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L'OPINIONE / Giuseppe Foti: Reggio, la città che muore

L’OPINIONE / Giuseppe Foti: Reggio, la città che muore

di GIUSEPPE FOTILa città che muore. Sembrerebbe il titolo di un romanzo horror, ma in questo caso descrive ciò che sta succedendo alla nostra città, Reggio Calabria.

Una città, appunto, comincia a morire nel momento in cui i pilastri di una società, definibile civile, si frantumano nella retorica collettiva. Un grande pensatore, come Jean Paul Sartre, scrisse una frase che oggi, più che mai, ha grande significato: “l’ideologia è libertà mentre si fa oppressione quando si è costituita”. 

L’oggetto della critica è che ogni singolo cittadino può essere vittima e carnefice del proprio destino, fin quando l’inerzia e il pessimismo lo sovrasta e lo rende schiavo del sistema che egli stesso ha favorito. La politica si sviluppa su questi meccanismi che hanno reso la nostra città priva di tutto e con la consapevolezza di tutti che… il fatto non ci interessa! Veniamo il più delle volte, come hanno fatto le sirene con Ulisse, ammaliati, pero in questo caso non da melodie suadenti, ma da argomenti o fatti di una banalità inaudita che in maniera subliminale rendiamo di vitale importanza. L’inerzia, come condizione umana, può essere solo rotta dal conflitto interiore che nasce in noi e ci fa transitare da oggetto inerme, nelle mani dell’ipocrisia, a soggetto attivo che pretende i propri diritti.

Questo reificare che rende l’uomo un oggetto, non ha mai fatto parte della mia cultura e per tale motivo scelgo sempre, come qualcuno mi ha insegnato, di leggere e lavorare nella contraddizione per essere libero. Sulla scorta di quanto scritto, nasce la speranza di rivedere la mia città di nuovo viva e libera dall’alienazione. Le distanze sociali sono abissali, tanto più, il popolo sovrano (solo sulla carta), sarà schiavo inerte di sé stesso e di chi ne muove le fila, da saggio burattinaio.

Sia chiaro non voglio fare lezioni a nessuno, ma da cittadino sono deluso, ma mai avvinto, da una politica (non gongolate bipartisan), che con l’indissolubile narcisismo retorico ci ha resi “servi” ignari, ma, come si dice, il servo ha bisogno del padrone, quanto il padrone ne ha di lui. Bisogna che il cittadino riprenda la propria soggettività e si interfacci con la politica, sia parte del discorso politico e si riappropri dei propri diritti, se vuole ancora far parte di un sistema che nasceva democratico e si è trasformato in elitario.

Ma davvero vogliamo tutto questo? (gf)