CHI SARÀ IL FUTURO MINISTRO PER IL SUD?
SERVE UNA SQUADRA SE SI VUOL FARE BENE

di PIETRO MASSIMO BUSETTABasta un Ministero per il Sud? I nomi che si stanno facendo sui possibili candidati a tale ministero fanno nascere molti interrogativi. Ma d’altra parte esperienze precedenti relative a tale Ministero e alla sua capacità di incidere sugli assetti complessivi e sulle decisioni di un Governo non é che siano state esaltanti. 

Ma anche supponendo che la professionalità che sarà scelta sia di altissimo livello ed abbia la volontà di incidere pesantemente su un progetto complessivo di eliminazione delle differenze economiche sociali e di completamento dell’acquisizione di uguali diritti di cittadinanza possiamo pensare che tutto ciò sia sufficiente? Per spiegare meglio sembra ormai assodato, ma certamente i dati ce lo confermano, che i paesi nella nostra realtà siano due. 

Per reddito pro capite, per addetti in agricoltura rispetto al totale, per insufficienza del settore manifatturiero, per numero di presenze turistiche per abitante, per povertà, per reddito di cittadinanza rispetto alla popolazione complessiva, per tasso di disoccupazione ed ancor più per tasso di occupazione, per infrastrutturazione e potremmo continuare con tutti gli indicatori caratterizzanti una realtà economica e sociale.

Ed  allora non é strano che  si chieda che le politiche necessarie per le due parti del Paese siano completamente diverse. Per esempio l’agricoltura del Nord è in una fase verticalizzata e con prodotti di altissimo livello. Necessita di procedure di difesa dei marchi, di attenzione agli inquinamenti dei suoli dovuti all’utilizzo di molta concimazione, di agevolare la penetrazione dei prodotti nei mercati mondiali.

Il Mezzogiorno si trova in una fase ancora arretrata, nella quale sono prevalenti le colture  estensive, con uno spreco di territorio enorme e col bisogno di investimenti importanti per trasformare una coltura povera, che non riesce ad acquisire il valore aggiunto dei prodotti, che vende nella fase iniziale prima della trasformazione, in produzioni  da paese industrializzato nel quale la trasformazione diventa prevalente. 

Le problematiche relative al turismo rispecchiano esattamente i temi sollevati dall’agricoltura. Da un lato realtà che hanno bisogno di contenere le presenze: parlo di Venezia, di Firenze ma anche di Roma e dall’altra parte un’area che fa solo 80 milioni di presenze quanto il solo Veneto e che avrebbe bisogno di una politica opportuna di moltiplicazione degli arrivi e di potenziamento delle strutture, con l’attrazione di investimenti dall’esterno dell’area.

Anche il ministero delle infrastrutture prevede due approcci differenti, perché da un lato abbiamo la esigenza di una manutenzione di un patrimonio importante esistente: il caso del ponte di Genova ne è una dimostrazione precisa. Dall’altro invece le infrastrutture non ci sono e quindi bisogna adoperarsi per fare in modo che finalmente tutto il territorio sia collegato.

E parlando di ponte, un’impresa talmente importante innovativa e complicata, che vi sia  un ministero apposito che se ne occupi non é ridondante.  Non dimenticando  i porti, che prevedono nel Sud la loro  messa a regime, vedasi Gioia Tauro e Augusta, mentre i porti di Trieste Genova hanno bisogno di reggere alla concorrenza mondiale con un potenziamento adeguato.

Ma anche il Ministero per gli affari regionali potrebbe essere suddiviso in due parti,  in maniera tale da capire perfettamente come le autonomie differenziate possano influire su una parte del territorio e sull’altra. E si potrebbe continuare con il Ministero del lavoro e quello dello Sviluppo Economico, considerato che una parte ha bisogno di attenzione rispetto ai processi di ristrutturazione e di potenziamento dell’industria 4.0. 1 o2, mentre l’altra deve crearla l’industria manifatturiera e ha bisogno di un’attenzione alle Zes particolarmente determinata. 

In realtà se i paesi sono due é naturale che avrebbero bisogno di due governi. Ed uno dei motivi per cui le divaricazioni non si ricompongano é anche dovuto al fatto che vi è una gestione unica per problematiche differenti.

E poiché la gestione del Paese è prevalentemente nordista, ovviamente il Governo si occupa delle problematiche della locomotiva, sperando che alla fine questa trascini tutto il resto, come però non è più avvenuto dall’unità d’Italia. Casi analoghi al nostro, come per esempio quello della ex Cecoslovacchia, hanno dimostrato che là dove parti distanti e  lontane per sviluppo si siano separate hanno avuto accelerazioni non indifferenti, tanto che nel caso della Slovacchia essa ha recuperato negli ultimi  anni il 30% del reddito pro capite rispetto alla Repubblica Ceca.  Se non è pensabile né auspicabile che il nostro Paese abbia una divisione che metta in discussione l’unità nazionale è certamente opportuno però che le distorsioni dei processi amministrativi vengano corrette, magari istituendo dipartimenti  separati all’interno gli stessi ministeri, che lavorino in competizione virtuosa, evitando che gli interessi di una parte sopraffacciano  quelli dell’altra.

È evidente che un Ministero per il Sud, senza portafoglio, e con le armi spuntate possa fare poco rispetto a ministeri importanti come quello dell’Economia o dello Sviluppo  Economico, se questi ultimi hanno indirizzi diversi ed obiettivi divergenti rispetto alla ricomposizione dei divari. Una divisione delle competenze con ambiti territoriali più individuati potrebbe portare ad una maggiore equità nelle decisioni. Potrebbe per esempio fare in modo che i grandi eventi non si svolgano solo in una parte, potrebbe monitorare l’informazione pubblica per evitare che essa sia strabica verso una parte.

Pur comprendendo che un tale nuovo assetto comporterebbe una rivoluzione interna ai ministeri non si può non rilevare come una situazione così complicata, come quella del mancato sviluppo del Sud, non può essere affrontata con interventi sporadici e non sistemici. 

Ma che abbia bisogno di un vera  regia complessiva che finora non c’è stata e di cui si sente un’esigenza estrema. Tranne che non si voglia dire che le parole utilizzate sulla centralità del Mezzogiorno non siano che sfoghi di vento, come peraltro ormai è accertato. E che una vera volontà di affrontare il problema e di risolverlo in realtà non ci sia. (pmb)

(Courtesy Il Quotidiano del Sud / L’Altravoce dell’Italia)

IL PONTE: IL NEO-GOVERNATORE SCHIFANI
DICE SÌ GUARDANDO AL MODELLO DANESE

di GIOVANNI MOLLICA – Le parole del neo eletto presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, non danno adito a dubbi: il Ponte sullo Stretto va fatto. Subito e a una campata. La soluzione a tre campate è da cestinare, con buona pace dell’ennesimo incompetente Ministro delle Infrastrutture.

Privati dell’imbarazzante copertura di Giovannini, le esigue brigate NoPonte rimaste si aggrapperanno a mirabolanti Analisi Costi-Benefici periodicamente ripubblicate con grande rilevanza sui media nazionali che fanno del “non conviene” un argomento fondamentale da Roma in giù. Motivazione che, nell’attesa della ripartenza dei lavori, merita qualche riflessione.

La realizzazione di una qualsiasi infrastruttura non deve dipendere esclusivamente dalla sua possibilità di rimborsare il capitale investito. Dalle Piramidi alla Grande Muraglia, dal Vallo Adriano alle vie Consolari, dalla Torre Eiffel al Canale di Suez, interessi economici, ossessioni religiose, ambizioni personali, esigenze difensive e strategie mercantili si sono di volta in volta intrecciate per spingere gli uomini e le nazioni a incidere sulle abitudini di vita delle popolazioni, sull’ambiente e sul paesaggio. In una prospettiva storica – ma anche sociale, come infinite volte ripetuto dall’Ue -, che fa apparire paradossale l’opposizione delle forze progressiste e pseudo europeiste italiane. Per essere più chiari, di fronte al dramma ultrasecolare costituito dalla Questione meridionale, la ragioneristica Analisi Costi Benefici fatta propria dalla sinistra appare miserabile.

Ma è proprio in tema di benefici che c’è ancora molto da sapere perché il gigante dello Stretto non è solo un mezzo per andare più rapidamente dalla Sicilia al continente ma può e deve essere una straordinaria opportunità di progresso. A patto che della sua straordinaria valenza scientifica e tecnologica non sia riservata a pochi eletti ma ne resti qualcosa anche tra Scilla e Cariddi.
Una grande – in questo caso, grandissima – rappresenta un’occasione unica e irripetibile per innescare lo sviluppo locale fin dalla fase di progettazione. Ed è nel lungo periodo della costruzione che si concretizza il rapporto proficuo col territorio, al quale non devono essere riservati solo i disagi, in una concezione di soggetto passivo marginalizzato dal processo di rigenerazione economica, sociale e culturale generato dall’opera. Un argomento che abbiamo tentato più volte di evidenziare, senza trovare alcuna risposta dai decisori politici. Ora, però, i tempi stringono, cresce il pericolo di farsi trovare per la seconda volta impreparati e le responsabilità della politica locale sono molto maggiori.

Senza perderci in descrizioni dettagliate su quello che crediamo essere il miglior modus operandi ci limitiamo a ricordare quanto avvenuto nella Øresund Region, intorno al collegamento (16km) che dal 2000 unisce stabilmente Danimarca e Svezia.  Otto anni dopo l’apertura al traffico, la regione ospitava già un consorzio di dodici università, sei parchi scientifico-tecnologici, oltre duemila aziende e cinque piattaforme di attività nei settori dell’IA e delle TLC, di logistica, alimentazione, ambiente, medicina e biotecnologie, neuroscienze e biochimica. Multinazionali quali Sony Ericsson, Astra Zeneca, Tetra Pak, Novo Nordisk e numerose PMI ad elevato tasso di innovazione hanno trovato nell’ Øresund un habitat ideale. Un territorio la cui economia era fondata sul servizio di traghettamento tra Malmœ e Copenaghen, nel 2009 ha vinto il premio come regione più innovativa d’Europa.

La sola Medicon Valley dà lavoro a 40 mila dipendenti e 10 mila ricercatori di oltre 300 aziende; il grande progetto di fisica delle particelle denominato ESS (European Spallation Source), operativo dal 2020, ha creato 6 mila nuovi posti di lavoro di altissimo livello. Le Università, con i loro 2500 Ph.D. rappresentano un serbatoio inesauribile per gli Istituti scientifici più celebri del mondo.

Tutto è nato all’ombra del Ponte. Non dopo l’inaugurazione ma molto prima, in conseguenza di una programmazione capillare che ha visto collaborare enti locali, Ministeri, il General contractor, le Università danesi e svedesi e coinvolto Atenei di ogni parte del mondo. Pensiamo all’interesse dei Paesi africani e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo a partecipare alla realizzazione dell’Ottava Meraviglia del Mondo. E dell’importanza di coinvolgere enti locali come sindacati, associazioni industriali, armatori, ordini professionali, commercianti e fornitori di servizi.

Potremo replicare nell’Area dello Stretto anche una piccola parte di quanto accaduto nell’Øresund Region? Non sarà facile. Sicilia e Calabria non sono Danimarca e Svezia e Roma non ha la visione lungimirante e la sensibilità sociale di Stoccolma e Copenaghen. Ma i Governatori e i sindaci dell’estremo Sud hanno il dovere di provarci. Non domani o dopo l’inaugurazione – sarebbe troppo tardi – ma subito. A partire da oggi, perché il lavoro preparatorio è immenso e lo sviluppo che ne potrebbe derivare in buona parte ancora da scoprire. La strada è quella del preventivo e capillare lavoro di preparazione del territorio alle esigenze della rivoluzione in arrivo. (gmo)

Cisl RC favorevole al Ponte: un’opera che completa il disegno di infrastrutture necessarie per il Sud

Chiare indicazioni per lo sviluppo e la necessità di fronteggiare una crisi economica senza precedenti sono emerse dal Consiglio generale UST Metropolitano della Cisl, presieduto dal Segretario reggente (nonché Segretario generale della Cisl calabrese) Tonino Russo. Per quanto riguarda il Ponte sullo Stretto, Russo ha ribadito la posizione favorevole del sindacato. Servono azioni concrete:  è una struttura che completa il disegno di infrastrutturazione di un Mezzogiorno e di una Calabria, che costituiscono risorse per l’intero Paese.

Ma non solo le infrastrutture necessarie: l’incontro ha messo in evidenza molti problemi che richiedono interventi immediati «Questo Consiglio generale – ha evidenziato Russo nella relazione introduttiva – cade in un momento importante per la vita del Paese. L’esito delle elezioni consegna all’Italia una maggioranza di centrodestra numericamente forte. Giorgia Meloni – che con ogni probabilità, nei prossimi giorni, subito dopo l’insediamento delle Camere, riceverà dal Presidente della Repubblica l’incarico di formare il nuovo Governo – è chiamata ad un compito certamente non facile. Qui uso le parole del nostro Segretario generale Gigi Sbarra: valuteremo l’albero dai frutti. Senza pregiudizio, guardando ai fatti».

Il Segretario reggente ha poi richiamato gli elementi di grave turbamento della vita sociale legati alla pandemia. Riguardo alla guerra in atto in Ucraina, ha sottolineato, la CISL è stata «sin dalla prima ora, senza indugi, con le vittime e mai con i carnefici. Ma sappiamo che ci deve essere uno sforzo di tutti per cercare la pace, per evitare ulteriori inasprimenti e allargamenti del conflitto».

Nella fase post-pandemica di ripresa dell’economia, ha proseguito, si registra una «estrema difficoltà. Nei prossimi mesi nuovi aumenti che rischiano di mettere in ginocchio interi comparti produttivi. Costi dell’energia e del metano, mai così alti e in continua crescita. Gas aumentato del 700%, energia del 200%. Costi alle stelle dei beni di prima necessità. Famiglie che, considerando il reddito medio calabrese e della provincia reggina, sono alle prese con grandissimi difficoltà. Circa 300.000 famiglie calabresi a rischio di povertà energetica. Migliaia di posti di lavoro a rischio, in una regione e in una provincia che hanno fame di lavoro. I dati sui tassi di occupazione, i più bassi del paese, i dati sui giovani neet sono lì, inconfutabili. E chiamano tutti all’assunzione di una responsabilità, di un impegno straordinario. C’è un delta di sviluppo che va colmato.

Purtroppo – ha ricordato il segretario Tonino Russo – le ragioni che ci hanno portato in piazza il 22 giugno del 2019, nella grande manifestazione nazionale sul Mezzogiorno svoltasi proprio qui a Reggio Calabria, sono ancora forti e presenti. Serve una svolta vera sulle politiche per il Mezzogiorno. C’è bisogno di dare “futuro al lavoro, di unire il paese ripartendo dal sud”. C’è bisogno di una nuova grande stagione di investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali, reti stradali e ferroviarie, reti digitali, capitale umano, distretti produttivi, competitività delle imprese. C’è l’urgenza di applicare la clausola del 34% degli investimenti nazionali da destinare al Sud. C’è l’urgenza di spendere e spendere bene le risorse del PNRR.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ed il Piano Complementare rappresentano una grande opportunità per ripartire. 222 miliardi, ai quali si integrano, in un’unica cornice, quote della programmazione nazionale di bilancio e dei fondi strutturali europei. Sei missioni che per la CISL devono avere un grande obiettivo: ogni euro sia speso per il lavoro.  Quelle del PNRR sono risorse in gran parte in prestito che pagheranno le nuove generazioni. Guardiamo a loro e spendiamole bene.

Per il successo del PNRR, saranno fondamentali le competenze. Sarà fondamentale dare valore alla P.A, con un grande piano di reclutamento ed innovazione. Sarà, quindi, essenziale aiutare i Comuni, che gestiranno circa 40 miliardi del PNRR. E in Calabria abbiamo il record dei comuni in dissesto e pre-dissesto. 193 comuni su 400.

Spendere bene le risorse del Pnrr vuol dire puntare alle infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali, aeroportuali, liberare i territori calabresi dall’isolamento, creare nuovo lavoro. Vuol dire intervenire su un sistema sanitario al collasso, come abbiamo amaramente constatato e stiamo ancora constatando durante la pandemia. Spendere bene le risorse del Pnrr vuol dire frenare lo spopolamento delle aree interne, tutelare l’ambiente e il territorio attraverso la prevenzione, per sfuggire alla trappola dell’emergenza continua.

Spendere bene le risorse le Pnrr vuol dire che chi governa deve saper ascoltare i cittadini, deve condividere priorità e scelte con le organizzazioni dei lavoratori e le altre forze sociali. Vuol dire mettere la pubblica amministrazione in grado di affrontare le sfide che attendono il Paese, colmando i vuoti negli organici, stabilizzando le migliaia di lavoratori precari qualificati che ringiovaniscono la macchina amministrativa dello Stato e degli enti locali, le permettono di funzionare, la implementano con competenze nuove. Spendere bene le risorse del Pnrr vuol dire monitorare la spesa, far sì che i cantieri si aprano e le opere da realizzare siano ultimate: insomma, iniziare i lavori una buona volta e concluderli.

Spendere bene le risorse del PNRR vuol dire rendere pienamente operativa la cabina di regia regionale, per costruire partecipazione e condivisione.

Spendere bene le risorse del Pnrr vuol dire tenere alta la guardia verso le infiltrazioni della criminalità negli appalti, con protocolli di legalità e contrattazione d’anticipo. Da questo punto di vista, unitariamente, stiamo lavorando con il procuratore Gratteri, col Presidente Occhiuto, con le associazioni datoriali calabresi, ad un protocollo su appalti e legalità da sottoscrivere con ANCI e Prefetture.

Alle forze politiche che guideranno il Paese, sottoponiamo i punti della “agenda CISL”: un fisco equo e giusto, una riforma della pensione con flessibilità in uscita e tutela lavori usuranti, il rafforzamento dei servizi pubblici, gli investimenti, la legalità, la sicurezza sui luoghi di lavoro. In questi mesi il tragico primato delle morti sul lavoro. Una ecatombe. Noi diciamo che il lavoro o è sicuro o non è lavoro. Servono più controlli e la sicurezza deve essere vista come un investimento e non come un costo. Dal 15 al 21 ottobre p.v. avremo la settimana di mobilitazione unitaria, indetta da CGIL CISL UIL, per chiedere interventi concreti, per dire basta alle morti sul lavoro».

«Nella visione che abbiamo della Calabria – ha detto Russo toccando altri punti nodali della crescita – c’è un punto di forza che è insieme la più grande opportunità che abbiamo: il porto di Gioia Tauro. Nel nostro Congresso Regionale auspicavamo “l’immediato decollo della ZES (la Zona economica speciale) nell’area portuale di Gioia Tauro, così come del Gateway ferroviario, la realizzazione del più complessivo sistema della logistica, che rimane fondamentale per il rilancio dell’Area portuale». Per andare oltre “il recinto delle attività di transhipment che restano strategiche e funzionali allo sviluppo dell’intera area portuale e dell’intero territorio regionale”. Rispetto a quegli auspici abbiamo fatto alcuni passi in avanti, sull’automotive per esempio. Ma bisogna andare oltre il semplice transhipment. Rigassificatore e piastra del freddo sono una grande opportunità per costruire un distretto agro-industriale, per fare quel passaggio che serve dall’agricoltura all’agro-industria. In un momento di costi energetici alle stelle, rigassificatore, piastra del freddo, una ZES che decolli, potrebbero essere fattori altamente attrattivi, in grado di portare investimenti produttivi privati. Sulla ZES, occorre svoltare».

«Abbiamo con questo spirito, dato un contributo, collaborato con le categorie impegnate nel rinnovo delle RSU nel Pubblico Impiego e nella Scuola, collaborato fattivamente con la FIM impegnata nel rinnovo della RSU-RLS alla Hitachi Rail Sts, dove abbiamo presentato una lista di 5 candidati ed eletto il nostro Antonio Hanaman con 49 preferenze».

Il segretario reggente dell’UST CISL di Reggio Calabria che poi ricordato che è stato sottoscritto ieri il CIS (Contratto Istituzionale di Sviluppo) “Volare” con la Regione e il Governo: 215 milioni di euro immediatamente cantierabili per il rilancio degli aeroporti calabresi, di cui 40 destinati a oneri di servizio per nuove tratte. Grazie alla CISL Confederale per il sostegno nel raggiungimento di questo obiettivo. Alla sottoscrizione in videoconferenza erano presenti la Ministra Mara Carfagna, il Presidente Roberto Occhiuto, il Presidente Sacal Marco Franchini. Per la CISL, oltre allo stesso Russo, il Segretario Confederale Ignazio Ganga e Giulia Tavernese della struttura tecnica confederale.

Sul piano organizzativo, il segretario reggente Tonino Russo ha annunciato, concludendo la sua relazione, che nelle prossime settimane spera di portare a termine il percorso che condurrà all’elezione del nuovo Segretario generale della CISL di Reggio Calabria. (ed)

Legambiente: No a Ponte sullo Stretto, ci sono altre priorità

Ponte sullo Stretto? Abbiamo altre priorità. È decisa la posizione assunta da Legambiente in merito all’infrastruttura, che è tornato a essere uno dei temi più dibattuti nel corso della campagna elettorale.

L’ultimo a parlarne, è stato il neo governatore della Sicilia, Renato Schifani, a cui gli ha fatto eco il presidente della Regione, Roberto Occhiuto, che ha parlato di «condizioni irripetibili per farlo».

«Puntuale è ripartita la retorica di questa grande opera – si legge in una nota – utile solo a buttare al vento altri soldi pubblici, dopo il miliardo di euro che, fino ad oggi, sono costati studi, consulenze e stipendi della società Stretto di Messina. Stavolta diciamo noi, le priorità dell’Italia sono davvero altre».

«Nelle regioni – viene spiegato – c’è urgente bisogno di riforme che garantiscono ai cittadini un servizio di trasporto di qualità e focalizzare gli investimenti sull’ammodernamento della rete infrastrutturale e in collegamenti veloci e frequenti tra la Sicilia, la Calabria e il resto della Penisola. Abbiamo bisogno di nuovo materiale rotabile per utilizzare al meglio la linea tirrenica e moderni traghetti Roll-on/Roll-off (Ro-Ro) lunghi 200 metri, che permettono di far entrare le Frecce senza scomporle, dimezzando i tempi di attraversamento. Servono investimenti importanti per l’elettrificazione delle linee al sud e il potenziamento di alcune direttrici che permetteranno di rendere più veloci e sicuri i viaggi. Per le merci quello che serve è garantire che le linee tirrenica, jonica e adriatica al sud possano essere utilizzate da treni lunghi 750 metri».

«Inoltre – continua l’Associazione – occorre riqualificare terminali passeggeri e stazioni (oggi in condizione di degrado), migliorare accessibilità e coincidenze con il trasporto pubblico ma anche con percorsi pedonali e ciclabili, rinnovare le navi in circolazione. Investimenti importanti che devono essere accompagnati da una strategia e un’autorità che coordini l’offerta dei diversi servizi per semplificare gli spostamenti e gli scambi tra treni, autobus locali e regionali e traghetti».

Legambiente, poi, parla di «tre grandi bugie»: la prima, ovvero che «si può ripartire dall’attuale progetto. «Il Governo Monti – ha spiegato Legambiente – sulla base di valutazioni tecniche ed economiche, dichiarò il fallimeno del progetto, dopo che il Generale Contractor Eurolink non era stato in grado di dimostrare la fattibilità e a risolvere i problemi tecnici, geologici e paesaggistici dell’opera».

La seconda «grande bugia»: Presto arriverà l’alta velocità da connette al ponte per rilanciare il Sud. Falso, per Legambiente: «È previsto – viene spiegato – un finanziamento con 10 miliardi di euro per una tratta che non sarà completata prima del 2030 (e per 5 e 10 minuti di risparmio). È evidente che non si possono aspettare 20 o 30 anni prima di avere un cambiamento nei collegamenti tra la Sicilia, la Calabria e Roma».

Terza «grande bugia»: Le risorse europee aiuteranno la realizzazione del Ponte: «Il ponte – ha ricordato Legambiente – non è previsto nel Recovery Plan e neanche nella programmazione europea 2021-2027, e non rientra nel programma Connecting Europe Facility, che fornisce assistenza finanziaria alle reti e alle infrastrutture transeuropee».

L’Associazione, infatti, ha ricordato cosa prevedere il Pnrr: 60 mln a Rete Ferroviaria Italiana Spa per l’acquisto di 3 nuove navi passeggeri per l’attraversamento dello Stretto; 20 milioni per le navi che traghetteranno i treni con alimentazione ibrida; per le flotte private sono disponibili 35 per rinnovare i mezzi; l’acquisto di 12 treni Frecciarossa da 4 vagoni ciascuno per i collegamenti di lunga distanza.

Le vere priorità per Legambiente

Abbandonare il progetto e rilanciare gli investimenti in collegamenti veloci e frequenti tra Sicilia, Calabria e resto della Penisola. Portare le Frecce nei collegamenti tra Palermo, Catania e Roma. Potenziare il trasporto via nave lungo lo Stretto con moderni traghetti Roll-on/Roll-off (Ro-Ro); rafforzare i collegamenti in treno da Reggio Calabria a Taranto e Bari.

«Non possiamo più aspettare – ha concluso Legambiente –. L’Italia deve attuare la transizione ecologica e deve farlo subito».

L’Associazione, infatti, ha lanciato una petizione per chiedere al nuovo Governo e Parlamento una «rievoluzione davvero verde».

Ponte sullo Stretto, Occhiuto: Ci sono condizioni irripetibili per farlo

Per Roberto Occhiuto, «questa volta ci sono condizioni irripetibili» per realizzare il Ponte sullo Stretto: c’è «un Governo di centrodestra e due presidenti di Forza Italia», ha detto all’Agi.

«Sono convinto – spiega – che collaboreremo su Ponte, alta velocità (che è connessa alla realizzazione del Ponte) e su molte altre questioni perché Sicilia e Calabria possono essere davvero l’hub dell’Europa sul Mediterraneo» ha detto Occhiuto, che ha salutato il successo di Roberto Schifani, neo presidente della Regione Sicilia che, in campagna elettorale, aveva promesso una piena collaborazione col governatore calabrese per la definizione degli atti di competenza delle due regioni interessate.

Quando si parla di infrastrutture nel Mezzogiorno, inevitabilmente si evoca lo spettro delle mafie e dei loro interessi sugli appalti. Schifani ha proposto una task force di ex pm che possa vigilare sulle procedure di affidamento dei lavori.

«Un altro terreno sul quale, dice ancora Occhiuto, si deve collaborare con la Regione siciliana», ha concluso Occhiuto.

PONTE, RUOLO FONDAMENTALE PER MERCI
E COSÌ PREFERISCONO PENALIZZARE IL SUD

di ROBERTO DI MARIA – Al Ponte di Messina si pensa soprattutto come infrastruttura utile al passaggio delle persone da una sponda all’altra dello Stretto, trascurandone il ruolo, fondamentale per lo sviluppo economico di entrambe le regioni nell’ambito del trasporto merci.

Anche i più agguerriti nemici del Ponte non possono negare che un sistema di traghettamento, per quanto ben organizzato, rappresenta un oneroso collo di bottiglia per camion, tir, autoarticolati e per il cosiddetto trasporto Ro-Ro che tanto è cresciuto negli ultimi anni attraverso l’Adriatico. Con l’aggravante che imbarchi e sbarchi dei mezzi commerciali avvengono in maggioranza dal nuovo porto di Tremestieri, infelicissima e costosissima scelta a causa di prevedibili insabbiamenti che ne limitano l’utilizzo. 

Il trasporto dei pochi carri merci – oltre il 90% del trasporto merci si svolge su gomma, a dispetto delle raccomandazioni dell’Ue – è curato dalla flotta Rfi e subisce i rallentamenti derivanti dalla scomposizione e ricomposizione dei convogli prima dell’imbarco e dopo lo sbarco. Un traffico talmente limitato da risultare ormai residuale. Non potrebbe essere altrimenti: l’inevitabile lentezza delle operazioni e la relativa rottura di carico appesantiscono il sistema, sia in termini di tempo che, soprattutto, in termini di costo.

Proprio questo è il principale obolo che la Sicilia paga quotidianamente per un’insularità facilmente superabile, determinando quel “buco” di sei miliardi annui sottratti alle tasche dei siciliani, secondo le stime dell’istituto Prometeia. Questa “tassa” sul trasporto merci determina conseguenze nefaste per Sicilia e Calabria, tali da rendere oggettivamente impossibile rispettare la prescrizione dell’Ue di trasferire da gomma a ferro il 30% del trasporto merci entro il 2030. E il 50% entro il 2050.
Per l’incomprensibile gioia degli ambientalisti italiani, evidentemente lieti di inquinare pur di evitare la costruzione del Ponte.

Quanto esposto è un quadro ancora parziale delle conseguenze negative della discontinuità territoriale tra Sicilia ed Europa. È l’intero sistema logistico meridionale a pagarne le spese. Si pensi all’impossibilità di esercitare la funzione gateway agli scali siciliani perché il traghettamento “strozza” il flusso dei container. Rendendo irridente la definizione di “Sicilia hub del Mediterraneo”.

Porti come il Pireo, Algeciras e Valencia, che “guardano” verso Suez e il Nord Africa, analogamente a quelli del nostro Mezzogiorno, sono riusciti ad attrarre quantitativi di merci doppi o tripli rispetto a quelli di Genova e Trieste. Intorno a questi scali si va sviluppando la Logistica connessa alle nuove “catene del valore corte”, che attraendo i grandi Edc (European Distribution Centre) e la manifattura ad essi sempre più collegata, finiranno per dare un colpo mortale alla Pmi lombardo-veneto-emiliana. Un disastro economico facilmente prevedibile già anni or sono, verso il quale i governi nazionali conducono il Paese con colpevole incoscienza. 

Spagna, Grecia, Turchia, Egitto, Marocco e Cina lavorano alacremente per interfacciare i corridoi Ten-T europei con i futuri grandi assi trasportistici africani e mediorientali, che irradieranno sviluppo in territori abitati da centinaia di milioni di giovani ansiosi di crescere economicamente, socialmente e culturalmente. Ci vorranno decine di anni ma la programmazione geoeconomica va fatta ora, considerati i tempi lunghi necessari per realizzare le reti infrastrutturali necessarie.
I porti siciliani senza Ponte e quelli calabresi e pugliesi senza Av/Ac ferroviaria sono tagliati fuori da questi progetti planetari. 

Appare persino superfluo spiegare che nessun armatore, sano di mente, scaricherebbe i propri containers in un qualsiasi porto siciliano, sapendo che gli stessi dovrebbero essere re-imbarcati a Messina e re-sbarcati a Villa S. Giovanni per proseguire il loro viaggio verso l’Europa. Operazione che renderebbe impraticabile, dal punto di vista economico, questa soluzione, senza considerare le complicazioni in termini di strutture e navi da coinvolgere.

Possono comprendersi, in questo modo, le conseguenze che l’assenza del Ponte comporta non soltanto per la Sicilia, ma per l’intera Nazione, che perde l’occasione di sfruttare appieno le proprie regioni meridionali, protese come un enorme molo verso il Mediterraneo, su cui transita il 25% del traffico mondiale di containers.

La pianificazione della logistica sposata dall’attuale governo e dai precedenti, ha invece cristallizzato la sua attenzione su Genova e Trieste, destinandovi la quasi totalità dei fondi previsti del Pnrr per la portualità su tutto il territorio nazionale.

Per far piovere alcuni miliardi su Genova, l’Italia rinuncia a tentare di rivestire un ruolo chiave nell’ambito del sistema mediterraneo, condannando all’irrilevanza aree potenzialmente straordinarie come Augusta, Gioia Tauro e Taranto. Scali che – inseriti in un contesto locale ricco di opportunità (nuove Zes) – potrebbero generare un enorme valore aggiunto sia in fase di realizzazione che in esercizio. Valore aggiunto che, senza Ponte, resterebbe in buona parte inespresso. 

Ancora una volta, quindi, ci rendiamo conto di quanto assurdo e miope sia il benaltrismo del “prima le strade” o “prima le ferrovie” se non addirittura “prima i porti del Nord”. Perché tali infrastrutture hanno un senso soltanto se danno continuità al sistema infrastrutturale continentale. Condizione molto, ma molto più importante di quanto non si creda. 

Ciò che sorprende è che, in un mondo che resterà globalizzato ancora per tutto questo secolo – pur se in modalità più evolute di quelle viste alla fine del secolo scorso – l’Italia non riesca a cogliere l’importanza della connettività e qualcuno arrivi a considerare l’isolamento come un valore da mantenere. Un’idea che sta scavando la fossa alla Sicilia, coinvolgendo, come abbiamo visto, l’intero Paese. (rdm)

(Roberto Di Maria è ingegnere dei Trasporti)

LE FANDONIE SUL PONTE DELLO STRETTO
DESTRA O SINISTRA, LA MUSICA È LA STESSA

di PIETRO MASSIMO BUSETTA – Il ponte sullo stretto di Messina è nel programma elettorale del centrodestra, che ne ha fatto uno dei punti chiave, mentre è totalmente assente nel programma di centro sinistra, con un’incertezza e molti dubbi nel PD, con un’esclusione ideologica determinata da parte dei Cinque Stelle e una mezza adesione da parte del cosiddetto Terzo Polo.

Che si possa scegliere di essere favorevoli ad un’opera pubblica, che sia un’autostrada, una linea di alta velocità ferroviaria, un rigassificatore o un inceneritore è assolutamente legittimo, anzi su questi temi è normale che le forze politiche si dividano.

Quello che invece non è accettabile è quello che è accaduto e continua a verificarsi per  il progetto del Ponte sullo Stretto.

Perché per quanto attiene tale infrastruttura, Mario Monti l’ha cancellata ed ha bloccato la sua realizzazione non perché il progetto non fosse realizzabile da un punto di vista tecnico, ma con la motivazione che le risorse, in un momento così difficile come quello in cui lui si era insediato, dovevano essere invece dirottate  verso progetti più immediatamente utili al Paese.

Invece da quando la ministra De Micheli ed il ministro Giovannini hanno ripreso in mano la pratica del Ponte quello che è venuto fuori è il dubbio sulla realizzabilità tecnica del manufatto. Con tali motivazioni vi è stata la ripresa del tunnel, poi del tunnel subalveo come se tutto questo non fosse stato già studiato in lunghe fasi  da parte dei massimi esponenti scientifici della comunità internazionale ed escluso.

Infatti la commissione nominata dalla De Micheli lasciò in piedi solo l’alternativa del ponte a campata unica di 3300 km e quella con due campate e con piloni da posizionare nello Stretto. 

Ma è impensabile che la sesta potenza industriale del mondo, la seconda manifattura d’Europa, non sia in condizione di mettere una parola definitiva di certezza su un progetto che sta diventando lo zimbello di tutti ricercatori internazionali del settore che, nelle riunioni scientifiche mondiali, chiedono ai nostri professori notizie della storia infinita di un progetto sempre in sospeso. 

In tutto questo l’azienda che aveva vinto l’appalto, non un aziendina qualunque ma una nostra impresa che costruisce in tutto il mondo opere d’avanguardia, dichiara che in quattro anni con il progetto esistente è in condizioni di terminare l’opera.

Non dimentichiamo poi la dichiarazione della comunità scientifica internazionale che qualche anno fa affermò con un manifesto l’esigenza che su quel progetto si andasse avanti. 

«Il ponte sullo Stretto di Messina non è una storia di sprechi, ma al contrario è un’impresa che ha portato all’Italia ed alla comunità scientifica internazionale uno straordinario bagaglio di specifiche conoscenze multidisciplinari». 

«Siamo consapevoli – prosegue l’appello – che non spetta alla Scienza e all’Ingegneria stabilire se costruire un ponte o meno, ma compete loro difendere un progetto se infondatamente bistrattato con conseguenze che potrebbero determinare la dissipazione di un grande patrimonio ingegneristico, scientifico e socioeconomico ad oggi consolidato in un progetto definitivo». 

Al riguardo sottolineano che lo straordinario lavoro svolto da un grande team internazionale, a guida italiana, al quale hanno partecipato studiosi ed istituzioni scientifiche tra i più autorevoli del mondo, nonché leader mondiali nella progettazione di ponti sospesi e nella realizzazione di grandi opere, oggi rischia di essere definitivamente perso.

Sulla base di ciò ribadiscono che: «I più autorevoli ambienti scientifici internazionali hanno riconosciuto che il progetto del Ponte ha saputo conseguire tutti gli obiettivi prefissati, in particolare quelli relativi a sicurezza, efficienza e continuità di servizio, durabilità, e ricadute socio-economiche. 

Tra i protagonisti dell’appello figurano, tra gli altri, l’architetto Daniel Libeskind, che ha progettato l’avveniristico centro direzionale alla base del ponte, il Professor Giulio Ballio già Rettore Politecnico di Milano e autorevole esperto internazionale di costruzioni in acciaio, il professor Fabio Brancaleoni Ordinario di Scienza delle Costruzioni Università “Roma Tre” e primario esperto italiano in ponti sospesi, il Professor Giorgio Diana, Direttore della galleria del vento del Politecnico di Milano e uno dei massimi esperti in aerodinamica, il professor Niels J. Gimsing Emerito della Technical University of Denmark riconosciuto tra i massimi progettisti europei di ponti sospesi, il professor Michele Jamiolkowski Emerito di Geotecnica Politecnico di Torino tra i più autorevoli specialisti in campo internazionale di geotecnica, Klaus H. Ostenfeld, Peter Sluszka e Kenneth Serzan massimi esperti di ponti sospesi appartenenti a tre giganti dell’ingegneria mondiale Cowi, Ammann & Whitney e Parsons, Yasutsugu Yamasaki, Roberto Zucchetti del CERTeT-Università Bocconi che coordina l’area Economia dei Trasporti. 

Qualcuno sostiene che alcune autorizzazioni non state ancora date e che il progetto non rispettava alcune normative, ma in casi del genere sono le normative che vanno adottate non il progetto che va cambiato. Nei giorni scorsi Enzo Siviero, esperto riconosciuto nel panorama internazionale, ha riunito le massime autorità  del settore per riaffermare la validità del progetto.

Che tutto questo possa essere messo in discussione senza che ci sia qualcuno che paghi, né che ci sia un danno erariale che venga in qualche modo richiamato, ma che si continuino a finanziare studi e ricerche con milioni e milioni dei contribuenti italiani sa veramente dell’incredibile. 

L’esigenza che si faccia chiarezza e ormai un “must” che deve riguardare anche la magistratura, perché non può essere pensabile né accettabile che con le risorse messe in campo dai contribuenti italiani si possa giocare ad un gioco dell’oca nel quale si ritorni sempre alla prima casella e che nessuno paghi per questo. 

Meglio una dichiarazione in cui si dica che “questo ponte non sa da fare”, perché rompe alcuni meccanismi italiani ed europei consolidati piuttosto che essere presi in giro con faglie che si spostano, con i terremoti pericolosi, con la chiusura per mesi per il vento, che sono assolutamente un’offesa per l’intelligenza di tanti. (pmb)

PONTE: CON UN PAIO D’ORE RISPARMIATE
SICILIA, CALABRIA E ITALIA PIÙ “VICINE”

di ROBERTO DI MARIA – Del Ponte sullo Stretto, in campagna elettorale, è giusto che si parli, data l’importanza che esso assume per l’intero Mezzogiorno. L’opinione pubblica italiana lo vede come l’infrastruttura più complessa mai costruita, che stabilirà una serie di record tra i quali spicca la campata sospesa più lunga del mondo (3300 m). Una dimensione che finisce per nascondere l’importanza trasportistica, sociale e perfino politica dell’opera stessa.

Nel 2022 è inutile ripetere che l’aspetto trasportistico, con la logistica ad esso strettamente connessa, ha ormai un’importanza fondamentale ai fini dello sviluppo dei territori: l’intero pianeta si va ridisegnando in base ai nuovi parametri che fanno della connettività uno strumento di crescita ancora più importante della geografia (Parag Khanna). A negarlo sono rimasti solo i pochi irriducibili sostenitori della “decrescita felice” di Latouche, in quotidiano arretramento a causa di crisi energetiche, alimentari, delle materie prime e, purtroppo, anche dei conflitti in atto.

Peraltro, guardando ai tanti problemi del trasporto viaggiatori su ferro in Sicilia, anche l’osservatore più sprovveduto deve ammettere che gli interventi in corso e quelli previsti si riveleranno pressoché ininfluenti, se dovesse permanere l’attuale condizione di isolamento della nostra Regione.

 Il Ponte sullo Stretto, da solo, consentirebbe una riduzione dei tempi di viaggio nella relazione Sicilia-Continente quantificabile almeno in un paio d’ore: tanto è il tempo che passa tra l’arrivo di un treno Intercity a Villa S. Giovanni e la sua partenza da Messina, o viceversa. Una penale da pagare per pochi km di mare che gli orari attualmente in vigore ci rivelano variabile tra 1 h: 50’ e 2 h: 15’: quanto basta per raggiungere almeno Bologna da Roma: 400 km con treni ad Alta Velocità.

 Nel caso della Sicilia, di AV è meglio non parlarne: senza Ponte, essa continuerà a fermarsi a Salerno, lasciando inattuato il corridoio TEN-T Scandinavo-Mediterraneo, che dovrebbe arrivare fino a Palermo. Il motivo è semplice: i collegamenti AV comportano costi di costruzione molto elevati, e devono garantire benefici economici di entità ancora maggiore per superare la fiera opposizione di chi vuole riservare tali risorse al di sopra di Roma. Dove i vantaggi immediati sono molto più evidenti.

 Di fronte a questa mentalità – che è contemporaneamente neo liberista e bottegaia – non serve parlare di benefici sociali e di sviluppo a medio-lungo termine in quanto ciò che conta è solo l’immediato utile economico locale, non la crescita equilibrata del Paese. E i risultati di tale politica economica sono sotto gli occhi di tutti.

Realizzare qualche tratta ed AV per un paio di centinaia di km, lasciandole separate dalla rete europea non serve a nulla. Le differenze nei tempi di percorrenza non giustificano l’investimento, ovvero “il gioco non vale la candela”. Non avrebbe senso, quindi, realizzare una AV limitata al solo territorio siciliano, dove le distanze tra le città principali sono inferiori alla metà del limite dei 500km generalmente considerato lo spartiacque tra i collegamenti da rendere veramente “veloci” e quelli che si possono lasciare “lenti”. Perché il loro sviluppo non interessa ai decisori politici. Ergo, le città della Sicilia saranno servite da treni ad AV soltanto qualora la rete ferroviaria siciliana fosse messa in continuità con la rete continentale.

Inutile, poi, perdere tempo a esaminare il tanto celebrato “traghettamento veloce” ottenuto realizzando elettrotreni ad alta velocità su misura (non potendo essere scomposti come gli attuali Intercity) per entrare nelle navi traghetto: le manovre per entrare ed uscire dal traghetto, seppur semplificate, sarebbero comunque necessarie, e il risparmio di tempo limitato a un paio di decine di minuti a fronte delle attuali due ore ed oltre. Con costi assolutamente non giustificabili.

 In queste condizioni, non potrebbe mai verificarsi quella svolta che comporterebbe per l’estremo Meridione i benefici registrati dall’AV che, dovunque è stata realizzata, ha portato incrementi di PIL che raggiungono il 10% e riducono drasticamente l’uso dell’aereo, con tangibili riduzioni dell’inquinamento.

 Un nostro studio, pubblicato nel Novembre 2019 confronta i tempi di percorrenza in treno dalla Sicilia al continente con quelli dell’aereo, considerando anche i tempi necessari agli spostamenti dalla città all’aeroporto e viceversa, nonché i tempi di imbarco e di sbarco. Si scopre che sulla relazione Catania-Roma i tempi del viaggio sarebbero praticamente identici: circa quattro ore e mezza.. Sulla Palermo-Roma la differenza sarebbe meno di un’ora a favore del vettore aereo (5h30’ contro 4h38’).

Non è un cambiamento da poco: secondo le leggi dell’economia la concorrenza fra gli operatori abbassa il prezzo del prodotto. I viaggiatori siciliani non dovrebbero più sobbarcarsi i salassi a cui sono sistematicamente sottoposti dalle compagnie aeree per rientrare in Sicilia dopo le vacanze. A prezzi improvvisamente raddoppiati.

Naturalmente per gli spostamenti su gomma vale lo stesso discorso, ma trasferito al rapporto di concorrenza che si verrebbe ad instaurare tra traghettamento e Ponte. Il primo, che oggi opera praticamente in monopolio, ha costi altissimi per l’utente e la presenza dei traghetti RFI, in affiancamento al gestore privato, non ha mai determinato una vera concorrenza. Come avviene con le compagnie aeree.

 Il Ponte non solo ridurrebbe di oltre un’ora i tempi di attraversamento, ma il pedaggio sarebbe molto più basso, considerato l’orientamento consolidato di un finanziamento della costruzione interamente pubblico.

Tutto fingendo di non vedere l’incredibile mancata risposta delle massime Istituzioni (inclusi i Presidenti Mattarella e Draghi) alla richiesta, avanzata nell’Aprile 2021, del rispetto delle Norme di Sicurezza in Mare durante il traghettamento dei treni passeggeri. Stendiamo un velo pietoso su questa omissione.

In sintesi, pochi, comprensibili ragionamenti mostrano i benefici che consentirebbero ai siciliani di recuperare una buona fetta dei sei miliardi di costi aggiuntivi che, secondo l’istituto Prometeia, soffocano l’economia e la vita dei siciliani. Ma pare che non importi a nessuno. (rdm)

(Roberto Di Maria è un ingegnere dei Trasporti)

MEDITERRANEO E PONTE SULLO STRETTO
SUD RESTA IL PARENTE POVERO D’EUROPA

di PIETRO BUSETTA – Il ponte sullo stretto di Messina non è una passerella per collegare Messina a Reggio Calabria. Non è nemmeno il collegamento stabile tra i quasi due milioni di abitanti della Calabria e i cinque milioni della Sicilia. Il ponte del Mediterraneo è il collegamento tra i 4 miliardi di popolazione dell’India, della Cina, del Giappone e di tutto l’estremo oriente con i 500 milioni di abitanti dell’Europa.

In questa visione le farneticazioni di Marco Ponti diventano grida alla luna che non vale la pena né di ascoltare né di contestare.
Anche il risparmio di 6 miliardi e mezzo che in un anno avrebbe la Sicilia per l’eliminazione dei costi dell’insularità, che ne fa un’opera unica nel mondo di tal genere, che viene pagata in un solo anno, quando queste opere si ammortizzano in un periodo di tempo vicini ed oltre i 50 anni, non diventa fondamentale nella scelta di costruirlo.

Perché il vero motivo che fa sì che l’Europa lo abbia inserito nel corridoio uno riguarda il fatto che le grandi vie di comunicazione europee verso il Sud della stessa e verso il Nord Africa diventano fondamentali per qualunque tipo di politica economica che guardi verso quella parte del mondo, che nel giro di qualche anno diventerà quella più popolata e piena di giovani.
Non fa male ricordare che l’Africa è anche una miniera di materie prime indispensabili per i Paesi dell’Unione.
Ed allora non vi sono calcoli di costi benefici che tengono perché se li avessimo fatti , peraltro a bocce ferme, bucare in parecchi punti le Alpi era un’operazione economicamente non valida, fare il Mose a Venezia non era conveniente piuttosto era meglio farla annegare nell’acqua alta.

Eppure il costo del Mose è pari a quello del ponte. A chi sostiene che ci sono problemi tecnici, in malafede o per dabbenaggine, in entrambi casi estremamente colpevole, va ricordato che quando si lanciano i satelliti per andare sulla luna spesso si interrompe il conto alla rovescia perché si è riscontrato un guasto.

Quando si fanno operazioni innovative così all’avanguardia, come può essere la costruzione di un ponte a campata unica con oltre 3000 m di salto, è evidente che potranno esserci in fase di attuazione dei problemi rispetto ad un progetto validato dai più grandi architetti del mondo, ma questo non vuol dire che tale progetto sia da buttar via, piuttosto che va in fase di realizzazione adeguatamente verificato.
Solo in una situazione come quella del Sud, che non avendo alcuna difesa politica può essere trattato come il parente povero che piglia uno schiaffo al giorno, poteva accadere quello che è accaduto con il ponte sullo stretto, al di là di ogni logica visione.
Banalmente senza alcun tipo di approfondimento, il ponte andava costruito agli inizi del 900 o certamente subito dopo la seconda guerra mondiale. Ma la condizione di pensiero dominante dalla madrepatria bulimica e arraffatutto, per cui è opportuno spendere 2 miliardi per la Milano cortina, sei per lil Mose , 11 per la TAV, infiniti per l’alta velocità ferroviaria fino a Napoli ed invece non impegnare risorse adeguate per ponte sullo stretto.

Il ponte sarà costruito certamente perché va nel senso della storia, per lo stesso motivo per cui dalle carrozze si é passati alla ferrovia e alle auto, per cui si è andati sulla luna, per cui si è allargato il Canale di Suez, con molto ritardo rispetto alle esigenze lasciando nel sottosviluppo, che poi viene pagato da tutto il Paese, da tutto il Mezzogiorno.

Il ritardo è dovuto alla voglia incredibile di concentrare su Genova e Trieste tutti i traffici, di lasciare il Mezzogiorno come colonia da cui estrarre capitale umano e in cui posizionare le produzioni inquinanti, in cui lasciare i migranti che arrivano dal Nordafrica.

E con l’autonomia differenziata questo Nord bulimico pensa di tagliare lo stivale e farlo affondare da solo e non si rende conto che esso si può trascinare tutto il Paese. La salvezza può avvenire soltanto da una consapevolezza diffusa di essere dominati, anche mentalmente, da una parte; dal riconoscere una serie di collaborazionisti locali che hanno fatto un patto scellerato con la classe dirigente del Paese contro i loro stessi corregionali. O da utili idioti che tengono il sacco agli interessi del Partito Unico del Nord.

Ma allora probabilmente ritorneranno i fasti della Magna Grecia. (pb)

[Pietro Busetta è professore ordinario all’Università di Palermo]

«IL PONTE UNA NECESSITÀ PER L’EUROPA»
LA “PROMESSA ELETTORALE” DI SALVINI

di SANTO STRATI – «È una necessità per l’Europa»: Matteo Salvini a Reggio Calabria rilancia sull’attraversamento stabile dello Stretto, cogliendo al balzo l’assist offerto da Berlusconi, che – dietro accorta e sapiente operazione di marketing elettorale – ha rispolverato per primo la questione del Ponte. Quale miglior argomento per raccogliere consenso in Calabria e in Sicilia?

Salvini, che si presenta al Senato nel collegio di Reggio, è stato ieri nella Città dello Stretto, prima di andare a Messina, per un incontro con i sostenitori calabresi (il giorno prima è stato a Corigliano-Rossano. e in altre località calabresi). Abbiamo scritto molte volte che leghista e meridionale è un vero e proprio ossimoro: Salvini ci sta provando da tempo a modificare questo molto diffuso modo di vedere, ma deve giocarsi la carta del Sud per limitare lo strapotere giorgiano che ha rosicchiato molto ai berlusconiani e sta erodendo, pian piano, anche la base leghista. La strategia è accurata e la regia di ogni incontro trasforma quello che un tempo si sarebbe detto un comizio in una festosa rentrée di amiconi che si vedono di tanto in tanto (a ogni scadenza elettorale, per intenderci), ottenendo comunque un evidente successo di consensi. Salvini ricorda le simpatiche canaglie dei film noir francesi: un po’ sbruffoni ma affascinanti.

Salvini è decisamente un trascinapopolo che stimola una strana empatia da vecchio amico che si vede di tanto in tanto, quello con cui si va volentieri a farsi pizza e gelato. Non è uno sciupafemmine né seduce a prima vista le elettrici (come facevano Berlusconi ai bei tempi o “Giuseppi” Conte della prima tornata), ma rappresenta il buon apprezzabile fidanzato per la figlia ancora nubile (come si usava dalle nostre parti fino a molti anni fa).

In poche parole sa come conquistare la fiducia di chi lo sta ad ascoltare, e in politica, se ne tenga conto, questo è essenziale. Sorride, senza mai infiammarsi, con i “colleghi” giornalisti e stringe mille mani di pensionati che odiano la Fornero: un mix di populismo intelligente con la consapevolezza che un voto in più conta moltissimo, in questo momento. Insomma cerca di farsi piacere con il personaggio che più gli si addice, quello del compagnone, che – se si escludono le insopportabili e inaccettabili litanie sugli sbarchi e i migranti – punta, però, a giocarsi un ruolo da leader.

Certo, non basta qualche centinaio di simpatizzanti un po’ dovunque, in Calabria, per elettrizzare la campagna elettorale, ma qualcosa si deve pur fare. E a Reggio Salvini deve ancora farsi perdonare lo scivolone delle amministrative di due anni fa, quando. impose, contro ogni logica e lasciando inascoltati gli allarmi che arrivavano dalla coalizione di destra, il suo uomo “vincente”, Nino Minicuci. Persona per bene, ma lontano anni luce dai problemi di Reggio e dei reggini. La sua scelta ha fatto vincere le elezioni a Falcomatà il quale a mani basse ha fatto prevalere la logica del “meno peggio”: «se non votate me, avrete il colonizzatore Salvini».

La lezione, a quanto pare, Salvini l’ha imparata e, questa volta, sta ad ascoltare il territorio e quanto gli suggerisce la base di riferimento. Colpire al cuore, sui sentimenti di rivalsa e di riscatto, facendo dimenticare gli insulti antimeridionalisti e le vaccate leghiste dei vari Bossi e Borghezio di turno. Si cambia motivo e ogni pretesto è buono per togliere voti non tanto all’avversario (la sinistra riesce a farsi male da sola, anche alle nostre latitudini) quanto agli “alleati”. Difatti, la scommessa elettorale calabrese si gioca sì, tutta nel centrodestra, ma guarda ai numeri. Chi dei tre alleati sarà il primo partito?

A occhio, visto il passato, la base forzista rimane un caposaldo che non dovrebbe deludere l’ex cavaliere e i suoi uomini in Calabria, quindi la sfida vera e propria è tra Salvini e Meloni. Quest’ultima non ha una base consolidata in Calabria perché le manca una rappresentatività di risorse umane che non si possono inventare dalla sera alla mattina. A nostro avviso, ha sbagliato la “sorella” Giorgia a spingere per la fine anticipata della  legislatura: con sei mesi aggiuntivi di campagna mediatica avrebbe potuto raccogliere consensi maggiori. Ma non è detto che, alla fine, tra transfughi e nuovi ideologizzati della fiamma (guai a toccare le tradizioni…) non possa capovolgere i pronostici che la danno seconda nella nostra regione.

E Salvini, proprio per questo, sta percorrendo in lungo e in largo le strade calabresi per distribuire sorrisi e raccogliere simpatie. Ed è difficile non riconoscergli questa carica umana che vuole esorcizzare le diffidenze del passato e conquistare nuovi consensi. Parla di famiglie, imprese, bollette: argomenti di stretta attualità che solo uno sciocco non metterebbe al centro della propria proposta politica, con impegni e promesse che se da un lato sarà difficile mantenere fino in fondo (il modello cui s’ispira Salvini per il taglio delle bollette è Macron), dall’altro dovranno pur trovare una soluzione per evitare il default del Paese.

Ma non di sole bollette soffrono i meridionali (in questo caso il divario con il Nord è inesistente), ma patiscono l’assenza di infrastrutture, di strade, ferrovie e, naturalmente, del disagio dell’attraversamento dello Stretto. Gioca facile Salvini (ma a ben vedere) invocando la necessità del Ponte per eliminare l’inquinamento dei traghetti nello Stretto e la strozzatura di due ore che impediscono di arrivare subito in Sicilia o dalla Sicilia: «Faremo risparmiare due ore di tempo a cittadini e imprenditori. Non collegheremmo solo la Sicilia alla Calabria, collegheremo l’Italia all’Europa.

C’è un progetto per una campata –se adesso stiamo altri dieci anni a parlare delle campate nel 2050 stiamo ancora a fare ipotesi –: ci sono gli ordini degli ingegneri, ci sono i politecnici, ci sono i comitati interministeriali che hanno dato l’ok a quel progetto. E con l’Europa che una volta tanto ci copre più della metà dei costi, dire di no al Ponte è una follia. Significa essere ignoranti, sennò si va in canoa: ditelo all’imprenditore calabrese e siciliano che trasporta merci in canoa perdendo due ore di tempo ogni volta».

Bello sentire dire questa cose. Bella questa promessa che puzza di campagna elettorale (sono 50 anni che a ogni appuntamento alle urne, il Ponte ritrova vigore e suscita nuovi impegni). Berlusconi, furbone, prima di tutti gli altri ha rispolverato la realtà di un progetto approvato sotto il suo governo, e gli altri della coalizione adesso ci mettono del proprio per giocare anche quest’altra carta acchiappaconsensi. Questa volta, però, comunque vadano le cose il 25 settembre, e qualunque sia il governo che reggerà l’Italia, il Ponte non può ritornare nuovamente una delle tante promesse elettorali da rinviare a miglior data.

C’è in ballo la centralità del Mediterraneo, con lo sviluppo obbligato per il Paese (sottolineiamo per il Paese, non solo per la Calabria) di Gioia Tauro e dei suoi 650 ettari di retroporto inutilizzati. C’è il corridoio Helsinki-La Valletta che va completato e c’è l’Alta velocità per Calabria e Sicilia che – senza il Ponte – non avrebbe senso.

E allora sarà il caso di dare un po’ di credito a tutti coloro che tireranno in ballo l’urgenza e l’improcrastinabilità del Ponte, in queste settimane che si separano dall’appuntamento elettorale del 25 settembre, ma bisognerà poi vigilare sulla promessa (da qualunque parte sia arrivata). Il Ponte serve al Paese, non unisce solo due sponde, racchiude un’idea di sviluppo che il Mezzogiorno si è stancato di sentirlo solo annunciare. Le chiacchiere stanno a zero, il progetto è eseguibile, si possono risparmiare i 50 milioni di nuovi inutili studi voluti dal ministro Giovannini (soldi buttati nelle acque dello Stretto…) e si potrebbe mettere subito mano alla costruzione di un sogno che il mondo – credeteci – ci invidierà. (s)