DIMISSIONI CALLIPO, È IN ARRIVO BILLARI
E NON CAMBIA NIENTE PER LE COMMISSIONI

Non hanno avuto alcun peso le clamorose dimissioni di Pippo Callipo dal Consiglio regionale sulla vicenda Commissioni.  Non si sono ammorbidite le posizioni della minoranza, che ha disertato l’aula di Palazzo Campanella, durante i primi sette punti dell’ordine del giorno, e tutto rimane fermo come prima. Con un carico di polemiche di cui, sinceramente, i calabresi farebbero volentieri a meno. Così, a inizio di seduta (dopo le 16) la minoranza annuncia che diserterà l’aula rifiutandosi di discutere la questione vicepresidenze (appunto i primi sette punti dell’odg odierno). Risponde indicando responsabilità «bipartisan« il consigliere Baldo Esposito che dà l’avvio alle polemiche: «Perde significato, a questo punto – ha detto – andare a discutere i punti dal primo al settimo punto, che per l’assenza dei colleghi dell’opposizione decadono perché noi il 12 giugno abbiamo fatto tutto legittimamente, come hanno attestato anche i pareri degli ufici del Consiglio regionale. Oggi avevamo inserito l’ordine del giorno sulle vicepresidenze perché, a partire dal presidente Tallini, volevamo inviare il messaggio della ripresa di un dialogo con l’opposizione. Eravamo convinti della giustezza della nostra azione. Chiediamo quindi di voler istituire e formalizzare l’istituto delle Commissioni». Esposito sottolinea che «c’è una vacatio nel nostro regolamento perché ancora l’opposizione non ha indicato i propri componenti nelle commissioni, ma credo che il buon senso e la ratio per uscire da questa impasse portino il presidente del Consiglio regionale di attivare i poteri sostitutivi di indicazione dei componenti delle commissioni se l’opposizione non dovesse procedere a indicare i propri componenti». La paralisi – ammette Esposito – è  oggettivamente senza precedenti. C’è una corresponsabilità della maggioranza e della minoranza».

Il presidente Tallini tenta di buttare acqua sul fuoco ma il suo appello non trova ascolto. «Abbiamo fatto – dice – tutti gli sforzi per ricucire lo strappo, forti di un parere che attestava la legittimità della procedura, e abbiamo riportato in aula la proposta della rielezione dei vicepresidenti per ripristinare la dignità della minoranza. La minoranza  ha ritenuto di non onorare questo passaggio con la propria presenza, per questo noi rimandiamo le proposte di rinnovo delle vicepresidenze, in ottemperanza al nostro Regolamento, all’interno delle commissioni, e solleciteremo l’indicazione dei nomi dei componenti. Spero che tutto possa avvenire nella piena collaborazione affinché possiamo lavorare meglio e con più competenza e partecipazione. I calabresi ci stanno guardando, non possiamo dare l’idea di un Consiglio rissoso e però fermo, tutti, a partire da noi della maggioranza, abbiamo l’obbligo di andare avanti. Va bene un breve rodaggio ma poi dobbiamo produrre leggi utili per la svolta della Calabria».

In buona sostanza non cambia nulla e la maggioranza, fatto senza precedenti, ha preso le presidenze di tutte le Commissioni, inclusa quella di Vigilanza che per prassi si considerava da sempre appannaggio della minoranza. Su questa vicenda non ha mancato di polemizzare Francesco Pitaro (Gruppo Misto): «Non siamo noi a voler paralizzare il Consiglio. Ci sono due tipi di problemi, uno politico e cioè la maggioranza, che ha costruito una nuova commisisone per risolvere i propri problemi inetrni, e non ha voluto attribuire la Vigilanza all’opposizione. È anomalo e grave che la maggioranza voglia auto-vigilarsi. C’è poi un problema giuridico, ovvero la violazione del regolamento del Consiglio, per il quale prima di eleggere i presidenti i gruppi devono designare i propri componenti nell’opposizione. Rinnoviamo la richiesta di rivotare l’intero ufficio di presidenza delle Commissioni».

Ovviamente le dimissioni di Callipo hanno dominato la scena politica, ad esclusione del Consiglio dove peraltro subentrerà Antonio Billari (Liberi e Uguali) al posto del capogruppo dimissionario. Ingegnere, di Palmi, 37 anni, Billari era candidato con i Democratici e Progressisti per i quali ha riportato 6.280 preferenze, risultando primo per quoziente nella coalizione del miglior perdente. Dopo la sorpresa delle dimissioni inaspettate di Callipo, Billari ha detto che porterà in Consiglio il punto di vista di un partito che è forza di governo.

Come abbiamo scritto ieri mattina, appena avuta notizia delle dimissioni, il leader di Io resto in Calabria, facile immaginare l’amarezza dell’imprenditore che aveva creduto di poter cambiare la politica calabrese. «Mi sono reso conto – ha dichiarato annunciando l’addio al Consiglio regionale – che, purtroppo, non ci sono le condizioni per portare avanti concretamente l’importante mandato che un considerevole numero di calabresi mi ha conferito. Fin da subito ho lavorato con entusiasmo e ottimismo, tuttavia ben presto ho capito che le regole e i principi che ordinano l’attività del Consiglio regionale sono di fatto “cedevoli” al cospetto di prassi consolidate negli anni che mortificano la massima Assemblea legislativa calabrese e che si scontrano con la mia mentalità improntata alla concretezza. L’attività del Consiglio si svolge assecondando liturgie politiche che impediscono la valutazione delle questioni sulle quali l’Assemblea è chiamata ad esprimersi, impedendo quindi che il Consiglio stesso renda quel servizio al quale dovrebbe tendere istituzionalmente. Le regole a presidio dell’ordinata gestione dell’ordine del giorno e della presentazione delle proposte da votare non sono un inutile orpello creato per imbrigliare l’iniziativa legislativa dei Consiglieri, ma rappresentano una garanzia del corretto svolgimento della funzione legislativa e rispondono ai principi e ai doveri indiscutibili che sono posti alla base del nostro ordinamento democratico. Per questo non posso in alcun modo accettare che tali regole vengano calpestate.
«Mi sono candidato per spirito di servizio verso la mia terra e verso i calabresi e avrei voluto lavorare nel loro interesse per rompere ogni logica clientelare, realizzare progetti di ampio respiro e raggiungere obiettivi in funzione di una visione unitaria e moderna della Calabria. Non l’ho certo fatto per interesse personale o per il lauto compenso che viene corrisposto per questa carica, che per altro ho finora interamente devoluto in beneficenza, rinunciando in tempo utile anche al “vitalizio” e all’indennità di fine mandato.
«È stato traumatizzante dover accettare che qualsiasi sforzo profuso non avrebbe portato ad alcun risultato. Dopo circa cinquant’anni di attività lavorativa non posso consentire né tollerare cambiamenti della mia personalità e della mia “forma mentis”; non posso farlo per il rispetto che nutro nei confronti dei calabresi, della mia famiglia, dei miei quattrocento collaboratori e verso me stesso.
Mi auguro che nei prossimi anni il Consiglio regionale possa lavorare e produrre leggi in grado di migliorare le condizioni e la qualità di vita di tutti i calabresi. Auspico che i Consiglieri tutti possano ricordare che la politica è doveroso servizio ai cittadini e che il miglior servizio è quello che si rende nel rispetto delle regole».

Numerose le reazioni di tutto il mondo politico. Il prof. Francesco Aiello, già candidato per i 5 Stelle alla presidenza della Regione, è stato molto caustico: «Callipo è stato un vero voto inutile. Chissà come sarebbe finita se ci fosse stata un’ampia alleanza con volti nuovi, così come predicai per mesi. Un vero rinnovamento con una proposta collettiva su 5 punti cruciali per la Calabria». Il commissario Pd per la Calabria Stefano Graziano ha annunciato che i dem voteranno contro le dimissioni: «Prendiamo atto delle motivazioni che lo hanno indotto alle dimissioni ma gli chiedo di ripensarci e di non privare il popolo calabrese della sua azione e della sua concretezza. Chiederò al gruppo Pd di votare contro le dimissioni e chiedo a Callipo di raccogliere la sfida delle riforme che porteremo in aula nei prossimi mesi. Il gruppo consiliare del Partito Democratico sarà sempre dalla parte di chi si batte per  il rispetto delle regole democratiche e a tutela delle prerogative di tutti i consiglieri a fronte di una maggioranza arrogante e interessata unicamente alla spartizione delle poltrone».

Secondo la deputata di Fratelli d’Italia Wanda Ferro «La resa di Callipo non fa bene alla Calabria e alla politica. Mi spiace molto, vorrei che ci ripensasse anche per rispetto nei confronti dell’elettorato». I parlamentari Cinque Stelle Francesco Sapia, Bianca Laura Granato e Giuseppe d’Ippolito – che sollecitano le dimissioni dell’assessore Catalfamo dalla Giunta Santelli – affermano che «Il messaggio che passa è terribile, come se la Calabria dovesse essere condannata a subire per sempre un sistema di potere che non riconosce e perfino sbeffeggia le regole, l’etica pubblica, la legittimazione popolare e il ruolo dell’opposizione. Se questo è vero, significa che nel variegato campo dei “progressisti” va fatta al più presto una riflessione di profondità, che vada oltre gli schemi e steccati dei partiti, che consenta di guardare ai gravi problemi del territorio e, soprattutto, di costruire una proposta politica fondata sulla legalità, sulla trasparenza e sul coraggio dei singoli, sull’esercizio del potere come servizio pubblico». (rp)

CALLIPO ADDIO AL CONSIGLIO REGIONALE
«NON CONDIVIDO LE LITURGIE POLITICHE»

di SANTO STRATI – Non può condividere “le liturgie politiche” che condizionano l’attività del Consiglio regionale e perciò il cav. Pippo Callipo ha consegnato stamattina la sua lettera di dimissioni da consigliere regionale. L’insofferenza del capogruppo di io resto in Calabria nei confronti della politica intesa come rispetto di canoni legati a interessi di partito o, peggio, di parte, era apparsa evidente già dalle prime sedute dell’Assemblea di Palazzo Campanella: i buoni propositi non avrebbero retto alla sottile arte della politica, fatta di compromessi, scambi di cortesie (e di insulti, all’occorrenza), clientela e scarsa visione dei reali problemi della gente. Ne abbiamo un esempio lampante con l’attuale governo che continua a giocare con l’insostenibile situazione di centinaia di migliaia di famiglie, di imprenditori, di lavoratori, cui viene continuamente rinviato anche il minimo aiuto concreto, solo parole e burocrazia per rallentare l’erogazione di quattrini veri: è la politica che sta nei Palazzi e non si rende conto di com’è il Paese reale, non conosce i problemi quotidiani di chi stenta a fare il minimo di spesa per dar da mangiare ai propri bambini, di chi non sa se ci sarà ancora un lavoro. È la politica che parla e non fa, proclama meraviglie, ma noi inciampa nella realizzazione, si scontra con la lentezza dell’apparato che non riesce a dominare. E la gente comune, il popolo, è stanco della politica, di questa politica. Figuriamoci un personaggio “rivoluzionario” (nel senso del pragmatismo che lo ha sempre contraddistinto) come Callipo se avrebbe potuto sopportare il sussiegoso teatrino della politica.

Che la Regione continua a perpetrare, incurante delle incazzature dei calabresi. Lo abbiamo scritto nell’editoriale di stamattina: sono passati cinque mesi dalle elezioni e ancora l’attività del Consiglio regionale è ferma per l’impossibilità di trovare una quadra tra maggioranza e opposizione, anche solo sulle Commissioni, che sono gli organi esecutivi del Consiglio stesso. L’assemblea è ferma, bloccata ogni attività legislativa e si va avanti solo con ordinanze e delibere della Giunta. Il che, ovviamente, non significa attività legislativa, quando i problemi della Calabria continuano ad accumularsi senza che vengano individuate soluzioni. La burocrazia continua a regnare sovrana, con i suoi lacci e lacciuoli in grado di sbaragliare il più paziente dei “bisognosi”.

Con queste premesse, la scelta di Callipo trova ampie motivazioni, che indubbiamente avranno ripercussione nel Consiglio regionale che si aprirà fra poco. Già da ieri circolava la voce delle imminenti dimissioni, ma si pensava che avrebbe scelto l’assise di Palazzo Campanella per annunciare e motivare la sua scelta. Il cavaliere, invece, ha diffuso in mattinata una concisa dichiarazione: «Dopo una lunga e molto sofferta riflessione, questa mattina ho rassegnato le mie dimissioni dalla carica di consigliere regionale della Calabria perché mi sono reso conto che, purtroppo, non ci sono le condizioni per portare avanti concretamente l’importante mandato che un considerevole numero di calabresi mi ha conferito».
«Fin da subito – dice Callipo – ho lavorato con entusiasmo e ottimismo, tuttavia ben presto ho capito che le regole e i principi che ordinano l’attività del Consiglio regionale sono di fatto “cedevoli” al cospetto di prassi consolidate negli anni che mortificano la massima Assemblea legislativa calabrese e che si scontrano con la mia mentalità improntata alla concretezza. L’attività del Consiglio si svolge assecondando liturgie politiche che impediscono la valutazione delle questioni sulle quali l’Assemblea è chiamata ad esprimersi, impedendo quindi che il Consiglio stesso renda quel servizio al quale dovrebbe tendere istituzionalmente. Le regole a presidio dell’ordinata gestione dell’ordine del giorno e della presentazione delle proposte da votare non sono un inutile orpello creato per imbrigliare l’iniziativa legislativa dei Consiglieri, ma rappresentano una garanzia del corretto svolgimento della funzione legislativa e rispondono ai principi e ai doveri indiscutibili che sono posti alla base del nostro ordinamento democratico. Per questo non posso in alcun modo accettare che tali regole vengano calpestate.
«Mi sono candidato per spirito di servizio verso la mia terra e verso i calabresi e avrei voluto lavorare nel loro interesse per rompere ogni logica clientelare, realizzare progetti di ampio respiro e raggiungere obiettivi in funzione di una visione unitaria e moderna della Calabria. Non l’ho certo fatto per interesse personale o per il lauto compenso che viene corrisposto per questa carica, che per altro ho finora interamente devoluto in beneficenza, rinunciando in tempo utile anche al “vitalizio” e all’indennità di fine mandato.
«È stato traumatizzante dover accettare che qualsiasi sforzo profuso non avrebbe portato ad alcun risultato. Dopo circa cinquant’anni di attività lavorativa non posso consentire né tollerare cambiamenti della mia personalità e della mia “forma mentis”; non posso farlo per il rispetto che nutro nei confronti dei calabresi, della mia famiglia, dei miei quattrocento collaboratori e verso me stesso.
Mi auguro che nei prossimi anni il Consiglio regionale possa lavorare e produrre leggi in grado di migliorare le condizioni e la qualità di vita di tutti i calabresi. Auspico che i Consiglieri tutti possano ricordare che la politica è doveroso servizio ai cittadini e che il miglior servizio è quello che si rende nel rispetto delle regole». (s)

IL CONSIGLIO C’È, LE COMMISSIONI FORSE
LAVORI FERMI, OGGI SI TENTERÀ L’INTESA

Se prevalesse il buonsenso – e sarebbe auspicabile date le circostanze – la seduta odierna del Consiglio regionale potrebbe sancire una sorta di pace (a tempo) tra maggioranza e opposizione, col solo obiettivo di mettere in moto la macchina legislativa che è praticamente ferma dall’insediamento. La vicenda è nota, la maggioranza ha preso le presidenze di tutte le Commissioni, inclusa quella di Vigilanza che, per tradizione e correttezza, in genere viene lasciata all’opposizione, eleggendo allo stesso tempo i vicepresidenti destinati alla minoranza. I dem e Callipo con i suoi consiglieri di Io resto in Calabria hanno scelto la via aventiniana e alla passata seduta hanno abbandonato l’aula per protesta. Poi hanno contestato la ritualità della votazione (in palese assenza della minoranza) e chiesto di annullare tutto e tornare a votare. Si sono dimessi tutti, tranne la consigliera Flora Sculco (eletta vicepresidente della Commisisone Bilancio) e la cosa ha rischiato di provocare uno strappo anche all’interno della minoranza, con punti di vista evidentemente un po’ discordanti tra dem e democratici e progressisti.

Il presidente Tallini, pur avendo avuto rassicurazioni dall’ufficio legale circa la non “irritualità” della votazione ha voluto porgere una sponda alla minoranza e ha tentato di ricucire in qualche modo lo strappo , con l’obiettivo di mettere il Consiglio in condizione di lavorare. Senza le Commissioni, l’attività legislativa è pari a zero e, a cinque mesi dalle elezioni, è ancora tutto fermo. Possono i calabresi accettare e sopportare tutto ciò? Decisamente no.

Giovedì scorso, alla conferenza dei capigruppo Tallini ha cercato una via di conciliazione. «Il senso di rispetto verso le Istituzioni – ha detto – non è mai venuto meno e, nell’ultima seduta di Consiglio – ha puntualizzato Domenico Tallini – in piena osservanza delle previsioni normative vigenti, l’Assemblea ha proceduto all’elezione dei Presidenti delle Commissioni, come d’altronde confermato dallo stesso parere espresso dagli Uffici del Consiglio. Mi sono assunto, per non allungare ulteriormente i tempi, l’onere di far sì che fosse la Presidenza del Consiglio, non la Giunta per il Regolamento o l’Ufficio di Presidenza, ad avocare a sé la questione per dare soluzione al problema. Adesso, non solo per ripristinare un corretto rapporto istituzionale maggioranza-opposizione, ma anche per consentire al Consiglio regionale di superare l’impasse, bisogna insediare le Commissioni e metterle nelle condizioni di affrontare la molteplicità di incombenze legislative che hanno di fronte. È necessario, pertanto, completare l’elezione degli Uffici di Presidenza delle Commissioni ed andare oltre incomprensioni ed equivoci per dare alla Calabria la legislazione di qualità di cui ha bisogno. Le Commissioni costituiscono l’articolazione pulsante del Consiglio; facciamo in modo che inizino a produrre».

I capigruppo di opposizione hanno ribadito «l’irritualità di questo modo di procedere che non accoglie le nostre legittime richieste» e hanno chiesto “che si torni in Aula per votare gli Uffici di Presidenza delle Commissioni e si dia all’opposizione la Commissione di Vigilanza. Nella scorsa seduta si è consumato uno strappo sintomatico del fatto che qualcosa non ha funzionato nei rapporti tra maggioranza ed opposizione ed oggi non può essere ricucito con la semplice rielezione dei presidenti. Ruolo, finzione e dignità politica devono essere salvaguardati».

Diversa, all’interno della minoranza, la posizione di Iric. «Al fine di assicurare un voto che esprima la piena rappresentatività regionale venuta meno nella scorsa seduta – ha sottolineato Anastasi in rappresentanza del presidente Callipo -, la necessità è quella di una elezione ex novo delle cariche di presidente e di vicepresidente. Tutto questo, nell’interesse dei calabresi».

L’incontro del 25 giugno – al quale hanno partecipato il vicepresidente Morrone e i capigruppo: Aieta (DP); Anastasi in rappresentanza del presidente Callipo (Iric); Arruzzolo (FI); Bevacqua (Pd); Esposito (Cdl); Graziano (Udc); Minasi (Lega); Pietropaolo (Fdl); Francesco Pitaro (Misto); Vito Pitaro (Santelli Presidente)-, si è concluso con l’invito di Tallini rivolto a tutti gli schieramenti «a non perdere di vista il valore del dialogo. Nonostante la chiusura dell’opposizione – ha detto il presidente -, l’impegno resta sempre quello di riportare la rielezione dei vicepresidenti dimissionari in Aula. Confido in un ripensamento della minoranza e sono a disposizione di qualsiasi iniziativa che possa favorire il dialogo tra maggioranza ed opposizione».

Cosa succederà oggi a Palazzo Campanella non è facile prevederlo, almeno per quanto riguarda la tempistica. L’ordine del giorno è articolati in 14 punti e prevede nei primi otto la presa d’atto delle dimissioni dei vicepresidenti delle Commissioni e il ricorso a nuova votazione del Consiglio. Prevarrà la ragione o dovremo ribattezzare questa consiliatura “rissa continua”. Il confronto tra maggioranza e opposizione è il sale della democrazia, non c’è nemmeno bisogno di sottolinearlo, ma a Palazzo Campanella, a quanto pare, si preferisce la polemica e lo scontro. Vedremo. (s)

Consiglio regionale: contrordine, si rivota da zero per le Commissioni

Il presidente del Consiglio regionale Mimmo Tallini, ha deciso di accogliere la diffida-ricorso presentata dall’opposizione sull’elezione dei componenti delle Commissioni nell’ultima seduta dell’Aula. La decisione è stata presa – ha detto il presidente Tallini – «Senza entrare nel merito giuridico del contenzioso ed esclusivamente come contributo alla chiarezza e alla distensione dei rapporti politici, nonché all’esigenza che la minoranza partecipi in maniera convinta e costruttiva ai lavori delle Commissioni. Non perché ne riconosca la fondatezza, come del resto si evince dal parere degli Uffici del Consiglio, ma per superare questa impasse, ripristinare la fisiologica dialettica politica maggioranza-opposizione, mettendo rapidamente le Commissioni nelle condizioni di operare nell’interesse preminente della Calabria. Mi sono assunto questa responsabilità, perché non intendo mantenere oltre una situazione di paralisi istituzionale dell’Assemblea».

Come si ricorderà, lo scorso 12 giugno, in Consiglio regionale sono state formalizzate le sei commissioni permanenti del Consiglio, con la nomina degli organismi di presidenza e di segreteria. L’opposizione ha contestato l’elezione e ha abbandonato l’aula annunciando ricorso e chiedendo l’annullamento dell’elezione.

Sul documento della minoranza – ha ricordato il presidente Tallini – «il Segretariato Generale del Consiglio regionale ha esaminato con attenzione e scrupolosità la diffida-ricorso proposta dagli  undici Consiglieri regionali di minoranza con cui si chiede l’annullamento dell’elezione dei presidenti e dei vicepresidenti delle Commissioni consiliari, nonché la sospensione delle procedure di costituzione delle stesse commissioni e di conferimento di incarichi di collaborazione presso le strutture speciali degli stessi organismi consiliari. La risultanza più importante di questa puntuale verifica, riassunta in una nota ufficiale firmata dai dirigenti Maurizio Priolo, Maria Stefania Lauria e Sergio Lazzarino, è che il paventato ricorso al Tar in caso di mancato accoglimento della diffida non avrebbe alcun fondamento giuridico in quanto risulterebbe viziato da difetto assoluto di giurisdizione, poiché lederebbe le attribuzioni costituzionali riconosciute ai Consigli regionali. Detto in altre parole – spiega Tallini –  l’elezione dei presidenti e dei vicepresidenti delle Commissioni è un atto pienamente legittimo in quanto non è un atto amministrativo, bensì una decisione strettamente collegata alla potestà di auto organizzazione del Consiglio ‘con carattere di essenzialità e diretta incidenza, tale che, in sua mancanza, l’attività del Consiglio […] sarebbe menomata o ne sarebbe significativamente incisa’. Inoltre, i dirigenti ci ricordano l’esigenza di tutelare la funzione legislativa regionale che il Consiglio deve potere esercitare ‘in piena autonomia politica, senza che organi ad esso estranei, possano vincolarla né incidere sull’efficacia degli atti che ne sono espressione’. L’elezione dei presidenti e dei vicepresidenti delle Commissioni è pertanto un atto organizzativo interno di un organo a competenza legislativa. Se ne deduce – aggiunge il Presidente del Consiglio regionale –  che ‘il sindacato del giudice amministrativo cede di fronte al principio costituzionale di separazione dei poteri’. Ho citato testualmente alcuni passaggi del parere del Segretariato Generale, supportati da una ricca e consolidata giurisprudenza. Lo stesso Segretariato Generale ha individuato nel Presidente del Consiglio regionale, garante delle prerogative e delle garanzie dell’esercizio dei diritti dei consiglieri regionali, il soggetto istituzionale competente a decidere sulla diffida-ricorso e a ricercare la risoluzione del contenzioso. Non intendo sottrarmi a questa responsabilità, anche perché sono sinceramente preoccupato per il vulnus democratico creatosi con la non partecipazione al voto delle minoranze e per la situazione di stallo nell’attività dell’Assemblea regionale».

Tallini ha concluso con un auspicio: «Mi auguro – ha detto – che nessuno ceda alla tentazione di strumentalizzare, in un senso o nell’altro, questo atto di responsabilità e di imparzialità compiuto dalla Presidenza. Essendo necessario un atto di pari forza per procedere all’annullamento della deliberazione consiliare del 12 giugno scorso, sentita la Conferenza dei Capigruppo, procederò alla convocazione di una nuova seduta del Consiglio regionale per adottare gli atti conseguenti e procedere all’elezione dei vertici delle Commissioni. Non ho dubbi che tutti i Consiglieri regionali, di maggioranza e di opposizione, contribuiranno a ristabilire corretti rapporti politico-istituzionali all’interno dell’Assemblea che, come tutti sanno, è attesa da un enorme carico di lavoro».

In serata, Tallini, sollecitato da alcuni giornalisti che chiedevano ulteriori chiarimenti sulla sua disponibilità ad accogliere la diffida-ricorso presentata dai consiglieri regionali di opposizione, ha affermato: «Ho parlato di accoglimento della diffida-ricorso dei colleghi dell’opposizione in termini squisitamente politici, dopo aver chiarito che gli uffici preposti hanno relazionato sulla vicenda e accertato che non sono stati compiuti atti illegittimi. Del resto non sono presidente di un tribunale ma di un’Assemblea legislativa. Ribadisco, perciò che, facendomi carico del ruolo di  garante sia delle prerogative e sia dell’esercizio dei diritti di tutti i consiglieri regionali, e al fine di chiarire e distendere il clima politico-istituzionale, consapevole dell’esigenza che la minoranza partecipi in maniera convinta e costruttiva ai lavori delle Commissioni, ho deciso di accogliere la diffida-ricorso presentata dai colleghi dei Gruppi di opposizione per consentire in una prossima seduta che si possa votare in Aula i rappresentanti della minoranza negli uffici di presidenza delle Commissioni consiliari». (rp)

È LITE CONTINUA IN CONSIGLIO REGIONALE
SERVE INTESA PER IL BENE DELLA CALABRIA

di SANTO STRATI – Maggioranza e opposizione ai ferri corti in Consiglio regionale, ma non sono le schermaglie abituali e – prevedibili – tra chi ha vinto e chi ha perso le elezioni. No, in Calabria si sta verificando qualcosa di insopportabilmente diverso, dove qualsiasi pretesto è buono per attaccare l’avversario (da entrambe le parti) e la lite è continua, a nocumento del bene comune. Ci sono decine, centinaia di problemi che aspettano soluzioni, risposte adeguate, ma l’Aula di Palazzo Campanella sembra diventata non la casa dei calabresi ma la location del film “La guerra dei Roses”, con la differenza che in un film la situazione può anche divertire. Qui, invece, è in gioco qualcosa che deve travalicare gli interessi personali o di parte, occorre trovare un’intesa e avviare leggi e riforme necessarie per garantire sbocchi a crescita e sviluppo che, invece, così facendo, si allontanano sempre di più.

L’ultimo episodio dello scorso venerdì, per l’elezione delle Commissioni e dei rispetti organi dirigenti è la goccia che fa traboccare il vaso. Se la destra ha agito in modo assolutamente discutibile nella proposta e nella scelta dei presidenti, dei vice e dei segretari, l’opposizione ha sbagliato egualmente, preferendo la comoda via dell’Aventino, ovvero l’uscita strategica dall’Aula. Attenzione, il 1924 è lontano, non ricorre alcun riferimento storico, scegliere di fare gli aventiniani di turno è una tecnica che – siamo pronti a scommettere – non piacerà affatto ai già delusi e disorientati elettori del centrosinistra. Occorre presenziare e affrontare la dialettica del confronto, anche battendo i pugni, ove necessario, ma è troppo facile abbandonare l’Aula e contestare ex post le scelte “solitarie” della maggioranza. Le argomentazioni vanno fatte in aula guardando in faccia gli avversari politici, senza insulti e contumelie, ma con la giusta convinzione che si possa alimentare il dibattito, non lo scontro. E, tra l’altro, Palazzo Campanella rimane ancora “vietato” alla stampa, per discutibili ragioni di sicurezza sanitaria.

Pippo Callipo è stato battuto sul filo di Lana dal suo ex compagno di partito Francesco Pitaro che ha presentato prima di lui le dimissioni. Ma le motivazioni del cav. Callipo lasciano un sapore amaro in bocca: «Ho depositato le mie dimissioni irrevocabili da vicepresidente della Commissione speciale di Vigilanza, carica che non ho scelto io ma che mi è stata assegnata dalla maggioranza. Non è accettabile che il centrodestra pretenda di vigilare su se stesso e che voglia far passare come un gesto di rispetto istituzionale l’aver offerto all’opposizione, in una logica di mero scambio di poltrone, la Presidenza dell’altra Commissione speciale, ovvero l’Antindrangheta, evidentemente giudicata “scivolosa” da qualche leader del centrodestra». Sappiamo che Callipo era assente per motivi personali, ma visto che c’erano due rappresentanti di Io resto in Calabria (Anastasi e Di Natale) avrebbe dovuto far sentire in aula le sue ragioni, anche per interposta persona, discutendo e rinfacciando le sue argomentazioni all’assemblea.

Callipo, in una nota, afferma: «Com’è noto, nella seduta del Consiglio regionale dello scorso 12 giugno, dopo otto ore di attesa dall’orario ufficiale della convocazione, la maggioranza ha proceduto, senza la presenza dell’intera minoranza, ad eleggere gli uffici di presidenza delle Commissioni permanenti e speciali indicandomi con un solo voto quale vicepresidente della Commissione di Vigilanza, nonostante non abbia mai fornito la disponibilità a ricoprire tale incarico e nonostante io fossi assente alla seduta per motivi personali preventivamente comunicati. Ma non è tutto. Nell’elezione degli uffici di presidenza delle Commissioni – prosegue il capogruppo di Iric – la maggioranza si è di fatto sostituita alla minoranza eleggendo anche tutti gli altri vicepresidenti che in effetti spetterebbero all’opposizione. La presidenza della Commissione di Vigilanza ha un ruolo di controllo essenziale per la democrazia e non è “sostituibile”, come invece avrebbe voluto fare la maggioranza, con altre Commissioni che hanno ruoli diversi. Per prassi la Vigilanza va all’opposizione perché è evidente che il controllore non dovrebbe mai coincidere con il controllato. L’atteggiamento assunto dal centrodestra – conclude Callipo – è dunque a mio avviso istituzionalmente non corretto e lesivo dei principi etici e democratici, per questo hanno fatto bene i consiglieri regionali di Iric Graziano Di Natale e Marcello Anastasi, come gli altri componenti dell’opposizione, a non entrare in Aula in segno di protesta».

Crediamo che buona parte degli elettori del centrosinistra, già vicini all’orlo di una crisi di nervi, non condividano neanche le motivazioni che hanno spinto tutti i consiglieri dell’opposizione a non restare in Aula. Francesco Pitaro (Gruppo Misto) non ha partecipato per protesta alla alla votazione in aula e ha contestato «aspramente il comportamento tenuto nelle ore immediatamente precedenti l’ultima seduta del Consiglio regionale dalla maggioranza di centrodestra. Dopo 8 ore e mezza di attesa – ha dichiarato Pitaro – non condividendo il quadro politico che si stava delineando e il totale boicottaggio della minoranza siamo andati via. Ciò nonostante, la maggioranza, violando il regolamento, non solo ha eletto i presidenti delle Commissioni ma ha pure proceduto alla elezione dei vice presidenti la cui elezioni spetta alla opposizione. Ma tuttavia se l’opposizione non era in aula è di tutta evidenza che quell’elezione è giuridicamente nulla ed inesistente».

Mimmo Bevacqua (capogruppo Pd), invece, ha spiegato: «ci dimettiamo dalle vicepresidenze, che non ci appartengono, perché sono servite solo a legittimare l’elezione da parte del centrodestra dei loro presidenti. Nei prossimi giorni metteremo in campo altre iniziative forti per dimostrare che la maggioranza ha violato tutti i principi democratici». E i consiglieri regionali dem hanno annunciato il ricorso al Tar: «Lunedì chiederemo il processo verbale dell’ultima seduta del Consiglio regionale e poi valuteremo con i nostri consulenti legali se ci sono le condizioni per ricorrere al Tar sulla vicenda delle commissioni». Come se la Calabria avesse bisogno di ulteriori inghippi burocratici da affidare al tribunale amministrativo.

«Nessuno di noi – ha detto ancora Mimmo Bevacqua – ha chiesto niente se non di rispettare una prassi democratica di assegnare alla minoranza la presidenza della Commissione Vigilanza, perché la maggioranza non può vigilare su se stessa. La mattina del Consiglio apprendiamo della disponibilità della maggioranza di offrire alla minoranza la presidenza della Commissione ‘Riforme’, ma poi si è svelato il vero volto di questa maggioranza, che non esiste, nel senso che ci sono 20 battitori liberi in cui ognuno gioca per se stesso. Dopo 4 mesi dall’insediamento del Consiglio regionale e dopo l’istituzione di una nuova Commissione non sono riusciti a presentarsi con una posizione unitaria e hanno rinviato i lavori per 8 ore. Ma la cosa che più ci scandalizza – ha dichiarato il capogruppo del Pd – è stato l’intervento diretto della leader di FdI Meloni per non avere la presidenza della commissione Antindrangheta in quanto non avevano indicato un profilo adatto. C’è poi da rimarcare il silenzio imbarazzante della presidente Santelli sulla vicenda che ha interessato un suo assessore. Non ci hanno lasciato altra scelta che abbandonare i lavori dell’Assemblea. Avere eletto con un escamotage gli uffici di presidenza delle Commissioni dando una rappresentanza fittizia della minoranza è stato un gesto rispettoso della forma, ma è una grave violazione di ogni principio democratico. Pertanto daremo le dimissioni dalle vicepresidenze che non ci appartengono. In tutto questo, fra l’altro, la funzione di arbitro e garante del presidente dell’Assemblea legislativa – rileva Bevacqua – è stata del tutto assente».

Il presidente del Consiglio regionale Mimmo Tallini ieri aveva espresso preoccupazione per la mancata partecipazione dei consiglieri di opposizione al voto sulle presidenze delle commissioni, augurandosi che possa prevalere «il senso di responsabilità istituzionale che ci ha consentito, appena qualche settimana fa, di correggere con umiltà un errore che rischiava di scavare un solco profondo tra l’Istituzione che rappresentiamo e l’opinione pubblica. La vita del Consiglio regionale – ha detto Tallini – deve andare avanti».

Anche Carlo Guccione (Pd) è intervenuto (dopo e fuori dell’aula) a motivare le ragioni dell’opposizione: «La presidente Santelli – ha detto – non ha speso una parola sulla vicenda che ha riguardato un suo assessore. Sulla questione si continua a tacere, e noi in questo clima non potevamo accettare la presidenza di una Commissione. La forzatura fatta di convocare il Consiglio ed eleggere i vice presidenti di minoranza di fatto è illegittimo: devono ritornare in aula per eleggere l’ufficio di presidenza perché le nostre dimissioni produrranno l’illegittimità degli uffici di presidenza delle Commissioni. Se viene meno uno dei componenti bisogna tornare in consiglio regionale e rivotare».

Il vicepresidente del Consiglio regionale Nicola Irto (Pd) ha lanciato l’auspicio che «il centrodestra torni sui suoi passi e si renda conto di aver fatto un clamoroso autogol, anzitutto agli occhi dei calabresi. Ci sono due temi che camminano assieme: il primo è che non è stato riconosciuto alla minoranza il suo ruolo di controllo, come avviene in tutte le Regioni, il secondo è che il centrodestra, negando la Commissione Vigilanza all’opposizione, fa venire il sospetto che voglia sottrarsi al controllo, e questo è preoccupante».

Non è solo questo preoccupante, però: inquieta tutti i calabresi che al posto di cercare intese per lavorare insieme, anche trasversalmente ove occorra, per il bene della Calabria, continui a prevalere una sorte di lite continua che non porta ad alcun risultato. L’opposizione deve accettare che la maggioranza ha preso più voti, quindi è legittimata a governare; dall’altro lato, la maggioranza deve capire che il confronto dialettico con la minoranza è alla base di qualsiasi progetto di iniziative utili per la Calabria. Se si passa il tempo a litigare, spesso imputando pretestuosamente anche un colpo di tosse o un battito di ciglia dall’una e dall’altra parte, non si va da nessuna parte. I calabresi lo hanno capito da tempo, quanto ci metteranno a comprenderlo anche gli attuali inquilini di Palazzo Campanella? (s)

 

 

Ecco le Commissioni in Consiglio regionale: l’opposizione s’infuria, la maggioranza litiga

Doveva cominciare a mezzogiorno il Consiglio regionale con all’ordine del giorno l’elezione delle commissioni e dei rispettivi presidenti, vice e segretari. Alle 18, dopo continui litigi attraverso telefonate in arrivo da Roma, si è tentato di andare in aula. Finalmente alle 20.30 si vota, presenti 20 consiglieri. Per la I Commissione eletto presidente Pietro Raso (Lega Salvini) con 19 voti e vicepresidente Mimmo Bevacqua (Pd) 1 voto; segretario Giacomo Pietro Crinò (Casa delle Libertà). Della II Commissione eletto presidente Giuseppe Neri (Fratelli d’Italia) con 19 voti e vice Flora Sculco (DpCalabria) 1 voto; segretario Nicola Paris (Udc) con 20 voti. Della III Commissione presidente Baldo Esposito (Casa delle Libertà) con 19 voti, vice Libero Notarangelo (Pd) con 1 voto; segretario Raffaele Sainato. Della IV Commissione, presidente Pierluigi Caputo (Santelli Presidente) e vice Carlo Guccione (Pd); segretario Pietro Raso (Lega Salvini) con 19 voti. Della V Commissione, viene eletto presidente Raffaele Sainato (Fratelli d’Italia) con 19 voti e vice Francesco Pitaro (Gruppo Misto) con 1 voto; segretario Giovanni Arruzzolo (Forza Italia) con 20 voti. Della VI Commissione, viene eletto presidente Pietro Santo Molinaro (Lega Salvini) con 19 voti, vice Luigi Tassone (Pd); segretario Domenico Giannetta (Forza Italia) con 20 voti. Presidente della Commissione antimafia viene eletto Antonio De Caprio (Forza Italia) con 19 voti, vice Giuseppe Aieta (DPCalabria) con 1 voto; segretario Tilde Minasi (Lega Salvini) con 19 voti. Della Commissione di Vigilanza è eletto presidente Domenico Giannetta (Forza Italia) con 19 voti, vice Pippo Callipo (Io resto n Calabria) con 1 voto; segretario Pierluigi Caputo (Santelli Presidente) con 19 voti. Alle 22.11 il presidente del Consiglio regionale Mimmo Tallini chiude la seduta e rinvia i lavori alla prossima seduta.

L’opposizione ha diffuso subito una nota al veleno e poco dopo i due consiglieri di Io resto in Calabria (Callipo era assente per motivi di salute) Marcello Anastasi e Graziano di Natale hanno abbandonato Palazzo Campanella manifestando la loro «indignazione per lo stallo totale in cui il centrodestra ha fatto piombare la massima Assemblea legislativa calabrese». Anastasi e Di Natale hanno definito «inaccettabile la situazione che si è venuta a creare in Consiglio regionale: il centrodestra ha impedito per oltre otto ore di avviare la seduta, convocata per le 12, perché non riesce ancora a trovare la quadra sulle poltrone di presidente delle Commissioni».

«Come se non fosse già abbastanza grave aver creato una nuova Commissione che, come abbiamo denunciato per primi, costerà 500mila euro in 5 anni, il centrodestra – proseguono Callipo, Di Natale e Anastasi – non riusciva a mettersi d’accordo nemmeno per la guida di un organismo importante dal punto di vista simbolico come la Commissione Antindrangheta. Non intendiamo prestarci ad accordi sottobanco e ad inciuci di alcun tipo solo perché chi ha vinto le elezioni non è capace nemmeno di far insediare gli organismi essenziali per il funzionamento del Consiglio regionale. Non siamo e non saremo in vendita e non accetteremo mai di barattare la nostra dignità politica con prebende di alcun tipo. Se il centrodestra – concludono Callipo, Di Natale e Anastasi – vuole fare questa ennesima magra figura, mentre i calabresi sono costretti ad affrontare ogni giorno le conseguenze di una crisi economica e sociale gravissima, se ne assuma tutte le responsabilità. Non lo farà con il nostro voto».
«È una vergogna – si legge nella nota della minoranza, firmata da tutti i gruppi dell’opposizione – che, convocato il Consiglio regionale, la maggioranza sia ancora segregata in una stanza le cui pareti grondano sangue per i litigi che si stanno consumando. Non sono stati sufficienti i tanti scivoloni e le tante pessime figure che si sono già consumate nel corso di questi primi 5 mesi che avrebbero, invece, richiesto un radicale cambiamento senza il quale è difficile poter andare avanti in queste condizioni e realizzare un’efficace azione legislativa e di indirizzo da parte del Consiglio e di governo  da parte della Giunta. La Calabria è in profonda sofferenza per via delle conseguenze economiche e sociali prodotte dal coronavirus e avrebbe bisogno di una particolare cura da parte delle forze politiche che esercitano le funzioni di governo della nostra regione. Pertanto, non si può continuare a perdere tempo solo sugli assetti organizzativi che avrebbero dovuto essere definiti e già all’opera da oltre 4 mesi. Tutto questo, non è concepibile! Non è comprensibile! Non è giustificabile! Soprattutto è inaccettabile che questo infarto del funzionamento dell’Istituzione si realizzi proprio sulla scelta riguardante la guida della commissione anti ‘ndrangheta che, in una regione come la Calabria sfigurata dalla presenza di questo fenomeno degenerativo, avrebbe dovuto essere una priorità e un’occasione per impegnare le risorse umane migliori e dare così un segnale che è atteso dalla Calabria  e dai calabresi».  (rp)

Consiglio regionale, domani le Commissioni.
Impazza il toto-nomi, non c’è ancora l’accordo

Rinviata più volte la composizione delle commissioni consiliari, domani finalmente il Consiglio regionale dovrà eleggere i presidenti e i componenti. Com’è noto alle cinque commissioni permanenti se n’è aggiunta, dopo la seduta del 26 maggio, una sesta, nonostante le vivaci proteste dell’opposizione. Il Consiglio convocato per domani dal presidente Mimmo Tallini ha all’ordine del giorno la composizione delle commissioni e la nomina dei rispettivi presidenti: è bene ricordare che la funzione delle Commissioni è vitale per l’attività consiliare e soprattutto legislativa. per intenderci, uno scivolone come quello della norma sui contributi pensionistici dei consiglieri votata in tutta fretta e immediatamente cancellata non sarebbe potuto accadere se vi fosse stato il vaglio preliminare della commissione competente.

In attesa del Consiglio di domani, impazza il toto-nomi, anche perché la composizione delle commissioni “serve” anche a distribuire incarichi a chi è rimasto fuori da assessorati e scalpita, come avviene a cose fatte dopo ogni elezione, per avere visibilità e “potere”: si tratta di scegliere per ogni commissione presidente, vicepresidente e segretario. Secondo i rumours di Palazzo Campanella (a proposito, anche la riunione di domani, venerdì, sarà a porte chiuse) a Fratelli d’Italia e Lega andrebbero due presidenze, mentre gli altri partiti della coalizione dovranno dividersi le rimanenti tre poltrone, considerando che la Commissione speciale di vigilanza, per prassi spetterebbe alla minoranza. Certo, la tensione tra la coalizione vincente del 26 gennaio è palpabile e non stupirebbe se gli accordi di ieri sera, domani saranno stravolti secondo logiche di difficile interpretazione.

Dalle voci raccolte, alla I Commissione (Affari istituzionali, affari generali e normativa elettorale) dovrebbe andare come presidente Giuseppe Neri (Fratelli d’Italia), alla II (Bilancio, programmazione economica e attività produttive, affari dell’Unione europea e relazioni con l’estero) Filippo Pietropaolo (Fratelli d’Italia), alla III (Sanità, Attività sociali, culturali e formative) Domenico Giannetta (Forza Italia), alla IV (Assetto e utilizzazione del territorio e protezione dell’ambiente) il leghista Pietro Raso, alla V (Riforme) Baldo Esposito (Casa della Libertà) e alla VI, la nuova commissione che si dovrà occupare, tra l’altro, di agricoltura e turismo, il leghista Pietro Molinaro. Per la Commissione Antimafia (contro il fenomeno della ‘ndrangheta, della corruzione e dell’illegalità diffusa) si fa il nome di Pierluigi Caputo, in quota alla lista Santelli Presidente. Per la Commissione speciale di vigilanza il nome più quotato è quello del pd Carlo Guccione. In questa prima traccia resta fuori dai giochi l’Udc e non è detto che non ci siano conseguenze “politiche” ai diffusi malumori registrati in questo senso.

In Consiglio è peraltro entrata in funzione la Giunta per le elezioni, presieduta da Giuseppe Neri, che deve pronunciarsi sui numerosi ricorsi pendenti, quasi tutti presentati al Tar. Sono contestate le elezioni di Francesco Pitaro (contro di lui il ricordo di Domenico Consoli di Vibo), di Lugi Tassone (su ricorso di Raffaele Mammoliti), di Graziano di Natale (contro l’elezione di quest’ultimo – che fa parte della Giunta per le elezioni – c’è il ricorso del sindaco di Trebisacce Franco Mundo per un’errata trascrizione di voti a suo sfavore) e di Giacomo Pietro Crinò (su ricorso di Giuseppe Mattiani). Sono inoltre da valutare le cause di eventuale ineleggibilità per i consiglieri Pietro Molinaro e Luca Morrone, mentre rimane aperta la posizione di Domenico Creazzo, attualmente in custodia cautelare, già sospeso dal Consiglio alla prima seduta con la surroga di Raffaele Sainato.

In Consiglio sarà anche presentata, a chiusura dei lavori che cominceranno a mezzogiorno, la mozione n. 21/11  a firma del presidente Tallini “In  merito  alla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina” che impegna la Giunta regionale a spingere sul Governo perché sia ripreso e avviato il progetto della colossale opera che dovrebbe unire le due sponde. (rrm) 

Il Sole 24 Ore: il “Cammino basiliano” meta imperdibile della stagione turistica

«Per chi voglia affrontare un’esperienza radicalmente nuova, quest’anno la destinazione è la Calabria: 1000 km compongono il nuovo Cammino basiliano, da Rocca Imperiale, sullo Ionio, fino allo Stretto» scrive Donata Marrazzo per Il Sole 24 Ore, indicando, appunto, come meta da non perdere Il Cammino basiliano (sostenuto dal Consiglio regionale della Calabria) nell’ambito del Sentiero dei Parchi, un itinerario che unirà 25 parchi nazionali attraverso 400 tappe lungo lo Stivale.

Domenico Tallini, presidente del Consiglio regionale, ha espresso il proprio ringraziamento «al quotidiano Il Sole 24 Ore per aver rivolto l’attenzione a ciò che di meraviglioso la Calabria offre con il suo patrimonio ambientale, storico e artistico»: «56 tappe – si legge nell’articolo firmato da Donata Marrazzo – per penetrare nella bellezza selvaggia della regione, fra comunità greche e albanesi, riti e arte bizantina, castelli e monasteri. Dalle Gole del Raganello nel Parco nazionale del Pollino ai Giganti dell’Invallicata di Campana (in provincia di Cosenza), nella Stonehenge della Calabria. Da Gerace ai meravigliosi borghi dell’Aspromonte».

«La  Calabria millenaria – ha commentato il presidente del Consiglio regionale Tallini – con il suo fascino religioso, storico e naturalistico, la Calabria dei borghi espressione delle più disparate tradizioni culturali e di lontane civiltà che vivono ancora oggi in riti e lingue dal sapore antico, la Calabria dal ricco e vario paesaggio ambientale, agrario e forestale, culla di una biodiversità invidiabile, può contare oggi su un itinerario che la valorizza in tutta la sua ecletticità e che condurrà i turisti in un viaggio spirituale alla scoperta delle radici antiche dell’Europa nel Mediterraneo». (rrm)

Il Presidente Tallini: la Giunta Santelli impegni il Governo per il Ponte sullo Stretto

Per il Ponte sullo Stretto si muove anche il Presidente del Consiglio regionale Mimmo Tallini, che ha presentato personalmente una mozione perché la Giunta Santelli si impegni a chiedere al Governo di inserire il progetto «tra le grandi opere strategiche su cui fondare la ripresa del Paese nel dopo emergenza Covid 19».

Tallini osserva che «il recente dibattito sulle grandi opere infrastrutturali ha registrato una rivalutazione del progetto strategico della realizzazione di un collegamento stabile tra la Calabria e la Sicilia, il cosiddetto Ponte sullo Stretto, con significative aperture del Governo e altrettanto significative convergenze bipartisan tra le forze politiche nazionali. La realizzazione del collegamento stabile tra Calabria e Sicilia rappresenterebbe una straordinaria e irripetibile occasione per fare ripartire il motore dell’economia nelle due Regioni interessate e nel Meridione, determinando enormi vantaggi di natura economica e sociale. L’assenza di un collegamento stabile tra Calabria e Sicilia – secondo Tallini – costituisce il principale ostacolo alla realizzazione dell’Alta Velocità nella parte più meridionale del Paese e nell’isola. La realizzazione di un’opera così ardita, ambiziosa e monumentale costituirebbe anche uno straordinario elemento di attrattività per il turismo mondiale».

Nella mozione si evidenzia che «il progetto esecutivo dell’opera ha evidentemente bisogno di una rivalutazione alla luce dello sviluppo delle nuove tecnologie e per approfondire alcuni aspetti fondamentali, come l’impatto con i venti e condizioni atmosferiche estreme, la lunghezza, il tracciato, la salvaguardia dell’ambiente», facendo rilevare che in ogni parte del mondo, «dall’Asia al nord Europa al Medioriente, sono stati realizzati in questi ultimi anni ponti sul mare di enorme lunghezza che hanno prodotto enormi benefici ai Paesi interessati».

Il Consiglio regionale – si legge nella mozione – «impegna il presidente e la Giunta regionale a chiedere al Governo di inserire il progetto di collegamento stabile tra Calabria e Sicilia tra le grandi opere strategiche« e a chiedere al Governo «di utilizzare risorse provenienti dal Recovery Fund per una riprogettazione del Ponte sullo Stretto; ad aprire un tavolo di confronto con la Regione Sicilia e con gli enti territoriali direttamente interessati al progetto, con in testa la Città Metropolitana di Reggio Calabria».

Interessante, a proposito del Ponte, anche la presa di posizione del ministro per il Sud Peppe Provenzano il quale ha affermato, nel corso della trasmissione Agorà su Rai3, che l’opera «deve inserirsi all’interno di un disegno strategico e non può diventare il grande alibi per non fare le infrastrutture. Si valuterà se farlo in base ad un’analisi costi-benefici». Il ministro ha specificato di non avere posizioni ideologiche sul Ponte sullo Stretto di Mesisna.

Anche il presidente degli industriali reggini Domenico Vecchio Il ministro ha detto di apprezzare «il rinnovato interesse attorno al Ponte sullo Stretto purché non si tratti della propaganda che contraddistingue da mezzo secolo il confronto politico su questo punto. Noi, da sempre, siamo a favore del Ponte con garanzie assolute di legalità». (rrc)

 

Il compleanno della Regione, compie 50 anni.
Presidio di unità e libertà. Ora faccia le riforme

di SANTO STRATI – Esattamente 50 anni ieri, nascevano le Regioni. Si era dovuto attendere 22 anni per dare corso al titolo V della Costituzione che prevedeva la ripartizione dell’Italia “in enti autonomi con propri poteri e funzioni”, come recitano gli articoli 114 e 115 della nostra Carta. Il 7 e l’8 giugno del 1970, anche i calabresi come il resto dell’Italia, con esclusione delle popolazioni delle regioni a statuto speciale, si recarono alle urne per eleggere il primo Consiglio regionale, ma in Calabria in quei giorni ribolliva la rabbia dei reggini che sarebbe poi esplosa appena qualche mese dopo. La questione del Capoluogo e la “guerra” tra Reggio e Catanzaro sarebbe sfociata in una rivolta sanguinosa, assurda, che raccoglieva però la rabbia di un popolo messo sotto i piedi dalla politica. Già prima delle elezioni del 1970, i reggini si sentivano “parte estranea” del nuovo Ente: temevano di esserne esclusi e i politici del tempo non hanno certo brillato in attenzioni verso la più grande ma insieme più disastrata provincia calabrese. La Calabria di 50 anni fa rispecchiava in pieno il concetto delle “Calabrie”, tra competizione, campanilismi e “dispetti” tra province e territori che non avrebbero mai potuto dare il giusto lievito alla nascente realtà della Regione. Così, il primo Consiglio regionale, convocato per il 13 luglio a Catanzaro avrebbe registrato l’assenza di molti dei consiglieri eletti nella circoscrizione reggina. Il commissario di Governo Mario Gaia che aprì il primo Consiglio regionale aveva concluso invocando la Divina Provvidenza, ma non venne ascoltato né in cielo né in terra: quella ferita il tempo ha poi sanato, – com’è noto – con l’assegnazione della Giunta al “nuovo” capoluogo di Regione e l’Assemblea regionale a Reggio.

È comunque un compleanno che non può passare inosservato: i padri costituenti avevano individuato l’esigenza della ripartizione regionale della giovanissima Repubblica, ma la Democrazia Cristiana che si era fatta prima sostenitrice del dettato costituzionale, in realtà, avrebbe fatto volentieri a meno delle Regioni, per non correre il rischio di parcellizzare la sua forza, vista la sua egemonia politica che sembrava inamovibile nella crescita del Paese. Nel 1962, il primo governo di centrosinistra, con i socialisti, trovò questi ultimi a spingere per la nascita delle quindici regioni a statuto ordinario (cinque erano già attive ma con lo statuto speciale – Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino), in attuazione al titolo V. E solo otto anni dopo, il 16 maggio 1970, il governo Rumor varava finalmente la legge che assegnava le risorse finanziarie alle nascenti realtà regionali, il primo vero passo per l’attuazione del dettato costituzionale.

Non c’era alcun precedente cui ispirarsi, e le Regioni dovevano inventarsi una vita inedita, tra incertezze, furberie e sani principi di buon governo. Però, sembravano e costituivano – e sono, come ha ripetuto in questi giorni il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – “fondamento della democrazia” con la loro autonomia nei confronti dello Stato centrale. La lezione che viene da questi 50 anni non va valutata in maniera negativa. Certo assai frequentemente è prevalso l’interesse personale sul bene comune (e la magistratura ha fatto e farà sempre il suo dovere), ma nel complesso le Regioni, la Regione Calabria, hanno il merito di aver fatto diventare più coeso il territorio, risvegliando – soprattutto in questi ultimi anni – una coscienza civica “maggiorenne”. I cittadini non sono più semplici spettatori, ma vogliono sentirsi attori, protagonisti di scelte e cambiamenti. Spetta all’Assemblea di Palazzo Campanella coinvolgere i cittadini e riavvicinarli alla politica, perché non c’è niente di più sbagliato che credere a una disaffezione irrecuperabile nei suoi confronti.

La partecipazione popolare alle elezioni del 1970 fu davvero elevata, ma nel tempo l’elettorato si è andato riducendo costantemente, forse a sottolineare la caduta di interesse e, soprattutto, la perdita di entusiasmo nei confronti della politica. Se 50 anni fa votò il 90% degli aventi diritto, trent’anni dopo, col nuovo millennio la percentuale scese al 70% per raggiungere – e qui la Calabria fa storia a sé – livelli di mortificante partecipazione (44% alle passate elezioni del 2015, dato pressoché ripetuto alle regionali del 26 gennaio di quest’anno). Tocca, dicevamo all’Aula, alla Giunta, alla Presidente, far diventare protagonisti i cittadini e soprattutto ascoltare le loro richieste, farsi esecutori delle esigenze dell’intera popolazione, in un processo di inclusione sociale che possa far sentire fieri della propria terra.

Dunque, quale bilancio trarre da questi 50 anni? In Calabria, tra luci e ombre, peccatucci e peccati mortali, la politica ha mostrato di avere perso un’importante occasione, quella di dare la giusta enfasi al localismo inteso come opportunità di coinvolgimento e partecipazione del popolo alle decisioni che riguardano il proprio territorio. Invece, si è spesso registrata una costante conflittualità con lo Stato centrale, trascurando una qualsiasi forma sperimentale di leale collaborazione, preferendo spesso una forma di “concorrenza” con l’apparato. Del resto le ultime schermaglie tra la presidente Santelli e il ministro delle Regioni Boccia non hanno fatto che confermare l’istinto alla litigiosità che l’ente regionale – non solo in Calabria, intendiamoci – si porta latente e fa esplodere alla minima occasione. Non a caso il conflitto Stato Regioni è materia continua di contendere tra Tribunali amministrativi regionali e Consiglio di Stato. Il subdolo e tragico attacco del coronavirus al Paese, con la sua terribile scia di morte, ha messo, però, in evidenza che una Regione “forte” può fronteggiare qualsiasi emergenza, solo se si appoggia allo Stato centrale e corregge le tentazioni alla disunità e alla disunione.

Il presidente del Consiglio Mimmo Tallini ha voluto sottolineare anche l’aspetto transazionale che, oggi, l’Ente Regione porta con sé. Lo sguardo all’Europa è portatore di condivisione e sviluppo e va mantenuto e sostenuto. «Le Regioni  – ha detto il presidente del Consiglio regionale della Calabria – sono un soggetto istituzionale imprescindibile che ha valenza anche europea. L’assetto che le riguarda può anche essere oggetto di riflessione dopo mezzo secolo dalla loro istituzione, ma, come giustamente afferma il presidente Mattarella, l’autonomia delle Regioni è fondamento della democrazia. Indietro non si torna e, per andare avanti superando conflitti e sovrapposizioni tra poteri dello Stato costituzionalmente rilevanti, è necessario aprire una discussione, come sta per farsi all’interno della Conferenza dei Presidenti delle Assemblee legislative regionali. Ombre e luci – ha fatto notare Tallini – e anche errori non di poco contro, nel replicare a volte il centralismo statuale nel rapporto con gli altri poteri orizzontali ad incominciare dai Comuni, tuttavia le Regioni hanno sempre rappresentato un pezzo cruciale dell’unità della Repubblica e un presidio di libertà per i cittadini da esse rappresentati».

La nuova consiliatura, venuta fuori dalle elezioni del 26 gennaio, ha l’opportunità di far valere questi principi, ponendosi un obiettivo primario, da raggiungere subito: riforma dello Statuto e adeguamento della legge elettorale. Sono tre punti da rivedere senza tentennamenti: voto disgiunto (ovvero si può votare per un presidente di una parte politica e insieme per un’altra coalizione), voto di genere (obbligo di scelta tra due candidati uomo-donna) e rialzamento del tetto della soglia minima di accesso al Consiglio. Così com’è, la legge elettorale della Calabria penalizza le donne e, soprattutto, le minoranze. Se solo ci fosse un minimo di spirito costruttivo a Palazzo Campanella, questa riforma che non costa nulla in termini di risorse finanziarie, sarebbe approvata in 120 secondi. (Ogni riferimento a precedenti votazioni in Consiglio non è casuale, ma volutamente e provocatoriamente voluto). (s)

Gli eletti del primo Consiglio regionale del 1970: quaranta consiglieri

Pasquale Perugini, Cosenza, (Dc – voti 20.106);

Aldo Ferrara, Serra San Bruno (Dc – 18.656);

Antonio Guarasci, Rogliano, (Dc – 18.687);

Giuseppe Nicolò, Bova Marina, (Dc – 18.185);

Pasquale Iacopino,  San Lorenzo, (Dc – 15.913);

Ernesto Corigliano, da Cosenza, (Dc – 14.461);

Mariano Rende, Bisignano, (Dc – 14.370);

Antonino Lupoi, Sinopoli (Dc – 14.321);

Domenico Intrieri, Celico, (Dc – 14.092);

Lodovico Ligato, Reggio Calabria, (Dc – 13.150);

Vincenzo Peltrone, Badolato, (Dc – 12.588);

Fedele Palermo, Carolei, (Dc – 12.517);

Giorgio Liguori, Montegiordano, (Dc – 11.301);

Angelo Donato, Chiaravalle C. (Dc – 10.726);

Sergio Scarpino, Catanzaro, (Dc – 10.330);

Rosario Chiriano, Filadelfia, (Dc – 9.785);

Francesco Bevilacqua, Nicastro, (Dc – 9.281);

Mario Casalinuovo, Catanzaro, (Psi – 12.173);

Consalvo Aragona, Cosenza, (Psi – 9.472);

Antonio Mundo, Albidona, (Psi – 8.807);

Saverio Alvaro, Giffone, (Psi – 7 .405);

Consolato Latella, Siderno, (Psi – 7.334);

Vincenzo Cassadonte, Squillace; (Psu – 3.525);

Benedetto Mallamaci, Motta S. Giovanni, (Psu – 3.414);

Antonio Scaramuzzino, Nicastro, (Pri – 5.756);

Giuseppe Guarascio, Cotronei, (Pci – 15.654);

Giuseppe Oliverio, S. Giovanni in Fiore, (Pci – 13.454);

Tommaso Iuliano, Tiriolo, (Pci – 10.128);

Pasquale Iozzi, Verzino, (Pci – 9.550);

Tommaso Rossi,  Cardeto, (Pci – 8.924);

Armando Algieri, Acri, (Pci – 7 .433);

Francesco Martorelli, Cosenza, (Pci – 7.019);

Giuseppe Fragomeni, Siderno, (Pci – 6.682);

Giovanni Scudo, Pellaro, (Pci – 5.735);

Costantino Fittante, Chiaravalle, (Pci – 5.412);

Scipione Valentini, Altilia, (Psiup – 2.942);

Giuseppe Torchia, Miglierina, (Pli – 2.494);

Giuseppe Marini, Montepaone, (Msi – 5.004);

Benito Falvo, Scigliano, (Msi – 4.920).