A Corrado Calabrò il Premio Speciale Morgantina

Prestigioso riconoscimento al poeta e magistrato reggino Corrado Calabrò, a cui è stato conferito il Premio Speciale Morgantina, per «le qualità artistiche, per le caratteristiche di stampo esistenziale, per l’autenticità della parola lirica».

Il prestigioso riconoscimento rientra nell’ambito della seconda edizione del Premio Internazionale di Poesia Morgantina, organizzato dall’Accademia di Sicilia

Calabrò, si legge nella motivazione, è stato premiato sopratutto per «l’ultima raccolta dal titolo L’altro, in cui evidenzia – sul filo dell’ironia – una fondante cifra sull’uomo e la sua stessa esistenza». (rrm).

L’attrazione dell’oltre nella poesia di Corrado Calabrò (autori vari)

di SANTO STRATI – Cos’è l’attrazione dell’oltre? Per un poeta è sicuramente il superamento della dimensione tradizionale e l’attraversamento della realtà con occhi allo stesso tempo distaccati ma partecipi. Al poeta, grande poeta calabrese, Corrado Calabrò la rivista Spiritualità & Letteratura, edita dalla Fondazione Thule Cultura di Palermo ha dedicato due corposi fascicoli, racchiusi in un unico libro, proprio sull’ “attrazione dell’oltre”. Un’analisi introspettiva sulla figura di Calabrò ma soprattutto sulla sua vastissima opera creativa.

Nella sua introduzione, Corrado Calabrò, afferma che «la nostra visione della realtà è un miraggio». Una visione olografica. «Ci è sconosciuta, insomma – sostiene – non percepita nella sua fondamentalità, la stessa realtà che ci circonda e ci permea, la realtà di cui siamo fatti. Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo i colori, sentiamo suoni, odori, sapori: sono solo manifestazione metamorfiche che i nostri sensi ci porgono». Un’idea della poesia, ma soprattutto della vita, che il poeta Calabrò trasferisce dall’uomo (giurista, intellettuale, studioso) all’artista che crea, mediante i versi, emozioni e sensazioni perché si comprenda il senso della propria esistenza. È questa la vera forza poetica di Calabrò, il costringere alla riflessione cavalcando un’onda poetica trascinante e travolgente, e allora avviene che i suoi versi coinvolgono in modo atipico il lettore, ne saggiano l’intelligenza e ne stimolano risposte in termini di sentimento. Perché – ricordiamolo come disse Anassagora – l’uomo è nato “per contemplare il cielo e l’origine di tutto l’universo”.

Chi conosce la poesia di Corrado Calabrò, troverà in questa corposa raccolta di saggi (400 pagine) un’ulteriore risposta al perché le sue liriche vanno ben oltre la tradizionale suggestione che il verso riesce a dare. Il lettore riuscirà ad apprezzare ancora di più la profondità di alcune liriche, scoprirà la grandezza poetica di un inguaribile sognatore. «Sono una barca spogliata di vela che anela inutilmente al mare aperto» scrive in una lirica il poeta Calabrò: è il riferimento costante al “suo” mare, alla “sua” Calabria che, insieme all’amore, sono i temi dominanti di tutta la sua produzione poetica.

Del resto, 23 libri di poesia sono la testimonianza di una vitalità creativa che ha pochi eguali: in questo volume ci sono un centinaio di contributi di studiosi, scrittori, saggisti, poeti e operatori culturali che parlano e documentano un’attività invidiabile e superlativa di un “poeta del mare e dell’amore” e costituiscono un incentivo a rileggere, riguardare, ritrovare versi indimenticati per cogliere l’essenza vera di una concezione di vita, moderna perché basata sul classicismo, tra il mito e la metafora, tra il sogno e la realtà, l’immaginazione e il tecnicismo del quotidiano.

Non si faccia, però, l’errore di considerare questo libro la summa esaustiva della poetica di Calabrò: il poeta non dorme mai, sogna, vive, racconta. E molti altri, continuamente, parlano e parleranno di lui. Un bel libro per apprezzare ancor di più il grande poeta Calabrò, che della Calabria è un orgoglioso e più che illustre figlio. Il volume è curato da Tommaso Romano e Giovanni Azzaretto. (s)

L’ATTRAZIONE DELL’OLTRE NELLA POESIA DI CORRADO CALABRÒ
edizione fuori commercio, a cura di Tommaso Romano e Giovanni Azzaretto
Quaderni di Spiritualità & Letteratura – Fondazione Thule Cultura, Palermo

Al poeta Corrado Calabrò il Premio Bertrand Russell dell’UniMediterranea

Un nuovo, prestigioso riconoscimento per il poeta e giurista Corrado Calabrò, grande orgoglio della Calabria, riconosciuto in tutto il mondo: l’Università Mediterranea di Reggio gli ha assegnato il premio Bertrand Russell “ai Saperi Contaminati”. È il premio istituito dalla Fondazione Mediterranea in partnership con la Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea che viene assegnato ogni anno a personalità del mondo della cultura. Calabrò ha ricevuto l’ambito riconoscimento per la sua attività letteraria e poetica che ha fatto da pendant al suo prestigioso percorso professionale nella magistratura. Com’è noto, il prof. Corrado Calabrò, reggino innamorato perso della Calabria e del suo mare, è stato per lunghi anni al vertice della magistratura amministrativa fino al Consiglio di Stato, senza mai, per questo, trascurare la sua straordinaria capacità di “poetare”. La poesia di Calabrò accarezza l’anima e induce alla riflessione mescolando amore e passione con tenerezza e realtà, tecnologia con sentimento, suggestione con vita reale.

Premio Russell a Corrado Calabrò

La cerimonia di consegna del Premio oggi pomeriggio a Reggio a Palazzo Zani, nella biblioteca di Giurisprudenza. Calabrò è stato accolto dal direttore del Dipartimento Digies Massimiliano Ferrara, dal presidente della Fondazione Mediterranea Vincenzo Vitale, dal presidente del comitato scientifico della stessa fondazione Antonino Monorchio, da Giuseppe Barbaro (Dipartimento Diceam) e da Raffaello Abenavoli, segretario della Fondazione, con relazioni di Pino Bova, presidente del Circolo culturale Rhegium Julii, e dell’avv. Nico D’Ascola. Una magnifica lectio magistralis dello stesso Calabrò ha coronato la serata. (mp)

Quinta Dimensione – Poesie scelte 1958-2018 di Corrado Calabrò

Chi pensa che i libri di poesia non abbiano mercato o siano soltanto destinati a un pubblico troppo ristretto dovrà ricredersi di fronte a Quinta dimensione – Poesie scelte 1958-2018 di Corrado Calabrò. Basterebbe il lungo e appassionato poema Roaming che apre la raccolta a motivare la lettura delle altre 245 liriche di questo straordinario volume di oltre 300 pagine (Mondadori editore). Corrado Calabrò è un poeta sui generis: ha saputo in sessant’anni di poesia coniugare il rigore dell’uomo di legge e delle istituzioni con l’incanto di una poetica non convenzionale, molto spesso destinata a scuotere sentimenti e passionalità con la suggestione di versi che illustrano, raccontano, costruiscono e disfano. Il Calabrò giurista è un alter-ego del Calabrò poeta o è vero il contrario: le due vite non s’incrociano, come rette parallele, binari di un’esistenza vivida e ricca, però aiutano a comprendere l’uomo, con i suoi echi millenari della Magna Grecia o i profumi della sua Calabria.

50 anni di uomo di legge e 60 anni di poesia, con una (fortunatamente) mancata contaminazione delle parti. Corrado Calabrò giurista, presidente AGcom, più volte capo di gabinetto e infine consigliere di Stato è la fotografia di una vita al servizio delle istituzioni e del Paese; Calabrò poeta è una sinergica realtà che smuove passioni, esalta la carnalità dell’amore, ispira i sensi, provoca commozione, scatena sentimenti. Il poeta sa farsi tramite dei luoghi della vita, delle sensazioni, dei sogni, impossibilitato a non mutuare con il lettore lo spirito del tempo (Zeitgeist) e la pratica del vivere quotidiano. Il risultato è una gradevole sensazione di intimismo condiviso che avvolge nello scorrere dei versi chi cerca nella poesia i segni vitali dell’essere uomo. E chi è il lettore di poesia? È sicuramente ben diverso dal lettore di romanzi o di saggi: è in realtà un sognatore o forse soltanto un avventuriero letterario in cerca di parole solo a lui comprensibili e riservate.

Se guardiamo bene, l’opera poetica di Corrado Calabrò si muove su tre piani: l’amore, il mare, la Calabria. Che poi sono una sola cosa: Il mare di quella Calabria che gli ha dato i natali è l’immenso oceano dell’amore che caratterizza gran parte della sua produzione poetica. Calabrò è il cantore dell’amore e quindi della vita, della passione, della sofferenza, della morte: i suoi versi non offrono indulgenze al lettore, lo rapiscono senza farsene accorgere, lo trascinano in abissi di suggestioni e sensazioni che solo il vero poeta riesce a trasmettere, a suscitare. Il poeta Calabrò non declama, ma offre il dialogo col suo lettore, che – senza saperlo – esprime il suo impalpabile feeling al poeta.

Si diceva prima di Roaming: è straordinario questo lungo poema che in 602 versi racconta una vita, tra sogno e realtà, tra desiderio e passione, tra modernismo e tradizione. Quasi una trasmissione televisiva, in versi, che spazia in lungo e in largo, senza soluzione di continuità, a inseguire eventi e avvenimenti, persone reali e forme idealizzate dal sogno, in un affascinante delirio di passione quando “sotto stupite stelle / si smarrisce per noi la distinzione / tra provenienza e destinazione”.

Si farebbe un torto, però, al poeta Calabrò se si riducesse l’attenzione al solo Roaming: Quinta dimensione è un libro da tenere sul tavolo o sul comodino, un pronto soccorso al desiderio di indifferenza, alla malinconia, alla voglia d’amore, al bisogno di fuga, all’esigenza di stabilità. Sfogliando le pagine s’incontrano affreschi di sentimento che disarmano l’innocua paura della parola scritta. Non è facile sfuggire ai versi di Calabrò che, inesorabile, colpisce – com’è d’obbligo al poeta – ferisce e risana. Il tocco del poeta è lieve, ma le parole sono macigni, incantano, affliggono, esaltano e inteneriscono. È una giostra di stimoli differenti che s’inseguono con l’obiettivo di scavare a fondo nell’animo di chi è pronto a rivivere il senso dei versi e nutrirsi della loro inesauribile efficacia.

Non è  un mestiere per tutti il poetare, ma la parola che si fa verso illude e riesce a scuotere sentimenti che s’immaginavano repressi o del tutto assenti. È la magia di chi – davvero pochi, in verità – sa costruire con le parole un universo dove ognuno riesce a individuare una o più stelle di riferimento. In una “quinta dimensione” che Corrado Calabrò dona con questo libro, con le sue liriche, parlando al cuore perché la testa intenda, tra sperimentazione e classicismo. Forte di una maturità poetica di cui non capiterà mai di stancarsi. (Santo Strati)

Corrado Calabrò
Quinta dimensione
Mondadori editore,
304 pagg, 18 euro

Incontro col poeta e giurista Corrado Calabrò: il mondo ha bisogno di poesia

In occasione della Giornata mondiale della Poesia Calabria.Live ha incontrato il poeta e giurista Corrado Calabrò. Reggino di nascita, romano di adozione, uno dei maggiori poeti viventi con libri tradotti e pubblicati in tutto il mondo. L’ultimo Quinta dimensione (di cui si può leggere nostra la recensione nella sezione Libri) sarà presentato il 2 aprile a Milano alla Mondadori di piazza Duomo, con la partecipazione di Marco Corsi e Carlo Di Lieto che converseranno con l’autore.

Corrado Calabrò a Milano

Calabrò racconto della sua poesia, delle sue passioni e dei suoi amori: la Calabria, l’astrofisica, i sentimenti. È un piacere ascoltarlo e seguirlo. L’intervista è del nostroi direttore Santo Strati (rrm)

Il Premio “Alvaro” a Catanzaro: lo scrittore è tornato al suo liceo

27 ottobre 2018 – Ha un doppio significato la scelta di tenere a Catanzaro la cerimonia del XII Premio Corrado Alvaro che si è svolta ieri. Da un lato la “presenza” istituzionale della Regione a un Premio che è diventato maturo e importante e che merita di essere ulteriormente valorizzato a livello nazionale, dall’altro il “ritorno” al suo liceo dello scrittore, che proprio al Galluppi di Catanzaro ha fatto gli studi liceali. Per questo la giornata dedicata a Corrado Alvaro ha suscitato tanta emozione insieme con una sentita partecipazione degli ospiti e del pubblico intervenuto.
È la prima volta che il Premio, ideato dalla Fondazione Corrado Alvaro che ha sede a San Luca ed è presieduta da Aldo Maria Morace, un italianista di chiara fama, si svolge a Catanzaro: in questa città lo scrittore conseguì nel 1931 al Galluppi la maturità classica e il “suo” liceo ha voluto festeggiarlo all’Auditorium Casalinuovo con la partecipazione di studenti provenienti da vari istituti cittadini e una rappresentanza dell’istituto Comprensivo San Luca, accompagnata dalla dirigente scolastica Carmela Rita Serafino.
Morace ha aperto i lavori ricordando la molteplicità della produzione di Corrado Alvaro dal teatro, al giornalismo e alla narrativa sottolineando quanto all’estero, tra gli intellettuali, la figura e l’opera di Corrado Alvaro sono molto note e intrinsecamente legate alla Calabria. A sottolineare l’importanza della manifestazione l’Assessore regionale all’Istruzione e alle Attività culturali, Maria Francesca Corigliano, che ha rimarcato la centralità di Alvaro per la nostra identità e l’attività di promozione che la Giunta regionale sta attuando sugli autori calabresi di ieri e di oggi.
«Questa giornata – ha detto la Corigliano – si inserisce pienamente nel quadro complessivo di valorizzazione della letteratura calabrese che con il Presidente Oliverio abbiamo avviato puntando a coltivare la memoria verso i protagonisti della narrativa del Novecento e intensificando il confronto con gli autori calabresi di oggi che hanno raggiunto un notevole successo tra il pubblico e contribuiscono a narrare la Calabria oltre gli stereotipi. E di questi autori, alcuni sono anche membri della Giuria di questo prestigioso Premio, di cui va dato merito alla Fondazione Corrado Alvaro, che lavora con dedizione in un contesto complesso, decisamente difficile eppure centrale per il rilancio della nostra terra».
L’Assessore, inoltre, ha ricordato che sono diverse le attività che la Regione promuove nell’ambito del programma del diritto allo studio in ottica di valorizzazione culturale, per avvicinare i più giovani al retaggio storico della Calabria. La Giuria del Premio, nominata dalla Fondazione, è stata presieduta da Carmine Abate e composta da, Domenico Dara, Marisa Fasanella, Cataldo Perri e Corrado Calabrò, che non ha potuto prendere parte alla giornata per sopravvenuti impegni.
Il Presidente Mario Oliverio, insignito dalla Fondazione Alvaro di un riconoscimento per la vicinanza istituzionale, ha voluto inviare un messaggio ai partecipanti al Premio, in cui ripercorre le attività che la Regione ha intrapreso per valorizzare la figura di Alvaro ed evidenzia: «il suo monito celeberrimo “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile” resta come un monumento nella nostra coscienza collettiva ed è destinato a perdurare sempre valido nel tempo futuro».
Lo scrittore Carmine Abate ha annunciato e presentato i vincitori delle due sezioni del Premio, presenti in sala, e che hanno ritirato le targhe realizzate dal maestro Rosario La Seta, dopo aver ascoltato le motivazioni esposte da Dara e Fasanella. A Giuseppe Lupo è andato il premio per la sezione Narrativa col romanzo “I giorni del nostro incanto” (Marsilio) e a Salvatore Maira il premio per la sezione Narrativa opera prima con “Diecimila muli. Romanzo di uomini e bestie” (Bompiani).
Agli scrittori vincitori, gli alunni del Liceo Classico “P. Galluppi” hanno rivolto quesiti e riflessioni dopo aver approfondito la lettura dei loro testi, animando un dibattito proficuo e interessante, tra modernità e tradizione, a cui ha contribuito la Preside del Liceo, Elena De Filippis, la quale, inoltre, ha offerto a tutti le suggestioni degli anni giovanili passati da Alvaro tra i banchi della scuola catanzarese e nella società cittadina dell’epoca, sottolineando come lo scrittore abbia saputo narrare la Calabria arcaica che ha incontrato nella sua giovinezza con grande forza evocativa.
Un premio di studio è stato assegnato dalla Fondazione alla giovane Rosalba Peronace per la tesi di laurea dal titolo “Gente in Aspromonte: la geografia dell’Aspromonte nell’opera di Corrado Alvaro”, discussa all’Università di Pisa.
Nel foyer dell’Auditorium la Biblioteca Comunale De Nobili ha allestito una mostra libraria con numerose edizioni delle opere alvariane, una delle quali con dedica e autografo di Corrado Alvaro al bibliotecario dell’epoca Filippo De Nobili, a cui la biblioteca stessa è intitolata. In rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Catanzaro era presente il vicesindaco Ivan Cardamone, che ha ringraziato l’Assessore Corigliano e ha evidenziato la sinergia tra istituzioni in ambito culturale che a Catanzaro, grazie all’intervento della Regione Calabria, sta producendo fatti positivi, tra cui la giornata dedicata ad Alvaro, le mostre al Complesso del San Giovanni, i grandi eventi e i festival. L’assessore alla Cultura e vicesindaco del Comune di Catanzaro aveva già espresso la soddisfazione per l’evento: «La città di Catanzaro è orgogliosa di poter ospitare la XIII edizione del Premio letterario nazionale “Corrado Alvaro”, un appuntamento di alto profilo culturale che conferma il ruolo e la dimensione della Città Capoluogo di regione quale sede privilegiata dei grandi eventi». Cardamone ha insistito sulla valenza dell’iniziativa nei confronti delle nuove generazioni: «La manifestazione ha offerto l’occasione agli studenti della città di confrontarsi con scrittori calabresi insigniti del prestigioso riconoscimento. Proprio il coinvolgimento dei più giovani costituisce il valore aggiunto di questa iniziativa che intende non solo rendere omaggio alla figura di Corrado Alvaro, ma anche coinvolgere il mondo della scuola in un percorso mirato a promuovere la conoscenza della letteratura calabrese e dell’identità locale».
Alla Città di Catanzaro la Fondazione Alvaro ha simbolicamente attribuito un riconoscimento in memoria degli anni vissuti dallo scrittore e per l’attenzione che da molti anni la comunità catanzarese tributa all’autore di “Gente in Aspromonte”.
Presenti alla manifestazione anche il consigliere regionale Arturo Bova, presidente della Commissione antindrangheta e il Commissario prefettizio di San Luca, Salvatore Gullì, intervenuto nel corso della cerimonia. Un momento speciale della mattinata è stato dedicato al ricordo di Alessandro Leogrande, giornalista prematuramente scomparso a cui è stato assegnato un riconoscimento postumo alla memoria per il romanzo “La frontiera” (Feltrinelli).
La lunga e bella giornata dedicata ad Alvaro è proseguita nel pomeriggio in Auditorium con un reading letterario di Carmine Abate e con musiche di Cataldo Perri, Checco Pallone, Enzo Naccarato e Piero Gallina. (rcz)

Nella foto di copertina: Gli scrittori Domenico Dara e Carmine Abate, il vincitore Giuseppe Lupo e l’assessore Maria Francesca Corigliano

A Catanzaro la XIII edizione del Premio Corrado Alvaro

26 ottobre 2018 – Si svolge oggi alla Auditorium Casalinuovo di Catanzaro la XIII edizione del Premio letterario nazionale “Corrado Alvaro”. La giornata si articolerà in due momenti: alle 9.30 i saluti istituzionali e i premi agli scrittori che dialogheranno con gli studenti e dalle 17.30 lo spettacolo letterario in omaggio ad Alvaro con Carmine Abate e Cataldo Perri e la consegna dei riconoscimenti speciali.
I vincitori di questa edizione sono Giuseppe Lupo con “Gli anni del nostro incanto” (sezione narrativa), Salvatore Maira con “Diecimila muli. Romanzo di uomini e bestie” (narrativa opera prima) e Alessandro Leogrande con “La frontiera” (riconoscimento alla memoria). «Tre libri – ha affermato il presidente della Giuria, lo scrittore Carmine Abate – di cui andiamo davvero fieri. Per la XIII edizione del Premio abbiamo voluto rendere omaggio a Corrado Alvaro  anche con un racconto sul rapporto tra lui e gli scrittori calabresi che sarà narrato durante il reading letterario-musicale previsto in chiusura del Premio quando si esibiranno insieme a me, Cataldo Perri (voce e chitarra battente), Checco Pallone (tamburello e chitarra), Enzo Naccarato (fisarmonica), Piero Gallina (violino e lira)».


«Avevamo dei libri davvero molto belli. Non è  stato facile ma abbiamo deciso all’unanimità sicuri delle scelte finali”. Lo ha dichiarato Marisa Fasanella mentre Cataldo Perri hanno messo in evidenza l’importanza dell’insegnamento della letteratura calabrese nelle scuole «tramite gli scrittori portatori di grandi valori che hanno tracciato la nostra storia e le nostre identità» ed ha proposto di intestare un Parco letterario a Corrado Alvaro.
Presente alla presentazione in Cittadella anche il segretario della Fondazione “Corrado Alvaro” Sebastiano Romeo il quale ha illustrato l’attività della Fondazione il cui fiore all’occhiello è costituito proprio dal Premio «per il quale – ha specificato – quest’anno si è deciso che la giuria fosse composta da scrittori calabresi. La scelta della Fondazione e della Regione di realizzare questa edizione a Catanzaro – ha aggiunto –  è legata al ricordo degli anni di formazione trascorsi dall’autore di San Luca al Liceo “Pasquale Galluppi” della Città Capoluogo della Calabria dove conseguì la maturità classica nel 1913 e dove tenne per la prima volta una conferenza pubblica».
La preside del Liceo “Galluppi”, Elena De Filippis, ha espresso commozione “per essere stati individuati per questa occasione. «Una  scelta – ha affermato – caratterizzata dalla fierezza di aver ospitato in questo liceo uno degli scrittori meridionalisti più rappresentativi come Corrado Alvaro».
La Fondazione “Corrado Alvaro” ha assegnato anche altri riconoscimenti ad Istituzioni e a calabresi illustri: al presidente della Regione Mario Oliverio, alla Città di Catanzaro, al Magnifico rettore dell’Università di Macerata Francesco Adornato, al direttore scientifico IEO di Milano Giuseppe Curigliano. Il premio di studio se lo è invece aggiudicato Rosalba Peronace per la tesi di laurea su “Gente in Aspromonte: la geografia dell’Aspromonte nell’opera di Corrado Alvaro”. (rcz)

L’omaggio di Atene, capitale della cultura, al poeta Corrado Calabrò

17 ottobre 2018 = C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi? Il quesito è stato alla base dell’evento celebrativo in onore del poeta e giurista reggino Corrado Calabrò ieri ad Atene, promosso dal Comitato della capitale greca della Società Dante Alighieri. Una serata all’insegna della cultura, di cui Atene è capitale indiscussa, ma anche della poesia, nell’ambito della Settimana della lingua italiana nel mondo. Il prof. Calabrò, uno dei più insigni figli della Calabria che vale, ha risposto egregiamente alla domanda, con una conversazione che ha affascinato il numerosissimo pubblico presente all’Istituto Italiano di Cultura di Atene. La successiva recitazione di alcune liriche, in italiano da parte dello stesso poeta, e in greco, a cura della dottoressa Anthi Nikas, ha confermato l’emozione che i versi di Calabrò sono sempre in grado di suscitare a qualsiasi latitudine.


Corrado Calabrò, fine giurista, uomo delle istituzioni, figura eccelsa di magistrato, con l’orgoglio di una Calabria mai dimenticata e sempre presente nel cuore, ha un animo poetico inusuale per un contemporaneo: nello spirito del classico riesce a plasmare la parola-verso e rivestirla, di volta in volta, di mille significati, nel segno dell’amore e della passionalità, ma anche lungo percorsi evocativi straordinariamente attuali. Il mare, l’amore di donna, lo struggimento per la terra lontana, il senso di appartenenza che avvolge ogni lirica dedicata alla Calabria, sono stimoli di sentimento che non è facile scansare. Durante il suo intervento il prof. Calabrò ha saputo ripercorrere con gli occhi dell’uomo di oggi le tracce magno-greche delle comuni origini: Grecia e Italia hanno un legame indissolubile, puntualmente ribadito e rafforzato da iniziative culturali di interscambio come questa di Atene.
«Il bisogno della poesia – ha detto il prof. Calabrò – nasce dalla scontentezza della banalità dell’espressione, dell’inadeguatezza della comunicazione. In un’epoca contrassegnata dalla sovrabbondanza di parole, constatiamo l’insufficienza del linguaggio. La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere».
Non poteva, ovviamente, il prof. Calabrò non citare i Bronzi di Riace. «Ho costeggiato  – ha detto – per anni a nuoto, da adolescente e nella prima giovinezza, estate dopo estate, le spiagge di Riace, in Calabria, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua – quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra – ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia. Dopo averli cullati per millenni nel suo liquido oblio, il mare ci ha offerto – ha offerto a noi – i guerrieri di bronzo, alzatisi in piedi ai nostri giorni come se soltanto adesso, soltanto per noi, prendessero forma dall’inconscio dell’artista. Corpi perfetti, di contemporanei, ma con gli occhi di chi non ha più fretta. Di chi sono i guerrieri di Riace? Di Fidia, di Lisippo, di un Pitagora reggino, d’ignoto scultore? Come il mare, così l’arte, la poesia non sono nostre o di un altro. Una poesia, una composizione musicale, una statua, un quadro non appartengono all’autore più di quanto non appartengano al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore che, entrando in sintonia, li faccia rivivere dentro di sé».


La serata è stata introdotta dalla nuova Direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene, Signora Anna Mondavio, quindi sono intervenuti l’Ambasciatore d’Italia in Grecia, Efisio Luigi Marras e il Presidente del Comitato greco della Dante Alighieri Giuseppe De Luca. Al termine della bella serata è stato consegnato un attestato di benemerenza, conferito direttamente dal Presidente della sede centrale della Società Dante Alighieri, on. Andrea Riccardi, all’Ambasciatore Marras e al professor Calabrò. (rrm)

L’ambasciatore d’Italia ad Atene Efisio Luigi Marras (a sx)
Il prof. Corrado Calabrò e Anthi Nikas che ha recitato in greco le sue liriche

 

 

 

Anna Mondavio, nuovo direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Atene

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il testo integrale dell’intervento del prof. Calabrò all’Istituto Italiano di Cultura di Atene:

C’è ancora spazio, c’è ancora senso per la poesia, oggi?

  1. Nella mia infanzia e nella mia prima adolescenza ho vissuto una doppia vita. D’inverno studio, orari da rispettare.
    L’estate, l’estate era un’altra cosa. Vivevo, nelle lunghe estati, in una casetta ai bordi della spiaggia a Bocale, a 15 chilometri da Reggio Calabria.
    Da giugno a ottobre vivevo in quella casetta, dalla soglia sempre insabbiata per le onde lunghe che in autunno giungevano a lambirla.
    Certi pomeriggi, seduto sulla spiaggia, stringendo le ginocchia tra le mani, seguivo con lo sguardo le navi che s’allontanavano piano piano nello Stretto verso oriente rimpicciolendo sempre più fino a venire ingoiate nella distesa liquida.
    Fu lì, fu allora che provai per la prima volta l’impulso a poetare.
    Quel mondo venne spazzato via quando avevo sedici anni.
    Nelle estati successive scoprii le grandi spiagge sabbiose e il mare caldo di Locri, di Gioiosa, di Riace, dove avevo dei parenti.
    Quel mare, quando ormai non ci andavo più, mi avrebbe riservato una sorpresa.
    Ma anche la Grecia ha lasciato un segno profondo nella mia poesia: in particolare “Il Vento di Myconos”, un poemetto di 480 versi, è dedicato alle isole Cicladi. E non è l’unica.
  1. Viviamo in un tempo in cui si parla tanto: al telefono, via sms, whatsapp, e-mail, in televisione. Telefonini, radio, televisione, computer hanno determinato un nuovo rapporto tra noi e il “mondo”.
    La TV ha abituato la gente a parlare fluentemente; e non è merito da poco. Ma con la TV e con la rete ci siamo abituati ad appagarci di una visione banale del nostro essere nel mondo. Per la quotidianità ciò è sufficiente. Ma al fondo del nostro animo si annida l’insoddisfazione. Noi sappiamo che l’apparenza superficiale non è tutto. Noi vediamo (con i nostri occhi e con tutti gli strumenti tecnologici di rilevazione) solo una minima parte della realtà e solo alcune delle molteplici dimensioni in cui essa è strutturata.
    Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo colori, sentiamo suoni, odori, sapori: in realtà esistono soltanto vibrazioni, onde con diversa frequenza e lunghezza, particelle con funzioni d’onda. Viviamo, in certo senso, in un mondo soltanto simulato, metamorfizzato.
    I nostri sono tempi di pensiero debole, di destrutturazione della conoscenza.
    Oggi l’insicurezza, il senso di precarietà, ci fanno sentire in balia della casualità.
    È andato così smarrito il senso profondo dell’arte, della poesia; e con esso la capacità stessa di percepirlo. La poesia è stata relegata al mondo del divertimento intellettuale, del relax, del solletico, dell’intrattenimento, del desiderio di apparire originali, all’avanguardia, alla moda; e la moda cambia ogni stagione.
    Smarrita l’impressività, l’icasticità di Omero, dei lirici, degli epici e dei tragici greci, dei forgiatori della parola come Dante e Shakespeare, la poesia, l’arte vivono la vita effimera di una moda vorace che le consuma vorticosamente senza che ne resti traccia, come avviene dei giornali che appunto durano un giorno, o delle migliaia di notizie che scorrono ininterrottamente sul video dei nostri terminali.
    “Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto” osservava sarcasticamente Paul Dirac.
    Ma non è così; la poesia non è mistificazione. La poesia cerca di dire in modo indiretto, allusivo, ma non finto, quello che attinge all’inesplicabile voce dell’inconscio, per aiutarci così a disvelare la suggestione dell’essere, dell’altro noi stessi che è in noi.
    Il bisogno della poesia nasce dalla scontentezza della banalità dell’espressione, dell’inadeguatezza della comunicazione. In un’epoca contrassegnata dalla sovrabbondanza di parole, constatiamo l’insufficienza del linguaggio.
    Per Blanchot “scrivere è portare in superficie il senso assente” e Emily Dickinson affermava che “il poeta è colui che distilla un senso sorprendente da ordinari significati”. Il senso si promette alla poesia come la presenza rimandata di un’assenza.
    La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Come quando sul teleschermo grigio ballonzola un pullulare di puntini; premendo il tasto giusto, il televisore si sintonizza e un’immagine appare. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere.
  1. Funzione della poesia è rivelarci –foss’anche nella cosa più insignificante- un aspetto non percepito. Ci rivela di più Neruda con la sua poesia sulla cipolla che molte dissertazioni sociopolitiche, e anche religiose.
    La poesia asporta la cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi.
    Non sono solo la realtà nascosta dell’universo e il substrato fine della realtà in cui siamo immersi, che ci sfuggono. Ci sfuggono i fondamenti stessi della nostra esistenza.
    Notava Rainer Maria Rilke nella sua Lettera a una giovane signora: “Com’è possibile vivere, se non possiamo affatto penetrare gli elementi di questa vita? Io non sono riuscito a esprimere tutto il mio stupore che gli uomini da millenni abbiano consuetudine con l’amore, con la vita, con la morte e stiano ancor oggi così sprovveduti di fronte a questi primi, unici compiti”.
    Ecco, il poeta si porta dentro questo stupore.
    Forse la vita è solo una “piroetta nel vuoto” (Cioran), ma più la realtà ci sfugge, più sentiamo il bisogno di preservare l’unicità del nostro vissuto, la suggestione di un’alba sul mare, l’emozione del primo amore, il dolore per la morte del nostro cane, il rimorso per un abbandono.
    C’è poi la vita non vissuta che si protende e si sovrappone a quella (che crediamo) vissuta.
    Tuttavia in poesia non c’è possibilità di rappresentazione diretta.
    Niels Bohr osservava che “quando si pensa ad un’emozione, questa scompare”. L’emozione, quindi, è il punto di partenza, non d’arrivo. Un punto di partenza, per di più, che bisogna dimenticare nella memoria volontaria perché riaffiori, metastatizzato, nella memoria involontaria; quella che ci riporta il senso ritrovato del tempo perduto, con la madelaine di Proust.
    La poesia è un dono, un talento innato, un’attitudine, ma per dare frutti ha bisogno di sapiente coltivazione. Poi, però, il poeta deve chiudere gli occhi per “vedersi” dentro senza guardarsi.
    La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata.  Forma e contenuto sono un tutt’uno. Non si può cogliere il senso di una visione poetica separato dal suo modo d’esprimersi, di significarsi, come non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi la palla in modo appropriato, tale da cambiare la situazione in campo. Non c’è tempo per pensare in quel momento: bisogna fare in un attimo la cosa giusta.
    Il poeta deve allenarsi, fare laboratorio e ricerca, deve esercitarsi, così come il calciatore si allena, fa preparazione fisica, palleggia, in attesa di giocare la sua partita.E tuttavia dopo tanto allenamento, dopo la più applicata preparazione, può darsi poi che, nella partita, nel momento della verità, il calciatore dotato di grande tecnica, di colpo d’occhio, in perfetta forma fisica,  non faccia un tiro in porta o un assist degni di questo nome.
    Il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale; preme per prendere forma. Accade quando accade, se accade.
    Parafrasando Jules Renard, possiamo dire che nella casa della poesia la stanza più grande è la camera d’attesa.
  2. Una poesia senza messaggio è fatua, derisoria e al tempo stesso pretenziosa fino alla megalomania, come l’imperatore della fiaba di Andersen che se ne andava in corteo in mutande a farsi riverire e ammirare dai suoi sudditi, convinto di essere rivestito sontuosamente di un abito visibile solo dagli intelligenti.
    Attenzione, però! La poesia non tollera un messaggio voluto. La comunicazione poetica è intuitiva, non discorsiva, non concettuale.
    È come un dribbling, un colpo di tacco, un’azione fulminante, una rovesciata che il calciatore non sapeva di avere nel proprio repertorio e che credeva non potessero più arrivare e che, pure, hanno portato al goal.
  1. L’amore è forse la principale porta della poesia.
    L’amore rompe la scorza del nostro ego, ci spinge a uscire dall’incomunicabilità e, al tempo stesso, nel momento cioè in cui avvertiamo un’immagine nuova di bellezza – un’immagine che vediamo noi soli-, ci spinge ad usare un’espressione inedita, tutta nostra, forse indicibile, per esprimerla. Ci spinge, quindi, alla creatività. E’ talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi.
    Cosa ci spinge ad innamorarci?
    Se la nostra individualità ci bastasse non ci innamoreremmo.
    Se la vita ci bastasse non si farebbe poesia (possiamo dire, arieggiando Pessoa).
    In amore, come in poesia, a spingerci è il bisogno della parte mancante al senso-non senso della nostra vita.
    È il mistero dell’altro-da-sé col quale vogliamo immedesimarci.
    Ma come viene a visitarci la poesia?
    «Il primo verso è sempre un dono degli dèi» testimonia Paul Valéry, che pure era un raziocinante, non certo un romantico.
    Accade come in amore. Quanti ragazzi hanno guardato quella ragazza senza vedere in lei nulla di più delle altre? Poi un ragazzo s’innamora e vede in lei una bellezza che nessun altro ha visto.
    La poesia, l’arte fanno lo stesso. Ci rivelano una bellezza che era sotto pelle e che avevamo guardato senza vedere: per trasparire abbisognava dell’asportazione della cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi. È come il fiammifero di Prévert. Ricordate quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato, al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza.
    In quel momento in cui si accende, in cui scatta il flash, siamo tutti poeti, dentro di noi. Ma è poeta solo chi riesce a far intravedere agli altri quel flash di bellezza che l’ha abbagliato.
  2. Ma come comunica la poesia? È qui il punto.
    È dal non detto che scaturisce l’evocazione.
    Eran las cinco en punto de le tarde”. Erano le cinque in punto della sera. Erano le cinque a tutti gli orologi. Ventisette volte Garcia Lorca ripete “A las cinco de la tarde”, alle cinque della sera nel suo Llanto por Ignacio Sánchez.
    Non lo fa certo per dirci l’ora.  Niente, come quella ripetizione, quell’insistenza sull’ora segnata dalle lancette dell’orologio in quel momento ci fa sentire come la vita (una giovane vita) possa essere stroncata in un istante: le lancette dell’orologio, per Ignacio, si sono fermate e, per lui, l’esistenza del mondo (non solo sua) è venuta meno per sempre quando Atropo ha tagliato il filo.
    La necessità della modulazione del verso: è questa un’altra cosa che i classici ci hanno insegnato.
    La metrica sta al verso come il battito cardiaco sta al respiro: dà alla poesia la misura della nostra attenzione.
    Cosa ci rivela la poesia?
    La poesia è come un sogno che dica e non dica, ma che (come certi sogni in prossimità del risveglio) ci lasci l’impressione di una rivelazione imminente. Rivelazione di che cosa? Per essere percepite, la poesia, l’arte, devono suscitare empatia, cioè il piacere di condividere come proprio il messaggio dell’autore.
    Nel momento in cui questo avviene, la poesia, l’arte, consentono uno scambio profondo, un’interazione di personalità simile a quella che si realizza tra due innamorati i quali si compenetrano. Mittente e destinatario, sconosciuti l’uno all’altro, sono qui, adesso, compresenti – magari a distanza di secoli – in un’interazione che estrinseca l’uno e interiorizza l’altro.
  3. Ho costeggiato per anni a nuoto, da adolescente e nella prima giovinezza, estate dopo estate, le spiagge di Riace, in Calabria, senza sospettare minimamente che sotto pochi metri d’acqua – quell’acqua che portavo a me una bracciata dopo l’altra – ci fosse un’altra presenza, sdraiata su un letto di sabbia. Dopo averli cullati per millenni nel suo liquido oblio, il mare ci ha offerto – ha offerto a noi – i guerrieri di bronzo, alzatisi in piedi ai nostri giorni come se soltanto adesso, soltanto per noi, prendessero forma dall’inconscio dell’artista. Corpi perfetti, di contemporanei, ma con gli occhi di chi non ha più fretta.
    Di chi sono i guerrieri di Riace? Di Fidia, di Lisippo, di un Pitagora reggino, d’ignoto scultore?
    Come il mare, così l’arte, la poesia non sono nostre o di un altro. Una poesia, una composizione musicale, una statua, un quadro non appartengono all’autore più di quanto non appartengano al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore che, entrando in sintonia (in sumpάqeia, dicevano i greci), li faccia rivivere dentro di sé.
    Quando questo avviene, allora si realizza un piccolo miracolo: poeta e lettore, musicista e ascoltatore, pittore e contemplatore sono un tutt’uno per il tratto di tempo in cui entrano in risonanza. Lo scultore che, millenni or sono, scolpiva i suoi guerrieri di Riace e noi che per un dono del mare li sfioriamo oggi con gli occhi e con le dita, siamo contemporanei. Beethoven, che quasi due secoli fa scriveva le ultime note su uno spartito, e noi che siamo oggi pervasi dalla sua musica siamo contemporanei.
    Ecco, è tutto qui. È questo, questo nonnulla che fa l’arte, che fa la poesia.  (Corrado Calabrò)

 

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Nella foto di copertina, il prof. Corrado Calabrò ad Atene con la poetessa Fabia Baldi

 

A RAVELLO OMAGGIO AL POETA CORRADO CALABRÓ

22 agosto – Incontro oggi a Ravello, sulla Costiera Amalfitana, per presentare il libro di Corrado Di Lieto “Corrado Calabrò e la materia dei sogni” (Roberto Vallardi editore). A rendere omaggio al grande giurista e poeta calabrese intervengono Fabia Baldi, Giovanni Camelia,Ulisse Di Palma, Ermelinda Di Lieto, l’autore Carlo Di Lieto, Lorenza Rocco e Roberto Vallardi, con il coordinamento di Antonio FIlippetti.
L’evento che vedrà la partecipazione del prof. Corrado Calabrò si svolge alle 19 al Belvedere Principessa di Piemonte di Ravello. (rc)

UN ASTEORIDE PORTA IL NOME DEL POETA CORRADO CALABRÓ

21 luglio – L’Accademia delle Scienze di Kiev ha proposto all’Unione Astronomica Internazionale di dare il nome di Corrado Calabrò, poeta e giurista calabrese di fama internazionale, a un nuovo asteroide scoperto recentemente. È una notizia che sembra incredibile e invece è la conferma dell’apprezzamento che il prof. Calabrò riscuote in ogni angolo della terra (i suoi libri sono stati tradotti in una ventina di lingue). La motivazione ufficiale è la seguente: Corrado Calabrò (nato nel 1935) è un poeta italiano che ha rigenerato la poesia contemporanea aprendola, come in sogno, alla scienza. Il suo poema Roaming, racconta di un grosso asteroide che colpisce la Luna facendo sobbalzare la Terra (13 luglio 2018)“. Roaming è stato pubblicato in Italia da Mondadori, nel libro La stella promessa, collana Lo Specchio. Erano 2000 anni, da Lucrezio in poi, che la fisica (l’astrofisica) non formava oggetto di poesia.
La stella Corrado Calabrò, figlio di una Calabria che non ha mai smesso di amare ed onorare, è adesso a brillare “ufficialmente” nel firmamento. E c’è tanta Calabria nella poetica di Calabrò, adesso anche nell’universo. (rrm)