Tutto l’Aspromonte brucia: c’è un disegno criminale dietro?

di Francesco Rao – Ci sono eventi che segnano fortemente i territori e le popolazioni. Nel bene e nel male, tali circostanze finiranno per determinare il presente ed il futuro. Stiamo vivendo con costante trepidazione queste difficilissime ore nelle quali le immagini ed i video, riportati dai canali dell’informazione e dai canali social, segnano questi giorni di un mese di agosto che avremmo voluto vivere con maggiore serenità, soprattutto dopo l’ennesima fase di lockdown e restrizioni varie vissute durante l’inverno scorso. L’evoluzione di questa fase segnerà, anzi, disegnerà nuovamente i territori e le popolazioni della Calabria. Ad oggi, purtroppo, oltre alla distruzione di ettari di vegetazione e piante secolari, piangiamo la morte di quattro persone. Erano quattro calabresi, attaccati alla loro terra, alla storia fatta di sacrifici vissuti per una vita in quei luoghi ed in quelle abitazioni, andate poi in fumo in pochi minuti. Questo sacrificio è grande, quanto è grande l’impatto ambientale che determinerà nel futuro le sorti della Calabria e dei Calabresi.

Proprio il 6 agosto scorso, ho avuto modo di coordinare i lavori di presentazione di un volume edito dell’Ente Parco d’Aspromonte, dal titolo: “Geoparco Aspromonte – Patrimonio Unesco – Storie di Terre Migranti”. Dalla bellezza dei contenuti esposti dai relatori e dalla progettualità futura auspicata dal Presidente Leo Autelitano, non avrei mai potuto immaginare che a distanza di pochissimi giorni, quel patrimonio, sarebbe divenuto il luogo di una scena apocalittica nella quale la fitta vegetazione, da proteggere e preservare,  diveniva l’elemento fondante per alimentare le fiamme che giorni e giorni di lavoro svolto dai soccorsi ancora non sono state domate.

La nostra Calabria ha patito moltissimi mali, per tantissimo tempo. Dai terremoti alla malavita; dalla corruzione alla mala sanità; dall’analfabetismo alla saccenza; dalla disoccupazione atavica alla crescente emigrazione giovanile e non solo. In ultimo, la pandemia ancora in atto sembrava essere l’estremo male destinato a metterci all’angolo. Dopo il primo anno di questa imprevista emergenza sanitaria, stavamo lottando con tutte le nostre forze per poterci rialzare e iniziavamo ad intravedere la luce, anche grazie ai benefici della vaccinazione.

Pur essendo nato il secolo scorso, a mia memoria, una quantità di incendi, così ampia e diffusa su tutto il territorio regionale, credo non ci sia mai stata. Da sempre ricordo focolai d’incendio, sviluppatesi nelle nostre bellissime montagne, ma in quantità nettamente inferiori ed immediatamente governate. In questi giorni i social hanno dato voce a moltissime persone, veicolando la loro amarezza ed il fortissimo sdegno per un fatto che vorrei definire strage dell’ecosistema calabrese. Ho letto su alcuni quotidiani locali che, per taluni casi, gli inquirenti hanno ipotizzato anche responsabilità umane. Tutto ciò si aggiunge alla famosa favola dell’autocombustione, da sempre utilizzata per sedare gli animi e forse raggirare quella norma che prevede azioni puntuali da praticare nei territori sottoposti ad incendio doloso.

In tutta questa tragedia, da qualche giorno, mi sto chiedendo: e se fosse stato un progetto ben pianificato e teso ad ottenere dallo Stato una contropartita? Solo per fare un esempio, mandare in fumo il Geoparco, Patrimonio dell’Unesco, equivale ad aver ridotto in frantumi il Colosseo. Se per molti l’esempio potrà apparire esagerato, dopo aver ascoltato le relazioni dei docenti universitari, in occasione della presentazione del pregevole volume già citato, penso possa essere ben proporzionato. In pochissimi conoscono il valore storico, geologico e botanico del territorio andato in fumo in queste ore. Proviamo ad immaginare quante risorse economiche verrebbero messe a disposizione, in caso di un attacco terroristico praticato ai danni del Colosseo? Proviamo ora ad immaginare la dimensione dell’embolo partito nel cervello di eventuali “piromani”, intenzionati a lucrare nella fase postuma all’incendio, visto che ora, oltre ai fondi statali ed europei si aggiungono i fondi che l’Unesco non potrà negare in quanto, quel luogo, una volta divenuto patrimonio dell’umanità, non potrà essere declassato.

Volendo essere cinico e fantasioso, si potrebbe ipotizzare anche una richiesta estorsiva non andata a buon fine. Inoltre, non dimentichiamo l’eventuale azione, messa in atto per generare svantaggi economici nei confronti degli operatori economici che gestiscono elettrodotti e metanodotti presenti proprio sul territorio. Sarebbe molto bello sapere se tali infrastrutture hanno subito danni, oppure sono rimasti indenni dalle fiamme di questi giorni. Infine, non potrà essere trascurata la fase di messa in sicurezza delle montagne, in parte esposte nelle immediate vicinanze di centri abitati ed in parte sede di importantissime infrastrutture stradali, le quali, oltre ad essere strumenti di viabilità, speriamo possano divenire sempre più un valido strumento per attuare processi di sorveglianza e controllo tesi a scongiurare futuri fatti analoghi. Infine, portando nel cuore la tristezza di questa triste pagina della Calabria, sicuramente impressa anche nella mente dei Calabresi e di tutte le persone che in questi giorni hanno seguito l’evolversi di una tristissima realtà, vorrei sperare che i cittadini di Grotteria possano al più presto ritornare nelle loro abitazioni,  che i parenti delle vittime trovino la forza per andare avanti, ed auspicherei che il Presidente della Repubblica, on. prof. Sergio Mattarella ed il Presidente del Consiglio dei Ministri, Prof. Mario Draghi, vengano di persona ed al più presto a visitare i luoghi nei quali gli incendi hanno bruciato la storia, le tradizioni, le speranze e buona parte del futuro di questa terra e di quella Gente di Calabria, che Corrado Alvaro descriveva forti, capaci di resistere alle difficoltà della vita e grazie alla loro pelle dura, oltre a poterci affilare i coltelli facendoli scorrere sulle loro braccia, continueranno ad amare la loro terra.

Vorrei aggiungere un semplice desiderio: questa volta alla Calabria non siano indirizzati soltanto fondi. Noi non stiamo con il cappello in mano. Vengano attivate azioni investigative tese a verificare l’eventuale responsabilità umana e strumenti normativi atti a consentirci di ricostruire ciò che la natura ha perso anche a seguito dell’irresponsabilità umana e di uno smisurato egoismo. (fr)

[Francesco Rao è un sociologo calabrese. Vive a Cittanova]

Bruciano l’Aspromonte e la Calabria. Brucia tutto. di Giusy Staropoli Calafati

di GIUSY STAROPOLI CALAFATI – Se è vero che la felicità è un attimo appena, allora in Aspromonte è andata già tutta perduta. Consumata dentro al fuoco. Che se fino a ieri essere stati dichiarati Patrimonio Unesco era stata una festa, oggi la festa è già finita. E quel che patrimonio era, non c’è già più. 

Dieci giorni di fuoco ardente. L’Aspromonte brucia, e chi poteva cambiare le cose non lo ha fatto. 

Le faggete vetuste sono in fiamme, e quel fino a qualche giorno fa, era un sogno che avrebbe permesso a chiunque, di riveder le stelle, oggi non è altro che disperazione e lutto. Le fiamme travolgono gli alberi, i sogni, ma porto via anche gli uomini. Esse non s’alzano per avere pietà di ciò che gli sta intorno, ma circondano tutto quanto hanno vicino. Il fuoco nasce per avanzare, se istigato, anche per uccidere. 

Ma forse dell’Aspromonte non frega niente a nessuno. In fondo questa non è altro che la montagna dei sequestri di persona, dei summit di ‘ndrangheta, e delle decisioni stragiste. La montagna più latitante della terra. Eppure, chi la condanna, non sa che proprio qui, nei secoli passati, popoli e santi hanno trovato rifugio. Proprio qui, ancora oggi batte il cuore di una regione antica, dal sapore a volte aspro altre mielato come quello della Magna Grecia, che tra le fenditure più recondite dei suoi materni seni, custodisce la sua storia. E nelle pieghe della sua bellezza, l’identità. 

La Calabria brucia. 

Bruciano gli ulivi, i lecci, i mirti. 

Brucia il lupo perché qualche disonesto uomo ha profanato illegalmente la sua tana. 

Brucia l’area greca ed il grecanico. 

Bruciano le vette sacerdotali della montagna, la casa dell’uomo e il nido del falco pellegrino.

Bruciano l’identità, la capra, e brucia il pastore. Il musulupu, la ricotta e il formaggio. Il legno intagliato. I racconti, le leggi. Da Reggio Calabria a Polsi, brucia tutto. 

I sentieri, i viottoli, i panorami, le vertigini e le turbolenti fiumare. Brucia e si devasta la magnanimità del Creatore con la Calabria. I resti dei paesi appollaiati e aggrappati alla roccia, in bilico sugli spaventosi dirupi, vanno in fumo. E per colpa del fallimento sociale e politico di una terra in cui gli speculatori avanzano come il fuoco. E i disumani disfattisti accelerano la fine, non sapendo che chi brucia tutto oggi, domani non può  aspettarsi di veder spuntare l’erba verde, ma invece è necessario si prepari a vedere venir fuori dalla cenere i corpi esanimi dei propri figli. Perché in questi roghi, con la montagna, stanno bruciando anche loro. 

L’Aspromonte ha bisogno di aiuto. Chi può porti il mare alla montagna. Da solo il fuoco non si spegne. E diciamocela pure, la Calabria non è più la Fenice che tutti speravano. Dalle sue ceneri rischia di non risorgere. 

Il 3 e il 4 ottobre la Regione Calabria, andrà al voto. A chi in questo momento pensa di voler correre questa gara, oggi, e non domani, corra a gambe levate in Aspromonte, e scriva lì proprio programma. La Calabria è lassù che ha bisogno, ora. Il fuoco va domato e in fretta, oggi. Domani poi, con calma, se Dio vorrà e la vostra coscienza pure, racconterete quel che responsabilmente avete fatto per questa terra. (gsc)

IL FRUTTETO DELLO ZOMARO: DAI GIOVANI UN MODELLO DI SVILUPPO PER LA CALABRIA

di FRANCESCO RAO – Parlare concretamente di sviluppo economico, soprattutto in una regione come la Calabria che pur avendo per dote naturale molteplici valori aggiunti, puntualmente disattesi tanto dalla classe politica quanto da un crescente numero di imprenditori, stremati dalla burocrazia e dalla crisi dei vari comparti produttivi, potrebbe essere la prosecuzione dell’ormai perdurante mancata riconoscenza dell’intelligenza di tutti i Calabresi onesti. In questa occasione, certo che non sia l’unica e la sola, vorrei sottoporre ai nostri lettori l’alternativa reale e concreta, contrapposta alla chiara ed evidente assenza di una visione politica complessiva da mettere in campo per dare forma al futuro della Calabria, ponendo delle basi solide ed evitare di assistere alla presentazione di reiterate ricette messe a punto da un superato modello politico, sempre più intento a contarsi e vantarsi senza preoccuparsi di come agire per far contare di più la Calabria nello scenario nazionale ed internazionale.

Come già detto in apertura, la Calabria non ha un solo punto di forza per poter avviare un processo di sviluppo strutturale. I punti di forza sono molteplici. Purtroppo, gran parte dei decisori politici si limitano ad una superficiale conoscenza di tali indicatori e se qualche anima buona, con umiltà e disponibilità, offre spunti riceve silenzi per poi assistere all’uso improprio e storpiato di progetti utili ad alimentare i dibattiti televisivi senza vedere poi alcun seguito concreto. È possibile invertire la rotta ed è anche possibile trovare lungo i nuovi percorsi nuove soluzioni. La Calabria ci sta chiedendo di avviare un grande balzo in avanti, ricorrendo al coraggio ed alla determinazione da sempre nostri alleati per affrontare le molte difficoltà vissute in un Meridione povero e tecnologicamente arretrato che, a differenza della rimanente parte dell’Italia, è stato considerato nel tempo più una zavorra che una opportunità.

In tal senso, quanto ha svolto sino ad ora la Cooperativa “Zomaro Resort” con sede a Cittanova, territorio della Città Metropolitana di Reggio Calabria, potrebbe essere una buona prassi da mettere in atto per dare vita ad un vero e proprio modello teso a consolidare un processo di sviluppo socioeconomico innovativo, capace di invertire la tendenza di questa regione, ricorrendo a processi di agricoltura moderna. Se l’idea imprenditoriale, condotta dai componenti della Cooperativa “Zomaro Resort”, è stata semplicissima, intuitiva e lungimirante, in contropartita la politica non è stata sempre attenta e pronta a sostenere in lungo e largo il progetto.

Il grande meleto dello ZomaroIl frutteto coltivato dalla Cooperativa, grazie alla sottoscrizione di un contratto d’affitto stipulato con il Comune di Cittanova, si trova in Aspromonte alla località “Zomaro” ed ha una estensione di 103 ettari di terreno. Per raggiungere gli odierni risultati sono stati utilizzati quei famosi finanziamenti Europei di cui tanto si parla durante le varie competizioni elettorali ma, una volta eletti, l’attenzione per gli impegni assunti viene meno e sopravviene l’isolamento ed il conseguente abbandono di proposte e progetti da mettere in atto per affrancare dall’isolamento e dalla povertà i rispettivi territori. C’è da dire che nell’ambito dell’agricoltura, la Regione Calabria, tramite i PSR, ha avviato una vera e propria rivoluzione a somma positiva che in pochissimo tempo ha reso possibile anche la realizzazione del più imponente meleto presente in Calabria. Nello specifico, il lavoro quotidiano di tutti i componenti della Cooperativa “Zomaro Resort” ha portato alla piantumazione di circa 25.000 piante di melo. La particolarità di questo impianto, oltre ad essere coltivato in modalità intensiva e certificato da sistema biologico, è la resistenza della pianta alla ticchiolatura, temutissima malattia del melo diffusa a livello mondiale causata dagli ascomiceti. Grazie a tale innovazione praticata dai vivai, la fase di produzione richiederà un minore numero di trattamenti, un ridotto consumo d’acqua ed in una maggiore qualità finale dei frutti.

Il 2021 sarà il terzo anno di produzione di mele. Già in passato, seppur in minime quantità, ricorrendo alla pubblicità programmata sui canali social, le mele ed i mirtilli della Calabria hanno raggiunto un segmento di consumatori di nicchia disseminati in quasi tutte le regioni d’Italia. La risposta ottenuta, commentano i titolari della Cooperativa, è stata entusiasmante: «Acquistando i nostri frutti, oltre ad apprezzare le straordinarie qualità siamo stati sostenuti tanto nell’azione imprenditoriale quanto nel senso etico intriso nell’intero progetto produttivo. Questa scelta, rinnovata di anno in anno, è una conferma che rende orgogliosi tutti noi, incoraggiandoci ad andare avanti».

Mirtilli e mele dello ZomaroOltre alle mele sono state piantumate ben 5000 piante di nocciolo, qualità “Tonda di Giffoni”; 300 piante di ciliegio, varietà “Kordia” e “Regina”; 20.000 piante di mirtilli, varietà “Duke”,“Blue crop” e “Brigette. Successivamente, sempre tramite finanziamenti regionali ed a seguito di una progettazione con finalità socioeducativa, è stata progettata una fattoria didattica per la quale sono stati ottenuti i finanziamenti per la realizzazione.

Il prossimo Anno Scolastico, verrà proposta all’Ufficio Scolastico Regionale la sottoscrizione di una convenzione volta a consentire la fruibilità del percorso didattico messo a disposizione degli studenti calabresi e fruibile all’interno dell’azienda nelle apposite strutture. Infine, proprio la scorsa settimana, la Cooperativa “Zomaro Resort”, avendo partecipato ad un bando promosso dall’Assessorato alla Tutela Ambientale della Regione Calabria, si è classificata al primo posto nella graduatoria regionale, ottenendo un nuovo finanziamento per la realizzazione di un punto di ospitalità diffusa annessa al percorso della ciclovia calabrese afferente al circuito italiano recentemente premiato nell’ambito dell’Italian Green Road Award 2021 (l’Oscar italiano del cicloturismo che premia ogni anno la miglior ciclovia italiana). Anche quest’ultima azione diverrà strutturale all’azione messa in atto dalla “Zomaro Resort” mediante la realizzazione di un progetto complessivamente ampio e teso a rendere possibile una maggiore fruibilità di quelle potenzialità positive, espresse dalla montagna e sino ad ora poco valorizzate.

Se la coltivazione e la produzione dei frutti è stato il punto di partenza, la realizzazione di apposite strutture in legno, l’apertura di una piccola officina per riparare le biciclette, la possibilità di offrire in noleggio l’utilizzo di biciclette a pedalata assistita e macchine elettriche, rappresenterà una ragione in più per incoraggiare i visitatori a recarsi sullo Zomaro per incontrare oltre alla bellezza dell’Aspromonte anche i sapori dei frutti coltivati ed una serie di servizi sino ad ora inimmaginabili.  Tutto ciò sarà anche una valida circostanza per creare opportunità occupazionali e guardare con maggiore attenzione all’ospitalità di quanti inizieranno a percorrere la ciclovia della Calabria.

Realizzate le opere già finanziate, una volta raggiunto lo Zomaro, ai visitatori potrà essere consigliata anche l’esperienza di percorrere in mountain bike i sentieri lungo le fiumare, raggiungendo in meno di due ore il mare, oppure far visitare i centri storici di Gerace, Siderno Superiore, Locri, San Giorgio Morgeto e Cittanova. Naturalmente bisognerà iniziare ad avere una visione molto più aperta ed attenta ai bisogni registrati, impegnandosi ad offrire tutta la bontà, la qualità e la tipicità dei prodotti che esprime il territorio.

Questa è l’esperienza che un gruppo di persone, intenzionate a non abbassare la testa al cospetto della disoccupazione ed alla persistente povertà educativa e culturale presente in questo territorio che ha fornito risposte concrete a quanti vorranno cogliere il segnale di riscatto e superare il consolidato sentimento di sfiducia ed apatia sempre più diffuso tra le giovani generazioni. In tali ambiti, oltre alla lavorazione della terra praticata con mezzi meccanici, c’è bisogno di tante altre professionalità.

Il modello illustrato vuole essere anche uno dei sistemi utilizzabili in Calabria per generare occupazione e nuova economia, promuovendo tutta la bellezza dei territori incontaminati dei tre Parchi nazionali e soprattutto impegnandosi a mantenerli tali anche per il futuro. Questi straordinari successi sono uno dei lati della medaglia che oggi condividiamo con i lettori di Calabria.Live. Dall’altra parte ci sono state anche molte amarezze, delusioni, momenti di sconforto e di profonda solitudine, ma alla fine trionfa il bene. Personalmente ho scelto di promuovere il bene di questa terra, in quanto della Calabria è stata diffusa una immane quantità di negatività che ha consolidato nel tempo una reputazione negativa e tale immagine nel tempo alimentava in modo silente lo sconforto e lo scoramento di quanti vivono in questa terra e di quanti non verranno mai per paura di trovare soltanto il male veicolato.

La natura, da sempre, è stata più generosa dell’uomo. Ma il male compiuto dall’uomo alla natura prima o poi dovrà essere motivo di riappacificazione. Occorre quindi una rinnovata volontà nella quale la sopraffazione non dovrà più trovare spazi per dare seguito ad ulteriori degenerazioni. Dove oggi la Cooperativa “Zomaro Resort” ha realizzato tanti piccoli sogni, gli storici lo hanno indicato come il luogo che nel 72 A.C. vide consumare la battaglia condotta dai Romani, guidati dal Console Marco Licinio Crasso, con lo schieramento di ben otto legioni per trovare e sconfiggere Spartaco ed i ribelli che al suo fianco stavano mettendo in difficoltà la Repubblica di Roma.

Oggi come ieri, nel medesimo luogo, si scrive una pagina di storia importantissima per il futuro della Calabria e, forse, anche per il futuro dell’Italia. I giovani componenti della Cooperativa sono orgogliosi del lavoro compiuto e si apprestano a guardare con fiducia la raccolta dei frutti, attendendo per la prossima primavera gli studenti delle scuole e l’accoglienza di quanti vorranno pernottare nelle strutture che presto verranno allestite in una straordinaria cornice offerta dal verde dell’Aspromonte dove ancora si respira aria pura.

Quanti continuano ad affermare che in Calabria non è possibile realizzare i sogni forse dovrebbero recarsi sullo Zomaro per vivere l’interezza di un sogno che non si conclude alle prime luci del mattino ma, proprio all’alba, schiude i suoi fiori per emanare quel profumo straordinario del riscatto e della speranza.s

ASPROMONTE, IL RICONOSCIMENTO UNESCO
CON L’AMBIZIONE DI DIVENTARE GEOPARCO

di ANTONIETTA MARIA STRATI – Era il 2 marzo 2017 quando il Parco Nazionale dell’Aspromonte ha inviato la sua candidatura per entrare a far parte della rete globale dei geoparchi dell’Unesco:  nella giornata di ieri, ha ricevuto il disco verde dal Quinto Consiglio dei Geoparchi Unesco. Il sogno sta diventando realtà. Un riconoscimento ambito e importante che qualifica e valorizza un Parco straordinario dove la biodiversità trova la sua espressione più completa, un Parco e una regione che il mondo così comincerà a conoscere un po’ di più.

Si tratta di un primo importante traguardo per il Parco che – candidatosi insieme al Parco della Maiella, in Abruzzo – ambisce a diventare l’11esimo geoparco nazionale, quella rete di territori che possiedono un «patrimonio geologico particolare e una strategia di sviluppo sostenibile sorretta da un programma europeo idoneo a promuovere tale sviluppo», che comprendono un certo numero di siti geologici di particolare importanza in termini di qualità scientifica, rarità, valore estetico o educativo e che possiedono un ruolo attivo nello sviluppo economico del suo territorio attraverso la valorizzazione di un’immagine generale collegata al patrimonio geologico ed allo sviluppo del geoturismo.

Una sfida ambiziosa per l’Ente guidato da Leo Autellitano e che ha visto impegnato, in prima persona, il compianto direttore Sergio Tralongo, che ha ideato un progetto dal titolo Aspromonte Geopark: Terre Migranti, «ovvero la geologia come profezia dei territori determinati dagli eventi, svincolati da confini stabili, immateriali, capaci di proiettarsi nel futuro in chiave antropologica, cultura,e sociale, filosofica, ambientale, umana; il geoparco non pi contenuto in un perimetro fisico ma libero e aperto alle esperienze e al confronto dei popoli. È un sogno, un obiettivo, una responsabilità collettiva».

L’obiettivo, è quello di «essere parte della Rete mondiale dei Geoparchi e lavorare in sinergia per favorire l’implementazione e la coesione della stessa rete, nonché dare l’opportunità alle imprese locali di promuovere la creazione e commercializzazione di nuovi prodotti e servizi collegati al patrimonio geologico, in uno spirito di complementarità con gli altri membri della rete».

Come si legge nelle slide preparate dall’Ente, «un Geoparco Aspromonte è prodotti agricoli e dell’artigianato locali, cooperazione internazionale e networking, scambio di esperienze e progetti formativi tra membri del network» e, sopratutto, «è futuro».

Il via libera del Consiglio ai geoparchi  – ha evidenziato Pier Luigi Petrillo, a capo dei negoziatori ministeriali – riconosce la qualità del lavoro svolto dai due parchi in risposta alle raccomandazioni adottate nel 2018 e nel 2019 sui dossier trasmessi. Ora, la parola passa all’Executive Board dell’Unesco che, nella prossima primavera, sarà chiamato a confermare le valutazioni tecniche a favore dei due nuovi siti italiani e di quelli proposti da altri paesi (Germania, Indonesia, Finlandia, Polonia, Danimarca e Grecia)».

«Con questo primo via libera tecnico – ha osservato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa – l’Italia torna a essere protagonista anche in questo settore dell’Unesco, potenziando la rete delle Zone economiche ambientali e offrendo agli altri Paesi membri dell’agenzia delle Nazioni Unite un modello di crescita che sappia coniugare la salvaguardia dell’ecosistema e lo sviluppo dei territori. L’Unesco conferma, così, l’efficacia di politiche che puntano, in modo consistente, sui parchi nazionali. Basti pensare che l’ultima legge di bilancio stanzia a favore dei parchi e per lo sviluppo delle Zone economiche ambientali oltre 150 milioni di euro in azioni e progetti concreti».

Il parco dell’Aspromonte, istituito nel 1989 in Calabria, comprende 37 Comuni e la provincia di Reggio Calabria e si estende per 65 milioni di ettari in una collocazione geografica unica, stretta tra Mar Ionio e Tirreno, che affaccia su panorami che abbracciano lo Stretto di Messina, l’Etna, le isole Eolie, i territori greci calabresi, il territorio di Locri e la Piana di Gioia Tauro.

Ad oggi, nella rete di eccellenza Unesco risultano scritti 161 parchi in 44 paesi. I geoparchi italiani riconosciuti nelle rete globale Unesco sono 9, ovvero: Madonie (2004), Rocca di Cerere (2004), Beigua (2005), Adamello-Brenta (2008), Cilento Vallo di Diano e Alburni (2010), Colline metallifere toscane (2010), Alpi Apuane (2011), Sesia-Val Grande (2013) e Pollino (2015). Il parco della Maiella, localizzato in Abruzzo dove si trova il massiccio più singolare dell’Appennino, si estende per oltre 74 milioni di ettari tra le province di Pescara, L’Aquila e Chieti, includendo 39 Comuni, e offre un affascinante paesaggio montano costituito da numerosi rilievi carbonatici che superano o sfiorano i 2000 metri, separati da valli e da pianori carsici.

Riuscire a entrare a far parte della rete globale dei geoparchi dell’Unesco, sarebbe un prestigioso traguardo non solo per il Parco Nazionale dell’Aspromonte, che vanta un patrimonio culturale e naturalistico senza precedenti, ma anche per tutta la Calabria che, in caso di conferma da parte del prossimo Consiglio esecutivo dell’Unesco, in programma a marzo, potrà ‘vantare’ di avere ben due geoparchi Unesco, dato che il Parco del Pollino ne fa già parte. (ams)

Il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung dedica una pagina alla Calabria e all’Aspromonte

Il giornale tedesco Süddeutsche Zeitung, la scorsa settimana ha dedicato una pagina intera, con un articolo firmato dal giornalista e scrittore Stefan Ulrich, alla Calabria e all’Aspromonte.

«Uno spot bellissimo sulla Calabria – ha scritto su Facebook lo scrittore Gioacchino Criaco – con, tra le altre cose, una colta conversazione col più importante poeta greco d’Aspromonte, Salvino Nucera».

L’articolo, dal titolo Un dio in ogni estraneo, racconta di Bova dove il sindaco, Santo Casile, ha detto che «qui a Bova torniamo nella Grande Grecia», delle città limitrofe e dell’Aspromonte, che «ha buone possibilità di essere presto designato Geoparco dall’Unesco».

Un viaggio, dunque, nella Calabria greca alla scoperta di un patrimonio culturale inestimabile che, oggi, continua a battere più vivo che mai grazie ai calabresi che, senza il loro instancabile lavoro di valorizzazione, sarebbero estinti. (rrc)

CONTRO LA PIAGA DEGLI INCENDI D’ESTATE:
ASPROMONTE BRUCIA, VERDE IN PERICOLO

L’Aspromonte brucia, come ogni estate, il verde, i boschi, gli animali, tutto è in pericolo. L’Associazione Guide Ufficiali del Parco Nazionale dell’Aspromonte ha lanciato un appello a tutte le associazioni, agli escursionisti, a chiunque frequenta la montagna. Occorre stare vigili e segnalare qualsiasi filo di fumo sospetto. Se brucia l’Aspromonte non va a fuoco solo la Montagna, ma una grande parte di Calabria che non rinascerà più. C’è anche un prezioso contributo dello scrittore Gioacchino Criaco per mettere in guardia contro il fuoco. Questo è un accorato appello, corale, perché l’Aspromonte è tutti noi.

«Non sono nuvole. – scrivono le guide – Odore acre e pungente che travolge gli occhi e li riempie di lacrime.
Il fumo sovrasta l’Aspromonte, la nostra montagna, la nostra casa.
Monte Scafi, Croce Melia, Pesdavoli, Monte Antenna, Armaconi, Santa Trada, i boschi di Casalinuovo, Africo Vecchio, Samo bruciano.
Perché non è un’emergenza?
Non vediamo nessuno strappato al calore del suo letto ergersi a difensore dei boschi aspromontani e continuiamo a chiederci perché, mille volte perché.
Spesso, quando facciamo educazione ambientale, cerchiamo di svelare il valore delle cose che normalmente sembrano non averne. Un lingotto d’oro è universalmente un valore, ma una pigna? Un sasso, una corteccia, un albero? Spesso è una scoperta, per i bambini…
Ora che migliaia di piante sono in fiamme e molti habitat sono a rischio, non riusciamo a capacitarci di come questo valore, immenso, non sia percepito neanche dagli adulti.
Se qualcuno pensa che sia solo empatia ed amore per madre natura sbaglia. Non vogliamo solo sia protetto un albero o un fiore, vogliamo che sia protetto il diritto al futuro, l’economia che le aree protette generano con le conseguenti ricadute sul tessuto socio economico dei piccoli centri aspromontani, contribuendo a farli uscire dalla storica marginalità. Difendere l’Aspromonte dal fuoco, vuol dire anche difendere la sua gente ed il suo futuro.
Siamo in emergenza, l’Aspromonte brucia e le braccia per domare il fuoco sono poche e stanche e le ringraziamo con tutta la forza che abbiamo.
Non sta bastando. Ma nessuno pare preoccupato o almeno non lo dimostra.
Non esiste un solo problema, in Calabria, lo sappiamo molto bene.
Ma quando la terra sarà bruciata non avremo più nulla da difendere. Il rischio ed il danno per biodiversità, necessaria per l’uomo, rischia di essere pesantissimo. Ciò che potrebbe apparire lontano ci riguarda tutti, molto da vicino, perché la distruzione degli habitat porta ad un naturale impoverimento che colpirebbe tutti noi. Sarebbe come togliere da un muro un mattone per volta, prima o poi quel muro cadrà. Sotto ci siamo noi.
Chi deve fare qualcosa, la faccia, o ci dica cosa sta facendo.
Lo pretendiamo.
Noi vogliamo fare la nostra parte. Possiamo parlarne, dobbiamo parlarne.
Possiamo contribuire alle segnalazioni (lo stiamo facendo) e dobbiamo farlo ancora di più.
Noi vediamo, sentiamo, parliamo.
Questa è oggi la nostra priorità.
Non ci sarà Guida Parco che in questi giorni sarà per le montagne, che non avrà lo sguardo vigile e pronto per segnalare il primo pennacchio di fumo e tutto ciò che potrebbe essere utile a rintracciare chi quel fumo l’ha fatto partire.
Lanciamo l’appello a tutte le associazioni, singoli escursionisti ed a chiunque frequenti la montagna.
Segnalate, vigilate, sollevate il problema, gridate all’emergenza, pretendete un intervento.
Sta bruciando nostra madre, tutti dobbiamo contribuire a spegnerla con gli strumenti che abbiamo.
Chiediamo che per ogni ettaro di parco bruciato sia ampliata la superficie complessiva dell’area protetta.
Se bruciano mille ettari, che il nostro parco aumenti la sua superficie da 64 mila a 65 mila ettari.
Alla barbarie si risponda con la fermezza di chi ha una visione chiara, dell’Aspromonte lucente scrigno di biodiversità al centro del Mediterraneo».  (rrm)

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La Montagna brucia

di GIOACCHINO CRIACO – Chi dà fuoco al bosco brucerà all’inferno”, dicevano i padri, per i figli dei pastori era la minaccia più terribile, l’incendio eterno, ad arderli vivi; la profferivano sempre, dopo un rogo, con le facce antiche mascherate dal fumo, le braccia ustionate e le mani piagate con stretti i monconi dei rami di pino che erano l’unico, minimo, rimedio al fuoco. I pastori, quelli veri, non appiccavano fiamme, perché i roghi succhiavano la vita alla terra che non pasceva pascoli e quando, dopo anni, rispuntava l’erba, era freno di panza buono solo a gonfiare gli stomaci degli animali, ma inutile per colmare mammelle, e senza sostanza e senza profumo. I pastori veri chiedevano alla quercia uno dei suoi mille bracci, e si riscaldavano un inverno intero. L’acqua se la succhiavano dai capezzoli di roccia e a ogni stagione ringraziavano la grande madre per i suoi tanti frutti. I montanari veri non avanzavano pretese sulla montagna, gli appartenevano. È la città che vuole legna, acqua, terre libere da farci i cottage, gli hotel e gli affari. È la città che vuole farci le gite di domenica e a ferragosto, per ritrovarsi. La montagna è come l’India: quelli che ci stanno ci sopravvivono e quelli che vanno in vacanza ritrovano il Karma. E, sulla montagna, i cittadini raccontano un sacco di balle: che è bella, magnifica, rigenerante, -che è lì che si dovrebbe vivere. Ma dopo una notte, o una settimana scappano via, e fuori dalle casettine di Heidi ci stanno giusto il tempo di farsi venire la fame, poi una bella doccia, panni puliti e pronto in tavola. La montagna, per chi davvero ci ha vissuto, è stata zecche, pulci, pidocchi, freddo, fame, sudore e tanta tanta puzza, che l’acqua è ghiaccia pure ad agosto. La montagna non è mai tenera, ma per chi davvero la ama è l’amore di una madre, ed è, soprattutto, un essere vivente che ti ospita, tutto è suo e tu puoi accettarne i doni. E ogni montagna è un essere a sé, che non è che ne conosci una e le conosci tutte. Dentro il suo mondo ci stanno creature a miliardi: monti, alberi, animali, torrenti. Tutte creature animate. E con le felci dopo sei mesi ci parli, ma per vincere la ritrosia dei pini ci vogliono sette anni, e perché le querce ti prestino ascolto te ne servono dodici. La montagna non è la bestia feroce che potete guardare in sicurezza davanti alla gabbia dello zoo cittadino. La montagna è una fiera in libertà, se ci si scherza troppo si viene mangiati.
La Montagna brucia perchè tanti ignobili traditori ne vorrebbero fare il loro orto privato, per raccogliere solo loro pochi frutti avvelenati. Chi la brucia? Pastori finti, che non hanno idea di cosa significa essere pastori e credono che bruciando, alle prime piogge ricrescerà tanta erba. Disboscatori che vogliono fare affari con la legna. Spegnitori che hanno nell’antincendio i vantaggi. Quelli a cui servono spazi, materiali per le centrali a biomasse, radure per le pale eoliche. C’è una genia infinita di ammazzatori, che hanno per complici tutti quelli che dovrebbero difendere la montagna.
Che la montagna non è un giardino da tenere come cartolina. La Montagna è una mammella con un capezzolo da suggere con delicatezza. E’ vita, per questo è nata per dare vita ed essere vissuta. La Montagna è legna buona, acqua, ortaggi e frutti, e cammini faticosi. La Montagna si vuole e si deve dare, ma bisogna proteggerle i fianchi, pulirla, rimboschirla, fare armacere e briglie, accudire i sentieri e risanare le frane, smantellare cementi e dighe. Utilizzare ogni suo centimetro come fosse il lembo millimetrico della pelle di nostra madre. Non dissipare la sua ricchezza ma aumentarne il valore, i talenti. Metterci gente a lavorare, avere presenze continue, ripopolare davvero. L’Aspromonte è una bomboniera, ma non un soprammobile, non è il lume finto sopra il cammino, è una lampada che illumina la strada. Noi abbiamo una Montagna ma è come se non l’avessimo, perché non la utilizziamo per quella che è la sua natura. Noi abbiamo una Montagna, ma non abbiamo la Montagna. Quelli che la bruciano dovremmo prenderli a calci, anche se ci fossero compari, amici, fratelli. Sono traditori: di sè stessi, della nostra terra, di noi. Tradiscono tutti quelli che lottano perché la Montagna torni a darci vita e da vivere.

LA CULTURA RITROVATA VA IN ASPROMONTE
AD AFRICO INTELLETTUALI A CONFRONTO

di MARIA CRISTINA GULLÍ – Ritrovarsi, per il terzo anno consecutivo, ad Africo Antico, nel cuore dell’Aspromonte: è stato un nuovo successo quest’incontro, quest’anno, non sponsorizzato dalla Regione, bensì promosso e organizzato dai giovani di Insieme per Africo. Un raduni senza inviti, solo col passaparola per mettere fianco a fianco artisti, scrittori, poeti, giornalisti e tanti, tantissimi giovani con la voglia di ascoltare, di domandare, di sentirsi protagonisti. E Gente in Aspromonte non sarà più un evento sporadico: il presidente del Parco Leo Autelitano lo ha inserito tra gli “attrattori culturali, turistici e ambasciatori del Parco», così che quest’incontro il cui sottotitolo recita “La visione del Sud vista dall’Aspromonte” acquisisce il pieno sostegno del Parco. L’obiettivo di del presidente Autelitano è valorizzare le iniziative che caratterizzano l’Aspromonte a supporto di identità culturali, incentivando il confronto e la crescita sociale nel rispetto della legalità.

Giungere al rifugio Carrà non è agevole, eppure sono arrivati in tanti, a cominciare dallo scrittore Gioacchino Criaco che ama moltissimo questo suggestivo angolo di Aspromonte lo ha fatto conoscere ad amici e colleghi: con l’intervento dell’Ente Parco diventa sede stabile dell’incontro che, è chiaro, si ripeterà crescendo sempre di più.

"GENTE IN ASPROMONTE" 2020

Bella la motivazione che ha spinto i giovani organizzatori dell’incontro di quest’anno: «Non arrabbiarti con il pozzo che è secco – hanno scritto su FB – perché non ti da l’acqua, piuttosto domandati perché continui ad insistere a voler prendere l’acqua dove sai già che non puoi trovarla.
Noi ragazzi di “Insieme per Africosiamo così. Ci crediamo da sempre che qualcosa possa realmente cambiare, ci crediamo nonostante le mille promesse fatte, ma mai mantenute.
«Quest’anno abbiamo voluto organizzare, di nostra spontanea volontà, la terza edizione di “Gente in Aspromonte”, e nonostante le mille difficoltà riscontrate, possiamo dire che ce l’abbiamo fatta anche questa volta. Ce l’abbiamo fatta anche grazie all’aiuto di alcune persone davvero speciali che ci danno una mano da sempre. Ci supportano in ogni iniziativa ed in alcuni momenti ci danno la forza per andare avanti.
Il sorriso degli ospiti, le belle parole spese nei nostri confronti e di conseguenza l’ottima riuscita dell’evento è stata soprattutto merito di :
Gioacchino Criaco, Bruno Criaco, Francesco Pileggi, Giuseppe Aloe, Paolo Sofia, ed altri amici, i quali si sono impegnati in prima persona affinché tutto potesse essere perfetto e andare per il meglio. E così è stato.
«Noi ragazzi volevamo ringraziare tutte le persone presenti, tutti coloro che sono intervenuti al dibattito con l’auspicio che sia solo l’inizio di tante iniziative affinché vengano valorizzati i nostri incantevoli Borghi Aspromontani.
«Siamo gente strana noi Africoti, è da settant’anni che viviamo sul mare, ma continuiamo a chiamare Madre l’Aspromonte. Continuiamo a sognare che la nostra terra possa un giorno essere valorizzata e conosciuta da tutti. Per noi è il nostro paradiso sulla terra. Siamo dei piccoli, poveri, romantici sognatori ancora rimasti a crederci. E anche se tutto questo fosse soltanto un sogno, per favore non svegliateci. Scusateci, ma noi preferiamo continuare a sognare».

È un luogo di memoria Africo, che rimanda al grande Umberto Zanotti Bianco, un settentrionale a totale servizio del Sud, impegnato a dare visibilità e sostegno a una popolazione di dimenticati e oppressi. Aleggiava il suo spirito nel rifugio Carrà, tra gli ulivi e le pietre delle armacìe circostanti, il profumo del verde e l’alito fresco che giunge dal mare. È un luogo impervio, ma ci arrivano a frotte, e continueranno ad arrivarci perché l’Aspromonte scoppia di tradizioni e di cultura e non finisce mai di tramandarle. (mcg)

 

L’Aspromonte di Mimmo Calopresti, uno struggente racconto di Calabria al cinema

Piacerà e non poco, ma non solo ai calabresi, il bellissimo e struggente nuovo film di Mimmo Calopresti, Aspromonte la terra degli ultimi, da domani nei cinema di tutt’Italia. È film-verità di un fatto avvenuto realmente, quando la povera gente di Africo abbandonò il paese, devastato dall’alluvione del 1951, per scendere alla marina (Africo Nuovo). È un racconto magnifico, dove il regista di Polistena guida senza la minima incertezza una grande massa di figuranti, mescolati agli attori del film, straordinari interpreti a partire da Valeria Bruni Tedeschi (la maestrina milanese andata a insegnare nel posto più sperduto dell’Aspromonte) a Marcello Fonte (eccezionale “poeta” e, cantore e guida per i giovani del paese, che si costruisce una “casa per morire non per viverci”) a un eccellente Francesco Colella, un intenso Marco Leonardi e a un preciso Sergio Rubini (il temuto boss del paese). Il casting, come il film, è perfetto, tanto che a Calopresti vanno riconosciuti uno stile e una capacità caravaggesca nelle rappresentazione delle scene e nei personaggi. Non è folclore, ma vita vera, miseria e disperazione, che si respiravano davvero in alcuni paesini dell’Aspromonte tanto da ispirare un clamoroso servizio fotografico del rotocalco più importante di allora, Epoca, e suggerirono più tardi il bel libro di Corrado Stajano, il giornalista-scrittore che raccontò quell’esodo verso la marina, in quegli anni passato quasi inosservato.

La storia di Aspromonte La terra degli ultimi, è una metafora della calabresità che contraddistingue la nostra gente. La caparbietà di arrivare comunque alla meta, proprio quando tutti sono contro o tutti sono indifferenti. La meta, in questo caso, è una strada che avvicini il piccolo borgo alla strada principale, che possa dare via di scampo alla partoriente che non ha il medico in paese (e per questo muore tra mille sofferenze insieme con il la creatura che porta in grembo). Nessuno vuole costruirla, anzi quando gli africoti decidono che se la costruiranno da soli interviene il prefetto a bloccare i lavori e sequestrare zappe e picconi. È un’amara metafora delle tante incompiute della Calabria, ma non è un film di denuncia civile: troppo inascoltate – da sempre – le parole e le accuse contro l’indifferenza e l’ignavia dei nostri governanti. È un film che adempie al suo compito primario, intrattenere e affascinare il suo pubblico. Calopresti ci riesce in maniera esemplare: rapisce il suo spettatore e lo coinvolge quasi a fargli sentire gli odori della terra, costringendolo a scrutare il cielo e i campi abbandonati fino ad appropriarsene, a calpestare a piedi nudi – come hanno fatto realmente tutti gli attori – quelle pietre che caratterizzano i viottoli del paese. Il film è tutto in dialetto calabrese (con sottotitoli in italiano) ed è un sincero atto d’amore di un figlio devoto che ama perdutamente la sua terra, senza blandizie o carezze superflue, e la fa conoscere al mondo, con un che di genuina nostalgia: i calabresi non si devono vergognare della povertà e della miseria che sono le protagoniste assolute del film, la vergogna è semmai di tutti coloro che hanno permesso e mantenuto questo stato di ingiustizia sociale in tanti piccoli, piccolissimi paesi del profondo Sud.

Il racconto coinvolge e avvolge in un crescendo di emozioni che, com’è giusto, non fanno velo ai sentimenti. C’è la rabbia, la disperazione, la solitudine dell’abbandono, ma c’è anche in primo piano l’orgoglio dell’appartenenza, quel senso innato di calabresità che trasversalmente colpisce tutti quelli che se ne sono andati o continuano (purtroppo) ad andar via: pastori e letterati, maestri e pescatori, contadini e laureati. La diaspora calabrese, probabilmente, non finirà mai, per questo in ogni angolo del mondo troviamo sempre un conterraneo, che quasi sempre raggiunge posizioni di grande prestigio. I calabresi sono come gli africoti del film di Calopresti: non s’arrendono mai, per questo raggiungono la vetta più facilmente degli altri, in ogni campo.

Siamo certi che la magnifica suggestione di Aspromonte di Calopresti riuscirà a raccogliere consensi se non addirittura entusiasmi. Facile prevedere un’incetta di premi, che meritatamente, arriveranno. Il casting è straordinariamente perfetto, come in una mega-produzione d’oltreoceano: ognuno ha la faccia giusta, anche i bambini sono l’affresco (Caravaggio non avrebbe potuto fare di meglio) di una civiltà contadina e aspromontana che anche chi vive lontano da qui non riuscirebbe a immaginare in modo diverso. Marcello Fonte si rivela un grande attore, preciso nel ruolo, come i suoi comprimari. Valeria Bruni Tedeschi si ritaglia un personaggio che raccoglierà parecchie statuette come miglior attrice dell’anno, ma due ultime segnalazioni di merito vanno a Elisabetta Gregoraci, intensa e irriconoscibile (ma perfetta) compagna del boss, tenera mamma e insieme moglie fedifraga di uno “ribelli” del paese, e a Fulvio Lucisano (proprio lui, il grande produttore calabrese, che ha realizzato questo film) che si ritaglia un prezioso e fresco cameo di chiusura da cui traspare la famosa calabresità di si diceva prima.

Il film è tratto dal libro omonimo di Pietro Criaco (Rubbettino editore), sceneggiato dallo stesso Calopresti con Monica Zappelli. Criaco è un calabrese di Africo, Mimmo Calopresti è nato a Polistena, emigrato da giovanetto a Torino con il padre. Un grande sentire comune guida la storia, una grande storia calabrese, per farne un grande, straziante ma meraviglioso film. Commovente e prezioso, bellissimo, da non perdere assolutamente. (s)

La foto di copertina è di Fulvio Lucisano.

Il trailer del film Aspromonte La terra degli ultimidi Mimmo Calopresti, dal 21 novembre al cinema:

 

REGGIO – Martedì la conferenza “Le fiumare, arterie dell’Aspromonte”

Martedì 25 giugno, a Reggio, alle 21.00, presso la sede del Club Alpino Italiano – Sezione Aspromonte di Reggio Calabria, la conferenza Le fiumare, arterie dell’Aspromonte.

Relaziona il prof. Giuseppe Bombino, uno dei massimi esperti nel campo e socio della sezione reggina.

«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte – ha spiegato il prof. Bombino – l’inverno quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque». I torbidi torrenti descritti nella nota opera dello scrittore calabrese Corrado Alvaro sono le fiumare: ampie vallate riempite di ghiaia e ciottolame che solcano l’estremità meridionale della Calabria, esse rappresentano uno degli aspetti più peculiari del paesaggio aspromontano. Corsi d’acqua che, originandosi alle quote altimetriche più elevate, “precipitano” verso la costa attraversando il territorio agro-forestale, gli ambiti rurali, i borghi e le città».

«Malgrado, in passato – ha proseguito il prof. Bombino – l’esigenza di recuperare aree agricole e urbane ha spesso condotto alla realizzazione di interventi per il controllo delle dinamiche fluviali provocando la perdita di importanti caratteri ecologici, la potente naturalità della La Verde, del Bonamico, dell’Amendolea e delle altre fiumare, custodiscono ancora pozze d’acqua cristallina e cascate impetuose. Storici e geografi dell’antichità come Tucidide, Plinio, Edrisi, Strabone, Polibio, Barrio, ci tramandano che alcune di queste fiumare erano navigabili, quindi fiumi perenni. Ciò da un’idea delle profonde mutazioni idroorografiche che ha dovuto subire tale territorio in seguito agli innumerevoli disboscamenti, ai terremoti ed alle frane succedutesi nel corso di secoli». (rrc)