese. Le disuguaglianze e l’incidenza della povertà sono ampie. La dotazione infrastrutturale e la qualità dei servizi pubblici essenziali sono insoddisfacenti. Se non riusciremo a portare il Mezzogiorno su un sentiero di crescita robusto, duraturo non ci potrà essere vero progresso per l’Italia. È un obbligo verso un terzo dei cittadini italiani, cui vanno garantiti servizi adeguati, diritti, opportunità. Ma è anche un problema per tutta l’economia nazionale: un Mezzogiorno stagnante comprime il mercato domestico, a danno anche dell’economia del Centro Nord».
L’irrisolta questione meridionale
«Di questione meridionale – ha detto Panetta – si parlava già al tempo dell’unificazione del Paese come problema economico e sociale. Le prime politiche per il Sud furono avviate all’inizio del Novecento dal governo Giolitti, per poi essere messe da parte durante il fascismo. Alla fine della seconda guerra mondiale il divario economico tra Sud e Centro Nord toccò il massimo storico. L’attenzione si riaccese dopo la Liberazione, grazie a meridionalisti quali Saraceno, Giordani, e il Governatore Menichella. Nei primi anni Cinquanta gli interventi per il Mezzogiorno si concentrarono sulle infrastrutture e sull’industria. Negli anni Sessanta assunsero importanza le imprese a partecipazione statale, con impianti nell’industria pesante. Fu questo il periodo di massima convergenza tra le due aree del Paese. Il PIL pro capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro Nord aumentò dal 55 per cento degli anni Cinquanta al 65 di metà anni Settanta. Da allora la convergenza si è interrotta. Gli interventi di industrializzazione, gravati da un uso politico delle partecipazioni statali, persero incisività. Con il primo shock petrolifero più settori dell’industria pesante entrarono in crisi; gli investimenti pubblici si ridussero; le svalutazioni della lira sostennero soprattutto le imprese esportatrici del Centro Nord. Negli anni Ottanta la politica per il Mezzogiorno perse visione strategica. Anche per la mancanza di un sistema imprenditoriale privato, il sostegno venne da politiche assistenziali che favorirono il clientelismo. Nel 1992 fu soppresso l’intervento straordinario e smantellata la Cassa per il Mezzogiorno. Gli sgravi fiscali sul costo del lavoro, introdotti nel 1968 in connessione con l’abolizione delle gabbie salariali, vennero ridimensionati e poi aboliti. Solo più tardi iniziò un ripensamento delle politiche per il Sud, che vennero basate sul coordinamento tra Commissione europea, Stato e Regioni. Nel 1998 prese avvio la cosiddetta “nuova programmazione”, incentrata sulla legge 488/92, volta a stimolare investimenti e occupazione, e su misure – la “programmazione negoziata” – miranti a incentivare la partecipazione delle amministrazioni locali al disegno delle politiche. I risultati furono modesti, anche per la riduzione delle risorse disponibili e per il loro frequente utilizzo per investimenti pubblici ordinari invece che aggiuntivi. Con la crisi finanziaria, nel 2008, la politica economica si è concentrata sulle difficoltà dell’intero Paese. Dopo decenni di interventi, il ritardo del Mezzogiorno rispetto al Centro Nord in termini di PIL pro capite è oggi maggiore rispetto agli anni Settanta.
Si può tornare su un sentiero di crescita stabile? Secondo Panetta «L’economia meridionale non è uniforme. Essa presenta esempi di successo che dimostrano che la convergenza è un obiettivo possibile. Vi sono aree industriali vitali sia in comparti tradizionali come l’abbigliamento e l’alimentare, sia in settori avanzati quali l’aerospaziale, le apparecchiature elettroniche e della misurazione. Nel turismo si sono affermate aree che, anche grazie allo sviluppo di voli a basso costo, hanno accresciuto la capacità di intercettare la domanda internazionale. Ma questi esempi non bastano». Servono gli investimenti: «L’Italia – ha affermato il dg Panetta – necessita di un ammodernamento delle sue infrastrutture, materiali e immateriali. La spesa pubblica per tale finalità si è fortemente ridotta negli anni della crisi: tra il 2008 e il 2018 gli investimenti fissi lordi della pubblica amministrazione sono diminuiti di oltre 10 miliardi di euro, a 37 miliardi, con un calo di un quinto in termini nominali. Si sono quindi ridotte le risorse destinate all’ampliamento e alla manutenzione delle infrastrutture, aggravando il ritardo rispetto ad altri paesi europei. Nel Mezzogiorno gli investimenti pubblici in rapporto alla popolazione sono risultati sistematicamente inferiori rispetto al Centro Nord. Tra il 2008 e il 2016 il calo degli investimenti al Sud è stato del 3,6 per cento all’anno; più debole e in maggiore flessione rispetto al resto del Paese è stata anche l’attività di progettazione di opere pubbliche. La dotazione di infrastrutture al Sud è inferiore a quella del Centro Nord in termini sia quantitativi sia qualitativi. Il divario è ampio in settori cruciali per l’attività economica. Nel campo dei trasporti le regioni meridionali presentano un’estensione della rete autostradale e ferroviaria, in rapporto alla popolazione, assai inferiore a quella del resto del Paese. Il divario si accentua se si considera la velocità dei collegamenti. Il potenziamento delle infrastrutture è essenziale per accrescere l’interconnessione con le altre regioni italiane, con l’Europa, con il Mediterraneo, per aumentare il potenziale di mercato del Mezzogiorno, rendendolo attraente per i capitali privati, l’attività di impresa, i flussi turistici. A tal fine è necessario un forte impegno pubblico da attuare tenendo conto, oltre che dei vincoli di bilancio, della sostenibilità ambientale e della sfida della digitalizzazione. In base a un nostro lavoro, un incremento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno pari all’1 per cento del suo PIL per un decennio, ossia 4 miliardi annui, avrebbe effetti espansivi significativi per l’intera economia italiana».
Il moltiplicatore degli investimenti
Non è utopia: «Al Sud – secondo l’approfondita relazione del dg di Bankitalia – il moltiplicatore degli investimenti pubblici potrebbe raggiungere un valore di circa 2 nel medio-lungo termine, beneficiando della complementarità tra capitale pubblico e privato e dei guadagni di produttività connessi con la maggiore dotazione di infrastrutture. L’economia del Centro Nord ne beneficerebbe per via della maggiore domanda nel Mezzogiorno e dell’integrazione commerciale e produttiva tra le due aree. Sebbene lo stimolo pubblico ipotizzato abbia dimensioni ridotte rispetto all’economia del Centro Nord, le simulazioni indicano che il PIL di quest’area potrebbe aumentare fino allo 0,3 per cento. Ma spendere soldi non basta, occorre spenderli bene. I risultati appena descritti non considerano i frequenti casi di sprechi e inefficienze, che comprimono il moltiplicatore della spesa. Per creare sviluppo, gli investimenti pubblici vanno adeguatamente selezionati, dotati delle risorse necessarie e completati in tempi brevi. Ciò richiede un innalzamento dell’efficienza delle stesse amministrazioni meridionali: in Italia i tempi di realizzazione delle opere pubbliche sono lunghi ovunque, ma lo sono ancor più nel Mezzogiorno a causa di attività accessorie, quali iter autorizzativi e burocratici, di pertinenza delle Amministrazioni locali. Le opere incompiute, più numerose al Sud che al Centro Nord, riguardano in gran parte infrastrutture sociali – plessi scolastici, centri sportivi, strutture ospedaliere – di pertinenza degli Enti locali. Il fenomeno è di dimensioni rilevanti: dei 647 progetti che nel 2017 risultavano avviati e non completati, il 70 per cento è localizzato al Sud, per un valore totale di 2 miliardi. In più casi lo stallo è dovuto alla mancanza di fondi».
Non meno rilevante per il mancato sviluppo è la bassa occupazione che si rileva nella differenza tra domanda e offerta di lavoro: «Nel Mezzogiorno – ha fatto notare Panetta – la piaga della disoccupazione coinvolge 1.400.000 persone, il 18,4 per cento delle forze di lavoro; il divario rispetto al Centro Nord è ampio – 11 punti percentuali – e, rispetto al 2010, è aumentato. Ma il sottoutilizzo del lavoro affligge una platea ben più numerosa: al Sud vi sono 2 milioni di persone disponibili a entrare nel mercato a condizioni più favorevoli e 880.000 che vorrebbero poter lavorare più ore. Questa situazione assume risvolti drammatici per i giovani. Tra quelli con meno di 35 anni il tasso di disoccupazione è del 33,8 per cento, 19 punti percentuali in più che al Centro Nord. Circa 1.700.000 giovani meridionali non lavorano né accumulano conoscenze (partecipando a un percorso scolastico o formativo): si tratta del 36,6 per cento del totale, un valore tra i più elevati d’Europa e persistente nel tempo, con effetti che condizionano negativamente l’intera vita lavorativa delle persone. La bassa occupazione è una delle principali fonti di diseguaglianza tra i redditi familiari nel Mezzogiorno. Mentre al Nord gran parte dei nuclei familiari può contare sul reddito da lavoro di due o più componenti, al Sud prevalgono le famiglie con un solo occupato o senza alcun occupato stabile. A questa differenza è dovuta larga parte della maggiore diseguaglianza che si registra al Sud rispetto al Centro Nord, dove i valori sono allineati alla media europea. Un recente studio mostra che se l’occupazione nel Mezzogiorno salisse ai livelli del Centro-Nord, la diseguaglianza tra le famiglie meridionali scenderebbe sui valori osservati nell’Italia centro-settentrionale; l’Italia nel suo complesso si allineerebbe ai valori medi europei».
Le soluzioni e le misure di welfare
Come si può intervenire? «La presenza di strumenti di welfare volti a contrastare la povertà e la disuguaglianza, fornendo assistenza e sostegno alle famiglie in difficoltà, è doverosa e l’Italia vi ha provveduto in ritardo. Ma una riduzione duratura della povertà e delle disuguaglianze, la creazione di opportunità di progresso economico e civile possono derivare soltanto dalla crescita dell’economia e dall’aumento dei posti di lavoro. La via maestra per sostenere l’occupazione è una riduzione del costo del lavoro da attuare nel rispetto degli equilibri delle finanze pubbliche. Una riforma fiscale organica che porti a una ricomposizione del gettito a favore dei fattori della produzione e in particolare del lavoro è una priorità per l’intero Paese; nel Mezzogiorno essa assume connotati di urgenza. È possibile prevedere duraturi sgravi fiscali e contributivi per le categorie di lavoratori deboli e marginalizzate, come giovani e donne, e per i salari bassi, diffusi al Sud. Condizioni economiche favorevoli per gli investimenti privati sono già previste nelle Zone Economiche Speciali. Tuttavia, nel caso del Mezzogiorno pare necessario modificare la convenienza del fare impresa abbassando l’intera struttura dei costi invece di operare con misure che incentivino soltanto nuove assunzioni. Date le condizioni di estrema difficoltà economica del Sud, va attentamente valutata la possibilità di riaprire in sede europea la discussione sulla fiscalità di vantaggio per le regioni in forte ritardo di sviluppo».
«Secondo nostre simulazioni – ha fatto notare Panetta – un taglio del cuneo fiscale al Sud pari all’1 per cento del suo PIL – una riduzione di circa 2 punti percentuali dell’aliquota fiscale e contributiva pagata dalle imprese – favorendo l’aumento della domanda di lavoro, avrebbe effetti espansivi sulle ore lavorate totali, pari all’1,4 per cento al picco; l’attività economica beneficerebbe, soprattutto nel medio termine, del rafforzamento dei consumi, dell’accumulazione di capitale, dell’accresciuta competitività. Il PIL del Mezzogiorno potrebbe aumentare fino all’1,2 per cento. Le nostre stime indicano inoltre che un aumento degli investimenti pubblici accompagnato da misure volte a ridurre il costo del lavoro rafforzerebbe l’aumento dell’occupazione rispetto a quanto ottenibile agendo sui soli investimenti. Il sostegno alla domanda di lavoro non è però sufficiente in un contesto in cui a causa dell’invecchiamento demografico la popolazione in età di lavoro è destinata a ridursi nel tempo, comprimendo il potenziale di crescita dell’economia. Secondo l’Istat, la riduzione è già in atto al Sud, mentre nel Centro Nord si avvierà nel 2040. Occorre quindi incentivare la partecipazione al mercato del lavoro, bassa in Italia nel confronto internazionale ma ancor più al Sud, dove il tasso di partecipazione femminile sconta un ritardo rispetto al Centro Nord di ben 22 punti percentuali. Iniziative in tale direzione possono consistere nella riduzione della tassazione sul secondo percettore familiaree nel rafforzamento dell’offerta di servizi pubblici per l’infanzia».
La bassa crescita nella produttività
«L’Italia tutta e il Sud in particolare – ha detto Panetta – soffrono di una bassa crescita della produttività. Per contrastare questa tendenza occorre rafforzare la capacità innovativa e tecnologica, anche accrescendo e valorizzando il capitale umano. Nel Mezzogiorno la quota dei giovani con età tra i 20 e i 24 anni che hanno completato le scuole superiori è del 76,8 per cento, contro l’83,5 nel Centro Nord; è minore la quota di adulti che partecipano ad attività formative e di istruzione. Gli atenei del Mezzogiorno, che soffrono di una limitata capacità contributiva delle famiglie e di una bassa disponibilità di finanziamenti privati sul territorio, negli ultimi anni hanno registrato un calo del numero di studenti; al dato demografico negativo si è aggiunta una accentuazione dei flussi migratori verso il Centro Nord: un quarto dei diplomati del Mezzogiorno sceglie di studiare altrove, anche alla ricerca di migliori possibilità di lavoro una volta laureati. È cruciale agire per colmare questi ritardi. Nella scuola primaria e secondaria le valutazioni dell’Invalsi possono essere utilizzate per interventi rivolti alle scuole in difficoltà, che nel Mezzogiorno sono più frequenti. Vanno rafforzate le strutture di ricerca e la qualità del sistema universitario, a beneficio dell’intero sistema sociale e produttivo meridionale. Una politica che investa sul sistema universitario nazionale, sotto finanziato rispetto al resto d’Europa, potrebbe prevedere una specifica dotazione per gli atenei del Sud senza rinunciare a qualità ed efficienza ma ripartendo i fondi secondo i criteri dei costi standard e premiali già in parte in uso. Interventi dal lato dell’offerta di istruzione sono efficaci se associati a una maggiore richiesta di lavoratori istruiti da parte delle imprese. Va in tale direzione la creazione di poli che, secondo lo spirito dei competence center inclusi nel piano Impresa 4.0, favoriscano l’aggregazione e l’interazione tra le principali iniziative imprenditoriali locali e le infrastrutture di ricerca universitarie, stimolando il trasferimento tecnologico. Anche la nascita di imprese può concorrere a creare lavoro. Dal 2012 sono state varate misure in favore delle nuove aziende innovative. Esse si sono rivelate efficaci sia al Sud sia nel Centro Nord: delle 10.000 start up innovative iscritte nell’apposito registro del Ministero dello sviluppo economico e attive alla fine dell’anno scorso, un quarto era localizzato nel Mezzogiorno ed era concentrato nella manifattura, nell’informatica, nella ricerca. Queste imprese hanno registrato incrementi di fatturato e investimenti in linea con quelli delle analoghe aziende del Centro-Nord. La legge di bilancio per il 2019 ha introdotto ulteriori incentivi fiscali per chi investe in start-up innovative. Lo sforzo profuso va nella giusta direzione: serve ora garantire risorse adeguate e continuità di azione, in particolare al Sud. Misure credibili, di ampia portata possono limitare il drenaggio di capitale umano dal Sud verso il Nord e l’estero. Come mostra un recente lavoro, ne discenderebbero effetti positivi sull’imprenditorialità, soprattutto nei settori tecnologicamente avanzati».
Come finanziare le imprese?
«Un nodo da sciogliere per stimolare lo sviluppo del Mezzogiorno – ha sottolineato Panetta – riguarda il finanziamento delle imprese. Le aziende meridionali sono altamente indebitate e dipendenti dal credito: la loro quota di prestiti bancari sul totale delle passività finanziarie è del 70 per cento, a fronte del 50 nel Centro Nord. Queste caratteristiche limitano la capacità di crescere, investire, creare occupazione. Per le imprese del Sud l’accesso al mercato creditizio è meno agevole che nelle altre aree del Paese: la quota delle aziende che dichiarano di non ottenere i finanziamenti richiesti è più alta rispetto al Centro Nord. Anche il costo del credito è più elevato al Sud: il divario medio è di 1,6 punti percentuali, con valori più alti per le aziende minori. La fragilità finanziaria, la dipendenza dalle banche, la difficoltà di accesso al credito riflettono caratteristiche sia delle singole imprese sia del sistema economico meridionale. Tra le prime rilevano la minore dimensione e la limitata dotazione patrimoniale; quanto al contesto locale, pesano le inefficienze delle istituzioni – quali la giustizia civile – che tutelano il rispetto dei contratti. L’insieme di questi fattori riduce anche l’accesso al finanziamento diretto degli investimenti. Negli anni scorsi l’indisponibilità di risorse alternative al credito ha aggravato la recessione e frenato la successiva ripresa dell’economia meridionale: quando la crisi ha provocato una restrizione dell’offerta di prestiti bancari, le imprese del Sud – al contrario di quelle del Centro Nord – non sono state in grado di far ricorso al mercato dei capitali. Per favorire l’accesso ai finanziamenti esterni occorre ridurre il grado di rischio cui gli operatori devono far fronte quando investono nel Mezzogiorno. Ciò richiede l’impegno degli stessi imprenditori al fine di conferire trasparenza ai bilanci, di aprirsi al vaglio da parte di soggetti esterni. Va rafforzata la base patrimoniale, segnalando per questa via la fiducia dello stesso imprenditore nella solidità dell’azienda. Un impulso rilevante è stato fornito dagli incentivi fiscali all’aumento dei mezzi propri – la cosiddetta ACE. La legge di bilancio sul 2019 ha cambiato le modalità di incentivazione, legando i benefici agli utili non distribuiti. Il nuovo schema è meno vantaggioso per le imprese del Mezzogiorno, caratterizzate da bassa redditività. L’efficacia al Sud delle misure che legano il beneficio fiscale al rafforzamento del capitale di rischio potrebbe essere migliorata prevedendo maggiori vantaggi fiscali per le aziende più piccole».
Il credito “impossibile”
Per quel che riguarda il mercato creditizio, secondo Panetta «L’obiettivo non deve essere quello di ricreare “banche del territorio”, i cui limiti sono apparsi evidenti con la crisi. La sfida è dar vita a intermediari coinvolti nelle sorti dell’economia meridionale ma operanti alla frontiera dell’efficienza, in grado di far ricorso alla tecnologia e di fornire alle imprese del Sud – in concorrenza con altre banche – una adeguata assistenza creditizia e finanziaria».
Da tutto ciò emerge un ritardo economico del Mezzogiorno che è – sostiene Panetta – «al tempo stesso inaccettabile e ingiustificabile. Inaccettabile perché non consente a un terzo della popolazione italiana di godere appieno di diritti, opportunità, prospettive che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini. La mancanza di lavoro sta inducendo persone giovani e preparate a emigrare, con costi economici e sociali che condizionano le prospettive di crescita e di progresso. Ingiustificabile perché le ricchezze culturali, ambientali, di capacità produttive inespresse presenti nel Mezzogiorno possono e devono essere utilizzate per il rilancio dell’economia dell’intero Paese. Lo sviluppo dell’economia meridionale offrirebbe un mercato di sbocco, un volano di crescita anche per le produzioni di altre aree, avviando un circolo virtuoso di investimenti e crescita sia al Sud sia al Centro Nord».
La conclusione, ottimistica, del direttore generale di Bankitalia induce a pensare positivo: «Il raggiungimento di questi obiettivi è possibile. Vi sono azioni di politica economica – incentrate sugli investimenti pubblici, sulla fiscalità e sul costo del lavoro, sull’innovazione, sul potenziamento del capitale umano, sulla valorizzazione dell’ambiente – in grado di collocare il Mezzogiorno su un più elevato sentiero di sviluppo. Queste azioni richiedono il buon funzionamento delle amministrazioni pubbliche, a ogni livello di governo. Soprattutto, richiedono che sia sradicato l’inaccettabile “triangolo illegale”, evasione, corruzione, criminalità: la sicurezza e il rispetto delle norme – civili, penali, fiscali – sono prerequisiti irrinunciabili per la crescita e il progresso sociale, sui quali non è possibile transigere». (rrm)
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