CALABRIA, 30MILA DONNE SOLE CON BIMBI
MA PER LE ISTITUZIONI SONO “INVISIBILI”

di MARIO NASONE – L’incontro tenutosi alla Sala Falcomatà del Comune di Reggio ha acceso i fari su una delle povertà del nostro territorio, quella dei trentamila nuclei monogenitoriali in Calabria di madri con figli minori che la politica regionale e locale finora non ha ascoltato. Servirebbe in primis una legislazione regionale in grado di recepire e prevedere servizi e opportunità d’integrazione lavorativa e sociale per queste fasce sociali svantaggiate che non ha rappresentanza politica, di là dagli slogan e delle manifestazioni di rito sulle pari opportunità’ e sulla denuncia delle discriminazioni.

Con il coordinamento di Lucia Lipari, vice presidente di Agape, è stata Angela Martino, assessore alle pari opportunità del Comune di Reggio, ad ammettere nella sua introduzione ai lavori che le istituzioni fanno fatica a intercettare queste povertà ancora invisibile e a dare risposte che di fatto sono delegate al terzo settore. Per questo il Comune ha lavorato nei mesi scorsi con le altre istituzioni e con il terzo settore per predisporre un protocollo d’intesa come strumento per iniziare a dare alcune risposte in particolare per favorire i percorsi di autonomia lavorativa e sociale di queste donne.

La costruzione di questo accordo ha visto protagonista la Coop Sole insieme che, con la sua presidente Giusi Nuri, è intervenuta raccontando come in tanti anni ha incontrato, assieme ad Agape, tante storie di donne che vivono questa condizione di sofferenza e di abbandono che con dignità chiedono non di essere assistite ma accompagnate in un cammino di riscatto e di autonomia che passa innanzitutto attraverso il lavoro.

Un dato confermato dall’esperienza da poco conclusa dalla Cooperativa assieme ad altri partner di un progetto finanziato dal Comune che ha permesso a diverse donne di fare esperienze importante grazie anche ai tirocini formativi realizzati presso la sartoria di sole insieme. Un modello di intervento che attraverso il protocollo e la coprogettazione può essere migliorato, esteso e soprattutto che aiuti a dare continuità agli interventi.

Favorire un modello di welfare che vada oltre la categorizzazione delle persone ed includa anche il sostegno delle famiglie monogenitoriali è stato l’auspicio di Luciano Squillaci del Forum regionale del terzo settore in grado di offrire politiche di aiuto costanti e mirate. Concetto ribadito dal presidente della Piccola Opera Papa Giovanni, Pietro Siclari, che ha segnalato l’azione importante che le associazioni stanno dando per garantire accoglienza alle donne in difficoltà come i centri anti violenza e le case rifugio, servizi che però non sono sufficienti perché quando queste escono dalle comunità e devono costruirsi un futuro trovano muri e chiusure davanti a loro, sia nelle istituzioni sia nella comunità civile.

«Dove vado? Cosa faccio? Come posso mantenere mio figlio?» Sono le espressioni più ricorrenti in loro ed emerge con ineluttabile drammaticità la mancanza di formazione professionale, di un lavoro, di una casa, di punti di riferimento affettivi e di servizi di sostegno per la crescita del bambino. Lucia Di Furia, commissaria Asp di Reggio, ha affermato che questa sfida deve essere raccolta da tutte le istituzioni ed anche l’Azienda sanitaria farà la sua parte aderendo al protocollo ed impegnandosi a valorizzare in particolare il ruolo dei Consultori attraverso il potenziamento degli organici che vede gravi carenze per quanto riguarda le figure fondamentali come i neuro psichiatri infantili, gli psicologi. gli di assistenti sociali.

Per dare una informazione puntuale ai cittadini sullo stato dei servizi terrà al termine del suo mandato un report. Il consigliere delegato al Welfare Domenico Mantegna, nel suo intervento ha affermato che è tempo di ascoltare questo disagio e dare risposte concrete. Con il suo Ente ha dichiarato la disponibilità di aderire al protocollo mettendo in campo delle risorse come ad esempio borse lavoro e percorsi di formazione professionale per aiutare queste donne ad inserirsi nel mercato del lavoro.

Il presidente della commissione politiche sociali del Comune Carmelo Romeo ritiene che questa tematica deve trovare spazio nel piano di zona del comune, che tanto si può fare attraverso anche l’utilizzo dei beni confiscati e si è impegnato a fissare una audizione su questo argomento della commissione con le associazioni.

Due contributi importanti ai lavori sono pervenuti dalla ricercatrice dell’Unical, Giovanna Vingelli, che ha fatto uno spaccato della condizione delle madri sole in Italia ed in Calabria riconoscendo che rappresenta un mondo ancora inesplorato e che servono studi più approfonditi per avere una lettura più completa di questa povertà anche per i cambiamenti che si sono avuti nel sistema familiare. La senatrice Tilde Minasi, bloccata per i lavori parlamentari, ha inviato un messaggio in cui si impegna a sostenere a livello di politica nazionale e regionale le sollecitazioni emerse dal Forum. Tutti gli interventi hanno aderito alla proposta di inserire nel protocollo una sorta di cronoprogramma degli obiettivi che si intendono perseguire attraverso delle verifiche periodiche per rendicontare quanto realizzato.

Nelle conclusioni Mario Nasone presidente del Centro Comunitario Agape, citando alcune storie di vita, ha invitato tutte le componenti istituzionali e sociali coinvolte ad ascoltare le grida di aiuto che vengono anche dai tantissimi bambini e adolescenti che vivono questi contesti di abbandono e spesso della cosiddetta violenza assistita. Servono azioni di tutela e di accompagnamento fin dai primi anni di vita per quei minori che già dalla nascita sono a rischio sociale con un ruolo importante dei reparti di maternità e dei consultori. Ha ricordato che ancora il Gom non dispone del servizio sociale professionale presidio fondamentale anche per queste aree di disagio.

Serve un welfare di comunità dove insieme istituzioni e associazioni decidano finalmente di fare rete e si diano si diano un programma di azioni concrete, attraverso un cronoprogramma che fissi obiettivi, scadenze sugli impegni che si assumeranno i sottoscrittori del protocollo. (mn)

[Mario Nasone è presidente del Centro Comunitario Agape]

L’EUROPA INSISTE: SI DEVE FARE IL PONTE
GLI SCIENZIATI: NON SI È SPRECATO NULLA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA«É necessario dialogare con l’Europa ed è necessaria una comprensione da parte dell’Unione Europea, che deve mettersi in discussione: tempistiche così stringenti non permettono di mettere a terra opere che sono strategiche perché entro il 2026 è impossibile. Forse è meglio guadagnare qualche anno rispetto al 2026 e mettere a terra, almeno per i grandi progetti, qualcosa che serva davvero allo sviluppo del Paese».  

Cosi il Presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, Governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, ma anche un esponente di rilievo della Lega.  

Non so fino a che punto è possibile che la Commissione Europea possa prendere in considerazione richieste di allungamento dei tempi, considerato che,  per l’Italia, l’elemento temporale oltre che quello territoriale è fondamentale rispetto agli obiettivi che la stessa Unione si è posta.  

E che in ogni caso l’allungamento potrebbe mettere in discussione tutto la costruzione dei piani nazionali, perché é facile che le richieste dell’Italia possano essere reitirate da altri Paesi, che hanno problemi analoghi. 

Ma vi è un progetto indiscutibilmente eccezionale per la sua importanza per tutta  l’Europa, per la sua caratteristica di opera assolutamente di eccellenza che porta avanti la ricerca scientifica in un campo importantissimo per l’universo, paragonabile alle imprese di conquista dello spazio.

Ma l’opera rischia di essere accantonata per la solita mancanza di risorse che caratterizza il nostro come tanti altri Paesi. Parlo del Ponte sullo stretto di Messina. 

Trentanove alti accademici , ingegneri, architetti e dirigenti di varie società della comunità scientifica internazionale hanno firmato un documento che afferma: «Noi che parliamo una sola lingua, quella della scienza e dell’ingegneria, affermiamo che il ponte sullo stretto non è una storia di sprechi, ma al contrario è un’impresa che ha portato all’Italia e alla comunità scientifica internazionale uno straordinario bagaglio di specifiche conoscenze multidisciplinari che sono state riconosciute ed oggi ricercate in tutto il mondo». 

Contrariamente alla vulgata nazionale che ne fa un progetto di sprechi e di ruberie.             

 Anche il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, che dell’impresa della costruzione del Ponte sullo Stretto ha fatto un obiettivo del suo ministero, mettendoci la faccia, su una impresa che é facile contestare e che dà materiale infinito a tutti i comici italiani ma anche a molti pseudo ricercatori che sul no al ponte hanno costruito la loro carriera, torna a parlare del Ponte sullo Stretto di Messina: «Lo Stato italiano sta investendo 11 miliardi di euro sulle ferrovie siciliane per modernizzarle e velocizzarle e altri 11 miliardi per modernizzare le ferrovie tra Salerno e Reggio Calabria. Basta un bimbo di quinta elementare per capire che è necessario un ponte che colleghi altrettanto velocemente la Sicilia all’Italia e all’Europa. Investire quei soldi senza il ponte sarebbe economicamente e culturalmente una sciocchezza». 

Ma di là della logica stringente che porta verso la realizzazione, in tempi relativamente brevi, del collegamento stabile non si può non fare a meno di notare come l’evoluzione del patto di stabilità, le esigenze sempre più pressanti in presenza di una inflazione che stenta ad essere bloccata e quindi a trovare risorse importanti per sostenere, anche con la diminuzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori salari e stipendi che sono sempre più contenuti ed inadeguati rispetto al costo  della vita,  portano naturalmente ad evitare stanziamenti importanti, che dovrebbero avere una dimensione di perlomeno 2 miliardi l’anno per i prossimi sei anni, per un’opera che molti potrebbero sostenere, appoggiati dalla grancassa della Stampa, di Repubblica, del Fatto Quotidiano, del Domani e di molte emittenti televisive, non è il momento per essere realizzata.   

Cioè é facile che si ripeta la sceneggiata di Monti, che con un colpo di gomma fece saltare un investimento che era già nella sua fase attuativa, con un bando regolarmente vinto e affidato e con il rischio che comportava in termini di credibilità internazionale oltreché di possibili vertenze giudiziarie. Adesso la cosa più facile è che si dica che non è questo il momento adatto.

E allora che il ministro Raffaele Fitto, meglio ancora la stessa presidente Giorgia Meloni,  possa chiedere alla Commissione che per un’opera così eccezionale, in un momento in cui l’Italia rischia di perdere risorse già assegnate ed in ogni caso che la destinazione voluta  verso il Mezzogiorno possa essere dirottata altrove, si possa portare la scadenza del Pnrr per la sua  realizzazione al 2030, prorogando di quattro anni la scadenza del 2026,  in modo da poterlo finanziare integralmente, non è un fatto non sostenibile.

D’altra parte le affermazioni del direttore di  Webuild, Michele Longo, nel corso di una audizione parlamentare in merito alla realizzazione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria sono incoraggianti. “Il Ponte sullo Stretto di Messina è un’opera immediatamente cantierabile. Appena sottoscritto l’atto aggiuntivo per il ripristino del contratto, il progetto può partire. La durata della progettazione esecutiva è prevista in 8 mesi, mentre il tempo necessario per la costruzione del ponte sarà di poco più di 6 anni.

L’importo relativo alla costruzione del ponte, come sola opera di attraversamento, è di circa € 4,5 miliardi, corrispondente a circa il 40% del valore totale del sistema infrastrutturale che include il ponte e tutte le opere accessorie. Il restante 60% è infatti relativo a un complesso di opere di collegamento e potenziamento della rete stradale e ferroviaria sui versanti Sicilia e Calabria, e a un numero considerevole di interventi di riqualifica del territorio e di mitigazione del rischio idrogeologico. 

Il progetto avrebbe un forte impatto economico e occupazionale sul territorio, con un incremento atteso sul Pil nazionale pari a €2,9 miliardi l’anno, pari allo 0,17% , e con il coinvolgimento di circa 300 fornitori, soprattutto piccole e medie imprese del territorio. Si prevedono inoltre oltre 100.000 persone potenzialmente impiegabili nel corso della vita del progetto, incluso l’indotto generato, con personale prevalentemente assunto in regioni come Sicilia e Calabria, con alto tasso di disoccupazione”. 

Se a queste evidenze si aggiunge anche il costo dell’insularità della Sicilia, calcolato da Prometeia in 6,5 miliardi l’anno, non si riesce più a capire quali possono essere i motivi per non andare avanti velocemente nella realizzazione dell’opera se non quelli di lobbies interessate a proteggere i loro investimenti sul porto di Rotterdam o su quelli di Genova e Trieste o ancora interessi più localistici  riguardanti l’area dello stretto, che con l’attraversamento dei traghetti dà lavoro e utili ad alcune società che lì operano. Ma superare tali ostacoli é compito di un Paese serio. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud L’Altravoce dell’Italia]

SANITÀ IN CALABRIA: UFFICI PIENI, MA LE
CORSIE SONO IRRIMEDIABILMENTE VUOTE

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Sono almeno 570, tra medici e infermieri, a essere stati sottratti in tutto, o in parte, alle corsie ospedaliere e destinate a ruoli amministrativi. È quanto è emerso dal report Uffici pieni, corsie vuote realizzato e presentato dal consigliere regionale del M5S Davide Tavernise.

Dal report è emerso che almeno 62 sono le unità di personale sanitario impiegato in attività rientranti nel ruolo amministrativo o comunque adibito a mansioni diverse da quelle per le quali è stato assunto. Almeno 508 invece le unità di personale sanitario con inidoneità  certificata o idoneità con prescrizioni limitanti per lo svolgimento delle mansioni per la quale è stato assunto.

«Come si diceva – ha spiegato il consigliere regionale – il dato cristallizzato è parziale poiché molte Asp, dopo 7 mesi dalla prima richiesta, non hanno ancora fornito le infomarzioni. Le risposte sono arrivate dal Pugliese-Ciaccio, dal Mater Domini, dal Gom di Reggio Calabria e dall’Annunziata di Cosenza come Aziende Ospedaliere. Ha risposto anche l’Asp di Crotone e sono incompleti i dati forniti dall’Asp di Catanzaro. Nel conteggio mancano tutti i dati relativi  all’Asp di Cosenza, salvo lo Spoke di Corigliano-Rossano, e non esistono dati riguardanti tutta l’Asp di Vibo Valentia e quella di Reggio Calabria».

«Ma perché mai le Asp, nonostante i formali richiami – si è chiesto Tavernise – non hanno fornito i dati richiesti? Senza voler pensare male, la sensazione è quella che le stesse Asp disconoscano il fenomeno nella sua reale portata».

Dal report, infatti, è emerso come all’Asp di Catanzaro, per quanto riguarda il personale adibito ad attività amministrativa, ci sono tre dirigenti medici e due collaboratori professionali sanitari, 1 collaboratore professionale sanitario e 1 tecnico sanitario di radiologia medica. Il personale con inidoneità certificata, invece, sono 18, tra cui 4 tecnici sanitari di radiologia medica, 5 operatori socio-sanitari, 2 operatori tecnici, 1 tecnico ausiliario, 1 dietista e 1 odontotecnico.

All’Asp di Cosenza, tra il personale adibito ad attività amministrativa rispetto al ruolo per cui si è stati assunti, si contanto 3 dirigenti medici e 24 collaboratori professionali sanitari-tecnici sanitari, 18 infermieri, 3 operatori socio sanitari, 2 operatori tecnici 1 e ostetrica. Il personale con idoneità certificata (con giudizio di idoneità con prescrizioni limitanti, tali da impedire
lo svolgimento delle mansioni per le quali si è assunti, i cui dati sono stati estrapolati dall’elaborazione della documentazione ricevuta), conta 18 dirigenti medici, 81 collabotatori professionai sanitari -tecnici sanitari, 46 infermieri, 16 Oss, 1 farmacista, 4 ostetriche, 3 tecnici di laboratorio, 1 tecnico di elettrofisiologia, 2 tecnici sanitari di radiologia medica, 1 impiegato, 3 operatori tecnici, 1 magazziniere, 2 commessi e 1 centralinista.

Sempre sull’Asp di Cosenza, poi, è stato fatto un focus sulle prescrizioni: su 623 visite effettuate in poco più di nove mesi dal medico competente, si riscontrano i seguenti risultati:  352 idonei alla mansione specifica; 138 idonei con prescrizioni che non influiscono sullo svolgimento delle mansioni; 129 con una o più prescrizioni di varia natura, anche tali da impedire lo svolgimento delle
mansioni previste all’atto dell’assunzione; 4 con giudizio di idoneità non previsto.

Per quanto riguarda le prescrizioni limitanti, è emerso che sono 27 da adibire ad attività di tipo prevalentemente amministrativa e sedentaria;  11 tra infermieri e Oss da adibire ad attività ambulatoriale (con esclusione delle attività assistenziali);  46 da non impiegare in turni notturni; 35 tra infermieri e Oss da non impiegare nella movimentazione dei pazienti e nel sollevamento di carichi; 8 inidonei all’assistenza sanitaria diretta con i pazienti, in reparti e/o ambulatoriale; 2 tecnici sanitari di radiologia medica con prescrizioni sull’attività di radioesposizione; 18 da non impiegare in turni di reperibilità, tra cui 12 medici e 1 ostetrica;  9 da non impiegare in mansioni comportanti stazione eretta prolungata; 3 medici e 2 infermieri non idonei ad attività di emergenza-urgenza;  3 medici da adibire ad attività medica solo nell’area dei codici bianchi; 1 medico da non impiegare in attività che prevedono l’utilizzo di taglienti o pungenti; 1 medico non idoneo all’attività in sala operatoria.

Focus poi sul Gom di Reggio Calabria, dove è emerso che, sono 4 dirigenti medici, 4 infermieri, 2 infermieri che lavorano presso l’Unità Operativa Semplice Dipartimentale (UOSD) Monitoraggio e Controllo Attività di Ricovero e 2 infermieri che infermieri lavorano presso l’Ufficio Formazione dell’Unità Organizzativa Complessa (UOC) Gestione Sviluppo Risorse Umane e Formazione sono impiegai in attività amministrativa, rispetto al ruolo per cui si è assunti. Il personale con inidoneità certificata, infine, conta 8 infermieri e 2 infermieri inidonei alle mansioni per 1 anno; 1 infermiere inidoneo alle mansioni per 3 mesi; 5 infermieri con giudizio “lavoratori fragili” per 1 anno.

All’Azienda Ospedaliero-Universitario “Mater Domini” di Catanzaro, è emerso come siano 5 i dipendenti che hanno avuto un cambio di profilo per inidoneità permanente e che rientrano tra il personale adibito ad attività amministrativa (o diversa dal ruolo per cui si è assunti), mentre sono 7 i dipendenti appartenenti al profilo sanitario che sono in possesso di relativa certificazione di inidoneità.

All’Asp di Crotone, 8 dipendenti sono stati interessati da atti di delibera/determina relativi a passaggi orizzontali. Inoltre, per quanto riguarda i giudizi di idoneità del personale sanitario, a livello Provinciale, all’Ospedale di Crotone su 763 ritenuti idonei, 157 lo sono con prescrizioni, 48 con limitazioni, 25 con limitazioni e prescrizioni e, infine, 66 non espresso.

Al Sub Distretto di Cirò Marina, 58 sono idonei, di cui 2 con prescrizioni, 4 con limitazioni e 10 non espresso. Al Sub Distretto di Crotone, 80 sono idonei, 3 con prescrizioni, 7 con limitazioni e 1 con limitazioni e prescrizioni, mentre 16 non espresso. Al Sub Distretto di Mesoraca, 48 sono idonei, mentre 2 con limitazioni e 7 non espresso. A Neuropsichiatria Infantile, solo 6 sono idonei, e 8 non espressi. Al Dipartimento di Prevenzione, 55 sono idionei, di cui 6 con prescrizioni, 1 con limitazioni e 6 non espressi.

Per il personale sanitario con rapporto convenzionato, alla data del 31/12/2022 la situazione è la seguente: Specialisti ambulatoriali e veterinari specialisti 34 con giudizio idoneo; 45 con giudizio non espresso. Medici continuità assistenziale (a tempo determinato e indeterminato) 47 con giudizio idoneo; 2 con giudizio idoneo con prescrizioni; 19 con giudizio non espresso.

Allo Spoke di Corigliano-Rossano, 3 collaboratori professionali sanitari, 1 tecnico di laboratorio all’Ospedale di Rossano e 2 infermieri dell’ospedale di Acri sono stati adibiti ad attività amministrativa, mentre 1 tecnico di laboratorio dell’Ospedale di Rossano è con inidoneità certificata.

Nel dossier, è emerso come a Corigliano ci sia una grave carenza di infermieri: sui 126 previsti, ce ne sono realmente 102. A Rossano più o meno la stessa situazione: sui 192 previsti, ne sono realmente presenti 164. Sommando i numeri, si ottiene che allo Spoke di Corigliano Rossano ci sono solo 266 medici contro i 318 previsti.

Facendo i conti, dunque (tenendo conto che la suddivisione delle categorie del personale è parziale) è emerso che il personale sanitario impiegato in attività rientranti nel ruolo amministrativo o comunque adibito a mansioni diverse da quelle per le quali è stato assunto in categoria e profilo professionale di appartenenza in totale sono 62, tra cui 10 medici, 25 infermieri, 3 Oss, 4 tecnici sanitari e 1 ostetrica. Tanti, troppi, il personale sanitario inidoneo: sono almeno 508, tra cui 18 medici, 105 infermieri, 21 Oss, l19 tecnici sanitari, 4 ostetriche e 1 farmacista.

«e pur parziale – ha detto Tavernise – comunque il dato manifesta tutta la sua importanza se si fa il confronto tra la dotazione organica della Calabria e quella in forza alla Liguria, regioni che presentano pressappoco la stessa popolazione: circa 14.832 è il personale impiegato nel 2020 in Liguria, 17.698 quello impiegato in Calabria. Al maggior personale impiegato in Calabria non corrisponde il servizio sanitario erogato in Liguria. Da cosa dipende, dunque, questo scostamento qualitativo rilevante nella prestazione sanitaria?».
«Il fenomeno dei medici imboscati – ha evidenziato – dà luogo primariamente a numeri fuorvianti: il personale sanitario “imboscato” risulta in pianta organica seppur esercita mansioni amministrative. E a nulla sono serviti ad oggi i proclami del presidente Occhiuto per cercare di risolvere il problema. Le sue buone intenzioni sono rimaste legate ad una sintetica dichiarazione verbale».
«Dal suo immobilismo, in qualità anche di commissario ad acta – ha continuato – prende forma la mia proposta di legge per iniziare a comprendere il fenomeno: proposta presentata nell’ottobre del 2022 che ad oggi non è stata neanche calendarizzata».
«Di quella legge – ha concluso – oggi voglio rilanciare tre proposte operative che spero Occhiuto voglia finalmente tenere in considerazione: Occorre una ricognizione completa del personale sanitario cosiddetto “imboscato”; le inidoneità siano valutate dall’Inps o comunque da un soggetto terzo; le inidoneità certificate portino ad una rivisitazione della pianta organica: chi non svolge la mansione di medico per inidoneità è necessario che venga conteggiato nel personale amministrativo e non quello medico». (rrm)

CALABRIA, SONO A RISCHIO I FONDI UE
IMPEDIRE DI FARLI TORNARE A BRUXELLES

di FRANCESCO CANGEMI – Quando si tratta di fondi europei la nostra regione rischia sempre di far tornare indietro ciò che arriva da Bruxelles. La Calabria, infatti, è agli ultimi posti nella classifica regionale italiana per la spesa dei fondi strutturali della politica di coesione dell’Ue. È quanto emerge da un’analisi dei dati pubblicati sul portale Cohesion data della Commissione europea e che coprono l’andamento delle allocazioni fino al 31 dicembre 2022. Alla fine dell’anno scorso la spesa certificata della Regione e rimborsata da Bruxelles era pari a circa 1,3 miliardi di euro su 2,2 miliardi, cioè il 58% del fondo che unisce, nel caso della Calabria, sia quello per lo sviluppo regionale (Fesr) sia quello sociale (Fse) nel periodo di programmazione 2014-2020.

Restano quindi da spendere e rendicontare entro la fine dell’anno circa 940 milioni di euro per non rischiare di perdere le risorse. È da notare che le risorse assegnate alla Calabria sono tra le più consistenti tra le regioni italiane. Dai dati esaminati emerge inoltre che le regioni hanno speso in media il 75% (circa 25 miliardi di euro) delle risorse Ue, mentre i programmi nazionali si sono fermati al 43% (circa 13 miliardi). Restano quindi ancora quote importanti da spendere entro la fine dell’anno, termine ultimo per non perdere risorse sempre più preziose alla luce delle ristrettezze che si stanno profilando per il bilancio nazionale anche nella prospettiva del ripristino delle regole Ue sui conti pubblici.

«La Regione più povera d’Italia che non riesce a programmare e a spendere le ingenti risorse messe in campo dall’Unione europea. I dati pubblicati sul portale Cohesion data della Commissione europea parlano chiaro: la spesa certificata da Bruxelles è pari al 58%, tra fondi Fers e Use, ossia 1,3 miliardi sui 2,20 miliardi che dovevamo spendere nel periodo 2014-2020. Un totale di 940 milioni di euro che rimanderemo al mittente se non saremo in grado di spenderli entro il 31 dicembre 2023». A dirlo è il consigliere regionale e capogruppo del Movimento 5 stelle in consiglio regionale, Davide Tavernise.

«Alla luce di tutto ciò appare sempre più incomprensibile il comportamento della maggioranza Occhiuto che si è permessa il lusso di bocciare la commissione speciale da me promossa in consiglio regionale per monitorare i Fondi europei e quelli specifici del Pnrr. E appare ancora più grave questa scelta, alla luce delle ristrettezze economiche che promette l’ultimo documento finanziario presentato dal Governo, che proprio oggi pomeriggio in maniera maldestra e scoordinata è stato bocciato per mancanza di numeri della maggioranza, e del ripristino delle regole Ue sui conti pubblici».

«Ci troviamo di fronte – ha detto ancora Tavernise – ad una classe dirigente regionale e nazionale che ogni giorno contraddice se stessa e mette seriamente in pericolo l’economia del nostro Paese, in un periodo in cui si profila all’orizzonte una nuova e più stringente austerity. Ancora una volta porgiamo una mano per il bene della nostra regione a questa maggioranza rilanciando la necessità di costituire nel più breve tempo possibile una commissione di controllo sulla spesa dei fondi europei e del Pnrr».

«Il risultato che emerge da un’analisi dei dati pubblicati sul portale Cohesion data della Commissione europea e che coprono l’andamento delle allocazioni fino al 31 dicembre 2022 fa emergere una situazione drammatica se si considera che la regione Calabria è agli ultimi posti in Italia per la spesa dei fondi strutturali della politica di coesione della Ue». Queste le dichiarazioni del consigliere regionale Antonio Billari, a commento del report della Commissione Europea sull’utilizzo dei fondi dedicati alla Regione Calabria.

«Se alla fine dell’anno scorso la spesa certificata della Regione e rimborsata da Bruxelles era pari a circa 1,3 miliardi di euro su 2,2 miliardi, cioè il 58% del fondo che unisce, nel caso della Calabria, sia quello per lo sviluppo regionale (Fesr) sia quello sociale (Fse) nel periodo di programmazione 2014-2020 il dato che abbiamo il dovere di analizzare – afferma Billari – è il fatto che resterebbero da spendere e rendicontare entro la fine dell’anno circa 940 milioni di euro per non rischiare di perdere le risorse destinate al nostro territorio».

Secondo il consigliere regionale «la sfida che la Regione Calabria ha dinnanzi è molto complessa e ci deve fare riflettere come fino ad oggi al netto delle chiacchiere e degli annunci “i fatti stanno a zero”», dichiara Antonio Billari che afferma: «Non credo sia utile valorizzare il fatto che le altre regioni hanno speso in media il 75% (circa 25 miliardi di euro) delle risorse Ue, mentre i programmi nazionali si sono fermati al 43% (circa 13 miliardi) ma è certa la necessità che gli uffici preposti a seguire questo iter cruciale per la nostra regione meritano di avere personale in numero sufficiente e con competenze specifiche per non bucare la sfida con l’Europa rispetto alla valorizzazione del nostro territorio».

«Chiederò al presidente della Regione – conclude il consigliere regionale – di istituire una task force con le migliori energie della nostra regione e che coinvolga anche le eccellenze universitarie perché la sfida che abbiamo difronte riguarda la possibilità di immettere nel tessuto sociale ed economico della nostra regione risorse certe e spendibili».

«Mi farò carico anche coinvolgendo l’intero consiglio regionale della Calabria che questo complesso iter burocratico e progettuale venga seguito con massima attenzione e priorità – dice – consapevole che l’Europa è vicina se però le opportunità che da essa ne derivano vengano colte e non disperse».

Sulla questione interviene anche il Pd Calabria con una nota. «Desta profonda preoccupazione il ritardo con il quale la Regione sta procedendo alla spesa delle risorse messe a disposizione dalla  programmazione europea 2014-2020 riferita ai fondi Fesr e Fse – scrive in una nota il Partito democratico calabrese –. Secondo i dati pubblicati, già da qualche tempo, sul portale Cohesion data della Commissione europea tracciano un quadro davvero allarmante. Al 31 dicembre 2022 la spesa certificata della Regione e rimborsata da Bruxelles era pari a circa a 1,3 miliardi di euro su 2,2. La Regione ha dunque utilizzato soltanto il 60% delle risorse».

«Il rischio concreto, dunque, – continua la nota dei dem – è quello di vedere evaporare qualcosa come 900 milioni di euro se tali risorse non saranno messe a terra entro il prossimo 31 dicembre. È evidente che esistono problemi strutturali all’interno della macchina amministrativa e burocratica regionale che, da sempre, non agevolano una snella e efficace programmazione della spesa. Non è possibile, però, che non si provi ad effettuare alcun cambiamento per tentare di invertire la rotta. Il centrodestra è ormai al governo da alcuni anni e non può non assumersi la propria parte di responsabilità. Fuori da ogni strumentalizzazione chiediamo al presidente Occhiuto di avviare immediatamente un tavolo di confronto permanente con il Consiglio regionale, i sindacati, le associazioni di categoria, i sindaci, le Università e tutti i soggetti in grado di fornire il proprio contributo per fare in modo di intervenire prontamente per mettere in salvo la maggior parte delle risorse possibili. La Calabria non può permettersi di perdere ulteriori occasioni, specialmente in questo periodo in cui la crisi economica e l’aumento dei costi di energia e materie prime stanno mettendo a dura prova il suo già fragile sistema socio-economico».

In più i consiglieri regionali di opposizione, rappresentati dal Pd, dai Cinquestelle e dal Gruppo misto, hanno chiesto la convocazione di un Consiglio ad hoc sul tema.

A rispondere sulla questione ci pensa, con una nota, Marcello Minenna, assessore all’Ambiente, alle partecipate, alla programmazione unitaria e ai progetti strategici della Regione Calabria.

«I bandi relativi ai Programmi operativi regionali sono in stand by non solo in Calabria, ma in tutte le Regioni del Paese – dice l’assessore regionale – Questo perché il governo nazionale ha deciso di procedere ad una accurata ricognizione di tutte le risorse comunitarie non spese, prima di rendere disponibili ai territori i nuovi fondi. Come noto il Por viene utilizzato essendo in parte cofinanziato dalla Regione, attraverso il Fondo di sviluppo e coesione».

«Non avendo ancora le risorse dell’Fsc la diretta conseguenza è avere dei ritardi nei bandi per il Por – ha spiegato ancora –. Il ministro Raffaele Fitto sta facendo un lavoro encomiabile e preciso per evitare gli errori degli scorsi decenni, ed è quasi inevitabile che in questi primi mesi questo approfondimento abbia dei contraccolpi temporali in merito al timing con il quale utilizzare le risorse Por. Il governo ci ha comunque rassicurato, e ha dato la sua disponibilità a predisporre nelle prossime settimane le delibere Cipess attraverso le quali i fondi Fsc verranno distribuiti alle Regioni, per poter così procedere al corretto utilizzo del Programma operativo regionale».

«Avremo qualche piccolo ritardo, ma – questa l’intenzione dell’esecutivo nazionale – con i conseguenti contratti che verranno siglati con le singole Regioni il nostro Paese – ha concluso – dovrebbe essere messo nelle condizioni di spendere meglio e bene le risorse Ue, e di controllare, territorio per territorio, il corretto cronoprogramma dell’utilizzo di questi fondi». (fc)

VOLONTÀ POLITICA E CAPACITÀ TECNICA
PER NON PERDERE L’OCCASIONE DEL PNRR

di PIETRO MASSIMO BUSETTA  Si è compreso finalmente che se non si centralizzano alcune funzioni il rischio che le risorse del PNRR non si riusciranno a spendere  è molto alto.  E la linea del  centralismo fa passi da gigante nel nostro Paese. Anche se tale  concetto va in rotta di collisione con il progetto di autonomia differenziata di Calderoli, che invece punta a trasferire funzioni alle Regioni.

Ma pare si segua il consiglio  del Vangelo, a chi fa della carità, cioè  “che la sinistra non sappia quello che fa la destra” e il Governo sta lavorando attuando bene tale indicazione. 

Il ministro Raffaele Fitto con decreto del Presidente che rende operativa la nuova governance ormai ha la sua task force. In realtà in questo modo si depotenzia il Ministero della Economia a guida leghista, dando potere e responsabilità al Ministro Fitto, che come è noto aderisce a Fratelli d’Italia.

In realtà si supera l’impostazione di Draghi, che aveva previsto una distribuzione di competenze tra Chigi e Met. Si fa prevalere il primo sul secondo. In tutto questo il ruolo delle Regioni diventa meno fondamentale, anzi alcune volte possono essere bypassate  e quindi si spiega il loro malcontento, così come quello dei Comuni,  ed il controllo sulla semplificazione e l’attuazione del Pnrr va in mano Fitto  e conseguentemente alla Meloni. 

Ma forse si potrebbe approfittare di tale opportunità per indirizzare meglio i fondi  che, dispersi in tanti rivoli e soprattutto indirizzati a finanziare i diritti di cittadinanza, potrebbero perdere quella forza dirompente che dovrebbe consentire alle attività produttive, in particolare del Mezzogiorno, di partire con un’accelerazione finora mai vista. 

La Struttura di missione  sarà guidata da un coordinatore e composta da 50 impiegati e 14 dirigenti, a cui si aggiungeranno 20 esperti, anche esterni alla Pa. Quindi parliamo di 84 unità. Così  la task force di Fitto non solo “indirizzerà e coordinerà” ma avrà anche il monitoraggio del lavoro dei Ministeri che sono i soggetti attuatori. La missione 1, quella che riguarda la digitalizzazione e ha anche la missione istruzione e ricerca, avrà il compito dell’attuazione.  E all’interno di tale missione vi é la realizzazione dei 265 mila posti negli asili nido.  Compito estremamente complesso e che registra ancora ritardi considerevoli. Anche la parte della comunicazione e gli obblighi di pubblicità saranno affidati all’Ufficio IV. 

Al Mef resta l’Ispettorato generale, una nuova struttura che sarà ubicata presso la Ragioneria e che viene coinvolta  solo quando si parla dell’acquisizione dei dati sull’attuazione dei progetti. 

Un ruolo importante ma da ufficio statistico. Il vero problema é che si altera nel Governo proprio il rapporto tra i due ministeri considerato che anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha in mente di rivedere il Piano, riallocando le risorse in maniera da privilegiare alcuni progetti rispetto ad altri e qui la partita é tutta politica. E riguarda la posizione di un Ministro che dovrebbe avere una attenzione maggiore alle problematiche del Mezzogiorno rispetto ad un altro che ricorderete é volato negli Usa per spostare la Intel da Catania o dalla Puglia a Vigasio in Veneto, a pochi chilometri da Verona. 

Come dice il sommo Poeta “O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, qui si parrà la tua nobilitate”. E qui si vedrà la capacità di Raffaele Fitto di attuare gli obiettivi veri per cui le risorse del Pnrr sono state concesse all’Italia in cosi larga misura. 

Cioè di cercare di chiudere i divari e cercare di valorizzare la posizione logistica dell’Italia, ormai stivale immerso nel Mediterraneo non più della sola Italia ma anche  dell’Europa. Nonché di far partire quella seconda locomotiva che dovrebbe consentire al nostro Paese di continuare a mantenere i ritmi accelerati dell’ultimo periodo. 

In tale logica potrebbe essere interessante provare a  realizzare alcune opere a terra che riguardano il ponte sullo stretto di Messina e che potrebbero trovare risorse nel piano.    

Molti progetti, riguardanti la parte logistica sono  già pronti, ma ovviamente c’è bisogno di due azioni contemporanee: una riguardante una volontà politica determinata, ed un’altra una capacità tecnica adeguata per consentire ad alcuni progetti di rientrare nelle condizioni previste dall’Unione. 

Non è un compito semplice, neanche per Raffaele Fitto, che dovrà fare i conti con gli interessi contrapposti e con la solita  bulimia di una parte del Paese, che ha visto nell’abbondanza di risorse un’occasione unica per potere completare alcuni investimenti rimasti al palo, come si è visto con i due stadi di Venezia e di Firenze, che sono il simbolo di un approccio dietro il quale è facile prevedere si nascondano tanti altri interventi che all’Unione Europea possono essere sfuggiti. 

La lotta è impari: tra chi ha corpo e gambe ben allenate per combattere e chi esile ed emaciato deve raccogliere tutte le proprie forze per fare l’indispensabile e che sarà soccombente se qualcuno dall’esterno non lo aiuterà a non essere sopraffatto. 

La centralizzazione dei poteri effettuata nel Ministero per il Sud dovrebbe avere questo obiettivo, in una logica di Paese, mai in realtà veramente perseguita.  Ma un secondo compito, estremamente complesso, riguarderà un Ministro, che ha un apparato che é diventato centrale, come mai lo é stato nella politica italiana, ed è quello di evitare che in un gioco delle tre carte, perseguendo interessi di bilancio complessivi, si spostino risorse destinate al Sud per le esigenze più varie, in una logica di bancomat, spesso utilizzata nel passato dal nostro Paese, che ha adottato in tutti i vertici decisionali ed istituzionali la teoria della locomotiva che deve essere in qualche modo aiutata a non fermarsi.

Anche la recente presa di posizione di Confindustria di destinare alcune risorse del Pnrr a industria 4.0 va nella stessa direzione, perché è evidente che tale indirizzo non potrà che concentrarsi sul sistema produttivo italiano che è fondamentalmente nordico, se non si limita l’intervento con quote stabilite opportunamente vincolate al solo Sud. Le forze in campo sono tante ed ognuna tira la coperta in modo da coprirsi, la battaglia mediatica che é partita sull’opportunità del ponte di Messina la dice lunga  sulla posta in campo. Il cambio di passo é difficile ma necessario  per il bene di tutti. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

PSICHIATRIA, SERVONO RISORSE E SERVIZI
BASTA INDIFFERENZA E FALSE PROMESSE

di GIUSEPPE FOTILa notizia della psichiatra uccisa da un paziente ha lasciato sgomenti tutti, creando nell’opinione pubblica un forte senso di angoscia e impotenza. Nel periodo attuale vince sempre più una visione riduttiva e poco chiara della complessità umana, conducendo la dolorosa vicenda in questione verso la ricerca spasmodica di un qualcosa che potesse giustificare l’utilizzo della giustizia e della legge come atto di vendetta o per lavarsi la coscienza.

Con questo, sia chiaro, non voglio giustificare chi deve essere punito per i suoi crimini, ma ritengo seriamente poco reale e inopportuno stigmatizzare, ulteriormente, i molti pazienti che soffrono di disagio psichico e che poco centrano con quanto successo. Il rischio di generalizzare e di confondere le idee per coprire le carenze strutturali di base e le responsabilità della politica sono evidenti. Il tutto si può ricondurre, se ricordano bene i nostri cari politici, alla famigerata e spasmodica ricerca del risparmio a tutti costi che ha reso la sanità un cumulo di macerie, a danno di cittadini e operatori che si sentono sempre più abbandonati a sé stessi.

La violenza, che non ha colore, ceto sociale o altra conformazione che la possa rinchiudere in un determinato involucro predefinito, è parte integrante e recondita dell’animo umano e in un passato lontano ci era anche servita per sopravvivere dagli attacchi delle belve feroci. Oggi, per scatenare le masse verso chi non centra o per trovare un alibi che distolga l’attenzione sui reali problemi, si usa la propaganda come richiamo nei vari incontri politici per incantare l’esiguo numero degli utili idioti presenti.

La verità è che sono anni che ripetiamo che il settore psichiatrico necessita di maggiori risorse e invece di ascoltarci lo si impoverisce sempre di più, fin quando, sulla pelle di un’onesta professionista, si è arrivati, miracolosamente, alla deduzione che bisogna interrogarsi nei tavoli istituzionali, non per capire la profondità del problema, ma per cercare sempre di demandare le proprie responsabilità su qualcosa o su qualcun altro. Si sono scomodati in tanti (solo ora e non si sa se concretamente) e tutti concordi che bisogna intervenire al più presto. Ma mi chiedo, e vi chiedo, ma prima dove eravate quando noi operatori denunciavamo pubblicamente che la situazione era critica e ingestibile?

 Noi operatori, quelli delle così infangate e denigrate strutture residenziali, quelli che si sono fatti carico da sempre di tutte le carenze sanitarie pubbliche e nello stesso tempo cercando di dare un servizio dignitoso ai nostri pazienti.

 Le lotte fatte, ancora oggi in atto, non hanno mai registrato la presenza di nessuno di quelli che, del settore e non, gridano alla vergogna e cercano di portare avanti degli argomenti senza senso, solo per proprio vantaggio. Siamo soli, consapevoli di esserlo da tempo, e nel leggere nelle testate nazionali che si chiedono, come volendoci prendere in giro, nuovi strumenti sia dal lato sanitario che della giustizia… La cosa mi lascia seriamente perplesso, amareggiato e tanto arrabbiato. 

Le parole scorrono come fiumi nella mia testa e si vorrebbero infrangere come onde di uno tsunami contro la parete della vostra indolenza e falso perbenismo che porta la psichiatria verso il baratro e hanno portato alla fine di una vita umana, che poteva essere salvata se solo fosse stati attenti ad ascoltarla. Affrontare le gravi criticità psichiatriche e permettersi di parlare della legge Basaglia vuol dire che almeno una volta nella vita, per capire in fondo la problematica, ci si è “sporcati le mani” scendendo dal vostro piedistallo e uscendo dalla sicurezza dai vostri patinati uffici per recarvi nelle trincee, dove quotidianamente si consuma il dolore oscuro dell’anima che affligge migliaia di utenti che cercano solo conforto e aiuto.

La nostra regione, nello specifico, è povera di servizi perché avete promesso tanto e mantenuto poco, anzi niente, perché il disagio mentale non interessa e non porta voti. Aspettiamo da tempo gli accreditamenti delle strutture residenziali del territorio, baluardo, nel bene e nel male, di chi cerca comprensione e riparo da una società che se produci vali e vai avanti, altrimenti verrai smaltito come spazzatura.

Il blocco dei ricoveri, altra prepotenza incostituzionale, ha creato ulteriori disagi a famiglie e utenti e il tutto nel silenzio assordante della politica che si distraeva per non sentire per poi piangere per chi perisce per la loro precedente incuria, promettendo mari e monti come da copione. Non cercheremo più di comprendere perché siamo seriamente stanchi e pretendiamo risposte celeri, non si gioca sulla pelle delle persone e sulla sofferenza e va ricordato che tra le malattie incurabili che l’uomo ha generato e che vanno debellate c’è… l’indifferenza. (gf)

[Giuseppe Foti è operatore psichiatrico a Reggio Calabria]

CALABRIA, LA DISOCCUPAZIONE È AL 16%
SUBITO MISURE PER INVERTIRE IL TREND

di ANTONIETTA MARIA STRATI – In Calabria è allarme disoccupazione. Dai dati diffusi da You Trend da fonti Istat, infatti, è emerso come nella nostra regione la disoccupazione sia al 16%, seguita da Campania (17%) e Sicilia (14,6%).

«Il tasso di disoccupazione in Italia è pari al 7,9%, ma con grandi differenze a livello geografico» scrive YouTrend, spiegando come nelle regioni settentrionali sia appena al 4,7%, mentre al Sud si raggiungono picchi altissimi.

A essere colpiti dalla disoccupazione sono i giovani under 25, che sono il 23,9%, seguiti dalla fascia di età 25-34 anni (11,2%), 35-44 anni (7,4%), 45-54 anni (5,8%) e 55-64 anni (4,7). Un altro dato preoccupante è il tasso di disoccupazione per genere: per le donne è del 9,1% contro il 7,1% degli uomini.

Dati, quelli forniti da YouTrend in occasione della Festa del Lavoro, che devono far riflettere il Governo e la Regione Calabria ad agire e a pensare a degli interventi per migliorare una situazione che, nel 2023, è desolante.

Come ha evidenziato il segretario generale della Cisl Calabria, Tonino Russo, «ci sono le condizioni per creare lavoro dignitoso e sicuro grazie ai fondi del Pnrr e ad altre risorse europee e nazionali, che devono essere spese bene per qualificare il lavoro, modernizzare il Paese, e agganciare anche nel Sud e nella nostra regione crescita e ripresa».

«Il nostro Paese è in una fase delicata – ha evidenziato – in cui bisogna investire per il futuro delle nuove generazioni. Ciò – conclude Tonino Russo – dovrebbe spingere tutti, Governo, parti sociali, forze sane dei territori, alla responsabilità del confronto e del dialogo per individuare insieme le strade da percorrere».

Anche la Uil, dalla conferenza stampa a Roma in preparazione al Primo Maggio, ha ribadito «l’urgenza di ridare dignità alle lavoratrici e ai lavoratori».

«Dobbiamo garantire salari più alti e un lavoro più stabile e sicuro – viene evidenziato –. Dobbiamo lavorare per i giovani. Sindacati e Governo devono agire insieme per offrirgli un futuro diverso. Noi come sempre, siamo pronti a farlo».

E proprio per questo Cgil, Cisl e Uil si sono riunite a Potenza per la manifestazione nazionale, dedicata ai 75 anni della Costituzione, «che sancisce che la Repubblica è fondata sul lavoro, ma deve essere dignitoso, stabile, sicuro e giustamente retribuito per poter costruire un futuro diverso per il nostro Paese», ha detto Pierpaolo Bombardieri, segretario nazionale di Uil.

E proprio Bombardieri, da Potenza, ha ribadito che «siamo qui per ricordare che la Costituzione all’articolo uno dice che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Ma questo lavoro deve essere stabile, sicuro e dignitoso».

«E così non è. Anzi – ha aggiunto – con il decreto lavoro rimane irrisolto il tema dei salari. Lavoratori e lavoratrici hanno perso il 10% del loro potere d’acquisto senza ricevere alcun sostegno efficace. Inevitabile quindi il calo dei consumi. Ma l’economia ci insegna che se le persona non spendono, le aziende non producono e l’economia si ferma. Quindi, ad esempio, serve detassare gli aumenti contrattuali così da incentivare i rinnovi dei contratti, attesi da ben 7 milioni di persone. Serve anche limitare i contratti a termine per fermare la deriva della flessibilità selvaggia. Noi le proposte le abbiamo, ma della volontà politica di attuarle non c’è traccia».
«Ieri all’incontro con il Governo – ha detto Bombardieri, intervenendo ad Agorà – abbiamo portato con noi Manuela, lavoratrice precaria che deve rinunciare al sogno di costruirsi una famiglia. È questa l’Italia di oggi e chi decide deve rendersene conto. Perchè per quanto il PIL cresca, i salari e le condizioni di lavoro peggiorano».
«Per noi è inaccettabile – ha ribadito –. Servono interventi strutturali con cui regolare la flessibilità degenerata. Ma il Governo fa tutt’altro: liberalizza ancora di più i contratti di lavoro continuando a negare un futuro ai nostri ragazzi, per giunta poi sbeffeggiati perché si concedono il concertone. No, noi non ci stiamo. Questo sarà un primo maggio di lotta e di rivendicazioni per un lavoro stabile e sicuro. Per un futuro diverso per il nostro paese!».
Per Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, «il Governo sta mettendo  delle toppe, ma serve una strategia. Non si può andare avanti a colpi di propaganda. Oggi è il momento di rilanciare con forza la mobilitazione».

«Le ragioni ci sono tutte e rimangono. Bisogna cambiare le politiche economiche e sociali che sono sbagliate», ha detto ancora Landini, sottolineando, poi, come «il decreto lavoro allarga la precarietà, liberalizza i contratti a termine e aumenta i voucher, fa cassa sul Reddito. Non è quello che serve al nostro Paese e non è il metodo per affrontarlo».

«Viviamo in una Regione complicata, ne siamo consapevoli», ha detto il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, in occasione della Festa del 1° maggio.

«Ma l’impegno costante di ciascuno di noi deve essere proiettato nel migliorare la Calabria, nel garantire ai nostri giovani più opportunità, nell’attrarre investimenti e con essi nuovo lavoro e crescita», ha aggiunto, sottolineando come questo obiettivo «da 18 mesi è la mia stessa polare».

Per il presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, «il lavoro è il pilastro della Costituzione e del sistema – Italia su cui far convergere impegno, progetti e risorse. La Festa del 1 Maggio ha grande rilevanza nel sottolineare l’urgenza di promuovere sviluppo e occupazione».

«Soprattutto – ha evidenziato Mancuso – nelle aree più svantaggiate del Paese, dove i divari occupazionali, di genere e generazionali, vanificano il diritto al lavoro sancito dall’articolo 4 della Costituzione. In tal senso, è apprezzabile l’iniziativa di Cgil – Cisl – Uil di tenere quest’anno la manifestazione principale a Potenza, una delle città simbolo delle criticità del Sud. Così com’è condivisibile il decreto legge del Governo che, oltre al taglio del cuneo fiscale per rinforzare le buste paga dei dipendenti, ha l’obiettivo di riscrivere le regole del mondo del lavoro in una congiuntura di accelerate trasformazioni».

«E va nella giusta direzione – ha aggiunto Mancuso – la proposta di legge della Giunta regionale della Calabria (di cui si occuperà presto il Consiglio), di riforma del mercato del lavoro e delle politiche attive che revisiona una legge di vent’anni addietro.  Dalle riforme di sistema, parte essenziale del Pnrr, e dall’efficace coinvolgimento dei soggetti che hanno ruolo nelle dinamiche dello sviluppo, ci si aspetta la difesa e l’aumento dei livelli occupazionali». (rrm)

NELLE ZONE ECONOMICHE SPECIALI SERVE
PREVEDERE L’AREA “FRANCA” DOGANALE

di PIETRO MASSIMO BUSETTADalle perplessità all’entusiasmo. La proposta adesso è addirittura di far diventare tutto il Sud una zona economica speciale dimostrando, in realtà, di non aver capito molto  della filosofia sottostante lo strumento. 

Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, a 24 ore dall’assegnazione ufficiale del bando per la cessione dello stabilimento della Whirpool al gruppo industriale napoletano Tea Tek, lo dichiara. 

L’azienda subentrante é specializzata nella produzione di energie alternative ed in particolare di pannelli fotovoltaici, reindustrializzerà il sito e assumerà  i 312 lavoratori. De Luca ricorda che «questo risultato è la conferma della svolta che può dare la nostra proposta di estendere le Zes a tutto il Mezzogiorno. Per lo sviluppo, per il lavoro» 

Gli fa eco l’assessore regionale allo Sviluppo Economico della Regione Puglia, Alessandro Delli Noci, che dichiara «Raffaele Fitto blocca lo sviluppo delle Zes. Senza la firma del Dpcm per le riperimetrazioni gli investimenti sono a rischio». 

La riperimetrazione richiesta  delle Zes permetterebbe l’allargamento delle aree  nelle quali è possibile usufruire delle agevolazioni per l’insediamento di nuove imprese. Una procedura che sia il commissario della Zes Adriatica, Manlio Guadagnolo, che quello della Zes Ionica, Floriana Gallucci, hanno già dichiarato di voler intraprendere, ma che vorranno perseguire probabilmente anche tutti gli  altri commissari. 

Il tema riguarda aree che devono essere inserite nelle Zes, in maniera tale da aggiungere altri territori a quelli nei quali l’insediamento di attività produttive prevede alcuni particolari vantaggi. La variazione del perimetro attuale delle Zone economiche speciali costituisce modifica sostanziale della delimitazione territoriale di cui ai Piani di sviluppo strategici approvati e dei conseguenti decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, istitutivi delle aree Zes e, pertanto, potrà essere effettuata con una  procedura speciale. 

I commissari sostengono  che non includendo nuovi lotti e nuove particelle, sulla base dell’effettivo interesse da parte di potenziali investitori, il rischio che gli stessi, prevalentemente provenienti dall’estero, vadano altrove è veramente molto alto.  

Ritorna con forza il tema. È evidente che la strada più semplice è proprio quella di allargare le aree. Tale strada è stata già perseguita dalle Regioni nella prima fase di individuazione dei territori da inserire. Per cui ci ritroviamo con  ettari inseriti,  che sono molto più consistenti  di quelli per esempio individuati dalla Polonia, che con le Zes sta lavorando in modo brillante. Le Regioni hanno ampliato molto  le aree in modo da far rientrare molte delle aziende, con le quali avevano un rapporto preferenziale, nelle zone individuate. 

Il motivo è facile a dirsi: se un’azienda rientra in tali aree dovrebbe poter avere alcuni vantaggi particolari, come un credito agevolato o quello di una detassazione degli utili di impresa e molti altri, che é  facile prevedere potranno essere destinati alle aree individuate, e se lo ricorderà al momento del voto.

Ma la logica delle Zes  è totalmente opposta. Il tema è quello dell’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area. Perché ciò avvenga è necessario che vi siano alcune condizioni di base, come la infrastrutturazione dell’area e  il controllo della criminalità organizzata, perché l’obiettivo è quello di farsi scegliere da coloro che dovendo fare investimenti in Europa cercano le aree più favorevoli per la loro impresa.  

Per il tema della infrastrutturazione si sono scelte zone vicine alle aree portuali che evidentemente possono usufruire di collegamenti più facili. Per la criminalità,  poiché è chiaro che nessuno vuole andare in realtà nelle quali oltre al rischio di impresa vi può essere, come accaduto in alcune aree del Mezzogiorno, anche il rischio della propria sopravvivenza, si é pensato di non estenderle troppo proprio per istituire sistemi di controllo molto sofisticati 

Il caso emblematico dell’imprenditore palermitano Libero Grassi, che viene ucciso perché non si vuole piegare alle condizioni imposte dalla criminalità organizzata, nel caso specifico dalla mafia, dà la dimensione del problema.  

Ma per attrarre investimenti dall’esterno dell’area non è sufficiente che vi siano delle condizioni minime, che si possono trovare in molte parti dell’Europa, ma che vi siano anche dei vantaggi particolari come un costo del lavoro molto basso e una tassazione degli utili di impresa contenuta. 

Ma come è noto l’Unione Europea, quando si tratta di abbassare le aliquote della tassazione, prevede che lo si faccia in tutto il Paese altrimenti non autorizza, a meno che le aree interessate non siano limitate.

Per questa doppia motivazione  non è stato possibile, ne é opportuno, allargare troppo le aree interessate. Anzi in una eventuale riperimetrazione sarebbe importante compattarle, in modo da consentire di raggiungere anche gli obiettivi di collegarle meglio possibile e di avere un controllo completo del territorio in modo da poter affermare che sono “criminal free”. 

Tutto l’opposto di quello che richiede la politica, che invece ha interesse all’allargamento. Quello che serve veramente è invece istituire vicino ai porti coinvolti nelle Zes una zona franca doganale interclusa. Che deve essere individuata dall’Agenzia delle Dogane. Così da consentire che le merci possono essere lavorate senza entrare nel regime fiscale del Paese. 

E poi serve quel gran lavoro della ricerca degli investitori internazionali,  che probabilmente deve essere fatto a livello centrale, evitando quegli interventi distorsivi che invece vogliono che gli investimenti più interessanti si localizzino nel Nord, come é stato fatto con la Intel da Giorgetti. 

Ma anche far capire che, con un’operazione di comunicazione importante, come le Zes siano la sola alternativa all’ampliamento del manifatturiero nel Sud, che da decenni rimane con un numero di addetti assolutamente limitato e stabile. 

Dei 3 milioni di posti di lavoro che devono essere creati nel Mezzogiorno, più della metà devono provenire dal manifatturiero. Siamo in presenza di dati talmente enormi che senza un impegno straordinario e la localizzazione di grandi imprese non potrà essere conseguito.

Ma é necessario che le Zes non siano abbandonate a se stesse ma anzi  che siano seguite molto attentamente. Altrimenti saranno un’altra occasione mancata. (pmb)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud – L’Altravoce dell’Italia]

 

1° MAGGIO, L’OCCASIONE PER RIFLETTERE
SULLA CALABRIA E IL LAVORO CHE NON C’È

di FRANCESCO RAO – Quella del Primo Maggio, oltre ad essere la “festa dei lavoratori”, vorrei potesse diventare presto un’occasione annuale per riflettere in lungo e in largo sulle sorti dei tantissimi “giovani adulti”, sempre più immersi come pesci nel mare della disoccupazione e privati di un diritto costituzionale chiamato lavoro. Alla luce dei dati pubblicati recentemente da Il Sole 24 Ore, in Calabria, il reddito medio, stante alla dichiarazione dei redditi 2022, è poco superiore ai 15.000 euro. Già questo dato, senza dover accedere ad altri indicatori utili ad analizzare la qualità della vita, in tutta la sua complessità, descrive la difficilissima condizione sociale che avvolge le famiglie della nostra regione, inibendo tra l’altro ad una parte di esse l’ipotesi di poter assistere alla realizzazione dei propri figli in questa terra. 

In modo particolare, tale circostanza riguarda quanti hanno conseguito titoli di studio difficilmente spendibili in un mercato del lavoro particolarmente complesso come quello calabrese. Seppur rispetto al passato si registrino alcuni cambiamenti strutturali, i processi di istruzione e formazione, al cospetto di un’evoluzione continua dei sistemi di consumo e produzione globale, continuano a essere asimmetrici, divenendo agli occhi degli analisti e dei diretti interessati una forbice che anziché chiudersi per offrire opportunità occupazionali, continua ad aprirsi lentamente generando inoccupazione per i più giovani e disoccupazione per quanti hanno perso o perderanno il posto di lavoro. 

Tale fenomeno, come già registrato in altre parti del mondo sovrapponibili per indicatori alla nostra realtà socio-economica, alimenta un duplice effetto: dal punto di vista quantitativo, incide direttamente sui processi occupazionali; dal punto di vista qualitativo gli effetti sono rilevabili nel rapporto qualità/soddisfazione per il lavoro svolto, circostanza che nel tempo farà registrare al mondo imprenditoriale forti difficoltà nel reperire Risorse Umane, mettendo a repentaglio la continuità aziendale. A destabilizzare ancora di più il sistema, nel corso degli ultimi anni, sono intervenuti altri fattori di natura culturale: in primis la penuria di formazione e aggiornamento continuo per i lavoratori, procedura ormai indispensabile per far fronte all’obsolescenza professionale e quindi alla continuità occupazionale. 

Nel corso dell’ultimo anno, la crisi economica post-pandemica e le crescenti difficoltà dettate dall’inedita inflazione generata dall’aumento del costo delle risorse energetiche, dovute al conflitto tra Russia e Ucraina, continuano incessantemente a incidere facendo registrare la mancanza di apposite misure atte a mitigare nel medio e nel lungo periodo un bagno di sangue occupazionale. 

Senza voler scendere in particolari tecnicismi, una tra le criticità maggiore da affrontare con urgenza è rappresentata da un’asimmetria tra domanda e offerta di lavoro che ne cristallizza il forte disallineamento tra le competenze richieste dai singoli settori e la reale disponibilità introdotta dai soggetti interessati ad ottenere un contratto di lavoro. Se in passato tale requisito afferiva principalmente al pubblico impiego, oggi si è letteralmente esteso anche ai contesti produttivi del settore privato, decretando in buona parte la fine del lavoro manuale e la crescente domanda di profili professionali altamente specializzati. 

Il “corto circuito occupazionale” ormai in atto, in parte potrebbe essere dovuto a seguito delle aspettative professionali avanzate da quanti hanno conseguito titoli di studio maggiormente elevati. In tal caso, la propensione a capitalizzare le competenze acquisite con specifici inquadramenti contrattuali a volte risultano essere inapplicabili dai vari settori di riferimento a causa delle limitate opportunità nel raggiungere velocemente mercati emergenti e dall’imponente cuneo fiscale posto a carico degli imprenditori. La conseguenza a tali dinamiche, nel breve periodo potrebbe tradursi in una crescente inoccupazione volontaria e nel medio periodo diverrà motivo principale per emigrare, esportando altrove competenze, entusiasmo e nuove opportunità 

Nelle osservazioni compiute da Bruxelles, dall’OCSE e dall’INDIRE, oltre alle profonde fratture che traggono origine dalle ben conosciute cause riconducibili alla diffusa povertà educativa, rilevabile in modo particolare nelle aree interne della Calabria, vi è la duplice responsabilità per aver disatteso nel tempo le numerose analisi sociali compiute e nell’aver utilizzato ingenti finanziamenti regionali, nazionale ed europei che di fatto non hanno prodotto i risultati attesi. 

In tal senso, la povertà educativa e la dispersione scolastica continuano ad essere criticità evidenti perché ancora oggi persiste un limitato ricorso al tempo scolastico prolungato, quale autentico antidoto alle difficoltà vissute dagli studenti maggiormente afferenti a segmenti sociali fragili; a ciò si aggiunga la penuria di asili nido indispensabili a garantire l’accesso al mondo del lavoro anche all’universo femminile; la debole e in taluni casi inesistente sinergia programmatica tra la scuola e mondo produttivo e  non per ultimo, il reiterarsi di una serie di indirizzi scolastici poco allineati alle esigenze di un mercato del lavoro riconducibile al modello “industria 4.0” che richiede urgentemente oltre alle competenze umanistiche anche quelle informatiche e tecnologiche.

Dalle colonne di Calabria.Live, considerate le circostanze trattate brevemente, vorrei condividere una proposta tesa a vivere in futuro un Primo Maggio da intendersi sia come la Festa dei Lavoratori sia come un’occasione nella quale gli “stati generali dell’occupazione e del lavoro”, rendano note proposte e strumenti atti a superare l’atavica crisi occupazionale che affligge da sempre il Meridione. Insomma, un momento solenne nel quale tutti i dati elaborati nel corso dell’anno da una cabina di regia composta dai rappresentanti del mondo del lavoro e delle professioni, dalla scuola, dai decisori politici e da rappresentanze studentesche possano divenire atti e indirizzi programmatici da sottoporre ai legislatori regionali e nazionali al fine di consentire loro, per le rispettive funzioni, di poter agire per rivedere a cadenza periodica la curvatura dell’offerta formativa e tutte quelle misure attuabili e atte a incidere nel breve e nel medio periodo con l’intento di invertire l’attuale trend per il quale si continuano a registrare fughe di cervelli, un aumento della disoccupazione giovanile e la costante desertificazione culturale, con conseguenti ricadute negative rilevabili tanto nei settori produttivi quanto sugli assetti politico-istituzionali dei vari territori. Non per ultimo considerando anche il costo pubblico generato dalla quota di devianza sociale che in marginali trova particolare attecchimento.

Vi è poi un capitolo a parte, sul quale si continua a marciare a vista forse perché manca la lungimiranza nel voler comprenderele potenzialità economico-produttive e occupazionali esprimibili dal turismo e dall’agricoltura. In tal senso non è mia intenzione sviluppare alcuna analisi, considerando l’evoluzione dei rispettivi settori e la domanda di elevate professionalità, mi limiterò a fare una domanda: annualmente, quanti sono i diplomati e laureati in ambito agrario e turistico in Calabria? Le considerazioni potrebbero essere scontate: non sono mancate le opportunità, è mancata la cultura. (fr)

Francesco Rao sociologo,  docente a contratto Università “Tor Vergata” Roma

INCUBO DENATALITÀ: UNO SCENARIO FOSCO
SI PROFILA PER LE UNIVERSITÀ CALABRESI

di SERGIO DRAGONELe università del Sud entro il 2040 potrebbero diventare atenei fantasma. Uno studio realizzato da Talents Venture, una società specializzata nell’istruzione universitaria, illustra uno scenario apocalittico: calo delle nascite ed emigrazione dei ragazzi meridionali verso gli atenei del Centro-Nord e dell’estero renderanno non più sostenibili i sistemi universitari del Sud. Diminuiranno drasticamente i giovani di età compresa tra i 18 e i 21 anni che oggi rappresentano il 90% delle immatricolazioni. 

Un quadro fosco che indica nelle Università pugliesi e campane quelle che corrono maggiormente il rischio di desertificazione e quindi, sia pure allo stato teorico, di chiusura nell’arco dei prossimi venti anni.

Ma anche la Calabria non sfugge a questo meccanismo. Secondo questo studio, la nostra regione registrerà nel 2040 la riduzione del 23,8% della popolazione giovanile compresa tra i 18 e i 21 anni, con un rischio desertificazione per i quattro atenei che compongono il nostro sistema universitario (Unical, Umg, Mediterranea e Dante Alighieri per stranieri). Risulteranno troppi, troppo costosi e quindi non più sostenibili economicamente in relazione alle immatricolazioni.

I rettori del Sud sono in grande allarme anche perché inevitabilmente diminuiranno anche le risorse. Il Magnifico dell’Università di Bari, Stefano Bronzini, sta lavorando ad una proposta rivoluzionaria per contrastare questo processo: federare tutte le Università della Puglia e farne una sola, con un solo rettore, un solo consiglio d’amministrazione e un solo senato.

Dice Bronzini: «A Brindisi metterei l’energia, a Taranto concentrerei archeologia e ambiente. A Lecce troverebbero posto le nanotecnologie, a Foggia l’agroalimentare e a Bari la sanità, la fisica, il calcolo, la chimica. Facoltà molto richieste come per esempio Giurisprudenza le lascerei su tutto il territorio, ma legate a un solo ateneo».

Uno dei vantaggi sarebbe di natura economica: secondo Bronzini la federazione di università pugliesi permetterebbe di proporre investimenti che non siano in concorrenza ma in coesione e le risorse sarebbero distribuite in modo equo e non ci sarebbe una contesa degli studenti fra atenei.

Proiettata nella nostra regione, la proposta Bronzini porterebbe alla nascita di un’unica, grande Università, con ogni sede territoriale a detenere un primato in determinate facoltà: a Catanzaro il polo medico e quello giuridico; a Cosenza l’ingegneria e l’informatica; a Reggio Calabria, architettura. Si potrebbe perfino pensare, in questa logica, a facoltà innovative da localizzare a Crotone, Vibo Valentia, Rossano/Corigliano. L’obiettivo sarebbe quello di concentrare tutte le risorse in un unico ateneo e fare valere il peso di un numero consistente di immatricolazioni, puntando anche ad un deciso incremento delle iscrizioni da parte di studenti stranieri.

Ma in Calabria, ovviamente, si procede in direzione del tutto opposta, quella della guerra senza quartiere tra i quattro atenei, con una lotta al coltello per accaparrarsi un po’ di immatricolazioni. La duplicazione della facoltà di medicina, alla luce dello studio di “Talents Venture”, appare più che una conquista, un autentico suicidio che alla lunga porterà all’asfissia di entrambe le facoltà calabresi per la riduzione delle immatricolazioni entro il 2040.

Il rischio di diventare atenei fantasma non fermerà la folle corsa alle duplicazioni, se è vero che anche Reggio Calabria rivendica una terza facoltà di medicina. L’Unical, che gioca da solista in maniera incontrastata, punta sugli studenti stranieri, registrando quest’anno un boom di domande, quasi diecimila, provenienti da 108 Paesi del mondo, per accedere ai 240 posti per la laurea biennale in lingua inglese. Forse non basterà per evitare il rischio desertificazione previsto per il 2040, ma certamente è già qualcosa e forse servirà ad allontanare di qualche anno  il default.

Ora non voglio dire che in Calabria bisogna guardare alla proposta Bronzini come un modello, ma basterebbe lavorare ad un rafforzamento delle facoltà “identitarie” di ciascun ateneo calabrese, concentrando le risorse ed evitando inutili e costosissimi doppioni come “medicina”.

Una considerazione finale. La Puglia guarda al futuro e pensa di federare le forze, la Calabria si gira indietro e pianta inutili e patetiche bandierine, senza minimamente valutare i devastanti impatti che il calo demografico e i flussi migratori avranno nei prossimi venti anni.  (sd)