C’è Speranza per la Sanità calabrese, Oliverio: «Basta col precariato e sblocco assunzioni»

di SANTO STRATI – «Stop al precariato e immediato sblocco delle assunzioni»: il governatore della Calabria Mario Oliverio, ricevuto a Roma dal ministro della Salute Roberto Speranza (LeU), in un colloquio riservato di oltre un’ora, è andato subito al dunque, esponendo i tanti problemi della Sanità in Calabria, primo su tutti il guasto derivato dalla «fallimentare esperienza fallimentare del commissariamento della sanità calabrese».

Il Presidente della Regione, nell’incontro cui ha partecipato il suo consulente per la sanità Franco Pacenza  e il Direttore generale del Dipartimento Salute Antonio Belcastro, in oltre un’ora di incontro ha tirato fuori decine di situazioni insostenibili chiedendo in modo preciso interventi dello stato centrale per consentire il ripristino dei poteri ordinari della regione. «Ho posto – ha dichiarato Oliverio a Calabria.Live – il problema dello sblocco immediato delle assunzioni a partire dalla stabilizzazione dei lavoratori precari e dallo scorrimento e proroga delle scadenze delle graduatorie. I servizi sanitari devono essere garantiti e, per questo, è urgente immettere nelle strutture ospedaliere e territoriali medici, infermieri ed operatori sanitari. Ho evidenziato la necessità di dare alle aziende sanitarie la guida per essere governate. Sono mesi che, a seguito delle scelte scellerate del decreto “salva Calabria”, le aziende sono lasciate allo sbando. Ho posto il problema dello sblocco delle procedure di gara relativamente ai servizi ed alle forniture nelle aziende ospedaliere, a partire dalle forniture dei farmaci salvavita. In poche parole ho evidenziato la necessità di affrontare problemi per garantire la cura della salute ed i servizi sanitari a cui hanno diritto i cittadini calabresi».

«Il Ministro Speranza – ha detto Oliverio – mi ha ascoltato con attenzione e sensibilità e si è impegnato a valutare e ad approfondire le questioni poste e a dare le necessarie risposte. A conclusione dell’incontro si è deciso di costituire un gruppo di lavoro tecnico fra Ministero e Regione per individuare le soluzioni di carattere amministrativo e legislativo».

Il tavolo tecnico si è già insediato subito dopo l’incontro ed ha definito un preciso cronoprogramma di lavoro, aggiornandosi al prossimo venerdi 27 settembre. Si discuterà anche del decreto Calabria esibito come trofeo dai cinquestelle dopo l’inconcludente Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria lo scorso maggio? Oliverio ha spiegato che l’incontro di oggi, da lui stesso sollecitato, serviva soprattutto a illustrare e spiegare al ministro le tante problematiche della sanità calabrese. È evidente – ha fatto notare senza sbilanciarsi in proposito – che bisognerà pensare anche a porre rimedio alle molte incongruenze e alle criticità aggiuntive provocate dal decreto Calabria sulla sanità. Vista l’intesa dem-grillina a livello nazionale, Oliverio fa capire che non si può demolire in un sol colpo quanto è stato fatto (nel bene e nel male) dal governo precedente senza provocare irritazioni tra i cinquestelle che ora sono alleati, ma nello specifico sarà opportuno al di là delle opportunità politiche mettere al primo posto le reali necessità della Calabria.

L’incontro, definito da Oliverio «utile e proficuo», offre, insomma, qualche spiraglio di soluzioni a una situazione esplosiva. C’è Speranza (è il caso di dirlo, giocando col nome del ministro) di trovare soluzioni rapide ed efficaci. «Mi lega una profonda amicizia – ha detto il Governatore – col ministro Roberto Speranza e sono certo che il suo impegno su questa delicata situazione sarà totale. Il tavolo tecnico Regione-Ministero ci permetterà di individuare le soluzioni di carattere legislativo e amministrativo per diverse problematiche che hanno messo in ginocchio i calabresi che hanno bisogno di curarsi e che, sempre di più, si recano fuori della regione, per interventi e assistenza che dovrebbero trovare nella propria terra.

La fine del commissariamento (che significherebbe comunque stravolgere il Decreto Calabria) dovrebbe essere il primo passo per tentare a ricondurre sul giusto binario la sanità calabrese. La via indicata più volte dal sen. Marco Siclari di un azzeramento totale della situazione debitoria per uscire dalla crisi e ripartire da zero non è inimmaginabile, ma richiederebbe il concerto di tutte le forze politiche che con un impegno trasversale dovrebbero convincere il Governo (e il Ministro) a muoversi in questo senso. Diciamoci la verità: altre soluzioni che non siano un tampone provvisorio a una ferita incurabile non se ne vedono ed è opportuno trovare una drastica, quanto improrogabile, decisione. Il tavolo tecnico di lavoro costituito oggi potrebbe essere una buona base di partenza. (s)

Mario Occhiuto, lo sviluppo dentro il territorio. Convince il progetto di “rigenerazione urbana”

di SANTO STRATI – C’era una volta il comizio: il candidato saliva sul palco, arringava la folla (?) salutava stringendo un po’ di mani e se ne andava. Il candidato di Forza Italia Mario Occhiuto, attuale sindaco di Cosenza, ha rivoluzionato il concetto di comizio mediandolo con l’insegnamento della tv: tanti incontri ravvicinati con la gente, i cittadini, con cui dialogare, esporre programmi ed ascoltare critiche e suggerimenti in diretta. Questa strategia di comunicazione sta, peraltro, dando ottimi risultati. Occhiuto sta raccogliendo molti consensi ovunque si presenti col suo “show” elettorale (in verità molto sobrio e garbato): sono incontri ravvicinati con i cittadini che vogliono riappropriarsi (se qualcuno gliene offre la possibilità) del piacere della politica, ovvero del dialogo diretto con chi sta nel Palazzo, per capire, valutare, decidere. Mario Occhiuto e il suo progetto di “rigenerazione urbana” da applicare a tutto il territorio della Calabria convincono buona parte dei calabresi che vanno ad ascoltarlo: è un segnale positivo che indica come sia possibile riavvicinare alla politica la gente, come si possa riaccendere la passione politica e risvegliare qualche entusiasmo.

Occhiuto, come gli altri candidati alla Cittadella di Germaneto (che intervisteremo nelle prossime settimane) guarda alla vera maggioranza che conta in Calabria, quella degli astenuti. Gente comune, ma anche professionisti, imprenditori, universitari, delusi dalla politica, ovvero dal modo di fare politica che ha contraddistinto gli ultimi anni, che non vanno proprio a votare. Alle passate elezioni del 23 novembre 2014 sono stati più della metà degli aventi diritto al voto (55,93% per l’esattezza) gli elettori che hanno disertato le urne, ovvero circa il 15% in più rispetto alle precedenti consultazioni (quando vinse Scopelliti). Facile intuire che chi intercetta una cospicua parte di questi elettori che non vogliono più andare a votare fa un terno al lotto e ipoteca seriamente la vittoria. Per Occhiuto conterà, crediamo, però anche la sua indovinata campagna di comunicazione che sta producendo ampio consenso. Salvo imprevisti e colpi di scena, la sua strada per Germaneto è quasi tutta in discesa, ma il percorso è comunque accidentato e bisognerà vedere se l’alleanza di governo tra dem e grillini avrà qualche replica anche in Calabria, con qualche figura in grado di raccogliere consensi anche trasversali.

Mario Occhiuto, però, deve guardarsi dal cosiddetto “fuoco amico” in quanto i suoi veri avversari non sono gli antagonisti delle altre parti politiche, ma i suoi amici e compagni di partito e di coalizione. Non è un mistero che la sua candidatura non vada giù, per esempio, ai fratelli Gentile o all’ex sen. Piero Aiello, e che venga continuamente messa in discussione anche da chi ha siglato, tanti mesi fa, a Roma, la sua designazione. Inoltre, il sindaco di Cosenza ha qualche “grattacapo” giudiziario che potrebbe quantomeno imbarazzarlo, ma il suo programma è concreto e meritevole di attenzione. I suoi detrattori lo contestano su tutto, ma nessuno può negare la straordinaria trasformazione che ha saputo dare a Cosenza in questi anni da sindaco: era una cittadina sonnecchiosa con una buona e quotata Università e alcune rendite da far risalire ai suoi grandi uomini politici Giacomo Mancini e Riccardo Misasi, oggi è una piccola metropoli che guarda all’Europa e mostra una grande vitalità in ogni campo. Se Occhiuto riesce a fare per la Regione un decimo di quello che ha fatto per Cosenza, i calabresi dovranno essergli eternamente grati. C’è anche chi contesta la storia del dissesto del Comune di Cosenza, finora evitato e sempre in agguato, ma le opere pubbliche che erano ferme da anni sono state sbloccate e molte sono già una bella realtà. I cosentini, o almeno una buona parte che vive in centro, sono imbufaliti per i disagi nel traffico provocati dai lavori in città, ma le arrabbiature passano, le opere restano.

Nella lunga intervista che Mario Occhiuto ha concesso a Calabria.Live, il candidato governatore espone il suo programma e mostra di avere le idee molto chiare sulle cose da fare. La vera battaglia del futuro governatore, chiunque esso sia, sarà quella contro la burocrazia: ci sono fondi europei che vanno perduti per cattiva gestione delle carte, per insipienza, per colpevole incapacità di burocrati che lasciano scadere i termini e s’impegnano a scoraggiare qualsiasi iniziativa imprenditoriale di privati e soprattutto di giovani. Il lavoro sarà l’obiettivo principale del nuovo governatore e Occhiuto espone la sua progettualità (è un architetto, ricordiamolo) rivelando senso pratico e tanta voglia di fare. Da Viterbo, dove è riunito lo stato maggiore di Forza Italia, probabilmente oggi verrà la conferma definitiva della sua candidatura unica, non solo per gli azzurri, ma per tutta la coalizione di centro destra: l’unità dei tre attori in campo dovrebbe garantire il successo. Auguri. (s)

P.S: Questa intervista (e le altre che seguiranno) non sono spot elettorali: Calabria.Live non parteggia per alcuno, se non per i calabresi e la Calabria tutta. Chiunque ha idee da presentare, argomenti su cui ragionare, troverà qui una piazza aperta e disponibile a diffondere, nella dialettica del confronto, opinioni e proposte. La Calabria ha bisogno di concretezza, non di parole vuote che, ormai, per fortuna, non riescono ad incantare più nessuno. La sfida alle prossime regionale non va giocata sui nomi, ma sulle idee e su propositi realizzativi per far crescere la nostra terra, per dare finalmente un futuro (in casa) ai nostri ragazzi, per trasformare la Cenerentola del Mezzogiorno nella California d’Europa.

Regionali: nel PD il disordine regna sovrano, ma anche il popolo di centro-destra è confuso

di SANTO STRATI – A voler essere generosi si dovrebbe parlare di disorientamento tra gli elettori calabresi del centro-sinistra, ma in realtà il disordine regna sovrano nel PD: il governatore uscente Mario Oliverio insiste con le primarie, ma è stato “scomunicato” dal commissario del partito democratico Stefano Graziano, che palesa i desiderata che provengono da Roma. Zingaretti e la direzione PD non lo vogliono ricandidare, in nome di una “necessaria discontinuità” alla Regione Calabria, ma superMario è convinto di essere nel giusto e rimanda al mittente diffide e inviti al ritiro.  Quando il commissario Graziano da Lamezia ha spiegato chiaramente che chi partecipa alle primarie «è fuori dal PD», Oliverio ha replicato, sempre da Lamezia, che lui «è nel PD. Non sono io che mi pongo fuori dal partito ma è il commissario che vuole sottrarre il Pd ai calabresi. Ho una storia e la rivendico. La mia candidatura è in campo e se ci sono altri candidati si va alle primarie».

Come legittima aspettativa di qualsiasi premier uscente, la ricandidatura di Oliverio, da lui stesso annunciata con largo anticipo, era più che scontata. E nemmeno fermata da iniziative giudiziarie nei suoi confronti (di cui, però, si deve occupare soltanto la magistratura). I guai sono cominciati quando da Roma sono apparsi i primi mal di pancia nei confronti di Oliverio, che lui ha bellamente ignorato e continua a trascurare, convinto di essere nel giusto. Così, in tutta questa confusione, a cui si è aggiunta la nascita di Italia Viva di Matteo Renzi (dei calabresi hanno aderito il sen. Ernesto Magorno e il deputato “estero” Nicola Carè), viene fuori, come ultima ratio, la sola sconsolante soluzione possibile per Oliverio: una lista civica con cui sfidare non solo gli avversari politici, ma anche gli ex-amici dem. Con quali risultati non si sa, se non quello, certo, di creare ulteriore disagio e qualche imbarazzo agli elettori di sinistra.

Il governatore uscente – raccontano alcuni di coloro che gli sono vicini – si sente nel giusto a norma di statuto. È legittima la sua ricandidatura e la sua non è una sfida agli antagonisti che stanno all’opposizione, ma al cosiddetto “fuoco amico” che viene dalle tante, troppe, anime del PD. Oliverio ritiene di essere l’unico candidato possibile e prevedibilmente – a suo dire – vincente in questa campagna elettorale che riserverà – lo diciamo noi – fin troppe sorprese. Il governatore non si fida e diffida di Roma che, invece, continua con affanno a cercare il candidato ideale da collocare al posto dello “scomodo” Oliverio. Ma scomodo a chi? Ecco, è questo il problema n. 1: chi è contro chi, là dove si gioca, colpevolmente, una gara a chi ce l’ha più lungo, si conduce una battaglia sui nomi, non sui programmi, non su quella nuova progettualità di cui ha disperatamente bisogno la Calabria. Forse per questo da Roma non ne fanno una questione di programmi bensì di nomi. Circola persino quello di Nicola Irto, attuale presidente del Consiglio regionale, come «ottimo candidato governatore» (con buone chances di successo e sicuro scontro frontale tra “fratelli-coltelli”).

Del resto, la mossa di Renzi di anticipare la scissione, per la verità, non sconvolge più di tanto gli equilibri regionali. L’ex-premier ha un suo disegno che non rivela a nessuno, salvo a ribadire che non intende entrare in gara a livello di elezioni regionali e amministrative. La politica si gioca in Parlamento e, come ha benedetto le inimmaginabili nozze rosso-grilline per far nascere un inedito quanto sorprendente Conte 2, Renzi adesso può tenere in mano il pallino del Governo, visto che l’attuale maggioranza ha bisogno del voto di Italia Viva. Il programma di Renzi, probabilmente, non è creare dolorose emorragie al PD, quanto risucchiare quei progressisti di ritorno dall’ala centro-destra, che non si riconoscono né negli estremismi salviniani, né nel patetico sovranismo della Meloni o nell’attuale inazione del “leader supremo” (Berlusconi): è un campo fertile, dove seminare e realizzare poi un buon raccolto. Sempre che la voglia di protagonismo non abbia il sopravvento.

Una cosa sarà difficile da realizzare, visto che Renzi ha deciso di non prendere posizioni su nomi e candidature sulle prossime scadenze di Umbria, Emilia e Calabria, e cioè – per quel che riguarda i calabresi – raddrizzare gli instabili equilibri dei dem in regione. Il patto romano (grillini e dem insieme) sarà difficilmente replicabile in Calabria, vista la dura presa di posizione dell’europarlamentare Laura Ferrara e del presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, che vorrebbero che i grillini corressero da soli (con Dalila Nesci candidata?). A Roma l’idea di Pippo Callipo come candidato superpartes col sostegno di dem e grillini non dispiaceva, ma l’imprenditore guarda con scetticismo la disputa, soprattutto dopo i deludenti riscontri delle “Dieci idee per la Calabria”, il movimento da lui lanciato diversi mesi fa di cui si sono perse le tracce.

Se Atene piange, Sparta non ride: non è che in Calabria quelli di destra siano messi meglio: mentre Occhiuto rivendica la sua candidatura ufficiale a nome di Forza Italia, ci sono troppe voci incontrollate su chi dovrebbe riunire il centro-destra per vincere le elezioni. Ci sono posizioni mal condivise contro Mario Occhiuto, che – dal punto di vista del programma – appare un ottimo governatore in pectore e c’è chi rema contro sperando in inciampi giudiziari che potrebbero metterlo fuori gioco. In realtà, Occhiuto mostra serenità e ottimismo: anche Vittorio Sgarbi ha dichiarato di volerlo appoggiare e il contatto ravvicinato con Matteo Salvini, documentato su Instagram dalla showgirl Antonella Mosetti nel corso di una cena romana “riservata” lascia presagire un’ampia convergenza dei calabresi di centro-destra sul suo nome. Sperando che quello di Salvini (che martedì sarà a Cosenza) non diventi il bacio della pantera.

La verità è che i tre leader della destra devono ancora decidere come dividersi (nel senso di sognarne la conquista) le tre regioni chiamate alle urne: Emilia (alla Lega?), l’Umbria (a Forza Italia?) e la Calabria (a Fratelli d’Italia?). Se sarà così, avremo la conferma che in Calabria Occhiuto dovrà inventarsi un ampio scudo di difesa dal fuoco amico che gli metterà contro la pur valida Wanda Ferro per la conquista della Cittadella di Germaneto. Anche qui sorge il dubbio sullo “scomodo” Occhiuto. Possibile che i suoi “nemici” Pino Gentile e Piero Aiello abbiano la forza di mettere in discussione un candidato che, come appare, sta abilmente conquistando il consenso della gente calabrese (che sta incontrando in lungo e in largo nella regione) e ha la benedizione di Tajani? Questa confusione sembra perfetta per perdere una partita che i dem (che ragionano) la danno vinta a tavolino al centro-destra.

In ultimo, come non evidenziare la debole candidatura dell’ex capo della Protezione Civile in Calabria, Carlo Tansi, che ieri a Reggio ha presentato il suo programma contro i riciclati della politica, e la sfida, col supporto degli imprenditori e della società civile in cerca di un serio rinnovamento, di Giuseppe Nucera, ex presidente degli industriali reggini. Occorre vedere le alleanze che questi due outsider riusciranno a siglare nelle prossime settimane e quanta percentuale di delusi della politica ciascuno per proprio conto riuscirà a conquistare: il tempo è pochissimo e rema contro, ma in politica mai dire mai.

Le elezioni, infatti, non sono così lontane (probabilmente si voterà insieme con l’Emilia a fine gennaio) e in questi mesi si preannunciano colpi di scena a ripetizione. La sfida, disgraziatamente, è solo sui nomi, non sui programmi, e già questa è un’ulteriore dimostrazione del decadimento della politica, in Calabria come altrove. Un tempo, la politica era passione, entusiasmo, rigore e autorevolezza, oggi è vuoto totale. Se si riuscirà a risvegliare l’entusiasmo e la passione politica di quella grande massa di delusi/astenuti (oltre il 50% alle passate regionali) sarà soprattutto una vittoria per la Calabria. (s)

L’intera Calabria “zona economica speciale”. L’idea di Confindustria piacerà al Governo?

di SANTO STRATI – Non è una frase ad effetto, ma una proposta seria e sensata e viene da un’autorevole fonte: il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, ieri a Cosenza, con l’assemblea degli industriali cosentini ha lanciato l’idea di far diventare tutta la Calabria una ZES, ovvero una “zona economica speciale” con tutti i vantaggi che essa comporta per attrarre investimenti. Un’idea che tutte le forze politiche calabresi dovrebbero condividere e sostenere e che il Governo potrebbe tenere in seria considerazione. Attualmente in Calabria c’è la ZES di Gioia Tauro che si estende dal Porto fino a Reggio: è appena agli inizi e mostra ancora qualche criticità (soprattutto dalo punto di vista burocratico) ma promette di cambiare radicalmente l’economia di tutta l’area. Perché quindi non valutare, in maniera adeguata, di allargarla a tutta la regione?

Come ha evidenziato l’ultimo rapporto Svimez, la Calabria è l’ultima regione del Sud in tutti i sensi: quest’anno avrà una crescita negativa dello 0,3% sul Pil e dopo un triennio di pur debole ripresa (2015-2017) mostra un forte cedimento negli investimenti (-40%). Il quadro non è allarmante, è disperatamente allarmante. Occorre, dunque, fare del Mezzogiorno una questione davvero nazionale e, come abbiamo pubblicato in questi giorni, il Manifesto per l’Italia, prima, e la successiva garbata lettera di del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte al Quotidiano del Sud/L’AltraVoce dell’Italia, dopo, danno un segnale preciso che farebbe ben sperare in un’attenzione crescente del Governo nei confronti del Mezzogiorno. E la scelta del nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, uno studioso che conosce a fondo i problemi del Mezzogiorno, che avrà un bel po’ di dossier da analizzare ed avviare a soluzione, è un’ulteriore manifestazione di rinnovata sensibilità del Conte 2. Quella del direttore Quotidiano del Sud/L’AltraVoce dell’Italia Roberto Napoletano è una battaglia sullo “scippo” delle ricche regioni del Nord ai danni delle regioni povere del Sud, è un sipario strappato su una realtà che in molti fingono di ignorare e che, invece, il premier Giuseppe Conte, da uomo del Sud, ritiene inaccettabile. Il divario crescente nella distribuzione delle risorse: “Vogliamo – ha scritto Conte a Napoletano – realizzare un piano straordinario di intervento, approntare una cintura di protezione per le aree che soffrono di maggiori disagi dal punto di vista economico e sociale». Quale migliore premessa per prendere in considerazione l’idea di una ZES per tutta la Calabria?

Com’è nata questa proposta? Lavoro, crescita e debito sono state le parole chiave del presidente degli industriali Boccia, per sottolineare la necessità di fare del Mezzogiorno una questione nazionale. E da qui l’idea di creare le condizioni perché ripartano gli investimenti, si realizzino infrastrutture, si offrano opportunità ai giovani. Il presidente Conte ha scritto una cosa molto bella nella lettera inviata al Quotidiano del Sud: «Sono i giovani le uniche eccellenze che non vorremmo più ‘esportare’». Ecco, i giovani, le infrastrutture, un nuovo corso nella mobilità e nei trasporti, serie opportunità di occupazione (ed eventualmente formazione specialistica) per laureati e non, in una terra dove la disoccupazione giovanile segna il 55%. Basta il dato della nuova “emigrazione” intellettuale: negli ultimi dieci anni sono stati 120mila i laureati che hanno lasciato la Calabria, a chiedere il ricorso a iniziative “speciali” (come la ZES) e a una terapia d’urto in grado di fermare quest’emorragia di giovani risorse.

Il prof. Pasquale Amato, apprezzato storico e profondo studioso di cose del Sud, ha citato ieri su FB il dialogo con la nipote Giada invitata a organizzare per le sue amiche una visita al Museo dei Bronzi: «Zio – ha risposto la ragazza – ne è rimasta solo una. Le altre sono scese per le vacanze ad agosto ed ora sono tornate nelle città del Nord dove si sono trasferite». Una malinconica dichiarazione che la dice lunga sull’emorragia, inarrestabile, dei nostri giovani costretti a “fuggire” dalla propria terra in assenza di qualsiasi opportunità. La Calabria rischia di diventare come i paesi dei nostri emigrati oltreoceano degli inizi del secolo scorso: un lontano ricordo dove, con struggente nostalgia, se si può, tornare per qualche settimana e lasciare nuovamente affetti, amicizie, e soprattutto sogni irrealizzabili.

Non possiamo più tollerare che la Calabria, con l’immensa ricchezza di risorse che possiede (clima, paesaggi, tesori archeologici inestimabili, un mare da favola, montagne meravigliose e tantissimo altro) sia abbandonata a se stessa: l’opportunità di creare una ZES dove vivono due milioni di persone oltre che suggestiva è straordinariamente fattibile. E la crescita e lo sviluppo che deve passare soprattutto sulla culture e la formazione ha bisogno di contare, sugli industriali, sulla voglia di fare impresa di chi crede e scommette su questa terra. E va incoraggiato.

Fortunato Amarelli, eletto ieri presidente degli industriali cosentini, è un giovane di 47 anni, un imprenditore che tiene il timone di un’azienda famosa, conosciuta in tutto il mondo, che risale al 1731. Ha scritto su FB: «Un po’ di anni fa quando entrai per la prima volta nella sede di confindustria Cosenza, non avrei mai immaginato quanto l’associazione diventasse importante nella mia vita. Confindustria esaudisce la mia grande voglia di occuparmi di un interesse più collettivo, di poter dare il mio contributo alla società. Credo che sia una responsabilità di tutti, impegnare una parte del loro tempo per il bene comune, ancora di più in Calabria, per il suo riscatto, perché è in assoluto la regione più bella al mondo». Servono dieci, cento, mille Amarelli per questa terra. (s)

Un manifesto per il Mezzogiorno e per l’Italia: solamente se parte il Sud riparte tutto il Paese

di SANTO STRATI – Porta la firma di economisti e studiosi di Mezzogiorno e di legislazione pubblica il Manifesto per l’Italia lanciato da Roberto Napoletano direttore del Quotidiano del Sud-L’Altravoce dell’Italia e che ha trovato subito l’adesione del presidente Conte in una lettera che pubblichiamo nella sezione in primo piano. Un programma in sei punti che sta raccogliendo ampio consenso e che sarà dunque fatto proprio dal nuovo governo come piattaforma di confronto e di dibattito per un grande rilancio delle politiche meridionalistiche.

Tra i primi firmatari il presidente della Svimez Adriano Giannola, l’on. Gerardo Bianco, presidente dell’ANIMI, l’Associazione Nazionale degli interessi del Mezzogiorno d’Italia, Pellegrino Capalbo, professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma, Sandro Staiano, presidente dell’Osservatorio sul Regionalismo Differenziato, Paolo Pombeni, professore emerito dell’Università Alma Mater di Bologna, Massimo Villone, presidente del Coordinamento per la Democrazia costituzionale, Ugo Patroni Griffi, presidente Autorità Portuale Mare Adriatico e Pietro Massimo Busetta, presidente dell’ISES, Istituto Esperti Studi Territoriali.

Adriano Giannola
Adriano Giannola Presidente della Svimez

Perché un “manifesto” per l’Italia? Roberto Napoletano, giornalista di lungo corso, ha coraggiosamente avviato col suo quotidiano L’AltraVoce dell’Italia una inarrestabile campagna contro lo “scippo” del Nord ai danni del Mezzogiorno: sono le cifre a dargli ragione, 62,3 miliardi in termini assoluti della Spesa Pubblica Allargata che si traducono in risorse aggiuntive a favore della popolazione del Settentrione, risorse naturalmente sottratte ai meridionali.

Roberto Napoletano
Roberto Napoletano, direttore del quotidiano L’AltraVoce dell’Italia

La sua battaglia è legittima e sacrosanta e la crescente indignazione che la campagna del suo quotidiano ha suscitato indica chiaramente che non si tratta di pura propaganda sul divario Nord-Sud, ma drammatica realtà: sono numeri certificati dai Conti Pubblici Territoriali, quelli introdotti da Carlo Azeglio Ciampi per avere un controllo reale dei flussi di spesa nazionale. In altri termini, sono le cifre che fotografano la netta differenza di distribuzione delle risorse nell’ambito della spesa pubblica.

Napoletano fa un esempio tra i più significativi (e davvero inaccettabile in nome dell’unità del Paese): a chi nasce ad Altamura, in Puglia, la quota pro-capite per gli asili nido è pari a zero; diventa di 18 euro per chi nasce a Reggio Calabria, ma raggiunge i 3.000 (tremila!) euro per chi nasce in Brianza. Come interpretare questi dati? Non basta, non serve l’indignazione, occorre una “rivoluzione culturale” che smuova le coscienze e induca alla riflessione. Non sarà il “nuovo umanesimo” che tratteggia il presidente Conte (anche perché non si capisce come la pacatezza dei modi suggerita potrebbe cambiare il modo di affrontare i problemi irrisolti del Sud), ma suscitare un dibattito serio in cerca di soluzioni concrete sarebbe già un bel passo avanti.

C’è da inorridire, leggendo, ancora, i dati della spesa per infrastrutture e sviluppo: dal 2009 al 2015 (gli ultimi disponibili), si scopre che al Mezzogiorno è stato erogato lo 0,15% del pil, ovvero quasi niente, circa un sesto di quanto si spendeva nei decenni che precedevano l’entrata del federalismo fiscale. Per non parlare, poi, di mobilità, trasporti, ambiente, dove i problemi sono di portata gigantesca e risentono di una vergognosa politica di rinvii che negli anni non ha fatto altro che acuire il disagio del-e-nel Mezzogiorno, dove la Calabria è ultima tra gli ultimi, nonostante le tantissime risorse inutilizzate e inutilizzabili in assenza di progettualità e programmi sul territorio.

Serve, dunque, un nuovo modo di pensare, un new deal, che permetta al Mezzogiorno di partire, perché – sia chiaro – solamente se parte il Sud riparte l’Italia. Lo deve tenere a mente il presidente Conte ora che non ha mandati “condizionati” e, da uomo del Sud, sa riconoscere l’inadeguatezza degli interventi fino ad oggi pensati (e quasi mai attuati). Non serve una Banca del Sud, come indicato dal suo programma, se non viene affrontato in modo drastico il problema della burocrazia: lacci e lacciuoli che frenano gli investimenti, che scoraggiano gli imprenditori onesti, che soffocano lo spirito d’iniziativa di tantissimi giovani che trovano sempre sbarrati gli accessi al credito. Mancano proprio queste condizioni per poter parlare di sviluppo in Calabria e nell’intero Mezzogiorno.

Il sistema Paese non può prescindere da una totale riorganizzazione delle risorse che consenta parità di diritti e uguali disponibilità, oltre che opportunità di occupazione nell’ottica di una industrializzazione “illuminata” che rispetti il territorio, ma offra condizioni di progresso e occasioni di crescita. L’autonomia differenziata è la negazione di tutto ciò, Calabria.Live lo ha ribadito in più occasioni: è un trucco per dissimulare l’ulteriore rapina autorizzata ai danni di un Mezzogiorno che non cresce per colpa di governanti incapaci e di politici ingordi, le cui malefatte, pian piano, stanno venendo a galla a smascherare interessi di parte e clientele. Ecco perché i sei punti del Manifesto non sono una speranza, ma devono diventare elementi fondativi di un programma di sviluppo che dovrà coinvolgere tutta l’Italia, senza remore e, soprattutto, senza più inutili politiche assistenzialistiche di cui il Mezzogiorno, la Calabria, vogliono proprio fare a meno.

La parola che ricorre è “talento”: ai nostri giovani non viene data la possibilità di mostrare le loro capacità che, invece, le regioni industrializzate (se non vari Paesi esteri) sono pronte ad assorbire e utilizzare (sfruttare?) a proprio vantaggio. Cultura e turismo sono le parole attraverso le quali ipotizzare e realizzare piani di sviluppo e crescita, con evidenti sbocchi occupazionali per migliaia di giovani, laureati e non. Tutto ciò, però, non è nemmeno pensabile se mancano infrastrutture e trasporti. Ci sono le condizioni ideali per attrarre i forestieri, milioni di turisti affascinati da bellezze naturali e paesaggistiche, da tesori archeologici inestimabili (a cominciare dai Bronzi), nonché da un clima invidiabile che dovrebbe trasformare la Calabria nella California d’Europa. Serve qui ricordare le varie declinazioni del turismo aggiuntivo? Non solo vacanzieri, ma turismo congressuale, religioso, culturale, di lusso: il Trentino registra milioni di turisti all’anno e ha l’1% delle nostre risorse in termini di cultura, tradizioni e storia millenaria. Diamoci una svegliata e riapriamo i termini di una nuova questione meridionale a respiro mediterraneo (copyright Paolo Bolano): sul Mare Nostrum vanno individuate le cosiddette autostrade del mare che vedono la Calabria in una posizione ideale e unica. Ma servono idee, progetti e risorse economiche: non manca nulla di tutto ciò, ci sono anche le risorse umane che aspettano solo di potersi rendere utili, manca la volontà di attuare concretamente un piano di cui questo Manifesto per l’Italia è una notevole base di partenza.

Quali sono dunque questi punti? Sul Manifesto per l’Italia – proposto dal Quotidiano del Sud – L’AltraVoce dell’Italia – sarebbe proprio auspicabile vedere un serio confronto tra parti politiche e sociali, cittadini, associazioni e governo:

A) Dare al Sud più infrastrutture efficienti che vuol dire più risorse pubbliche, questo è il primo punto perché usciamo da una lunga stagione di rapina del Nord a spese del Sud, e capacità professionali di spendere bene e presto quelle risorse per fare le infrastrutture che servono non per fare piacere agli amici degli amici; se si vuole ridare competitività all’Italia intera e smetterla di scaricare sull’Europa le proprie responsabilità, bisogna prendere atto che non solo al Sud non arriva il 40% degli investimenti, la cosiddetta quota Pescatore, necessaria per perseguire un effettivo disegno di riequilibrio tra le due Italie, ma si trasferisce addirittura meno di quanto gli spetterebbe in proporzione alla popolazione, il 27,8 rispetto al 34,3, che significa un 6,5% in meno che  vale malcontato 62,3 miliardi. Tale  operazione verità è propedeutica a ogni generica affermazione  di sviluppo, che apparirebbe in questo modo di principio se non di maniera, e a qualsiasi pretesa di maggiore autonomia. La regola Ciampi di destinare al Sud il 45% della spesa in conto capitale mettendo insieme risorse ordinarie  e contributi comunitari aggiuntivi, resta l’obiettivo strategico da perseguire nel medio termine e indica la lungimiranza di uomini che hanno cultura di Stato e di mercato e sanno guardare lontano. Si utilizzino per davvero i 20 miliardi disponibili nel Fondo di Sviluppo e di Coesione e si dimostri di sapere impiegare in cofinanziamento i contributi comunitari con la stessa efficienza della macchina della prima Cassa guidata da Pescatore che l’Economist definì la lepre ed è esattamente la lepre di cui oggi le donne e gli uomini del Sud non la classe politica e i suoi clientes hanno vitale bisogno. Perché la Napoli-Bari e l’Alta Capacità ferroviaria fino a Palermo-Augusta diventino capitoli di spesa, cose che si possano toccare e non enunciazioni programmatiche senza copertura. Insomma, fatti non parole e un ruolo-chiave a livello centrale – tecnico e strategico – che metta in riga le Regioni e sottragga il Sud allo scippo permanente del Nord attraverso i canali istituzionali territoriali, enti collegati e imprese pubbliche. Attenzione, dare al Sud le infrastrutture di cui ha vitale bisogno non significa non fare più opere al Nord, sarebbe suicida, le risorse nazionali e comunitarie ci sono per fare le une e le altre; la dieta che deve fare il Nord, con il suo primato di dipendenti pubblici, riguarda l’assistenzialismo.

B) Avere più impresa privata che è disposta a investire nei territori meridionali attraverso la conferma e il rafforzamento del credito di imposta e la promozione in modo selettivo di Zone economiche speciali (Zes). Sono importanti e possono essere un reale moltiplicatore  se le agevolazioni fiscali aggiuntive rispetto al credito di imposta sono indirizzate in modo selettivo solo in alcune aree delle regioni meno sviluppate del Sud. Possono essere decisive per attrarre investimenti di player internazionali, per il trasporto marittimo e la movimentazione delle merci nei porti del Mezzogiorno. L’importante è che tutto avvenga in una logica sistemica coerente come Paese.

C)  Investire sul talento giovanile. Affrontare e risolvere il tema strategico di chi lavora per questa impresa privata disposta a investire reclutando e motivando le intelligenze disponibili prima che emigrino per non tornare più. Occorre investire in modo significativo e integrato  in scuola, università e ricerca.

D) Dotarsi di un capitale sociale che tuteli gli investimenti nei territori meridionali sottraendo chi ha un minimo di attività in proprio dalla tenaglia della criminalità organizzata e qui è decisivo il ruolo dello Stato centrale; sottrarre agli enti territoriali la gestione delle gare europee per i fondi comunitari, per cambiare approccio, cultura e metodo di lavoro sarebbe bene che a esaminare i bandi di gara e a procedere alle assegnazioni fossero i funzionari europei con tempi certi e criteri trasparenti resi pubblici e consultabili da tutti.

E) La grande Popolare e la nuova Spa con investitori esteri e interconnessioni con  Mediocredito centrale e Cassa Depositi e Prestiti (CDP). Il Mezzogiorno non ha bisogno di una nuova Banca del Sud ma di perseguire e attuare un progetto di aggregazione delle Popolari ripulite, dopo avere venduto crediti deteriorati, senza diritti di primogenia per alcuno, con una governance messa in sicurezza e un capitale adeguato. Da realizzarsi attraverso le citate aggregazioni, operazioni di mercato che coinvolgano imprenditori, investitori internazionali, soggetti istituzionali e, all’occorrenza, con un utilizzo appropriato di strumenti fiscali. Questa  banca, non nuova, frutto di aggregazione tra Popolari e soggetti di mercato, di dimensioni quantitative e qualitative adeguate, avrà un doppio itinerario: la Popolare, acquisizione di banche popolari dove l’azionariato è di qualità e esprime il meglio dell’imprenditoria meridionale da aggregare e consolidare; la SPA che dovrebbe mettere insieme investitori internazionali (ci sono) e un soggetto istituzionale che opererebbe sulla base dello Schema Volontario e, cioè, non ha l’obbligo di intervenire ma decide di farlo perché lo ritiene giusto e produttivo, una specie di Fondo di garanzia, e anche qui c’è un ruolo da chiarire e definire di Cdp. Il senso profondo di questa operazione Banca Popolare del Sud è dare soddisfazione a  tutti  gli stakeholder e dotare il sistema meridionale di uno strumento finanziario che conosce il suo territorio e è in grado di operare con le logiche e le dimensioni del player globale in modo da offrire servizi efficienti e competitivi. 

F) Turismo, cultura, borghi e centri storici. Se si attua per davvero la regola Ciampi per la spesa in infrastrutture di sviluppo, si fanno un vero credito di imposta e le zone economiche speciali, si attribuisce a Bruxelles l’assegnazione dei contributi comunitari e si prosegue nel cammino interrotto di rinnovare la guida di sovrintendenze, musei e altro scegliendo il meglio in casa e fuori, allora la scommessa della cultura e del turismo, l’azienda più conosciuta nel mondo come marchio italiano, è vinta e il talento creativo da primato mondiale dei giovani del Sud avrà opportunità di impiego adeguate al talento e, forse, perfino la Rai riprenderà a investire nei suoi centri di produzione meridionali abbandonati in modo miope e poco rispettoso dei principi costituzionali e dei vincoli da canone pubblico. È un tema, crediamo noi, da magistratura contabile e amministrativa sulle quali insisteremo nelle opportune modalità e nelle opportune sedi.

«Questi – scrivono i primi firmatari– sono i sei punti di un Manifesto che studenti, operai, ricercatori, le forze sindacali, il ceto imprenditoriale e  professionale, le élite e gli stakeholder tutti hanno il dovere e anche il diritto di sottoscrivere e promuovere. Noi ci crediamo e contiamo sulla mobilitazione contagiosa delle coscienze. Senza pretese arroganti o questuanti. Senza revanscismi. Questo Manifesto è per l’Italia. Una volta tanto, dal Sud al Nord». (s)

Sul Sud il Governo non lascia, anzi raddoppia: le due righe del 2018 ora sono diventate quattro

di SANTO STRATI – Diciamoci la verità, il presidente “Giuseppi” Conte due parole in più sul Sud le poteva pure spendere, presentando il programma del suo nuovo esecutivo, invece, dalle due (vergognose) righe del “contratto” del 2018 si è passati a poche righe in più. Però, bisogna riconoscere che, almeno, Conte nel suo programma cita tre volta la parola Mezzogiorno: «…occorre rilanciare un piano straordinario di investimenti per il Mezzogiorno anche attraverso l’istituzione di una banca pubblica per gli investimenti che aiuti le imprese e dia impulso all’accumulazione di capitale fisico, umano, sociale e naturale del Sud. Per le aree più disagiate dobbiamo promuovere il coordinamento degli strumenti normativi esistenti, e intervenire affinché i fondi europei siano utilizzati al meglio per valorizzare i territori». Questo è quanto.

Delude il programma del Governo perché fa un volo d’angelo su quasi tutto, come dire troveremo le soluzioni ad ogni problema, ma dimentica di indicare come saranno finanziate le iniziative e da dove verranno le risorse. È un bel manifesto, fin troppo generico, di buoni propositi, ma da un esecutivo nato dall’inconcepibile (fino a un mese fa) intesa dei grillini col PD ci si poteva aspettare ben altro. È un bel discorso e il presidente Conte mostra non solo che ci ha preso gusto a stare a Palazzo Chigi, ma che ha la stoffa del fine oratore che potrebbe, in prospettiva, svelare inaspettate doti da leader. Inaspettate perché su Conte pesa l’ignobile atteggiamento di supremazia esercitato senza ritegno da Di Maio e Salvini, in nome di chissà quale presunta autorevolezza politica, ma in realtà era semplicemente un fritto misto di arroganza e incompetenza, innaffiata da una buona dose di incapacità. Il “burattino” del governo precedente adesso è diventato burattinaio e non è detto che se, per amor di patria (e di opportunità politica), ha accontentato i capricci del giovane che voleva diventare “Of Maio” facendogli occupare una poltrona assolutamente inadeguata, non sappia a breve mettere a posto lui e tutta la marmaglia che confonde l’istituzione con una gita scolastica fuori porta.

Conte ha presentato il suo programma con capacità di fine dicitore, con la convinzione di chi sa che deve convincere l’oratorio, ma è stata la replica a Montecitorio, interrotta continuamente da una indegna gazzarra inscenata da lega e Fratelli d’Italia, che ha fatto capire che questo governo potrebbe avere chances inaspettate. C’è la spina del Nord che vuole l’autonomia differenziata («Avrà – ha detto il presidente del Consiglio – tutta l’attenzione del Governo») e c’è la necessità del cosiddetto piano straordinario di intervento che deve partire dal Sud. Il nuovo ministro per il Sud, Peppe Provenzano, con l’esperienza della Svimez, insiste – giustamente – che l’Italia riparte se parte il Mezzogiorno: Conte condivide questa posizione, ma ha tenuto a rassicurare le regioni del Nord che tutto sarà armonizzato perché siano soddisfatte le rispettive aspettative. Come farà è una bella domanda, alla quale – crediamo – neanche lui avrebbe la risposta. Sul tavolo del Sud ci sono centinaia di situazioni da sbloccare, soprattutto per la nostra regione: la ZES di Gioia Tauro, i trasporti, la mobilità, gli aeroporti della Calabria, la mancanza di opportunità per i giovani, la lotta alla burocrazia. Quest’ultima non è, però, solo una caratteristica del Mezzogiorno: occorre snellire le procedure, ridurre ai minimi termini la tempistica di approvazione dei progetti, smantellare (e qui è la parte più difficile) le posizioni dei burocrati che rallentano la crescita e scoraggiano le iniziative.

Sul Reddito di Cittadinanza Conte ha espresso convinzione: «È una misura di protezione sociale per i più deboli, occorre addirittura implementarlo», ma il presidente deve tenere bene in mente che i giovani del Mezzogiorno non vogliono sussidi e assistenzialismo, ma esigono opportunità di lavoro e occupazione che permettano loro di progettare il futuro, una famiglia. Se la natalità è in continua decrescita la spiegazione è fin troppo ovvia: senza lavoro, senza prospettive come si fa a mettere al mondo altri figli?

Del resto, Conte punta molto sullo sviluppo locale che è «un prezioso motore di crescita, e molti sono gli interventi che intendiamo fare per favorirlo. È necessario rivedere il testo unico degli enti locali, anche nel caso delle città metropolitane e di Roma Capitale, il cui assetto va riformato. Dobbiamo attuare la legge per la valorizzazione dei piccoli Comuni, sopprimendo gli enti inutili. In questo contesto occorre garantire e tutelare le autonomie a statuto speciale e le minoranze linguistiche». Occorre evitare – ha sottolineato Conte nel suo programma – che «questo sacrosanto processo riformatore possa contribuire a creare un Paese a due velocità, che aggravi il divario tra Nord e Sud». Il presidente del Consiglio insiste a marcare gli obiettivi: «La sfida è di aumentare la partecipazione alla vita lavorativa, soprattuto per giovani e donne particolarmente nel Mezzogiorno; vogliamo offrire loro opportunità di lavoro, salari adeguati, condizioni di vita degne di un Paese civile. Dobbiamo rimuovere gli ostacoli per il raggiungimento di questo obiettivo, riconducibili a varie cause: dinamiche fortemente condizionate dalla nostra storia economica, che non possono trovare soluzione immediate, ma richiedono una riflessione approfondita e sincera su come si è definito lo sviluppo dell’Italia post bellica, della crisi legata

La votazione per appello nominali, conclusa alle 21.23, ha confermato – come era ovvio – che i numeri ci sono: presenti 609, hanno votato 606, 3 astenuti, maggioranza richiesta 304, sì 343, no 263. E al Senato non c’è da aspettarsi alcuna sorpresa (semmai bisognerà individuare eventuali voti extra coalizione), quindi votata la fiducia bisognerà aspettare la nomina dei viceministri e dei sottosegretari perché il Conte-2 prende definitivamente il via. Ognuno faccia la sua parte e, per fortuna, Conte ha tenuto a ribadire la centralità del Parlamento precisando che l’utilizzo sarà effettivamente riservato a reali esigenze di emergenza. Sono promesse di un Capo di un esecutivo che vuole arrivare a fine legislatura. Staremo a vedere (s)

 


IL TESTO COMPLETO DEL PROGRAMMA DEL GOVERNO CONTE 2,
PRONUNCIATO ALLA CAMERA DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIUSEPPE CONTE

Signor Presidente, gentili Deputate, gentili Deputati,
prima di avviare le mie comunicazioni in quest’Aula, concedetemi innanzitutto di rivolgere un saluto e un ringraziamento al Presidente della Repubblica, il quale anche in queste ultime fasi sì determinanti per la vita della nostra Repubblica, esercitando con scrupolo le proprie prerogative costituzionali, ha guidato il Paese con equilibrio e saggezza ed è stato un riferimento imprescindibile per tutti.
Oggi ci presentiamo per chiedere a Voi, rappresentanti del popolo italiano, la fiducia sul nuovo Governo, che sarà mio compito guidare con “disciplina e onore”.
Mosso dal primario obiettivo del perseguimento dell’interesse nazionale, ho sempre inteso il mio ruolo di Presidente del Consiglio come servizio al Paese. Nell’esercitare le funzioni di direzione e di guida della politica generale del Governo, ho cercato di guardare sempre al bene comune, senza lasciare che prevaricassero interessi di parte o le convenienze di singole forze politiche.
Il programma che mi accingo ad illustrare non è una mera elencazione di proposte eterogenee che si sovrappongono l’una con l’altra, né tantomeno è la mera sommatoria delle diverse posizioni assunte dalle forze politiche che hanno inteso sostenere questa iniziativa.
È, al contrario, una sintesi programmatica che disegna l’Italia del futuro. È un progetto di governo del Paese, fortemente connotato sul piano politico, che preannuncia specifiche risposte alle attese e ai bisogni dei cittadini, risposte che ci impegniamo a realizzare con il lavoro e l’impegno delle donne e degli uomini che siedono qui al mio fianco.
È un programma che ha l’ambizione di delineare la società in cui vogliamo vivere noi stessi, che abbiamo già un po’ di anni sulle spalle, ma soprattutto la società che vogliamo consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti, nella consapevolezza che il “patto politico e sociale” che oggi proponiamo a voi e a tutti i cittadini, si proietta necessariamente, per essere sostenibile, in una dimensione intergenerazionale.
Questo progetto politico segna l’inizio di una nuova, risolutiva stagione riformatrice.
Come più volte hanno sollecitato le stesse forze di maggioranza, è un progetto che presenta forti caratteristiche di novità: nuovo nella sua impostazione, nuovo nell’impianto progettuale, nuovo nella determinazione a invertire gli indirizzi meno efficaci delle azioni pregresse; nuovo nelle modalità di elaborazione delle soluzioni ai bisogni dei cittadini, alle urgenze che assillano la società; nuovo nel suo sforzo di affrontare con la massima rapidità le questioni più sensibili e critiche.
Nello stesso tempo, questo progetto – per quanto ben avanzato sul terreno dei contenuti – ambisce a recuperare, con umiltà e contando sull’aiuto di tutti, un metodo di condotta politica che valorizzi, traendo ispirazione dal passato, equilibrio e misura, sobrietà e rigore, affinché i nostri cittadini possano guardarci con rinnovata fiducia, quella fiducia nelle istituzioni che è il presupposto imprescindibile affinché l’azione di governo e, più in generale, le iniziative di tutti i pubblici poteri, possano rivelarsi realmente efficaci.
È un progetto politico di ampia portata, anche culturale.
Vogliamo volgerci alle spalle il frastuono dei proclami inutili e delle dichiarazioni bellicose e roboanti.
Io e tutti i miei ministri prendiamo il solenne impegno, oggi davanti a voi, a curare le parole, ad adoperare un lessico più consono e più rispettoso delle persone, della diversità delle idee.
Ci impegniamo a essere pazienti anche nel linguaggio, misurandolo sull’esigenza della comprensione.
La lingua del governo sarà una lingua “mite”, perché siamo consapevoli che la forza della nostra azione non si misurerà con l’arroganza delle nostre parole.
I cittadini ci guardano, ci ascoltano, attendono da noi una parola e un’azione all’altezza della funzione alla quale siamo chiamati. Si attendono da noi consapevolezza del ruolo e anche un supplemento di umanità. Non possiamo deludere le loro aspettative.
Faccio mie le parole pronunciate dal Giuseppe Saragat nella seduta inaugurale dell’Assemblea costituente: “Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide”.
Lavoriamo dunque, insieme, ogni giorno – nelle aule parlamentari, nelle commissioni, nel governo – per promuovere una democrazia autenticamente “umana”.
In questa prospettiva, il nostro Governo si richiamerà costantemente a un quadro consolidato di principi e valori in grado di offrire respiro e orizzonte alle proprie politiche. Sono principi che ritengo “non negoziabili”, perché universali. Essi si collocano in una dimensione sovra-governativa e non hanno colore politico.
Sono i principi scritti nella nostra Costituzione e che – nei miei numerosi interventi pubblici – ho più volte richiamato, sintetizzandoli con la formula riassuntiva “nuovo umanesimo”: il primato della persona, alla quale la Repubblica “riconosce” diritti inviolabili e, allo stesso tempo, richiede l’adempimento di inderogabili doveri di solidarietà; il lavoro come supremo valore sociale, in quanto rende ogni uomo cittadino pleno iure, in grado di concorrere, insieme agli altri, al progresso materiale e spirituale della società; l’uguaglianza nelle sue varie declinazioni, formale e sostanziale; il principio di laicità e la tutela della libertà religiosa; il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti e la promozione della pace e della giustizia tra le nazioni.
All’interno di questi valori, in questa cornice di riferimento costituzionalmente caratterizzata, si ascrive la nostra azione riformatrice, racchiusa in un programma, del quale sarò il garante e il primo responsabile e che cercherò di tratteggiare – nelle sue linee essenziali – in questo mio intervento.
Gli obiettivi che abbiamo posto a fondamento di quest’azione di governo sono elementi essenziali di un progetto riformatore che mira a far rinascere il Paese nel segno dello sviluppo, dell’innovazione e dell’equità sociale.
Sono molte le sfide che ci attendono, a partire dalla prossima sessione di bilancio, che dovrà indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile, pur in un quadro macroeconomico internazionale caratterizzato da profonda incertezza. Le tensioni commerciali in atto e le conseguenti difficoltà di settori cruciali come quello manifatturiero, caratterizzato da una catena del valore ormai pienamente integrata fra i Paesi dell’Unione, ci obbligano a definire al più presto un’agenda riformatrice di ampio respiro e di lungo periodo per far crescere le migliori energie dell’Italia e per concorrere a rilanciare la crescita sostenibile, l’occupazione e la coesione sociale e territoriale in Europa.
Non possiamo limitarci a porre in essere azioni che intervengano marginalmente sulla struttura del nostro sistema-Paese. Abbiamo l’opportunità storica di imprimere una svolta profonda nelle politiche economiche e sociali, che restituisca una prospettiva di sviluppo e di speranza ai giovani, alle famiglie a basso reddito, oltre che a tutto il sistema produttivo.
Da troppi anni l’Italia fatica ad esprimere il proprio potenziale di sviluppo; cresce a ritmi molto inferiori rispetto a quelli che potrebbero garantire – sul piano sociale, ambientale, economico – uno sviluppo armonico e sostenibile. Ne ha risentito la qualità della vita dei cittadini, la capacità dei giovani di perseguire con piena fiducia i propri progetti di vita, la garanzia di una terza età serena, la capacità della mano pubblica di fornire beni collettivi di qualità, senza i quali non è possibile coltivare nessuna prospettiva di progresso.
Occorre dunque invertire questa tendenza, attraverso un’azione coordinata sul piano interno e a livello europeo.
La sfida sul piano interno è quella di ampliare la partecipazione alla vita lavorativa delle fasce di popolazione finora escluse. Esse si concentrano soprattutto tra i giovani e le donne, particolarmente nel Mezzogiorno. Vogliamo offrire loro, come a tutti gli altri lavoratori, opportunità di lavoro, salari adeguati e condizioni di vita degne di un Paese civile, di un Paese che, fin dal 1948, ha sancito, nella propria Carta fondamentale, il diritto del lavoratore a un’esistenza libera e dignitosa.
Dobbiamo perciò rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento di questo primario obiettivo e che – purtroppo – sono riconducibili alle più varie cause. Alcune sono ascrivibili a dinamiche fortemente condizionate dalla nostra storia economica e non possono trovare soluzioni immediate, ma richiedono una riflessione approfondita e sincera su come si è definita la struttura sociale e produttiva dell’Italia post-bellica e su come essa, dopo un trentennio di straordinario sviluppo economico, sociale e civile, ha affrontato l’impatto delle profonde trasformazioni legate al nuovo ciclo della globalizzazione. Altre cause, invece, sono di più immediata evidenza e, conseguentemente, possono essere affrontate e, in prospettiva, risolte, attraverso una coraggiosa opera di riforma. Ne cito alcune: scarsa formazione, carente dotazione di conoscenze e di competenze, difficoltà di conciliare vita familiare e vita lavorativa.
Scuole e università di qualità, asili nido e servizi alle famiglie, specialmente quelle con figli, saranno dunque le prime leve sulle quali agire.

Il primo, immediato intervento sarà sugli asili nido. Non possiamo indugiare oltre.
Rafforzare l’offerta e la qualità di un’educazione fin dal nido è un investimento strategico per il futuro della nostra società perché combatte le diseguaglianze sociali, che purtroppo si manifestano sin nei primissimi anni di vita, e favorisce una più completa integrazione delle donne nella nostra comunità di vita sociale e lavorativa. Dobbiamo contrastare la falsa mitologia per cui la cura della comunità familiare, dei figli e degli anziani possa essere di ostacolo a una più intensa partecipazione al mercato del lavoro. Il simultaneo perseguimento di questi obiettivi è possibile con adeguate politiche di offerta di servizi alle famiglie, coerente distribuzione del carico fiscale, lotta alla discriminazione di genere, in particolare nei luoghi di lavoro.
Questo Governo, quale prima misura di intervento a favore delle famiglie con redditi bassi e medi, si adopererà, con le Regioni, per azzerare totalmente le rette per la frequenza di asili-nido e micro-nidi a partire dall’anno scolastico 2020-2021 e per ampliare, contestualmente, l’offerta dei posti disponibili, soprattutto nel Mezzogiorno.
È una delle varie misure che introdurremo anche al fine di sostenere la natalità e contrastare così il declino demografico.
Per quanto riguarda la scuola, occorre intervenire per migliorare la didattica e per contrastare la dispersione scolastica, concentrando i nostri sforzi sulla professionalità dei docenti, ai quali occorre garantire la giusta valorizzazione, anche economica, in linea con quanto accade in altri Paesi europei. Occorre anche, in questo contesto, contrastare il precariato, attraverso lo strumento di concorsi ordinari e straordinari, che riconoscano il valore dell’esperienza e, nello stesso tempo, valorizzino il merito – e i meriti – di chi, con passione e vocazione, vuole dedicarsi a far crescere le prossime generazioni. Inoltre, per assicurare l’effettività del diritto allo studio, valuteremo misure a sostegno delle famiglie meno abbienti, soprattutto nell’ottica di un innalzamento dell’obbligo scolastico.
Nello stesso tempo, occorre rafforzare e valorizzare il nostro sistema universitario e di ricerca, che deve spingere l’intero Paese verso le più avanzate frontiere della conoscenza. Occorre incrementare la partecipazione dei giovani alla formazione terziaria per colmare il divario che ci separa dai nostri partner europei, anche attraverso adeguate politiche di sostegno al diritto allo studio. La qualità della nostra ricerca, già eccellente, può e deve essere ulteriormente accresciuta anche attraverso un più intenso coordinamento tra centri universitari ed enti di ricerca, dei quali va assolutamente favorita l’internazionalizzazione. Il sistema di reclutamento va allineato ai migliori standard internazionali e va potenziato anche attraverso l’istituzione di un’agenzia nazionale, sul modello di quelle istituite in altri Paesi europei, che possa coordinare e accrescere la qualità e l’efficacia delle politiche pubbliche sulla ricerca. Nuove forme di finanziamento e formule innovative di partenariato pubblico-privato dovranno essere incentivate il più possibile.
È in gioco il futuro dei nostri giovani migliori. Purtroppo, tra le tante eccellenze del nostro Paese, ve ne è una che – da troppi anni – stiamo “esportando”, al di là delle nostre intenzioni. Sono le nostre ragazze, i nostri ragazzi, soprattutto quelli del Sud, costretti ad abbandonare i propri affetti, i territori in cui sono cresciuti per trovare all’estero nuove opportunità di vita. Occorre invertire questa tendenza, che espone la nostra Nazione al rischio di un inesorabile declino.
I giovani sono la spinta propulsiva senza la quale ogni tentativo di rinnovamento si rivelerebbe vano.
Questo è il Governo più giovane della storia della Repubblica. Non può rinnegare se stesso. Deve assolutamente raccogliere e vincere questa sfida.
L’Italia dovrà essere laboratorio di innovazione, di opportunità, di idee, capace di offrire ai giovani solidi e convincenti motivi per rimanere, hic optime.
Gli anni della globalizzazione ci hanno insegnato che solo il lavoro di qualità è una garanzia contro la povertà e l’insicurezza economica. Vogliamo perciò creare le condizioni affinché il tessuto del Paese sia forte e altamente produttivo e basi la sua capacità di “stare sui mercati” non sul lavoro precario e a basso costo, ma sulla qualità e l’innovazione dei prodotti.
Il modello di sviluppo che intendiamo perseguire è quello di una crescita integrale e inclusiva, che ponga al centro il benessere del cittadino e del lavoratore, nella prospettiva di uno sviluppo equo e solidale.
Ne abbiamo tutte le possibilità. La nostra forza, che ci viene universalmente riconosciuta, è un sistema industriale in grado di far incontrare la produzione di massa con la capacità di personalizzazione del prodotto e la flessibilità nei processi. Occorre rafforzare la determinazione e l’impegno affinché questa spiccata vocazione all’innovazione possa essere adeguatamente sfruttata.
Dobbiamo coordinare in questa medesima direzione l’intervento pubblico e l’iniziativa privata.
L’azione pubblica deve favorire questo processo, definendo le “regole del gioco” e una visione di politica industriale, rilanciando gli investimenti pubblici e creando le condizioni materiali che consentano agli attori privati di agire, di investire, di crescere. Per questo abbiamo voluto creare un Ministero dedicato all’innovazione tecnologica e alla digitalizzazione, che aiuti le imprese, oltreché la medesima Pubblica Amministrazione, a trasformare l’Italia in una vera e propria Smart Nation.
Dobbiamo perseguire una strategia di azione che porti l’Italia a primeggiare, a livello mondiale, in tutte le principali sfide che caratterizzano la “quarta rivoluzione industriale”: una efficiente e razionale politica di investimenti ci consentirà di crescere nella digitalizzazione, nella robotizzazione, nell’intelligenza artificiale.
Questo impegno non riguarda solo l’industria. L’innovazione deve essere il motore che imprime una nuova spinta a tutti i settori dell’economia e della società. La Pubblica Amministrazione dovrà essere alla testa di questo processo realizzando le infrastrutture materiali e immateriali necessarie.
In questa direzione occorrono impegni concreti. Dobbiamo lavorare perché i cittadini abbiano un’unica, riassuntiva identità digitale di qui a un anno. Dobbiamo dotare il Paese di una infrastruttura di comunicazione a banda larga nei prossimi anni. Dobbiamo rafforzare gli investimenti per il fondo di venture capital e sollecitare anche gli investimenti privati nel campo della innovazione tecnologica.
La rivoluzione dell’innovazione non può realizzarsi, tuttavia, senza un’adeguata rete di infrastrutture tradizionali dei trasporti, delle reti dei servizi pubblici essenziali, senza un’attenta politica di difesa del territorio e dell’ambiente. E’ necessario per questo ravvivare la dinamica degli investimenti, sia proseguendo nell’azione di supporto alle pubbliche amministrazioni sia nella definizione delle priorità fondamentali su cui concentrare nuove risorse. Le infrastrutture, in questa prospettiva, sono essenziali per avviare una nuova strategia di crescita fondata sulla sostenibilità. Abbiamo bisogno di un sistema moderno, connesso, integrato, più sicuro, che tenga conto degli impatti sociali e ambientali delle opere.
Renderemo più efficiente e razionale il sistema delle concessioni dei beni e dei servizi pubblici, operando una progressiva revisione di tutto il sistema. Quanto al procedimento in tema di concessioni autostradali avviato a seguito del crollo del ponte Morandi, questo Governo porterà a completamento il procedimento senza nessuno sconto per gli interessi privati, avendo quale obiettivo esclusivo la tutela dell’interesse pubblico e, con esso, la memoria delle 43 vittime, una tragedia che rimarrà una pagina indelebile della nostra storia patria.
Nella prospettiva di un’azione riformatrice coraggiosa e innovativa, obiettivo primario del Governo sarà la realizzazione di un Green New Deal, che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici.
Siamo determinati a introdurre una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. Chi verrà dopo di noi, se mai vorrà assumersi l’irresponsabilità di far tornare il Paese indietro, dovrà farlo modificando questa norma di legge.
È anche per evitare questi rischi che ci adopereremo affinché la protezione dell’ambiente e delle biodiversità, e auspico anche dello sviluppo sostenibile, siano inseriti tra i princìpi fondamentali del nostro sistema costituzionale.
Tutto il sistema produttivo dovrà orientarsi in questa direzione, promuovendo prassi socialmente responsabili che valgano a rendere quanto più efficace la “transizione ecologica” e indirizzino il sistema produttivo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto. D’altra parte – occorre esserne consapevoli – siamo di fronte a cambiamenti epocali, che impongono, a tutti i livelli di governance, di ripensare modelli economici, sociali e di tutela ambientale, per creare nuove opportunità di sviluppo personale, ridurre le disuguaglianze, fare in modo che altre non si creino in futuro e, conseguentemente, garantire l’equità intergenerazionale, per non compromettere la qualità di vita delle generazioni future.
In questo quadro anche l’agricoltura e l’agro-alimentare rappresentano un comparto decisivo rispetto alle sfide che attendono il nostro Paese. E’ dunque necessario sviluppare la filiera agricola e biologica, le migliori e più innovative pratiche agronomiche; conservare e accrescere la qualità del territorio; sostenere le aziende agricole promosse dai giovani; investire nella ricerca individuando come prioritari la sostenibilità delle coltivazioni e il contrasto dei mutamenti climatici, con particolare attenzione all’uso efficiente e attento della risorsa idrica. Riserveremo la massima attenzione al rafforzamento delle regole europee per l’etichettatura e la tracciabilità degli alimenti.
Massima priorità dovranno poi assumere le politiche per la messa in sicurezza del territorio, per il contrasto al dissesto idrogeologico e per l’accelerazione della ricostruzione delle aree terremotate, anche attraverso l’adozione di una normativa organica che consenta di rendere più spedite le procedure, in particolare per la ricostruzione pubblica. Ho incontrato una rappresentanza delle popolazioni colpite dal sisma durante le consultazioni per la formazione di questo governo e più volte, nello scorso anno, mi sono recato nelle zone terremotate, non solo del Centro Italia. Desidero ripetere in quest’Aula quanto ho già affermato durante le consultazioni: la ricostruzione sarà una questione prioritaria di questo governo. Il mio primo impegno pubblico in Italia sarà proprio la visita ad alcuni Comuni colpiti dal sisma: incontrerò sindaci, rappresentanti delle istituzioni locali, semplici cittadini.
L’azione di rilancio degli investimenti, inoltre, passa necessariamente dall’abbattimento del divario fra Nord e Sud del Paese. A questo scopo, occorre rilanciare un piano straordinario di investimenti per il Mezzogiorno, anche attraverso la istituzione di una banca pubblica per gli investimenti, che aiuti le imprese in tutta Italia e dia impulso all’accumulazione di capitale fisico, umano, sociale e naturale del Sud.
Per le aree più disagiate dobbiamo promuovere il coordinamento di tutti gli strumenti normativi esistenti, come i Contratti istituzionali di sviluppo, le Zone economiche speciali e i Contratti di rete, e intervenire affinché i Fondi europei di sviluppo e coesione siano utilizzati al meglio per valorizzare i territori. I Cis, in particolare, sono un esempio virtuoso di azione politica, concreta e rapida, che abbiamo già sperimentato con successo e che intendiamo riproporre in tutte le aree economicamente disagiate del Paese.
Ma per rilanciare efficacemente il nostro sistema produttivo dobbiamo tenere conto delle sue peculiarità e, quindi, dei suoi punti di forza e dei suoi punti di debolezza.
Il nostro tessuto produttivo è composto per larga parte da PMI. Dobbiamo introdurre misure che incentivino le PMI a rafforzare la propria compagine sociale e a dimensionarsi in modo sempre più strutturato e consistente. La sfida della competizione è molto dura. “Piccolo è bello”. Ma il piccolo che è messo nelle condizioni di rafforzarsi, di crescere e di internazionalizzarsi è “ancora più bello”.
Dobbiamo quindi creare le premesse e le condizioni affinché chi voglia crescere e competere più a largo raggio possa farlo consolidando la propria posizione anche nel mercato globale. Tutte le evidenze empiriche ci dicono che quando l’impresa cresce tende a retribuire meglio i propri lavoratori, offre loro migliori condizioni di lavoro e maggiori occasioni di crescita professionale. Le imprese che crescono, mediamente, investono di più nella ricerca e nello sviluppo e offrono opportunità di lavoro anche ai nostri giovani, altamente qualificati, che purtroppo oggi sono costretti a emigrare, favorendo Paesi concorrenti.
Consolidare e strutturare meglio le nostre imprese significa favorirne l’internazionalizzazione e quindi incentivare anche il nostro export.
Su questo fronte il Governo perseguirà una strategia di integrale rafforzamento di tutti gli strumenti che consentono alle nostre aziende di navigare meglio nella competizione globale: promuoveremo ancora più intensamente il nostro made in Italy, universalmente apprezzato, coinvolgeremo tutte le nostre ambasciate in questa articolata strategia, porremo le basi per potenziare tutte le connesse attività di sostegno alle nostre imprese esportatrici: consulenza giuridica ed economica, agevole accesso a un ampio ventaglio di strumenti finanziari e assicurativi.
Una visione coerente e integrata dell’internazionalizzazione del Paese non può trascurare il ruolo di traino del turismo. E’ un settore chiave che contribuisce per più del 10% al nostro Pil. Dobbiamo potenziarlo anche attraverso una seria revisione della sua governance pubblica. Occorre promuovere i multiformi percorsi del turismo, anche attraverso il recupero e la valorizzazione del nostro patrimonio naturale, storico, artistico e culturale, con attenzione particolare alle specificità di alcuni territori, come quelli alpini.
Obiettivi prioritari dell’azione di governo dovranno essere la conservazione e la valorizzazione dello straordinario patrimonio artistico e culturale racchiuso nei nostri territori.
Dobbiamo investire anche nelle imprese che si fondano sulla creatività e generano cultura, ampliando l’accesso ai consumi culturali. Da questi investimenti l’intera società ne trarrà beneficio, anche in termini di maggiore ricchezza e più ampia occupazione.
Più in generale, la crescita patrimoniale e dimensionale delle nostre imprese dovrà essere incoraggiata anche attraverso un’attenta politica fiscale, evitando che quest’ultima diventi disincentivante nei confronti delle imprese che assumono dimensioni più consistenti.
In primo luogo va riconosciuto che gli italiani hanno il pieno diritto a confrontarsi con un fisco chiaro, trasparente, amico dei cittadini e delle imprese. Per questa ragione occorre perseguire una riforma fiscale che contempli la semplificazione della disciplina, una più efficace alleanza tra contribuenti e Amministrazione finanziaria. L’obiettivo primario è alleggerire la pressione fiscale, nel rispetto dei vincoli di equilibrio del quadro di finanza pubblica. Questo Governo perseguirà una strategia molto chiara: tutti devono pagare le tasse, affinché tutti possano pagare meno.
Nella prospettiva di una graduale rimodulazione delle aliquote a sostegno dei redditi medi e bassi, in linea con il fondamentale principio costituzionale della progressività della tassazione, il nostro obiettivo prioritario è ridurre le tasse sul lavoro – il cosiddetto “cuneo fiscale” – a totale vantaggio dei lavoratori, e individuare una retribuzione giusta – il cosiddetto “salario minimo” – garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori, anche attraverso il meccanismo dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative.
Occorre procedere finalmente all’approvazione di una legge sulla rappresentanza sindacale, sulla base di indici rigorosi; vogliamo individuare il giusto compenso per i lavoratori non dipendenti, al fine di evitare forme di abuso e di sfruttamento che solitamente affliggono i più giovani professionisti. Ci prefiggiamo di introdurre una legge sulla parità di genere nelle retribuzioni: è una battaglia che vogliamo portare a termine al più presto in omaggio a tutte le donne.
Intendiamo realizzare un piano strategico di prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Il numero, ancora troppo elevato, di decessi e di gravi infortuni sul lavoro, non può essere tollerato, è un allarme al quale dobbiamo prestare la massima attenzione. Non possiamo accettare che in Italia – nello svolgimento della propria attività lavorativa – si possa morire o subire gravi e irreversibili danni fisici. Occorre anche contrastare le odiose forme di sfruttamento dei lavoratori, che finiscono in non rari casi con l’essere ridotti in condizioni analoghe a quelle che una volta avremmo definito vere e proprie condizioni di schiavitù.
Massima attenzione dovrà essere posta anche sulla tutela dei risparmi dei cittadini. A tal fine, occorre prendere atto che i tre comparti – bancario, finanziario e assicurativo – appaiono sempre più intrecciati tra di loro e le attività di vigilanza dovrebbero ispirarsi a minimi comuni denominatori, con un maggiore coordinamento tra le Autorità competenti, a livello europeo e nazionale, così da garantire maggiore trasparenza e un più accessibile e adeguato livello di informazione sui rischi e sulle condizioni di utilizzo dei risparmi e degli investimenti degli italiani.
Questa è la nostra visione, che si sviluppa su un orizzonte temporale ampio, che finisce per abbracciare l’intero arco della legislatura.
Realizzeremo questa visione tenendo conto dei vincoli di finanza pubblica e della sostenibilità del debito che avvieremo lungo un percorso di riduzione; in questo modo potremo arrivare a liberare nuove risorse, da reinvestire per realizzare a fondo e nel modo più incisivo questa complessiva e articolata stagione riformatrice.
Come dimostra la sensibile riduzione dei tassi rispetto ai livelli dello scorso ottobre, i mercati finanziari stanno investendo con fiducia sulla nuova fase che l’Italia sta attraversando. La diminuzione della spesa per interessi pagati sul nostro debito pubblico è una vera e propria “riforma strutturale”, perché ci permette di allentare quello che è stato il maggior freno alla crescita del nostro Paese negli ultimi decenni.
Ogni euro risparmiato sulle prossime emissioni dei nostri titoli di Stato consente, infatti, di eliminare, immediatamente e automaticamente, il capitolo più improduttivo della spesa pubblica in modo da liberare risorse pronte per essere investite nelle infrastrutture, nella scuola, nella sanità, e nella riduzione del carico fiscale che grava sui cittadini e sulle imprese.
Il nostro è un progetto ambizioso e di lungo periodo, che intendiamo perseguire già con la prossima manovra economica, sulla quale le forze politiche che compongono l’esecutivo hanno già avviato proficue interlocuzioni.
Siamo consapevoli che questa manovra sarà impegnativa.
La sfida più rilevante, per quest’anno, sarà evitare l’aumento automatico dell’Iva e avviare un alleggerimento del cuneo fiscale.
Le risorse saranno reperite con una strategia organica e articolata, che includerà un controllo rigoroso della qualità della spesa corrente – a questo riguardo vanno completate e rese efficaci le attività di spending review – e includerà, altresì, un attento riordino del sistema di tax expenditures, che salvaguardi l’importante funzione sociale e redistributiva di questo strumento, nonché un’efficace strategia di contrasto all’evasione, da condurre con strumenti innovativi e un ampio ricorso alla digitalizzazione.
Il nostro progetto non si limita, chiaramente, all’ambito strettamente economico e finanziario, ma si estende anche ai temi dei diritti, delle riforme dell’assetto istituzionale, della sicurezza, della giustizia e della tutela dei beni comuni.
Promuoveremo una più efficace protezione dei diritti della persona, anche di nuova generazione, rimuovendo tutte le forme di diseguaglianza che impediscono il pieno sviluppo della persona e il suo partecipe coinvolgimento nella vita politica, sociale, economica e culturale del Paese.
È necessario rafforzare la tutela e i diritti dei minori, intervenire tramite più efficaci misure di sostegno in favore delle famiglie (come, ad esempio, l’assegno unico), con particolare attenzione alle famiglie numerose e prive di adeguate risorse economiche. In una società sempre più frammentata, dominata da un individualismo che tende a esaltare i forti e ad annullare i deboli, il ruolo sociale della famiglia diventa sempre più insostituibile. È dunque doveroso realizzare una politica integrata per le famiglie, che offra servizi e condizioni di crescita qualitativamente adeguate in tutto il Paese, anche a sostegno della natalità.
Massima attenzione sarà riservata al tema, particolarmente sensibile, della disabilità. Occorre realizzare una razionale riunificazione normativa della disciplina in materia di sostegno alla disabilità e alla non autosufficienza, promuovendo politiche non meramente assistenziali, ma orientate all’inclusione sociale dei cittadini con disabilità e al pieno esercizio di una cittadinanza attiva. Ci tengo a informare quest’Aula che le deleghe sulla disabilità saranno in capo direttamente alla Presidenza del Consiglio.
Per quanto riguarda il tema delle riforme costituzionali, è nostra intenzione chiedere l’inserimento, nel primo calendario utile della Camera dei deputati, del disegno di legge costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari. Questa riforma dovrà essere affiancata da un percorso volto a incrementare le garanzie costituzionali e di rappresentanza democratica, anche favorendo l’accesso democratico alle formazioni minori e assicurando – nello stesso tempo – il pluralismo politico e territoriale. In particolare, occorrerà avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale. Contestualmente, è nostro obiettivo procedere a una riforma dei requisiti di elettorato attivo e passivo per l’elezione del Senato e della Camera, nonché avviare una revisione costituzionale volta a introdurre istituti che assicurino più equilibrio al sistema e contribuiscano a riavvicinare i cittadini alle istituzioni.
Sarà un percorso di ampio respiro, che caratterizzerà questa esperienza di governo e richiederà tempo, attenzione, competenza. Ogni intervento sul testo costituzionale presuppone, infatti, una scrupolosa verifica degli effetti che può produrre sull’attuale equilibrio di checks and balances, così attentamente disegnato dai Costituenti.
Nel quadro delle riforme istituzionali, è intenzione del Governo completare il processo che possa condurre a un’autonomia differenziata, che abbiamo definito “giusta e cooperativa”. Un progetto di autonomia che salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà e la tutela dell’unità giuridica ed economica. Occorre definire i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali e i fabbisogni standard, attuando compiutamente l’art. 119, quinto comma, della Costituzione, che prevede l’istituzione di un fondo di perequazione volto a garantire a tutti i cittadini la medesima qualità dei servizi.
Queste cautele consentiranno di evitare che questo legittimo processo riformatore possa contribuire a creare un Paese a due velocità, che aggravi il divario fra il Nord e il Sud.
Lo sviluppo locale è un prezioso motore di crescita e sviluppo, e molti sono gli interventi che intendiamo predisporre per favorirlo. È necessario dunque rivedere il testo unico per gli enti locali, introducendo un’Agenda urbana per lo sviluppo sostenibile delle città, delle città metropolitane, di Roma capitale, il cui Statuto dovrà essere profondamene riformato, perché sia più aderente al ruolo che la città riveste, anche in quanto sede delle massime istituzioni della Repubblica. Dobbiamo inoltre attuare la legge per la valorizzazione dei piccoli comuni e sopprimere gli enti inutili.
In questo contesto, occorre anche garantire e tutelare, con la massima intensità, le autonomie a statuto speciale e le minoranze linguistiche.
Il nostro Paese necessita poi di una riforma della giustizia civile, penale e tributaria, anche attraverso una drastica riduzione dei tempi, e una riforma del metodo di elezione dei membri del Consiglio superiore della Magistratura. Questo piano riformatore dovrà salvaguardare il fondamentale principio di indipendenza della magistratura dalla politica.
Dobbiamo potenziare la lotta alle organizzazioni mafiose e rendere sempre più efficace, come già anticipato, il contrasto all’evasione fiscale, anche prevedendo l’inasprimento delle pene, incluse quelle detentive, per i grandi evasori.
La tutela dei beni comuni, infine, è un valore essenziale, che dobbiamo adoperarci per presidiare a tutti i livelli. Intendiamo approvare in tempi celeri una legge sull’acqua pubblica, completando l’iter legislativo in corso; allo stesso modo, il Governo si impegnerà a difendere la sanità pubblica e universale, valorizzando il merito e predisponendo un piano di assunzioni straordinarie di medici e infermieri, potenziandone i percorsi formativi.
Questo Governo sarà anche particolarmente sensibile nella promozione del pluralismo dell’informazione. Ringrazio, in proposito, la stampa, per il suo insostituibile ruolo di ‘termometro’ della democrazia: la garanzia di un’informazione libera, imparziale e indipendente è uno dei nodi nevralgici che definiscono l’affidabilità e la tenuta del nostro Paese e delle sue istituzioni.
La qualità del dibattito democratico dipende, per buona parte, dal contributo critico che viene offerto ai cittadini tramite i mezzi di comunicazione. Confido che i professionisti dell’informazione possano svolgere un’opera di costante stimolo affinché gli esponenti della classe politica si concentrino sempre più sul merito delle questioni piuttosto che sulle polemiche verbali.
Sul piano europeo, la nostra azione di governo potrà avviarsi in corrispondenza dell’insediamento di una nuova Commissione, a cui il nostro Paese ha contribuito in modo primario. L’Italia sarà protagonista di una fase di rilancio e di rinnovamento dell’Unione, che punti a costruire un’Europa più solidale, più inclusiva, più vicina ai cittadini, più attenta alla sostenibilità ambientale e alla coesione sociale e territoriale. Non si tratta di indicazioni astratte, ma di obiettivi fondanti delle istituzioni comunitarie, richiamati dall’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea e che intendiamo attuare pienamente.
Per farlo è essenziale migliorare le politiche e rafforzare gli strumenti e la governance economica dell’Unione europea per favorire la crescita, l’innovazione, la sostenibilità sociale e ambientale, la coesione interna e la competitività nel quadro delle sfide globali. Il Governo si impegnerà nelle sedi europee per realizzare un piano di investimenti sostenibili, per riformare l’Unione economica e monetaria e l’unione bancaria, a partire dall’istituzione di un bilancio dell’area euro, di uno schema di assicurazione europeo contro la disoccupazione e di una garanzia europea dei depositi. In questo quadro occorre anche migliorare il Patto di stabilità e di crescita e la sua applicazione, per semplificarne le regole, evitare effetti pro-ciclici, e sostenere gli investimenti a partire da quelli legati alla sostenibilità ambientale e sociale. Un’impostazione di bilancio pro-ciclica, infatti, rischia di vanificare gli importanti sforzi compiuti sul piano interno per rilanciare la crescita potenziale del Paese, deprimendo la crescita effettiva.
È necessario, infine, attuare il pilastro europeo dei diritti sociali e rafforzare, nell’ambito del sistema euro-unitario, le politiche di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale: dobbiamo ottenere che i profitti vengano tassati dove effettivamente sono realizzati. Dobbiamo infine contrastare pratiche di concorrenza sleale non solo nel campo commerciale ma anche nel campo fiscale, anche attraverso l’introduzione di un’aliquota minima europea per la tassazione delle imprese.
Queste sfide possono essere affrontate con successo, a beneficio dell’interesse nazionale, se le istituzioni dell’Unione europea e la sua coesione interna ne usciranno rafforzate.
Sui vari temi europei, mi sono adoperato sin dalla mia passata esperienza per affermare e rivendicare quelle sensibilità, ancora largamente diffuse nel nostro Paese, volte ad imprimere un salto di qualità circa il ruolo dell’Unione Europea.
Difendere l’interesse nazionale non significa abbandonarsi a sterili ripiegamenti isolazionistici. Difendere l’interesse nazionale significa, come ho sempre cercato di fare, mettere la propria Patria al di sopra di tutto e non farsi mai condizionare da pressioni di poteri economici e da indebite influenze esterne.
Ma perché la difesa dell’interesse nazionale sia davvero efficace occorre prendere parte e incidere nei processi in corso offrendo il proprio contributo critico, in un’ottica di costruttiva cooperazione e di rispetto del quadro normativo vigente.
Insomma, rimango fermamente convinto – ieri come oggi – che è dentro il perimetro dell’Unione Europea e non fuori da esso che si deve operare alla ricerca del benessere degli italiani, aggiornando e rivitalizzando un progetto che ha assicurato – per decenni – pace, prosperità e sempre maggiori opportunità per i nostri cittadini, a partire dai più giovani.
Nel momento in cui l’Europa appare tuttavia sempre più bisognosa di rinnovarsi, occorre elaborare un “vero progetto comune”, in grado di intercettare i bisogni dei cittadini e delle imprese e di fornire così quelle risposte sempre più improcrastinabili. In questa prospettiva, potrebbe essere utile partecipare attivamente alla definizione di una Conferenza sul futuro dell’Europa, per rilanciare – in un mondo in rapida trasformazione – un nuovo protagonismo del nostro Continente.
Solo con un rigoroso impegno e con la postura propria di uno Stato fondatore, possiamo ambire ad ottenere quei risultati verso i quali tutti aspiriamo.
Penso anche all’epocale fenomeno migratorio, che va gestito con rigore e responsabilità, perseguendo una politica modulata su più livelli, basata su un approccio non più emergenziale, bensì strutturale, che affronti la questione nel suo complesso, anche attraverso la definizione di un’organica normativa che persegua la lotta al traffico illegale di persone e l’immigrazione clandestina, ma che – nello stesso tempo – si dimostri capace di affrontare ben più efficacemente i temi dell’integrazione, per coloro che hanno diritto a rimanere e dei rimpatri, per coloro che non hanno titolo per rimanere.
Rivedremo la disciplina in materia di sicurezza alla luce delle osservazioni critiche formulate dal Presidente della Repubblica, il che significa recuperare, nella sostanza, la formulazione originaria del più recente decreto legge, prima che intervenissero le integrazioni che, in sede di conversione, ne hanno compromesso l’equilibrio complessivo.
In materia di immigrazione non possiamo più prescindere da un’effettiva solidarietà tra gli Stati Membri dell’Unione Europea. Questa solidarietà finora è stata annunciata, ma non ancora realizzata. Ho rappresentato con convinzione questa nostra visione ai principali leader europei e continuerò a farlo nel Governo che sta nascendo, nei rapporti con i Paesi partner e i nuovi Vertici europei, da subito con iniziative concrete che devono farci uscire, tra l’altro, da gestioni emergenziali.
Su questo le nostre strutture sono già al lavoro. Ma anche con azioni lucide e coerenti con il nostro approccio, come ad esempio l’istituzione di corridoi umanitari europei.
I contatti che ho prontamente avviato con la neo-Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno già consentito di individuare punti di convergenza decisamente promettenti.
Le sfide globali attualmente in corso richiedono l’affermazione di un “multilateralismo efficace”, importante e irrinunciabile punto di riferimento per un Paese come il nostro che vuole evitare di uscire ridimensionato da un confronto condotto su scala globale.
Su questo decisivo aspetto l’Italia si muoverà con coerenza in tutte le sedi opportune e di concerto con gli altri Stati membri dell’Unione europea, a partire dai vertici del G7 e del G20. Così mi sono del resto posto ancora in occasione dei recenti Summit G20 di Osaka e G7 di Biarritz.
Ciò vale tanto per temi globali, quali il contrasto al cambiamento climatico, quanto per l’attuale dibattito in tema di commercio, in riferimento al quale riteniamo che il protezionismo non rappresenti in nessun caso una risposta adeguata. Sotto tutti questi profili riteniamo che la difesa dei nostri interessi nazionali, unitamente a quella dei nostri valori, debba essere condotta assieme all’Europa.
Ispirato da questo convincimento, a tutela del nostro forte interesse nazionale, ho negoziato con determinazione e con successo a Bruxelles per evitare, per ben due volte in poco più di un semestre, una procedura di infrazione che sarebbe stata esiziale per il nostro Paese.
Quanto, più in generale, alla politica estera, ritengo che l’Italia debba proseguire lungo i tre assi fondamentali che storia, geografia e tradizione politico-culturale ci impongono. Senza con questo perdere di vista le opportunità e le sfide offerte dai nuovi assetti internazionali.
Tali assi, oltre alla nostra responsabilità di Stato membro della Unione europea, sono, come è noto, le relazioni transatlantiche, con il corollario della nostra appartenenza alla Nato e l’imprescindibile legame con gli Stati Uniti e la stabilizzazione e lo sviluppo del Mediterraneo allargato.
Quest’ultima regione è segnata da crisi umanitarie e crescenti conflitti, ma rimane anche terra di grandi opportunità, la cui realizzazione in termini di sicurezza e prosperità è nostro comune interesse.
Il mio incessante e personale impegno a favore della stabilizzazione della Libia ha rappresentato la conferma del livello di priorità attribuito da noi a questa area del mondo (peraltro da me diffusamente visitata allo scopo di promuovere proficui incontri e relazioni politiche). Ma il mio personale impegno non intende certamente fermarsi alla sponda sud del Mediterraneo. Intendo infatti continuare a porre massima attenzione all’Africa, sia rafforzando ulteriormente il dialogo ai più alti livelli, sia facendomi interprete in Europa del ruolo positivo che questo continente deve poter svolgere nelle dinamiche internazionali.
Allo stesso modo, dovrà essere assicurato un rilancio della nostra azione nei Balcani all’altezza del nostro tradizionale ruolo nella Regione e delle sfide e opportunità che da essa nascono.
L’azione di governo che oggi si avvia investirà su queste direttrici per realizzare al meglio tutte le enormi potenzialità che il nostro Paese esprime.
Questo è lo spirito con cui intendiamo continuare a sviluppare i rapporti con i grandi attori globali, – come India, Russia e Cina – e con le aree di maggiore interesse per il nostro sistema produttivo. Tali rapporti, che – anche in prospettiva – riteniamo di fondamentale importanza, dovranno essere declinati sempre e comunque, come ho appena detto, con modalità compatibili con la nostra vocazione euro-atlantica.
La difesa degli assi portanti della nostra politica estera è tanto più fondamentale perché non scontata in un quadro geo-politico in forte movimento qual è quello attuale: essa, rispetto al passato, non è più un automatismo, ma una scelta strategica ancora più consapevole, che va perseguita con coerenza e linearità anche al fine di conservare la massima credibilità al nostro ruolo internazionale.
Anche sul terreno culturale dovremo, con ancor più determinazione, promuovere l’Italia nel mondo, anche valorizzando – attraverso gli Istituti di cultura – lo studio e la diffusione della lingua italiana, preparandoci nel modo migliore a celebrare il VII centenario della morte di Dante Alighieri, nel 2021.
Anche la legge sull’acquisto della cittadinanza italiana da parte di cittadini residenti all’estero che discendono da famiglie italiane appare meritevole di una revisione che, da una parte, valga a rimuovere alcuni profili di disciplina discriminatori e, dall’altra, valga a introdurre anche ulteriori criteri rispetto a quelli vigenti.
Ci aspetta un lavoro intenso. Servono idee, determinazione e visione per procedere senza incertezze, nella consapevolezza che abbiamo un’occasione unica per migliorare il Paese in cui viviamo e che affideremo ai nostri figli.
I cittadini, che in questi anni hanno vissuto gli effetti di una crisi senza precedenti, richiedono alle istituzioni coraggio e alle forze politiche di mettere da parte nuovi egoismi e vecchi rancori, di proiettare lo sguardo in avanti.
Avviamo con coraggio, da oggi, una stagione di rilancio e di speranza, fondata sul dialogo e sul confronto, a tutti i livelli. Sul fronte interno, ascolteremo gli attori della vita sociale e civile, a partire dagli attori istituzionali. Ascolteremo le parti sociali, le associazioni di categoria, i rappresentanti del variegato mondo del terzo settore.
Ascolterò tutti, senza pregiudizi verso nessuno. Ad analogo spirito costruttivo si ispireranno – ne sono certo – tutti i nostri interlocutori.
Nel corso della prima riunione del Consiglio dei ministri sono stato molto chiaro: abbiamo una opportunità unica nell’avviare una nuova stagione riformatrice. Ma la sua realizzazione dipende moltissimo da noi, dalla determinazione, dall’abnegazione e dal senso di responsabilità dei principali attori, che sono le forze politiche di maggioranza e i ministri. Una squadra di ministri competenti, provenienti da forze politiche differenti, avrà l’onore e la responsabilità di offrire al Paese un Governo stabile e autorevole. Dovremo mostrare coesione di spirito e unità di azione, nel segno della collaborazione e della lealtà.
Non sarà facile, dobbiamo esserne consapevoli. Saremo chiamati ad affrontare momenti anche molto duri, in cui forte risulterà la tentazione di indugiare sul proprio “particulare” o di abbandonarsi alle polemiche anche aspre e conflittuali.
Le forze politiche che hanno dichiarato la propria disponibilità a sostenere questo governo hanno dato prova di coraggio.
Hanno messo da parte i “pre-giudizi”, che come riconosceva Hanna Arendt, esistono in politica, sono in parte ineliminabili e sono un pezzo del nostro passato.
Oggi hanno accettato di affidarsi ai giudizi e si impegnano a sollecitare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
E’ per questo che chiedo alle forze politiche, insieme con la fiducia, un impegno, da assumere con la massima trasparenza di fronte al Paese. Nell’interesse dei cittadini, vi chiedo che il confronto sui temi, sulle proposte, sugli indirizzi da perseguire si svolga sempre nelle sedi istituzionali (nelle aule parlamentari, nelle commissioni, nei consigli dei ministri). Dimostriamo ai cittadini che siamo sinceramente e intensamente impegnati a cambiare davvero il Paese, senza lasciarci distrarre da ragioni altre, che non meritano di essere ricomprese in una schietta e onesta dinamica politica.
Non possiamo, nei prossimi mesi, dissipare il tempo a disposizione in litigi e scontri. I cittadini non comprenderebbero. Come ho più volte detto in passato – e lo rivendico come parte qualificante dell’indirizzo politico di governo – dobbiamo essere sobri nelle parole e operosi nelle azioni.
Una sobrietà che, mi auguro, possa essere contagiosa e orientare positivamente i comportamenti dei cittadini, a iniziare dall’uso responsabile dei social-network, che non di rado diventano ricettacoli di espressioni ingiuriose e di aggressioni verbali. Non posso non stigmatizzare, ancora una volta, gli ignobili attacchi indirizzati, nei giorni scorsi, a due mie ministre, la senatrice Teresa Bellanova e l’onorevole Paola De Micheli, alle quali rinnovo la mia partecipe vicinanza.
Questo è il momento del coraggio e della determinazione.
Il coraggio di disegnare un Paese migliore.
La determinazione di perseguire questo obiettivo, senza lasciarsi frenare dagli ostacoli.

Roma, 9 settembre 2019

Provenzano, finalmente un ministro per il Sud che conosce bene i problemi del Mezzogiorno

di SANTO STRATI – Al di là di qualsiasi considerazione politica, di opportunismi e non, sulla nascita del nuovo governo, il Conte-bis, o meglio – come preferisce il presidente del Consiglio – il Conte-2, c’è una notizia che riempie d’aspettativa le popolazioni meridionali: come ministro del Sud è stato scelto, finalmente, un esperto di Mezzogiorno: Peppe Provenzano. Un economista, membro della direzione PD, originario della Sicilia ma trapiantato a Roma da molti anni, dal 2016 vice direttore della Svimez, l’Associazione per lo Sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno fondata nel 1946 da Pasquale Saraceno. 37 anni, Provenzano, laureato a Pisa e con un dottorato in diritto pubblico alla Sant’Anna (e basterebbe questo a qualificarlo!) al Mezzogiorno ha dedicato ampi studi, pubblicando articoli e saggi, ma soprattutto un libro che tornerà – siamo certi – subito alla ribalta: Ma il cielo è sempre più su, dedicato all’emigrazione meridionale dove si parla – a proposito di Termini Imerese e del sogno fallito dell’industrializzazione – del “riscatto di una generazione sotto sequestro”. È un non-politico che ha fatto della politica meridionale la ragione della sua vita: conosce le dinamiche del lavoro ed è stato consulente del ministro Orlando quando quest’ultimo occupava il dicastero dell’Ambiente. Una vasta competenza e una bella intelligenza: insomma, l’uomo giusto al posto giusto, un ministro per il fare e non per dispensare, ancora una volta, “pillole di saggezza” ovvero fuffa inutile. Una bella sfida, ma stavolta dovranno ascoltarlo i sognatori dell’autonomia differenziata e i sostenitori dell’assistenzialismo sfrenato. Ai giovani del Mezzogiorno servono opportunità nella propria terra, non sussidi per sopravvivere. E le occasioni non mancano: nella tecnologia, nell’agricoltura, nel turismo, nei beni ambientali e culturali.

Il Mezzogiorno, nel programma del nuovo governo ha un richiamo al punto 16: «Va lanciato – si legge – un piano straordinario di investimenti per la crescita e il lavoro al Sud, anche attraverso l’istituzione di una banca pubblica per gli investimenti che aiuti le imprese in tutta Italia e si dedichi a colmare il divario territoriale del nostro Paese». Bene, le infrastrutture sono la soluzione principale alla mancata crescita e alla forbice sempre più larga tra Nord e Sud. Proprio la Svimez, nell’ultimo rapporto, aveva evidenziato come la mancanza di una strategia per lo sviluppo determini sempre più la spaccatura del nostro Paese: un Nord ricco e produttivo, un Sud abbandonato a se stesso, dove mobilità e trasporti, tanto per indicarne una, sono le cause principali del sottosviluppo. Quale crescita turistica ci può essere per un’area – appetibilissima – che è priva di strutture ricettive e, soprattutto, non riesce ad offrire soluzioni di mobilità che favoriscano l’arrivo al Sud di vacanzieri? Al Sud – ha segnalato la Svimez – mancano tre milioni di posti di lavoro e la Calabria è l’unica regione italiana che nel 2018 ha accusato una flessione del PIL (-0,3%). Sono gridi d’allarme che i tanti ministri “del Mezzogiorno” che si sono succeduti negli ultimi 25 anni (quando è stato presente un ministero apposito), a quanto pare, non hanno mai tenuto in considerazione. Meno che meno l’ultimo, la pentastellata Barbara Lezzi che, obiettivamente, appariva da subito inadeguata al ruolo e che in 14 mesi ha lasciato evanescenti tracce di un’ancor più evanescente attività, soprattutto in Calabria.

Cosa, dunque, c’è da aspettarsi dal nuovo ministro del Sud? A Provenzano non vanno chiesti miracoli, ma interventi decisi e precisi, secondo un piano di progettualità che tenga conto delle varie esigenze sia produttive che di occupazione e lavoro. Se le aziende tornano a produrre, naturalmente, cresce la domanda di manodopera; se cresce l’occupazione aumentano i consumi e si rimette in moto l’economia. È una considerazione semplice, da studente del primo anno di economia, ma i nostri governanti non la prendono mai in considerazione, vuoi per scarsa sensibilità o, peggio, per colpevole indolenza. Provenzano è un uomo del Sud, ma soprattutto è un uomo che conosce il Sud e i suoi problemi e da lui ci si può attendere la svolta di cui il Mezzogiorno, la Calabria, non possono più fare a meno.

La Calabria, in particolare, ha bisogno di una cura ricostituente molto forte. La prima battaglia che dovrà affrontare il nuovo ministro è quella contro la burocrazia: ci sono provvedimenti e leggi che permettono di creare occupazione e sviluppo, ma le pastoie e le lungaggini burocratiche inflitte agli imprenditori scoraggiano qualsiasi iniziativa. Non si può chiedere tutto agli imprenditori, soprattutto ai piccoli che sono l’asse portante dell’economia del Mezzogiorno, sacrifici insopportabili, in una regione dove il credito delle banche è un miraggio tranne che per i soliti noti, senza offrire l’adeguata assistenza e il pronto intervento di sostegno alle iniziative. Tra il progetto e la sua realizzazione passano anni e quintali di fogli di carta, spesso inutile: quanta occupazione mancata? Non serve molto per semplificare, ma occorre che ci sia prima di tutto la volontà, ma serve anche – e soprattutto –  la competenza necessaria. E stavolta c’è!

Hitachi Rail Italy

L’ultimo esempio delle contraddizioni calabresi viene dalla fabbrica modello che l’Hitachi Rail Italy, rilevando una fallimentare struttura a Reggio (le O.Me.Ca), ha saputo reinventare con maestranze straordinarie e ad altissima specializzazione: da Reggio partono treni completi, tecnologicamente già nel futuro, destinati al Nord, a Milano, in Emilia, in Europa, a Taipei, a Lima, e in ogni parte del mondo, peccato che non saranno mai utilizzati in Calabria. Il trasporto regionale – di cui è stato approvato il Piano 2019-2021 nei giorni scorsi – probabilmente ignora che i bei vagoni a due piani che risolvono i problemi dei pendolari e degli utilizzatori di metropolitane in mezzo mondo, li costruiscono a Reggio. E non è la sola eccellenza che la Calabria può vantare.

Per fortuna, Peppe Provenzano ha masticato pane e Mezzogiorno alla Svimez e queste cose le sa. Siamo sicuri che il suo ministero – anche se senza portafoglio – saprà farsi notare e, alla fine, qualcosa di buono ci sarà pure da attendersi da questo strano governo nato da un’incredibile, quanto inedita, crisi agostana e su cui anche gli scettici, a questo punto, sono costretti a scommettere. Buon lavoro, ministro! (s)

Dall’Aspromonte, la grande sfida della cultura per un diverso modo di raccontare la Calabria

di ALDO MANTINEO – Ieri avevo in mente un Aspromonte. Un tipo di Aspromonte. Non c’ero mai stato così dentro, nel suo cuore verde, e dunque l’idea che avevo – e chissà quanti altri come me – era legata a quel che avevo visto, sentito. O meglio, a quel che nel tempo mi era stato fatto vedere e in ciò che avevo voluto sentire. Un’idea di una montagna dura, praticamente impenetrabile. Diciamo pure ostile. Pesco indietro nella mia memoria di ragazzo di quarant’anni fa e quella era soltanto la montagna che aveva protetto latitanti, nella quale erano stati nascosti ostaggi, dove lo Stato aveva abdicato, forse senza nemmeno combattere in maniera convinta, lasciando campo libero alla ‘ndrangheta.

Che le cose non stessero così mi era comunque stato chiaro da tempo, ma non avevo mai avuto modo di sperimentare che il mio “nuovo” sentire fosse non solo differente rispetto al passato ma anche più adeguato alla realtà.

Oggi, così, ho in mente un altro tipo di Aspromonte. Una montagna non solo aspra ma anche “bianca” (come vuole l’etimo legato alla lingua grecanica)  nel senso di splendente. Una definizione assolutamente calzante per un luogo difficile da attraversare ma di una bellezza naturale assoluta, nel quale le lingue di strada – talvolta più simili a “piste” appena transitabili – ti consentono magari a fatica di inerpicarti ma ti regalano il privilegio di stare più in alto degli stessi uccelli in volo. Un luogo nel quale placidi greggi si prendono la strada e vogliono il loro tempo: per loro non c’è alcun tuo impegno pressante che tenga!

In questo senso il secondo appuntamento con “Gente in Aspromonte”, che ha fatto delle grandi querce del Rifugio Carrà ancora una volta una sorta di arena naturale nella quale si sono – tra l’altro – confrontati modi diversi di raccontare la Calabria e di utilizzare le sue risorse, è stata un’utile occasione. Una manifestazione senza inviti, senza scalette, una sorta di tribuna dalla quale tutti potevano parlare, dire la loro, interloquire,  spiegare e raccontare. Perché se sulla necessità di un “nuovo” racconto della Calabria – per altro argomento del primo appuntamento nel 2018 e che, inevitabilmente, ha fornito lo spunto per la “ripartenza” in questa edizione – non tutti sono stati d’accordo, pochi dubbi vi sono che  qualsiasi racconto, vecchio e nuovo, non ha solo bisogno di chi parli ma anche (se non soprattutto) di chi ascolti. Dunque tanto più un racconto è secco, lineare, privo di fronzoli, tanto più crescerà la possibilità che chi ascolti ne colga appieno il vero senso, la completa portata. Ed allora ecco il punto: ma sin qui quale racconto della Calabria è stato fatto? Questione non di poco conto considerato che un certo tipo di narrazione – da quella dei quotidiani a quella delle fiction televisive – appare più funzionale a una certa rappresentazione.

A me che calabrese non sono è capitato per lavoro di dover contribuire al quotidiano “racconto” della Calabria scoprendola pian piano, giorno dopo giorno, anche attraverso i racconti che mi venivano fatti. Mi sono insomma trovato nella doppia veste, al tempo stesso, di narratore e ascoltatore. E mentre la mia personale “scoperta” procedeva, contemporaneamente mutava la mia capacità di riuscire a contribuire a fare un racconto sempre meno impregnato di logori stereotipi e superati luoghi comuni. E l’ennesima riprova l’ho avuta nella giornata trascorsa a Piano Carrà sperimentando l’ebbrezza del cielo che si imbroncia all’improvviso rovesciando giù un paio di ore di intensa pioggia o facendo gioire la vista di uno spettacolo naturale di rara bellezza e di paesaggi incredibili.

Ecco,  se mai ci fosse realmente bisogno di un “nuovo” racconto della Calabria questo potrebbe forse essere un utile accorgimento: mettere assieme il punto di vista del narratore e quello dell’ascoltatore, senza dare nulla per scontato. Un esperimento che, in qualche misura, è stato fatto durante “Gente in Aspromonte” che – al netto di critiche e polemiche – può rappresentare un utile laboratorio, uno snodo importante lungo quel quotidiano e impegnativo percorso lungo il quale la Calabria, la sua gente (ma il Meridione e i meridionali più in generale) avanza tra mille ostacoli e infiniti pregiudizi. (am)


ASPROMONTE = ASPRO-PONTE
L’OPINIONE DI LOMBARDI SATRIANI

Nel cuore dell’Aspromonte, al Rifugio Carrà di Africo e a Bova si è svolto nei giorni scorsi – promosso e organizzato dalla Regione Calabria – il convegno Gente in Aspromonte 2 con la partecipazione di uomini di cultura calabresi, giornalisti, scrittori, amministratori locali e regionali. Tra i vari interventi, quello dello scrittore Gioacchino Criaco: «L’appuntamento di Africo si conferma ciò che è stato l’anno scorso: il luogo dell’incontro. Un punto in cui i calabresi vengono, si ritrovano e ognuno dice quello che ha in testa. Può dirlo bene o male, ci possono essere delle idee giuste o sbagliate, ma la ragione di un progetto come questo è questa e continuerà ad essere questa: “farsi” un posto di tutti, un luogo libero, in cui ognuno dice quello che gli pare e, rispetto a quello che si dice, ognuno può pensare e dire quello che si vuole. Questa è già una piccola, grande rivoluzione: essere un posto libero. Africo anche quest’anno si è riconfermato un luogo di libertà».

Di particolare rilievo le considerazioni dell’antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani, già preside di Lettere a Unical, ex senatore e presidente dell’AISEA (Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche): «L’iniziativa che si è svolta nei giorni scorsi ad Africo e a Bova è stata, a mio avviso, di grande efficacia, anche per il messaggio che essa, di fatto, ha trasmesso. Proprio nella zona dove hanno vissuto e vivono gli ultimi della storia, regione che nei primi decenni del Novecento il grande meridionalista Umberto Zanotti Bianco raggiungeva a fatica, a piedi, e a dorso di asino, in giorni e giorni di logorante cammino, si sono realizzate una pluralità di voci affermanti la volontà di riscatto, la tenace volontà di non essere confinati nei pregiudizi e negli stereotipi razzisti che ancora perdurano in una parte della società italiana ed è emersa la volontà di andare oltre la ‘ndrangheta, realizzando una summer school nella quale questo fenomeno – da condannare nella maniera più assoluta, senza alcun tentativo di giustificazionismo – vada combattuto attraverso una conoscenza approfondita ed articolata dei suoi vari aspetti, nel linguaggio che è capace di parlare, nei valori che testimonia, anche se in maniera radicalmente distorta, ma che pure affondano le radici nell’antica cultura tradizionale calabrese: l’onore, la dignità, il rispetto della parola data, la serietà nei gesti, nei comportamenti, nelle parole, il rispetto delle donne e così via».

L'intervento di Luigi Maria Lombardi Satriani
L’intervento del prof. Luigi Maria Lombardi Satriani ad Africo

“Tutti questi aspetti, compresi quelli relativi ad una religiosità popolare profondamente avvertita e praticata, – ha detto il prof. Lombardi Satriani – saranno analizzati dai docenti della summer school: giuristi, storici, antropologi, sociologi e tanti altri cultori delle scienze umane. Docenti, tutti, scelti da un Comitato Scientifico che sta per essere costituito, composto da personalità di alto profilo, italiane e di altri numerosi Paesi. La summer school si svolgerà in stretta collaborazione con l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e, in particolare con il prof. Francesco Calabrò, docente di questa università con il quale ho elaborato, in piena condivisione di intenti, tale progetto. Anche attraverso questo progetto sarà testimoniata la volontà che parte da Africo di andare oltre per raggiungere obiettivi di grande respiro, di riapertura a tutte le declinazioni dell’umano. Emblematica, in questa direzione, la proposta che ho avanzato a conclusione dei lavori, per quanto mi riguardava, di trasformare l’Aspromonte in Aspro-ponte: un ponte dalla lingua di Omero alla cultura del Rinascimento italiano, alla cultura del Novecento, nella quale campeggiano le figure, per quanto riguarda quest’area, di Umberto Zanotti Bianco, già ricordato, Edoardo Mollica, Pasquino Crupi, degli scrittori Saverio Strati, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Leonida Repaci, Palma Comandè, Gioacchino Criaco, Mimmo Gangemi e quanti altri, proprio in questa area, si dedicano con enorme impegno, alla scrittura e alla traduzione narrativa delle loro esperienze. Né possono essere dimenticate le varie forme di attività imprenditoriali, progettuali, scientifiche, operative declinate al femminile di cui abbiamo avuto, proprio nella seconda giornata, una suggestiva e coinvolgente testimonianza. Il bilancio provvisorio di questi due giorni, come tutti i bilanci, non può pertanto che essere pienamente positivo». (dc)

Al via la grande metropolitana della Calabria. E biglietto unico per viaggiare sui bus e i treni

di SANTO STRATI – Qualcosa di buono rimane di questa consiliatura regionale ormai agli sgoccioli: è stato approvato dalla Giunta regionale il Programma pluriennale per il trasporto pubblico locale 2019-2021, un piano, per certi versi “rivoluzionario”, che guarda con attenzione ai tanti problemi dei pendolari calabresi (ma anche dei visitatori e dei turisti) e offre qualche significativa soluzione. Prima su tutte l’abbonamento unico, ovvero la possibilità di utilizzare con lo stesso biglietto indistintamente i trasporti su gomma e quelli ferroviari. Il piano è stato elaborato dall’Assessorato alle Infrastrutture guidato da Roberto Musmanno e si basa per valutare il potenziale passeggeri sui dati statistici del l’ISTAT del 2011 (quando c’era più popolazione in Calabria), dati integrati, comunque, da quelli dell’Osservatorio regionale della Mobilità, il che significa, per certi versi, che è persino sovradimensionata la stima del fabbisogno di mobilità. Questo, in altri termini, lascia intendere che il progetto, una volta tanto, non ha respiro corto e offrirà più servizi di quelli realmente necessari per l’attuale popolazione. La Calabria, del resto, ha un serio problema di infrastrutture e di trasporti che dovrà trovare soluzioni in un’ampia progettualità che il prossimo Consiglio regionale deve mettere al primo posto in agenda, accanto alla voce lavoro: costruire strade, allargare viadotti, rimodulare l’offerta di mobilità si traduce in occupazione e sviluppo, oltre che migliorare la qualità della vita dei calabresi (lavoratori pendolari e non) oggi costretti ad attese estenuanti e a coincidenze impossibili anche solo per muoversi all’interno della regione.

Il Piano Trasporti era stato licenziato nel dicembre 2016 dal Consiglio regionale con la sola indicazione dei servizi minimi da erogare. Adesso prima della chiusura della legislatura si è fatto in tempo a predisporre un programma biennale che dovrebbe consentire un adeguato sviluppo al trasporto ferroviario della regione, con un obiettivo ambizioso quanto oltremodo necessario: la concessione dei servizi del trasporto misto, pubblico e privato. Con affidamenti legati a un programma integrato e la realizzazione, in prospettiva, di una grande “metropolitana” regionale che colleghi i punti nevralgici della Calabria, con adeguate frequenze e tempi di percorrenza accettabili. Un sogno? No, un progetto degno della massima attenzione che, per la prima volta, impegna l’Autorità regionale dei Trasporti (ART-Cal) a sovrintendere e portare a compimento gli affidamenti e le procedure che riguardano il trasporto su ferro (Trenitalia e Ferrovie della Calabria) e quello su gomma. L’integrazione, insomma, di un sistema trasporti che provveda a offrire soluzioni per la mobilità all’interno della Regione che era ferma come programmazione agli anni 70 e, in alcuni casi, priva di un razionale coordinamento, con l’infelice risultato di penalizzare e scontentare pendolari e forestieri in vacanza.

Il documento approvato dalla Giunta è frutto di un lungo lavoro preparatorio (oltre 200 pagine) predisposto dal Dipartimento Infrastrutture e Trasporti nella Cittadella di Germaneto, dove accanto ad analisi trovano posto prospettive e programmi con soluzioni da non sottovalutare. Viene analizzato il problema del servizio minimo che dev’essere garantito (si pensi alla mobilità degli studenti durante l’anno scolastico) e vengono indicati i numeri delle connessioni necessarie perché i collegamenti rispondano in modo adeguato alla domanda di trasporto urbano ed extraurbano che proviene da studenti, universitari, lavoratori e semplici cittadini.

Treno in Calabria

L’idea di una sorta di metropolitana a respiro regionale non è nuova, ma questa volta viene delineato il progetto che, nel collegare le aree urbane principali, disegna una specie di numero 8 per il tracciato ferro-tranviario che dovrà unire nord e sud della regione. Il tracciato indicato – secondo il Piano – quando saranno portati a termini i progetti di concessione potrà divenire una realtà in grado di offrire un sistema ferro-tranviario (una metropolitana, insomma) che colleghi tutta la Calabria, con i nodi di primo livello costituiti da Cosenza-Rende e Reggio e quelli di II livello Vibo e Crotone, con le intersezioni di Lamezia e Catanzaro.

L’assessore Musmanno spiega a Calabria.Live che il documento del 2016 indicava le prestazioni minime del servizio da garantire, senza dettagli sulle modalità di trasporto: «Ora, invece, nel piano pluriennale noi entriamo nello specifico sui collegamenti, distinguendo tra quelli ferroviari e quelli su gomma ed è il documento che poi viene dato all’Autorità dei Trasporti calabresi, l’ART-Cal. La quale, a sua volta, ha già sviluppato il programma pluriennale del trasporto pubblico locale, vale a dire il programma di esercizio che sarà posto a base di gara per gli affidamenti dei servizi di trasporto su gomma e per assegnare, sotto la forma di affidamento diretto, i servizi di trasporto ferroviari a Trenitalia e a Ferrovie della Calabria, quelli cioè decisi sulla rete nazionale e sulla rete regionale a scartamento ridotto».

Sul progetto della grande metropolitana regionale, l’assessore Musmanno illustra a Calabria.Live quali sono i passi da seguire: «La questione del servizio metropolitano, cioè del servizio metro-tranviario, fa parte del programma pluriennale del trasporto pubblico locale, ma non è oggi oggetto specifico di affidamento. Noi immaginiamo che il programma pluriennale abbia una validità negli anni 19/21 e che quindi, essendo il programma delle metro-tranvie in corso di sviluppo realizzativo sia su Cosenza che su Catanzaro, ovviamente non è oggetto dell’affidamento dei servizi. Quando questi servizi saranno affidati è chiaro che ci sarà un’autentica rivoluzione in Calabria, accompagnata dal fatto che attualmente nel programma pluriennale è prevista l’adozione del biglietto unico e dell’abbonamento unico. Cioè, per ogni cittadino sarà possibile utilizzare ferro e gomma che, come novità assoluta nel programma pluriennale del trasporto pubblico locale, sono, per la prima volta, servizi integrati».
L’assessore spiega meglio questa innovazione: «Fino adesso in Calabria – dice Roberto Musmanno – non abbiamo mai realizzato un programma pluriennale del trasporto pubblico locale con questa modalità, cioè sono sempre stati programmi – l’affidamento dei servizi esistenti – frutto di scelte che risalgono alla fine degli anni Settanta/Ottanta, quando non c’erano le concessioni regionali che venivano assegnate a delle aziende di trasporto e noi in Calabria non abbiamo mai proceduto con un affidamento dei servizi tramite gara. Per la prima volta, invece, si definisce un programma integrato ferro/gomma su cui gli operatori poi saranno obbligati ad effettuare i servizi secondo regole di mercato che, ovviamente, sono molto più improntate all’efficienza e all’efficacia dei servizi». (s)

I Bronzi di Riace, “Patrimonio dell’umanità”. Tutta la Calabria lo deve chiedere all’Unesco

di SANTO STRATI – La bianca sala incontaminata, ad atmosfera controllata, che ospita i Bronzi di Riace e Porticello al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria offre una magia dirompente: chi ci entra rimane abbagliato e rapito dalla maestosa presenza dei “guerrieri” rinvenuti in fondo al mare di Riace, il 16 agosto di 47 anni fa. Esprimono la bellezza, la forza, il senso della classicità, la testimonianza più suggestiva della millenaria civiltà magnogreca. Hanno i Bronzi una vitale carica che magnetizza in modo unico il visitatore: ci si sente “piccoli” di fronte a questi capolavori dell’umanità, si diviene gradevolmente sudditi del loro fascino straordinario, partecipi e complici del loro mistero. Quell’aura che li rende ancora più affascinanti, per come sono arrivati a noi, dopo 2500 anni, perfetti nella minuzia dei dettagli che lo scultore ha saputo affidare allo sguardo del tempo. I quattro bronzi (c’è anche la cosiddetta testa di Basilea e quella del filosofo rinvenute nelle acque di Porticello, ugualmente meravigliosi esempi della scultura classica che lasciano senza fiato) dunque, meritano ampiamente il riconoscimento di “patrimonio dell’umanità” dell’Unesco, perché la loro casa, unica e inamovibile dimora, diventi uno dei siti che il mondo intero deve imparare ad apprezzare e desiderare di ammirare.

Fino ad oggi ci sono stati timidi tentativi neanche presi in considerazione dai nostri governanti regionali: adesso la direzione del MArRC, il Museo dei Bronzi, sta nuovamente studiando l’avvio delle procedure per proporre la candidatura Unesco, ma serve un comune, serio, impegno perché quest’ipotesi possa trasformarsi in una splendida realtà, orgoglio dei calabresi. I Bronzi, re o guerrieri che rappresentino, realizzati ad Argo, quasi certamente da uno dei più grandi scultori del V secolo avanti Cristo, Pitagora di Reggio, (“recensito” da Senocrate, il primo critico d’arte della cultura magnogreca e da Plinio il Vecchio), sono patrimonio di tutti i calabresi e di tutta l’Italia. Quest’italia che già conta già 54 siti “patrimonio dell’Umanità”, che rappresentano un’attrazione straordinaria per turisti e visitatori di tutto il mondo.

«C’è da tenere presente – sottolinea Patrizia Nardi, esperta in valorizzazione culturale e candidature Unesco, nonché responsabile nazionale del Comitato scientifico ICOMOS per il patrimonio immateriale – che è addirittura più importante il percorso della candidatura dell’obiettivo stesso: esso equivale al coinvolgimento da parte del soggetto proponente (in questo caso Il Museo dei Bronzi) di tutto il territorio, degli attori istituzionali (Regione, Province, Città Metropolitana), e di tutta la comunità culturale e intellettuale, ma anche dei semplici cittadini».

Questo percorso – dice la dott.ssa Nardi – diventerebbe, nel caso specifico, portatore di una grande attenzione sulle ricchezze del nostro territorio: «Noi calabresi non abbiamo consapevolezza del nostro patrimonio culturale. E dei Bronzi persino i calabresi conoscono poco o nulla, i più sanno solo che sono stati rinvenuti nel mare di Riace da cui hanno preso il nome, figurarsi nel resto del mondo. Occorre pensare a un processo di valorizzazione che apra all’intera storia della Calabria. La candidatura UNESCO significa chiedere anche un ruolo attoriale delle scuole per un approccio non occasionale della storia della Calabria, con il coinvolgimento dei ragazzi e dei giovani calabresi che, il più delle volte, nulla sanno della propria terra. Per questo la candidatura va sostenuta da tutta la comunità».

Quindi l’iniziativa deve, dunque, prendere consistenza immediata perché il percorso di candidatura diventi piattaforma di confronto con il coinvolgimento di tutti i soggetti istituzionali. «Non è una cosa semplice – avverte Patrizia Nardi – però la preparazione della candidatura significa aggregare interessi comuni (e in Calabria è difficilissimo, ndr) ed equivale a focalizzare aspetti trascurati della valorizzazione del bene su cui si richiede il “sigillo” UNESCO. Ci sono molte convenzioni cui fare riferimento nel proporre la candidatura sui Bronzi, che sono comunque già patrimonio dell’umanità perché rappresentano un simbolo di civiltà e di cultura del Mediterraneo anche grazie alla loro bellezza incomparabile. La candidatura UNESCO non è un esercizio di stile. Diventare patrimonio UNESCO significa l’assunzione di maggiore responsabilità dei protagonisti istituzionali per la salvaguardia del bene protetto, il che significa incremento di iniziative per la promozione e la loro tutela.

La reputazione dei Bronzi è elevata, ma ancora modesta rispetto alla reale potenzialità e la loro notorietà è appena percepita nel mondo: sui Bronzi deve essere avviato un importante e strategico processo di comunicazione e di marketing territoriale che faccia da attrattore mondiale per la Calabria. Sono le uniche testimonianze bronzee, a figura intera, fra i cinque bronzi più conosciuti al mondo dell’età ellenistica, che l’Italia può vantare. Il museo sta registrando quasi duemila presenze al giorno, ne potrebbe avere dieci volte tanto, se non ci fossero gli ostacoli relativi a mancanza di ricettività, disorganizzazione territoriale, difficoltà nei collegamenti. I turisti possono arrivare, arriveranno, ma bisogna offrire loro accoglienza, ricettività, soluzioni di mobilità.

Serve, dunque un impegno comune: il Consiglio regionale, la Giunta regionale, la Città Metropolitana di Reggio, le altre province calabresi, le forze politiche, i rappresentanti della cultura, l’Università, il mondo dell’Istruzione, tutti insomma devono affiancare il Museo dei Bronzi e spingere per una candidatura che difficilmente potrebbe venire respinta. La procedura non è semplice, ma i Bronzi hanno un fascino che conquista chiunque.

Il Bronzo A

E, per favore, smettiamola con le stupide questioni di territorialità sollevate da qualcuno. Quest’estate, come avviene frequentemente, non sono mancate le abituali polemiche agostane sul presunto “esilio” dei Bronzi a Reggio: ma quale esilio? Di cosa stiamo parlando? Sui Bronzi sono diventati tutti grandi esperti di archeologia, ma l’obiettivo – miserevole – è il tentativo di avere un po’ di notorietà. La Città di Reggio ha un patrimonio ineguagliabile di civiltà e di cultura e il suo Museo archeologico, progettato da Paolo Orsi, il precursore dell’archeologia in Italia, è la dimora ideale non solo per i quattro meravigliosi bronzi ma per tutta la eccezionale varietà di reperti che raccontano la Calabria dall’era neolitica ai bizantini, passando ovviamente per i fasti della Magna Grecia. I bronzi sono stati realizzati ad Argos, perché all’epoca era frequente ospitare le botteghe d’arte nei luoghi dove sarebbero poi state erette le statue, quasi certamente da un grandissimo scultore reggino (Pitagora, allievo della scuola di Clearco), poi sono finiti a Roma e il destino, beffardo, li ha riportati al mare della Magna Grecia. Il mare di Riace che appartiene alla Città metropolitana di Reggio, anzi di Reghion, la prima polis fondata nel 730 a.C., città simbolo fondata dai calcidesi (migranti ante littteram e non colonizzatori).

Il caldo, però, si sa, a volte dà alla testa e la voglia di apparire, cercando facile ospitalità sui giornali, può giocare brutti scherzi: finiamola con la storia di un “preteso” ritorno dei bronzi ai luoghi del rinvenimento e pensiamo all’UNESCO. Questo sì che è un argomento serio che dovrebbe trovare spazio sui media non solo locali, ma internazionali. (s)

Abbiamo sentito il parere del prof. Pasquale Amato, storico, tra i relatori dell’incontro Grecia, Magna Grecia Europa, che nei giorni scorsi ha “riletto” gli atti del convegno internazionale dello scorso settembre in una intensa e affascinante due giorni a Bova e Bova Marina. Ecco il video dell’intervista: