Reggio, il sindaco uscente Falcomatà in crisi: cosa faranno i dem?

di SANTO STRATI – Dopo l’accorato  saluto alla Città di Giuseppe Falcomatà, sindaco per undici primavere (che non hanno a che vedere con quella del padre Italo amatissimo dai reggini), molti osservatori politici si aspettavano una chiusura rapida della seduta che doveva proclamare la sopravvenuta decadenza del sidaco dopo l’elezione al Consiglio regionale.

Ottimismo o aspirazione di una veloce conclusione per vincere una impazienza che montava incontrollabile, non si saprà mai; il fatto è che la seduta riprende stamattina con probabili colpi di scena dopo l’ultimatum dei consiglieri dem che hanno prodotto una pesante nota contro Falcomatà che non potrà non lasciare il segno.

Ancora ieri sera non si parlava di mozione di sfiducia, a questo punto l’unica mossa seria per recuperare dignità e tentare un riavvicinamento al territorio da parte di un partito evavescente  (pd = potete dimenticarci), ma a tutto c’è un limite. Perché, sia chiaro, non è solo una questione di potere politico a chi ce l’ha più robusto, bensì scatta un meccanismo inconscio che il buon Leo Longanesi aveva sintetizzato in una frase: “tengo famiglia”. Già, scusate il cinismo, ma la netta sensazione è che alla base della rinuncia al seggio (tutti a casa, subito ! – direbbe una persona perbene)  ci siano volgarissimi, ma rispettabilissimi aspetti economici. Che ci permettiamo di evidenziare: il sindaco di Reggio, al lordo, guadagna poco più di 165mila euro all’anno; il vicesindaco poco più di 124mila e lo stesso importo il presidente del Consiglio. Gli assessori portano a casa poco più di 107mila euro, ma i “poveri e semplici“ consiglieri si devono “accontentare” di un gettone mensile di 3.500 euro. Sei mesi di “stipendio” sono 14 mila euro (lordi) che svanirebbero d’incanto in caso di scioglimento del Consiglio comunale: E quando gli ricapita? Soprattutto per chi non ha un’attività professionale o commerciale, o un qualunque altro lavoro che produce reddito. Quindi firmare la mozione di sfiducia e mandare tutti a casa è – occorre dirlo – un insano caso di autolesionismo, anche se, in verità esprimerebbe un alto senso civico e una grande dignità.

per questa ragione restiamo scettici sulla posizione intransigente dei consiglieri dem, seguiti a ruota da Red e Rinascita. Belle parole, durissimo attacco all’ex “caro” sindaco, ma poi subentra la coscienza di buttare via un compenso sicuro e, poi, fino alle nuove elezioni chi vivrà vedrà.

E questo discorso vale ugualmente per gli altrettanto intransigenti consiglieri della minoranza che parlano, parlano, ma poi nessuno si fa avanti a chiedere una firma trasversale per abbattere un avversario divenuto troppo scomodo per tutta l’assise.

E allora cosa succede? Non c’è spazio per la commozione e la lacrima di maniera, c’è solamente la coscienza che si è arrivati alla fine della corsa e tutti – nessuno escluso – dovranno pagare il biglietto.

Questa città è stanca, oltre che visibilmente devastata, disastrata e vilipesa, con pochissime chances di risalita. Il tempo dirà quante cose buone ha fatto Falcomatà e quanti guasti ha provocato, soprattutto nel dopo elezioni.

Mortificato e offeso ha usato la clava dell’Istituzione che guidava per togliersi i sassolini dalle scarpe e gustarsi, a freddo, una vendetta maturata subito dopo lo spoglio. I timori del “tradimento” di molti ex sodali si facevano di ora in ora sempre più concreti e l’amarezza superava la pur legittima felicità di varcare Palazzo Campanella (anche col rotto della cuffia e qualche ansia non ancora sopita). A Falcomatà l’ultimo gesto:  dimissioni e tutti a casa? I reggini forse gradirebbero. (s)

Giuseppe Falcomatà, l’eretico in guerra con il suo Partito (democratico)

di SANTO STRATI – Quella che dovrebbe essere oggi, in Consiglio comunale a Reggio, una semplice seduta di routine per accertare l’incompatibilità del sindaco dopo la sua elezione al Consiglio regionale, potrebbe, in realtà, diventare l’atto finale della consiliatura.

Tutto nasce dall’eventualità (molto remota, per la verità) di una mozione di sfiducia nei confronti del sindaco che manderebbe tutti a casa: ci sarebbe il commissariamento per traghettare la città alle elezioni di primavera e si volterebbe drasticamente pagina.

Ma chi potrebbe presentare la mozione di sfiducia? La minoranza, si suppone, con l’appoggio (velato) di alcuni esponenti della maggioranza (cioè pd) che sono arrivati al limite della sopportazione. Oppure – ma è uno scenario da periodo ipotetico di IV tipo: praticamente irrealizzabile – il Pd, guidato dal segretario regionale – e senatore – Nicola Irto potrebbe decidere di porre fine all’assurda guerra che Falcomatà – in vera e propria eresia – ha dichiarato al partito. Uno stop obbligato per rifiatare e pensare come ricostruire sulle “macerie” che i dem si lasciano dietro ormai da troppo tempo. È finita la rendita vitalizia e – pur comprendendo bene che sarà sicuramente ed estremamente improbabile la riconquista della Città di Reggio – ci sarebbe da considerare che un gesto di tale portata avrebbe il grandissimo risultato di riavvicinare i reggini al partito e ripartire da zero a sinistra. In una nuova ottica che tenga conto, in primo luogo, del territorio e della sua gente e che torni a parlare ai cittadini, ma soprattutto ad ascoltarli. I mugugni che si registrano in riva allo Stretto sono in realtà urla eclatanti di una conclamata insostenibilità dello status quo.

E il sindaco uscente, Giuseppe Falcomatà, continua a buttare benzina sul fuoco, anziché tentare di individuare eventuali “estintori” sociali, in grado di appianare il dissidio, ormai diventato guerra.

Le ultime mosse del sindaco Falcomatà, del resto, hanno gettato nello sconforto i dem reggini che non riescono a spiegarsi la scelta del nuovo assessore alla Cultura Mary Caracciolo, non solo smaccatamente di destra – era capogruppo di Forza Italia al Comune nella passata consiliatura–  ma anche, in passato protagonista di accesissimi scontri proprio con Falcomatà con relativi “insulti” politici non proprio eleganti.

E uguale stupore ha destato la scelta di modificare la composizione della Giunta mandando a casa Paolo Malara, l’assessore del pluricelebrato MasterPlan di Reggio (di cui lo stesso sindaco esaltava contenuti e obiettivi) e Anna Briante.

Ora, fermo restando che è prerogativa di ogni sindaco nominare e revocare i propri assessori, quello che tutti si chiedono a Reggio – sapendo che non avranno risposta  – è che senso ha modificare una Giunta su cui non si avrà alcun controllo? E perché sostituire, pochi giorni prima di lasciare Palazzo San Giorgio, i due manager delle società in house Hermes e Castore, i cui risultati – a detta dello stesso sindaco – erano stati eccellenti?

Le malelingue dicono che, vestiti i panni del Conte di Montecristo, Giuseppe Falcomatà ha voluto attuare la sua vendetta personale nei confronti di quanti non lo hanno sostenuto in campagna elettorale. Ora, premesso che il sindaco Falcomatà avrebbe potuto, a buon diritto, aspirare alla vicepresidenza del Consiglio regionale (assegnata d’imperio dal pd al sindaco di Palmi Giuseppe Ranuccio), l’ulteriore sgarbo nei suoi confronti dal PD è venuto con la mancata designazione a capogruppo a Palazzo Campanella. Una mortificazione che gli si poteva evitare, visto che, nel bene o nel male, ha tenuto per 11 anni un posto di grande prestigio in Calabria. Sindaco della città più popolosa, e sindaco metropolitano: un ruolo, che al di là di qualunque apprezzamento benevolo a contrario, non si può nascondere come la polvere sotto il tappeto quando si fanno di malavoglia le pulizie di casa.

Che le scintille fra Irto e Falcomatà avrebbero attizzato un grande incendio è stato evidente già dalla composizione delle liste elettorali: probabilmente Falcomatà non sarebbe riuscito – come è successo a Tridico – a battere Occhiuto, ma sicuramente i dem avrebbero potuto mostrare “l’esistenza in vita” del loro partito in Calabria, incapace persino di esprimere un candidato alla presidenza. Questo, ovviamente, con tutta la stima e il rispetto per Pasquale Tridico, il quale si è trovato a giocare un partita già persa in partenza.

Negata la candidatura alla presidenza della Regione, Falcomatà ha accettato il “contentino” della candidatura al Consiglio (e ci mancava pure che il pd non lo candidasse!) ma non immaginava che avrebbe fatto tutto da solo.

A Reggio due terzi della città lo ama, oppure no – scusate, è facile confondersi – due terzi della città non lo ama, eppure è riuscito da solo a raccogliere oltre 10mila preferenze. Una bella vittoria, un bello schiaffo morale a Irto e i suoi sodali che gli hanno fatto – parliamoci chiaro – una campagna contro, puntanto tutto, nella provincia reggina, su Ranuccio (che ha pur buoni meriti nella sua sindacatura a Palmi). Epperò, il sindaco “azzoppato” ha ugualmente raggiunto il traguardo.

Peccato che abbia deciso di buttare l’acqua sporca col bambino dentro, inguaiandosi – senza ragione – in un guazzabuglio di nomine e di revoche che il popolo reggino ha ha semplicemente identificato in una “grande vendetta”.

Probabilmente Falcomatà ha dimenticato le sue letture giovanili di Dumas e si è immedesimato tout court nel Conte vendicatore di torti ingiustamente patiti. Ma quali torti avrebbe subito Falcomatà? Quello dello sgarbo della mancata candidatura a rivale di Occhiuto? O quello del mancato “appoggio” del “suo” partito?

Non si trascuri il fatto che tra pochi mesi, in primavera, i reggini andranno al voto e una situazione di questo genere non solo ha provocato disagi e imbarazzi, nell’ala progressista della città, ma incoraggia la diserzione alle urne, per irreversibile disgusto della politica e dei suoi protagonisti.

Non c’era alcuna reale ragione, per Falcomatà,  per rimpastare la Giunta, visto che oggi saluta tutti e se ne va a Palazzo Campanella, e men che meno modificare gli assetti amministrative cui sono demandati compiti poco graditi (riscossione delle imposte) e servizi ai cittadini.

Forse Falcomatà voleva fare un colpo di teatro, ma rischia di provocare con le sue scelte, a di poco assai discutibili, ulteriori mugugni e mormori non proprio utili in vista della prossima campagna elettorale.

La sua guerra al Pd è sbagliata e tatticamente devastante nei suoi stessi confronti e nemmeno aver avuto tre innesti alla sua corrente in Comune – il vicesindaco Brunetti, Giovanni Latella e Carmelo sono passati al pd – lo aiuterà a uscire da questo incredibile casino che lui stesso sta provocando. Già perché – secondo voci abitualmente attendibili – non è ancora finita e non è improbabile che questa mattina, prima del congedo riserverà qualche altra sorpresa.

Certo, dopo quanto ha dichiarato in una nota Falcomatà («l’azione politica non può vivere ancora in Calabria di unanimismi ed equilibrismi. È arrivato il momento di offrire alla Calabria un’alternativa credibile all’abitudine alle sconfitte») è difficile immaginare che l’abitualmente imperturbabile Nicola Irto subisca le insinuazioni di fancazzismo politico e partitico senza rispondere adeguatamente. E lo vi vedrà, in diretta, questa mattina a Palazzo San Giorgio dove, in ogni caso, si consumerà un amaro epilogo della consiliatura, anche nel caso in cui Brunetti assuma il ruolo di sindaco facente funzione fino alle elezioni. Già perché – considerato che anche il gruppo Rinascita Comune guidato da Filippo Quartuccio ha scintille in corso col Sindaco, è facile prevedere che ci sono solo due scenari possibili: il suo nuovo colpo di teatro di azzeramento totale della Giunta, oppure la mozione di sfiducia della minoranza che conquista, nel segreto dell’urna, i voti di qualcuno della maggioranza che di questa situazione ha le scatole piene.

Senza contare che l’elezione “stentata” di Falcomatà in Consiglio è insidiata dal ricorso della vicesindaca di Catanzaro Giusi Iemma, forte della tesi portata avanti dall’avv. Oreste Morcavallo, che i conteggi non siano corretti, in quanto non sono stati presi in considerazione, nel riparto dei voti e dei successivi resti, i voti dei singoli candidati presidenti da aggiungere a quelli di lista. Procedura ampiamente giustificata dall’assenza, nella Regione Calabria, del voto disgiunto. Ci sono in discussione 34mila voti ed è evidente che, se il TAR dovesse accogliere questa tesi, ci sarebbe il finimondo in Consiglio regionale, con gioia di chi è rimasto tra i primi non eletti e la disperazione di chi si è già seduto negli scranni di Palazzo Campanella.

Nell’attesa di questa ulteriore polpetta avvelenata (il pd non credo scoraggerà Giusi Iemma dal proseguire nel ricorso che la vedrebbe vincitrice per pochi voti sul soccombente sindaco di Reggio) Giusppe Falcomatà si gioca il suo futuro aprendo una seria ipoteca sul prossimo candidato progressista per Palazzo San Giorgio. C’è chi insinua che è già pronto, tanto per restare in famiglia, il cognato Naccari Carlizzi, altro politico di mestiere, su cui, però, sono caduti gli strali dell’amministratore uscente di Hermes, l’avv. Giuseppe Mazzotta che non le ha mandate a dire.

Un appello per la mozione di sfiducia è stato lanciato dal Presidente dell’Associazione Amici del Ponte sullo Stretto, Simone Veronese. «La città – dice Veronese – vive una delle fasi più buie della sua storia recente… La misura è colma. È finito il tempo delle conferenze stampa, delle dichiarazioni di indignazio­ne, dei comunicati che non portano a nulla. È il momento di un gesto politico chiaro e inequi­vocabile: presentare la.mozione di sfiducia al sindaco Giuseppe Fal­comatà e all’intera Giunta comu­nale. Non farlo significherebbe tradire la città. Non farlo significherebbe rendere inutili undici anni di battaglie di opposizione, vanificare ogni denuncia, ogni conferenza, ogni voto contrario. Non farlo alimenterebbe, ancora una volta, il sospetto di un “inciucio” sottorreaneo, lo stesso che una parte dei cittadini ha percepito dopo il ballottaggio che rieleggendo Falcomatà sembrò frutto più di equilibri che di scelte politiche».

La città comprende bene che, comnque vadano le cose, ci sarà sicuramente un vincente che, però, non corrisponde al popolo reggino. (s)

Il sindaco di RC Giuseppe Falcomatà eletto nel Consiglio nazionale Anci con delega ai Servizi Pubblici Locali

Prestigioso incarico per Giuseppe Falcomatà, sindaco di Reggio, che è stato eletto nel nuovo Ufficio di Presidenza dell’Associazione nazionale Comuni italiani, guidato dal neo presidente Gaetano Manfredi, con la delega ai Servizi pubblici locali.

Per il primo cittadino reggino – e unico rappresentante calabrese – si tratta di un’ulteriore conferma in Anci, il massimo organismo rappresentativo dei Comuni italiani. Le nuove deleghe di Falcomatà, questa volta, avranno un respiro su tutto il territorio nazionale, riguardando i servizi più utili e necessari per i cittadini.

«Ringrazio il presidente Gaetano Manfredi e tutta la nuova squadra di Anci per la fiducia che hanno riposto nei miei confronti, rivolgo a lui e agli altri colleghi sindaci un grande in bocca al lupo per il lavoro che dovremo affrontare nei prossimi mesi».

«I Comuni sono la colonna portante del sistema democratico dell’Italia – ha ricordato Falcomatà – il primo riferimento istituzionale per tutti i cittadini che dopo la riforma elettorale, hanno avuto la possibilità di eleggere direttamente i sindaci».

«Sarà fondamentale il confronto con gli altri colleghi sindaci e con le altre Istituzioni, con l’Unione Europea, con il Governo nazionale, con le Regioni. Le deleghe assegnatemi, infatti – ha concluso Falcomatà – riguardano le principali funzioni dei Comuni, ossia l’erogazione di servizi pubblici locali, vitali per cittadini, famiglie, imprese, che devono essere garantiti a pari livello su tutto il territorio nazionale, come previsto dalla Costituzione». (rrm)

ABOLIRE I BALLOTTAGGI NON ABBATTERÀ
L’ASTENSIONISMO CHE È IL PRIMO PARTITO

di SANTO STRATI – C’è indubbiamente – e amaramente – un solo vincitore del secondo turno delle elezioni amministrative: l’astensionismo. La gente non va a votare (e già i dati delle europee indicavano un trend altamente negativo) e farebbero bene i partiti a domandarsi seriamente quali siano le ragioni. L’unica idea balzana che è venuta fuori mentre si ultimava lo spoglio quella di abolire i ballottaggi: ma non è mica così che si sconfigge l’astensionismo che, in massima parte, riflette la grande sfiducia dell’elettorato. Il voto mancato è la ratifica del distacco crescente tra la gente e la politica, in un momento particolare dove la stessa contrapposizione destra-sinistra diventa persino antistorica e inefficace. È la triste conferma del disagio dell’elettorato che è stato prima privato della facoltà di scegliere direttamente i propri rappresentanti, poi beffato dalla presentazione di candidature di maniera, lontane da qualsiasi idea di benessere e attenzione verso il territorio.

La mancanza della rappresentatività è decisamente il vero ostacolo al ritorno “convinto” alle urne. E se la disaffezione ai seggi si accentua anche nelle amministrative, dove il rapporto elettori-candidati è spesso molto più ravvicinato (perché generalmente si vota la persona, non il partito), questo significa che la nostra democrazia non riesce più a nascondere tutta la sua vulnerabilità. Pronta a subire attacchi (insensati) di pseudo-autoritarismo e rigurgiti autarchici che, in un mondo globalizzato, fanno solo ridere. Con una classe dirigente di “nominati” , con molto frequenti casi di incompetenza e l’evidente mancanza di una qualsiasi “cultura” politica. Fatte le dovute eccezioni, il Paese soffre la carenza di rappresentanti istituzionali di rilievo: in buona sostanza, dove sono i leader di una volta?

Ma torniamo all’astensionismo. Non è la difficoltà di spostarsi a votare (anche se, per esempio, in Calabria circa 400mila persone che figurano residenti in realtà vivono fuori), ma è proprio la totale sfiducia nella politica a consigliare (maldestramente) di disertare le urne. Per il problema dei residenti “apparenti” ma lontani  il collettivo Valarioti ha spinto in tutti i modi una legge che consentisse il voto a distanza a tutti. S’è avuta una tiepida prova con gli studenti fuori sede, ma il giorno in cui si decidesse – finalmente – a rimettere mano a una legge elettorale bizzarra e insidiosa sarebbe opportuno prevedere il voto dei “fuori sede” (studenti, lavoratori, etc) con l’attuazione di norme specifiche e rigorosi controlli, ovviamente, e allora qualche punto in percentuale dell’astensionismo si potrebbe recuperare.

Per il resto diventa difficile immaginare un serio esame di coscienza della nostra attuale classe politica che non riesce a esprimere profili di capacità e competenza in grado di stimolare il confronto dialettico (prima) e spingere (poi) gli elettori a recarsi alle urne per scegliere i rappresentanti adeguati. Scordatevelo: lo status quo fa comodo sia a destra che a sinistra, le segreterie dei partiti difficilmente rinuncerebbero a selezionare (e imporre) i fedelissimi, con cui spesso sono state sottoscritte le solite cambialette elettorali. Nulla di penalmente rilevante, per carità, ma qualche compensazione della mancata elezione è d’obbligo a fronte di un certo vagone di voti che hanno contribuito al successo dell’una o dell’altra coalizione. Quindi, c’è poco da brindare e esultare (come fa la Schlein a fronte di un’evidente disaffezione al voto), ma semmai occorrerebbe cominciare pensare a far rinascere le “scuole” di politica, i circoli, le associazioni, in grado di coinvolgere prima di tutti i giovani (le università sono purtroppo un serbatoio straordinario di non-votanti, sfiduciati e disillusi), ma tutta la popolazione. E non importa il colore politico: si deve ri-accendere la passione politica perché, alla fine, c’è una forte domanda in questo ambito, anche se può sembrare un controsenso. Perché, se c’è questa voglia di partecipazione, i giovani poi non vanno a votare. Permetteteci una risposta scontata: perché manca il coinvolgimento o è ancora troppo modesto. Ma se non si pone rimedio, organizzando convegni e incontro “politici” di confronto e di scambio dialettico, il futuro – politicamente parlando – appare pieno di nuvole.

Quello sui cui bisogna interrogarsi è perché anche alle amministrative, dove abitualmente i candidati vanno cercare personalmente voto dopo voto e a farsi conoscere dagli elettori, l’astensionismo continua a essere così forte: il Presidente Roberto Occhiuto aveva facilmente pronosticato  un calo di consensi per il centro-destra dopo il pasticciaccio dell’autonomia votata “a tutti i costi” per far contenti i leghisti e tenere unita la coalizione. I fatti gli hanno dato ragione, fatta salva la vittoria a Gioia Tauro di Forza Italia della quale bisogna ascrivere il merito al coordinatore regionale di Forza Italia Francesco Cannizzaro, ma come spiegare i tonfi di Corigliano-Rossano e di Vibo Valentia? La rappresentatività dei candidati (con tutto il rispetto) non si è rivelata vincente e, soprattutto, a Vibo, si è preferito “sacrificare” la sindaca uscente Maria Limardo – che aveva amministrato abbastanza bene e aveva un largo consenso – per un candidato che non ha convinto gli elettori. Cioè, la regola “squadra che vince non si cambia” troppo spesso viene disattesa con alto rischio di sconfitta. Il candidato ideale deve avere il polso del territorio e – se uscente – può solo (se ha amministrato bene) accrescere i consensi. Ma con candidature di sconosciuti calati dall’alto è facile prevedere la débacle, sia a destra che a sinistra. E la domanda insistente che l’elettorato continua a porsi è: ma chi sono gli aspiranti amministratori?

Non ci sono in vista nuove elezioni, salvo poco probabili chiusure anticipate di consiliatura. Il caso Reggio è illuminante: hanno cominciato la campagna elettorale con due anni di anticipo il medico Eduardo Lamberti Castronuovo (già assessore alla Legalità alla ex Provincia reggina) e l’attuale presidente della Camera di Commercio di Reggio e di UnionCamere Calabria Ninni Tramontana. Due posizioni “a-partitiche”  che qualcuno insiste a chiamare civiche che, però, anche unendosi, non trovano i numeri necessari per determinare il successo elettorale. Al contrario, l’area forzista che a Reggio ha registrato lo straordinario successo della vicepresidente regionale Giusi Princi alle elezioni europee, può contare su una messe di voti incredibile e inattaccabile. Sempre che sappia scegliere un/una candidata in grado di alimentare, mantenere e accrescere il consenso in città. Una città, purtroppo, sempre più abbandonata con problemi che appaiono irrisolvibili. E il rischio – nonostante le smentite della prefettura – di un accesso agli atti della Commissione antimafia, preludio all’inevitabile scioglimento d’ufficio del Consiglio comunale e una nuova “condanna” di 18+6 mesi di commissariamento del Comune che darebbe il colpo di grazia a una città dolente. Una città troppo trascurata, ben rappresentata dallo stato di abbandono in cui versa la bella scultura di Rabarama Co-stell-azione) di fronte a Villa Zerbi: ma nessuno dell’Amministrazione comunale passa mai per via Marina?

Certo, dopo le imbarazzanti intercettazioni del sindaco Falcomatà pubblicate con esagerata evidenza dai media, la Città gradirebbe un passo indietro, anche se decisamente improbabile. Il sindaco Giuseppe Falcomatà non ha capito che in politica fermarsi un giro può portare straordinari risultati. Al contrario stare arroccati al potere, quando mezza città non ti vuole più, c’è il rischio serio di uscire dai giochi, in via definitiva. Dovrebbe pensare, Falcomatà,che si sta giocando il suo futuro politico in cambio di due anni e mezzo di lauti (e giusti) compensi: ne vale la pena?

Le dimissioni del sindaco le chiedono ovviamente le opposizioni perché la minoranza cerca ogni pretesto per farsi notare, ma di fronte al rischio di un commissariamento (per molto meno, col sindaco Demi Arena sciolsero il Comune per mafia e poi si scoprì che erano solo “mere suggestioni”), un passo indietro dimostrerebbe una grande maturità politica del Sindaco.

Di fronte a nuove elezioni comunali (anticipate) a Reggio, la partita degli astensionisti sarebbe comunque aperta. Chi sarebbero i candidati, oltre a Lamberti e company? Domanda impertinente, cui nessuno, crediamo, darà risposta. (s)

 

LETTERA APERTA/ Sindaco Falcomatà, faccia un atto d’amore per la città

Signor sindaco, la situazione che vede al centro dell’opinione pubblica quanto è circolato in questi ultimi giorni, impone a nome dei movimenti civici, che stanno nascendo ormai in numero piuttosto consistente, di chiederLe un atto di amore nei confronti della città. E ci spieghiamo.

Va da sé che il governo invierà, senza alcun dubbio, la commissione d’accesso.

Non vogliamo anticipare i tempi di quello che scriverà la commissione, né tanto meno riteniamo corretto anticipare sentenze, che verranno attraverso l’esame della magistratura e dei probabili tre gradi di giudizio conseguenti. 

Tuttavia, la città non è assolutamente pronta ad assorbire un ulteriore drammatico scioglimento del consiglio comunale, che ci sembra piuttosto probabile. Facciamo riferimento a quanto già accaduto. La sindacatura del dr Demetrio Arena si è interrotta per scioglimento per mafia del consiglio comunale, senza che sia mai giunto un solo avviso di garanzia o sia stato esaminato un fascicolo di 1400 pagine e più, dove vengono riportate intercettazioni telefoniche, sulle quali si esprimerà, ovviamente, solo e soltanto la magistratura. Noi non lo facciamo. Lo scioglimento per mafia del consiglio comunale, assolutamente possibile, anche se certamente non augurabile, porterebbe la città a uno stato drammatico ancor più di quello che in effetti oggi sta vivendo. Ed è sotto gli occhi di tutti. Anche dei suoi.

Le chiediamo con garbo, quest’atto d’amore che consisterebbe nella presentazione delle sue dimissioni. Questo non fermerebbe certamente la commissione d’accesso, ma non sottoporrebbe la città ad una umiliazione tremenda, quale potrebbe essere un ulteriore scioglimento, che considerati i precedenti, riteniamo assolutamente dietro l’angolo.

Sia ben chiaro che nessuno di noi, appartenenti ai comitati civici, vuole utilizzare questo mezzo per anticipare le elezioni, perché comunque i tempi saranno esattamente uguali. 

Le chiediamo un atto dignitoso di cui la popolazione ha bisogno.

Comprendiamo che si tratta anche di una rinuncia economica cospicua, ma il futuro della città ha un valore di gran lunga superiore. (Eduardo Lamberti Castronuovo, Klaus Davi e Massimo Ripepi)

 

Marcianò e Milia “spingono” per la sfiducia al sindaco di Reggio Calabria Falcomatà

Angela Marcianò e Federico Milia, da punti di vista diversi, chiedono la sfiducia del sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà di cui si discute oggi in consiglio comunale.

Angela Marcianò, presidente del movimento politico “Impegno e identità” chiede ai consiglieri comunali di «chiudere insieme questa sporca partita al ribasso per la città».

«Si discute oggi la mozione di sfiducia presentata dai consiglieri comunali dell’opposizione – scrive la Marcianò – dopo aver fatto trascorrere tutto il tempo possibile al fine di riscaldare una minestra, divenuta indigesta perché scongelata e riscaldata parecchie volte ed ormai disgustosa. A preoccuparmi maggiormente è che questa pietanza avariata, purtroppo, va a finire dritta dritta nello stomaco dei reggini e non certo in quello pieno, volgarmente gaudente, dei registi di questa squallida pantomima.Nel corso del Consiglio in cui lei, sindaco, è rimasto da solo, a leggere con distacco emotivo allarmante un libro, in assenza della sua maggioranza che sulla stampa la definiva antidemocratico, decisi di non infierire perché da cristiana cerco di seguire gli insegnamenti biblici come “ il non proferire a loro riguardo altezzose parole nel giorno della loro angoscia”».

Continua la presidente di “Impegno e identità”: «Il problema è che adesso il suo disagio evidente è stato scaricato sui reggini che pensavano di aver visto i titoli di coda di questo film mediocre e sgradito ai più (ad esclusione dei non pochi beneficati) ed invece la pellicola impazzita è ritornata all’inizio perché evidentemente, chi continua a sostenerla, nonostante le mortificazioni subite, non ha imparato alcuna lezione.
Come al solito, sindaco, lei stupisce con effetti speciali, come un equilibrista, un acrobata, un funambolo ovvero come chi “nella vita politica e sociale si destreggia abilmente con spregiudicatezza e opportunismo, in modo da rimanere sempre in piedi”. Ha presente l’edilizia acrobatica che adesso va tanto di moda? C’è qualcosa che accomuna questa nuova pratica di esecuzione dei lavori alla sua maggioranza. Peccato che nell’edilizia acrobatica, aggrappati ad una fune, si realizzano ristrutturazioni esterne eccezionali. Con il vostro modo di operare, invece, state demolendo pure il poco di buono che ancora in città si tenta di preservare».

«Spero, lo spero con tutto il cuore e con sincera fiducia, che ci sia qualcuno tra i colleghi presenti oggi in Aula che conservi sprazzi di orgoglio, amor proprio ed amore per città, che si senta sdegnato nel tenere ancora le corde al sindaco funambolo, che non si renda più disponibile ad offrire tendoni salvavita per le sue cadute o funi psichedeliche per mascherare i suoi strafalcioni, rispetto ai quali pensa ancora sia sufficiente eclissarsi per un po’ di tempo (confidando nel fatto che i reggini abbiano poca memoria) o pronunciare menzognere richieste di scuse a cui, infatti, nessuno crede più. E vi prego, colleghi, non trinceratevi dietro dichiarazioni del tipo “non votiamo la sfiducia per non consegnare la città al centrodestra”. Perché la città, come impongono le regole della democrazia, sarebbe governata da un altro sindaco eletto dalla cittadinanza. Perciò – dice ancora Marcianò – se siete così sicuri di aver fatto bene, cosa vi intimorisce, cosa vi induce ad impedire il ritorno al voto? Mi auguro, quantomeno, di non risentire da parte vostra una carrellata di elogi e dichiarazioni di sostegno incondizionato al sindaco, che ormai a distanza di poche ore si alternano a comunicati di disprezzo nei suoi confronti, perché noi consiglieri abbiamo il dovere di rappresentare i reggini con coerenza e credibilità. E lei, sindaco, ha legittime ambizioni per la sua carriera? Bene, si faccia promuovere in fretta dal suo partito (che sembra amarla ancora così tanto “sinceramente”) e facciamola finita nel sacrificare tutto e tutti a causa dei suoi giochetti da prestigiatore sprezzante. Ma non conti molto su una promozione che valorizzi le sue competenze perché il modus operandi più diffuso di questi tempi è quello di trovare qualcuno che “si conosce” e non che “conosca qualcosa”. Già, dimenticavo che di questa prassi lei è Maestro indiscusso! Colleghi, vi prego. Chiudete questa sporca partita al ribasso per la Città. Votiamo insieme questa mozione di sfiducia e facciamo calare il sipario su una terribile parentesi diventata troppo grande per poter essere sopportata ancora dal popolo reggino».

A chiedere la sfiducia, questa volta nell’aula del consiglio comunale dove si discute della mozione di sfiducia al sindaco Falcomatà presentata il 9 gennaio dal centrodestra e opposizioni uniti, c’è anche il consigliere di Forza Italia Federico Milia.

«Vorrei ringraziartLa, sindaco, per la sua presenza, oggi qui in consiglio comunale, perché so che è impegnatissimo, l’ abbiamo visto dai suoi video sui social. Impegnatissimo a mostrare inaugurazioni, progetti realizzati da altri, e ad annunciare l’ avvio di lavori che in 10 anni non è riuscito ad ultimare», dice Milia.

«La parola che definisce bene la seduta di oggi è “Imbarazzo”. L’imbarazzo che non c’è. L’imbarazzo nell’inaugurare opere che non ci sono, che sono ferme da anni; l’imbarazzo di andare in giro per la città, fino alle periferie, che Lei, sindaco, ha abbandonato per anni», prosegue così Milia nel suo intervento.

«La vedo sorridente, sindaco, mi fa piacere: con questa mozione di sfiducia abbiamo rivelato i giochi di questa maggioranza, che prima viene umiliata e maltrattata da Lei e oggi, sicuramente, sarà pronta a darLe la fiducia. Ed è proprio a voi, consiglieri di maggioranza, che mi rivolgo: vi chiedo uno scatto di dignità, vi chiedo di considerare se quest’amministrazione sia in grado di proseguire», prosegue Milia.

«La città non ne può più, la città non vi vuole. Continuare a fare video di promozione, di proseguo di lavori, di avvio di lavori che non terminerete mai, non cancellerà quello che avete fatto, e quello che non avete fatto in 10 anni», conclude così Milia il suo intervento. (rrc)

MetroCity: approvato il documento di programmazione (Dup) 2024/2026

Approvato dal Consiglio metropolitano di Reggio Calabria, presieduto dal sindaco Giuseppe Falcomatà, il Documento unico di programmazione (DUP) per gli anni 2024-2026. L’atto è stato introdotto in aula dal consigliere metropolitano, Giuseppe Ranuccio, delegato al Bilancio che ha evidenziato come «il Dup è un importante documento di programmazione che, in vista del Bilancio previsionale, fotografa la situazione dell’Ente, offrendoci dati molto utili in termini di programmazione economica finanziaria. Il DUP indica chiaramente la nostra volontà di seguire precise linee strategiche ed individuare tutti i mezzi per conseguire gli obiettivi. In continuità con quanto fatto finora, puntiamo sulla promozione del settore Cultura, sulla crescita turistica, sullo sviluppo economico, sull’immagine del territorio ed inoltre sulla viabilità e sulla valorizzazione del patrimonio in generale. Grande attenzione anche all’Istruzione e quindi alle scuole, alle palestre, allo sport, senza dimenticare la manutenzione e la messa in sicurezza del territorio, compresi i tratti fluviali. Ancora, abbiamo inteso intervenire sul Welfare e sulla Formazione Professionale. A fronte di ciò – ha aggiunto Ranuccio – è opportuno segnalare che vi è stato un risparmio di circa 2 milioni di euro, grazie alla ricognizione dei mutui ed una gestione oculata delle risorse. Per raggiungere questo risultato, abbiamo potuto fare affidamento su un bilancio in ordine, senza dimenticare anche i finanziamenti intercettati nell’ambito del Pnrr ed una buona capacità di riscossione. Sono previste, infine – ha concluso il delegato al Bilancio – nuove assunzioni che consentiranno alla Città Metropolitana di poter garantire una maggiore efficienza nei servizi erogati, proseguendo sulla strada intrapresa in questi ultimi anni».

Durante i lavori d’aula gli interventi dei consiglieri si sono indirizzati maggiormente sugli interventi nel settore Viabilità. In merito il vicesindaco Carmelo Versace ha evidenziato gli «sforzi di programmazione relativi ad un settore che ha subito, nel corso degli ultimi anni, continui tagli nei trasferimenti di risorse relativi alla manutenzione ordinaria. Ciononostante – ha aggiunto – il lavoro di ascolto ed attenzione alle esigenze del territorio non è mancato, anzi continuerà con maggiore impegno».

Il consigliere Giuseppe Marino sull’argomento ha ribadito l’importanza delle infrastrutture di collegamento con le zone interne “sempre più importanti per evitare il rischio spopolamento”. Marino ha ricordato anche l’esempio virtuoso del piccolo Comune di Camini, guidato dal sindaco Pino Alfarano, protagonista di un progetto di integrazione migranti, avviato nel 2015 che ha realizzato dei luoghi sicuri ed un futuri a giovani rifugiati siriani. “Una storia di accoglienza e multiculturalità che – ha evidenziato Marino – sarebbe bello valorizzare, raccontandola a Palazzo Alvaro”. La proposta ha raccolto il parere favorevole del sindaco Giuseppe Falcomatà.

Sono intervenuti, altresì, i consiglieri metropolitani, Antonino Minicuci, Armando Neri, Domenico Romeo, Filippo Quartuccio e Domenico Zampogna. (rrc)

Saccomanno (Lega): Parole di Falcomatà scriteriate e prive di senso

Il commissario regionale della Lega, Giacomo Saccomanno, ha evidenziato come la frase del sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, secondo cui «l’autonomia è un nuovo fascismo», è «scriteriata e di nessun senso».

«Con l’autonomia differenziata, che potrebbe risolvere i problemi del Sud – ha evidenziato –, però si ha necessità di amministratori capaci e non di sistemi clientelari. Dinnanzi a questa rivoluzione sistematica della politica, come possono muoversi quegli amministratori che, invece di operare oggettivamente, per una gestione brillante e virtuoso, si affidano a operazioni di bassa clientela? Ponendosi contro un cambiamento epocale che dovrà indirizzare verso competenza e capacità amministrativa».

«Perché diciamo questo? È di pochi giorni fa la notizia che il sindaco della città di Reggio Calabria e della Città Metropolitana – ha detto Saccomanno – sembra essere coinvolto in uno sperpero di denaro pubblico. Secondo quanto riportato, il Sindaco ha previsto una corte di 31 persone nel suo staff, con una spesa annua di € 831.131,27. Questo è un dato preoccupante considerando che Reggio Calabria è una delle città più povere d’Italia e si trova agli ultimi posti in termini di qualità della vita. Senza aggiungere che una spesa e un numero pari quasi al doppio di quello regionale! E, ancora, anche la procedura adottata per l’assunzione di questo persone sembra essere illegittima, in quanto non si fa menzione del fatto che il personale avrebbe dovuto essere costituito da dipendenti interni, come previsto dall’articolo 90 del Tuel. Inoltre, non sembra esserci stata alcuna manifestazione d’interesse per queste posizioni».

«Questo ha portato ad un aumento delle spese a carico dei cittadini di Reggio Calabria. È interessante notare – ha proseguito – che il nuovo organigramma della Città Metropolitana prevede una forte riduzione delle posizioni organizzative, ma i fondi destinati al personale vengono utilizzati per assumere 21 persone precarie nello staff del Sindaco. Questo solleva ulteriori dubbi sulla gestione delle risorse pubbliche da parte del Sindaco Falcomatà. È preoccupante constatare che, nonostante la difficile situazione in cui si trova la città, il Sindaco sembra concentrarsi principalmente sulle nomine dei suoi collaboratori, anziché affrontare i problemi reali che affliggono Reggio Calabria. La città ha bisogno diurgenti interventi per risolvere questioni come la gestione dei rifiuti, i servizi pubblici, i trasporti e la viabilità».

«Inoltre, è stato evidenziato che alcune delle nomine fatte dal sindaco – ha aggiunto – sembrano essere influenzate da questioni di parentela. Questo solleva interrogativi sulla scelta dei collaboratori in base alle loro competenze anziché alle loro relazioni personali. In conclusione, sembra che il sindaco Falcomatà stia facendo un uso inappropriato delle risorse pubbliche, con uno sperpero di denaro che non è giustificato dalla situazione economica della città».

«È fondamentale, pertanto, che vengano adottate misure adeguate – ha concluso – per garantire una gestione più responsabile e trasparente delle risorse pubbliche, al fine di garantire il benessere dei cittadini di Reggio Calabria, lasciando da parte proclami e tentativi di deviare la giusta informazione». (rrc)

Oggi il sindaco Falcomatà presenta la nuova Giunta di Reggio

Stamattina alle 11 il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà presenterà la nuova Giunta comunale.

Il nuovo esecutivo ha avuto un varo molto travagliato per i contrasti che si sono accesi tra il Pd e il sindaco Falcomatà, intenzionato a non rispettare le “quote” precedentemente concordate, all’indomani della sua rielezione.

Un conflitto interno alla sinistra che ha logorato ancor di più l’amministrazione comunale, nel cosiddetto “terzo tempo” annunciato dallo stesso Falcomatà all’incirca due mesi fa, appena reinsediato a Palazzo San Giorgio. Doveva essere questione di giorni, ne sono passati quasi 60. E non è detto che la nuova Giunta non faccia storcere il muso a parecchi consiglieri, un tempo fedelissimi al sindaco.

La verità è che Reggio sta vivendo un drammatico e triste momento della sua storia: appare una città abbandonata a se stessa e senza un progetto di rilancio. Il sindaco, per le verità, l’altro ieri ha riaperto il tapis roulant, annunciando la ripresa dei lavori per l’ascensore, alla fine del tappeto mobile che dovrebbe condurre al prossimo Museo della Visitazione, ma per qualche strana ragione già ieri la struttura non era più aperta. E altre iniziative sono state annunciate da Falcomatà che si sta giocando le ultime carte per il suo futuro politico. La sensazione è che sia una mano di poker con un bluff malamente mascherato. I cittadini di Reggio sperano non sia così: se il sindaco non se ne fosse accorto glielo diciamo noi: i reggini stavolta sono davvero incazzati, la città ha bisogno di una svolta. E probabilmente non basterà soltanto una nuova Giunta. (s)

L’OPINIONE / Mario Nasone: Reggio ha bisogno di una nuova e bella politica

di MARIO NASONENel Suo messaggio della notte di Natale, l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, mons. Fortunato Morrone, invita ad «accogliere pienamente l’annuncio cristiano della venuta del Salvatore e conseguentemente a uscire fuori da una sorta di “sonnambulismo” che come non mai attraversa la città, ma anche la Chiesa».

Non sappiamo che spazio ha trovato tra feste, cenoni di Natale e Capodanno che normalmente occupano il maggior spazio nelle nostre famiglie in questi tempi questo messaggio, a fare a fare emergere la responsabilità dei cristiani che abitano questa nostra città. Specialmente a quelli “che abitano i palazzi della politica e dell’amministrazione. Su quest’ultimo invito, guardando il balletto sulla composizione della nuova Giunta da circa due mesi la città aspetta, pare che il messaggio sia caduto nel vuoto. Prevalgono le vecchie logiche comuni a tutti i partiti che vede l’interesse personale che prevale su quello della città.

Oggi più che mai Reggio ha bisogno di una nuova e bella politica, quella che abbiamo conosciuto, almeno in parte, nella primavera di Italo Falcomatà dove le forze migliori della città avevano accettato la sfida del cambiamento con alcuni uomini rappresentativi della società vivile che si erano prestati alla politica, penso a Nuccio Barillà di Legambiente, a Gianni Pensabene e Giuliano Quattrone di Insieme per la città, a Nino Mallamaci, a Lamberti Castronovo, ad Attilio Funaro di Confcommercio, all’imprenditore Falduto, ed altri ancora che avevano sposato il suo progetto che aveva trovato consensi anche fuori dal centro sinistra.

Parlava di una città da amare, lo si vedeva a mezzanotte andare in giro con il suo fedele e amico assessore Totò Camera a controllare se fossero partiti i camion per la raccolta della spazzatura, a contrastare per la prima volta il comitato di affari politico e mafioso che gestiva la città, ricordo quando da consigliere comunale mi disse: vedi Mario il comune amministra, la ‘ndrangheta governa. Non a caso divenuto sindaco ebbe il regalo della bomba fatta scoppiare nel davanti al portone del suo palazzo.

Con un altro Italo, don Calabrò, creò un sodalizio che iniziò tra i banchi della scuola del Panella, che decise di mettere le mani nelle ferite più profonde della città, quelle delle povertà cercando di condividerle e curarle. Era una stagione che aveva avvicinato il palazzo alla città, con i cittadini che partecipavano nelle circoscrizioni, nelle associazioni, nei tanti ambiti in cui ognuno cercava di dare un contributo alla rinascita della città dopo la più terribile guerra di mafia che l’aveva insanguinata.

Italo Falcomatà ha vissuto anche Lui le sue contraddizioni ma aveva il dono di ascoltare, senza presunzione e la capacità di mediare tra le varie anime che aveva coinvolto nel suo progetto politico mettendo sempre la città al centro. Italo Falcomatà e Italo Calabrò, tra le tante autorità morali che Reggio ha avuto rappresentano, soprattutto oggi  in una città in crisi di identità, i due maestri di vita a cui possano guardare i cittadini ed in particolare i giovani e chi fa politica. Iniziando dall’attuale sindaco Giuseppe Falcomatà che ne ha accettato l’eredità ma non la sua visione politica ed il suo coraggio, anche per l’inesperienza, che nel suo discorso di insediamento disse: «Oggi più che mai avvertiamo la necessità di porre in essere politiche inclusive, ovvero riportare al centro dell’attenzione della nostra azione politica coloro che fino ad oggi sono stati tenuti ai margini: i poveri, gli anziani, i bambini, le persone con disabilità, tutti, nessuno escluso, faccio mio l’insegnamento che don Italo ci ha lasciato. Un insegnamento da perseguire nel nostro agire quotidiano. È il momento del coraggio. Don Italo ha sempre invitato i giovani reggini (e non solo) a non delegare gli altri. Mi piace ricordarlo così, don Italo, quel sacerdote che ha scosso le coscienze di molti e continua a farlo ancora oggi con i suoi insegnamenti».

Per la nuova Giunta che nascerà sarà questo il primo banco di prova, rilanciare dopo anni di buio, le politiche del Welfare, garantire una rete di servizi di protezione sociale dei più fragili, dando loro posto anche nel bilancio comunale. Servirà soprattutto un nuovo protagonismo della Chiesa e della società civile non più suddita ma corresponsabile, come chiede il Vescovo, di questa nuova stagione. (mn)

[Mario Nasone è presidente del Centro Comunitario Agape]