ACQUA, AMBIENTE, ENERGIA: DALLA SVIMEZ
INDICAZIONI PER UTILIZZO RISORSE PNRR

In Calabria, l’attivazione in termini di valore aggiunto della produzione delle utilities (ambientale, idrico ed energetico), ha un’incidenza dello 0,5%. È il valore minimo rilevato nelle otto regioni meridionali dal Rapporto Sud I servizi pubblici locali nell’Economia del Mezzogiorno, elaborato da UtilitaliaSvimez.

Un dato che preoccupa, ma che deve far comprendere come sia importante investire le preziose risorse del Pnrr per migliorare la qualità della vita dei calabresi, partendo dall’acqua, dall’ambiente e dall’energia.

Soprattutto sull’acqua, la nostra regione ha un problema serio: è tra le più colpite per l’irregolarità nel servizio dell’erogazione dell’acqua e il 28,8% delle famiglie si lamenta del problema. Grave disagio, poi, anche sui consumi: il 38,2% delle famiglie ha dichiarato di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto.

Quello presentato è, infatti, un prezioso documento che analizza e valuta gli impatti economici e occupazionali nei vari settori in cui operano le utilities (ambientale, idrico ed energetico) nelle regioni del Mezzogiorno. Vengono messe a fuoco sia le criticità, legate ad alcuni ritardi storici e all’incalzare della crisi climatica e per la cui risoluzione vengono effettuate alcune proposte, sia le opportunità, moltiplicate dalla destinazione del 40% delle risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) alle regioni meridionali.

Secondo il rapporto, infatti, «i servizi di pubblica utilità, nello specifico quelli relativi alla gestione delle risorse idriche, ambientali ed energetiche, svolgono un ruolo particolare: sono vettori che possono accelerare il passaggio verso un’economia decarbonizzata, basata sulla circolarità delle risorse, sul miglioramento della qualità della vita e sul rafforzamento della resilienza dei sistemi economici e sociali».

«In quasi 290 mila gli addetti nel comparto delle utilities, di cui oltre 93 mila impiegati nelle unità locali situate nelle regioni meridionali. Il peso relativo del Mezzogiorno sull’Italia è dunque pari al 32%, in linea con il peso demografico di queste regioni e nettamente maggiore di quanto emerge da altri indicatori economici (la quota del PIL meridionale su quello nazionale, ad esempio, arriva a malapena al 22%). In termini di occupati, il peso relativo delle utilities sul totale dell’industria raggiunge l’8,9% nel Sud, ed è pari al 4,5% nel CentroNord».

«Passando, però – si legge – dal numero degli occupati alla produttività, l’equilibrio tra Nord e Sud viene ribaltato. Il valore aggiunto per occupato nelle utilities del Mezzogiorno è pari a circa 116 mila euro, mentre nel Centro-Nord si attesta a 166 mila euro, rispetto a valori pari, rispettivamente, a 48 e 67 mila euro per il totale dell’industria. Inoltre il Sud Italia è caratterizzato da una minore concentrazione di società rispetto al resto del Paese: delle 1.301 realtà a livello nazionale, soltanto 260 hanno sede nelle aree meridionali. Nel 2020, il valore della produzione (fatturato) dei servizi di pubblica utilità realizzato da 241 aziende con sede legale nelle regioni del Mezzogiorno ha sfiorato i 5 mld di euro, che corrisponde al 21% dell’intero fatturato prodotto su scala nazionale, nel medesimo anno, dalle aziende attive nei due settori considerati (idrico e servizio ambientale)».

«Il valore della produzione – viene spiegato – complessivamente attivato dalle utilities del Mezzogiorno qui considerate è pari, in valore assoluto, a circa 11 mld di euro a scala nazionale. Per offrire un termine di comparazione, quest’ultimo dato è pari a quasi lo 0,4% dell’intero valore della produzione nazionale al netto delle attività non market2 nel 2019. Per ogni euro di produzione realizzata nel Sud da parte delle utilities esaminate se ne attivano, in Italia, circa 2,2».

Tornando al discorso dell’attivazione in termini di valore aggiunto nelle otto regioni meridionali e la sua incidenza sul Pil, se la Calabria è quella che presenta il valore minimo, c’è la Puglia che, invece, presenta il valore più alto (1,6%).

Dunque, «In sei regioni su otto del Mezzogiorno, l’attivazione di valore aggiunto è uguale o superiore al punto percentuale (sul PIL regionale). Sono valori che indicano come, al di là delle funzioni di primaria importanza svolte da queste aziende (basti pensare a quelle attive nella raccolta dei rifiuti), esse presentano una “dimensione” economica non trascurabile. A fronte di un numero complessivamente esiguo di aziende, la loro capacità propulsiva appare comparativamente elevata».

Per Svimez e Utilitalia, poi, c’è un altro elemento da considerare, ossia che le aziende meridionali sono importanti attivatori di produzione e occupazione anche per le regioni del Centro-Nord. Se nelle regioni del Sud, per ogni milione di euro di produzione realizzata dalle utilities locali, si attivano dai 7 ai 10 addetti, la produzione totale attivata dalle aziende genera a livello nazionale da 2 a 3 posizioni lavorative aggiuntive che interessano le regioni del Centro-Nord. In altri termini, per ogni milione di euro di produzione realizzata dalle imprese meridionali, in media una quota prossima al 30% dell’attivazione complessiva di occupazione va a beneficio delle regioni centro-settentrionali».

Per quanto riguarda il settore idrico, è cosa nota che il Sud soffra di significativi ritardi sia sulla governance che sugli investimenti. Una condizione che aumenta il divario con il resto del Paese andando a creare quella che nel rapporto viene chiamata Water service divide.

«La presenza di piccoli operatori – si legge – spesso coincidenti con i singoli Enti Locali, e la mancanza di un ente di regolazione locale che coordini l’attività dei gestori sul territorio, hanno forti ripercussioni sulla pianificazione degli interventi e sulla determinazione delle tariffe: i gestori del servizio si ritrovano spesso in condizioni di difficoltà economica per cui l’obiettivo finale si focalizza più sulla necessità di contrastare eventuali squilibri di breve termine che su una pianificazione ottimale di lungo periodo che guardi all’efficienza della gestione. È dunque necessario garantire la piena operatività agli Enti di Governo d’Ambito, passaggio fondamentale per il superamento delle gestioni in economia (che al Sud servono il 26% della popolazione; vedi figura) e della frammentazione gestionale che rappresentano un freno allo sviluppo industriale e agli investimenti».

Per Svimez e Utilitalia, «sarebbe opportuno prevedere un’accelerazione nella realizzazione delle infrastrutture interregionali o comunque sovra-ambito (già previste nei piani di bacino e nel Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico) ecoerentemente, completare la costituzione di una nuova Società dello Stato (prevista dalla Legge di Stabilità per il 2018) che subentri all’EIPLI, ente definitivamente soppresso e posto ormai in liquidazione. Lo stallo sul destino di questo ente determina infatti un’elevata vulnerabilità del sistema di grande approvvigionamento di buona parte del Sud Italia, comportando un rischio significativo per l’uso civile dell’acqua ma anche per quello irriguo e industriale».

«Si tratta di interventi urgenti perché l’infrastruttura presente nelle regioni del Sud è stata in gran parte realizzata grazie alle risorse previste dalla Cassa del Mezzogiorno» viene evidenziato nel Rapporto, dove viene spiegato che il Sud deve fare i conti con la persistente scarsità della risorsa idrica.

Purtroppo, infatti, «in molte zone i problemi connessi alla disponibilità di acqua potabile costringono ogni anno le amministrazioni a emanare ordinanze di razionalizzazione delle acque, causando disagi alla cittadinanza soprattutto nel periodo estivo. Il quadro complessivo ha un impatto evidente sui consumi di energia elettrica: se da un lato il consumo di energia dell’acqua immessa in rete è abbastanza omogeneo, lo stesso non può dirsi in relazione ai volumi consegnati all’utenza».

E, proprio sulla dispersione dell’acqua, è stato rilevato come «in sei capoluoghi del Mezzogiorno si osservano perdite totali lineari sulla rete comunale di distribuzione dell’acqua potabile superiori a 100 metri cubi per chilometro di rete, che si traducono in perdite percentuali superiori al 50%. Basti pensare che la percentuale delle perdite di Siracusa è pari al 68% circa, mentre a Milano scende al 14%. %. Questa differenza è espressione del service divide che caratterizza il comparto idrico italiano, ovvero l’asimmetria in termini di qualità del servizio offerto tra Nord e Sud del Paese, che può essere riequilibrata solo con un piano di investimenti strategico per le regioni meridionali».

«Inoltre in 11 Comuni capoluogo di provincia/città metropolitana, localizzati tutti nel Mezzogiorno, si è fatto ricorso a misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua potabile, disponendo la riduzione o sospensione dell’erogazione idrica. A 10 Famiglie e servizio idrico: nel Mezzogiorno maggiore irregolarità nel servizio e bassa fiducia nel bere acqua del rubinetto Attivazione complessiva degli investimenti nel periodo 2018-2023: in termini di produzione 3,2 mld € con 42mila ULA Enna, Pescara, Cosenza e Reggio di Calabria le restrizioni nella distribuzione dell’acqua potabile sono state estese a tutto il territorio comunale. Le situazioni più critiche si sono registrate ad Agrigento e Trapani, dove l’erogazione dell’acqua è stata sospesa o ridotta in tutti i giorni dell’anno, con turni diversi di erogazione estesi all’intera popolazione residente».

Da questi dati, dunque, emerge come le sfide più importanti per le utilities del Sud sono legate essenzialmente alla riduzione del service divide, soprattutto nei settori idrico e ambientale. L’obiettivo è migliorare i servizi erogati anche nell’ottica di aumentare il grado di resilienza di fronte agli effetti dei cambiamenti climatici.

A tal proposito dal rapporto emergono alcune precise proposte: è necessario sostenere e potenziare lo sviluppo industriale delle utilities nel Sud Italia favorendo le gestioni industriali per superare i problemi derivanti dalla frammentazione; migliorare e semplificare la governance, per garantire rapidità ed efficacia nel processo di evoluzione industriale, incentivando la completa realizzazione degli investimenti, e semplificare i procedimenti autorizzativi; completare il processo di costituzione di una nuova Società dello Stato, che subentri ad EIPLI, per garantire il riequilibrio della dotazione della risorsa idrica nel bacino distrettuale dell’Appennino Meridionale; incentivare il processo di digitalizzazione del comparto; e, infine, programmare lo stanziamento di nuove risorse destinate alle regioni del Meridione ed assicurare la realizzazione degli investimenti.

Nelle regioni del Sud inoltre – e in particolare in Sicilia, in Puglia e in Basilicata – è presente il maggior potenziale di sviluppo delle rinnovabili da solare ed eolico d’Italia. Ad oggi la produzione di energia rinnovabile da queste fonti, al Sud Italia, è pari a circa il 30% della produzione nazionale (dati Terna): un valore che può crescere sensibilmente, contribuendo al raggiungimento dei target previsti dalla normativa europea.

Per la Presidente di Utilitalia, Michaela Castelli, «l’unica strada percorribile per elevare il livello dei servizi pubblici al Sud è favorire una gestione industriale, ovvero una gestione unica che si occupi dell’intero ciclo dell’acqua come dei rifiuti. Come dimostrano le positive esperienze del Centro-Nord e quelle delle realtà industriali presenti nel Meridione, solo in questo modo è possibile ottenere un incremento degli investimenti e della qualità dei servizi offerti ai cittadini».

«Bisogna intervenire – ha evidenziato – nei territori in cui le amministrazioni locali non hanno ancora affidato il servizio a un soggetto industriale, con l’obiettivo di superare le gestioni in economia e la frammentazione gestionale. Per ogni euro di produzione realizzata nel Sud da parte delle utilities esaminate nel Rapporto se ne attivano, in Italia, circa 2,2: il comparto può dunque contribuire in maniera importante al rilancio economico del Meridione, anche dal punto di vista dell’impatto occupazionale diretto e indiretto».

Anche per il Direttore Generale della Svimez, Luca Bianchi «il comparto delle utilities risulta essere uno dei canali di trasmissione più idonei a mettere a terra con profitto le risorse del PNRR nel Mezzogiorno. La maggiore robustezza rispetto al resto dell’industria riscontrata nelle gestioni integrate idriche e dei rifiuti, così come la capacità progettuale e di governo del sistema dei Consorzi di Bonifica, sono gli elementi che lo studio mette in evidenza come leve cruciali per favorire la transizione digitale ed ecologica del Mezzogiorno».

«Puntare su modelli di governance – ha sottolineato – che si sono rivelati efficaci anche al Sud, rafforzandoli nei territori in cui ancora non si sono insediate le gestioni industriali e concentrandovi le maggiori risorse per investimenti del PNRR, può essere la soluzione per sopperire al deficit di capacità amministrativa che potrebbe compromettere l’efficacia del PNRR nel Mezzogiorno. Tanto più che l’impatto degli investimenti su questi settori risulta essere particolarmente incisivo nella formazione di nuova occupazione e riguarda gli ambiti più esposti alle sfide del cambiamento climatico».

«Gli investimenti sulla digitalizzazione delle gestioni idriche, dei campi agricoli, sulla depurazione e sul trattamento dei rifiuti possono produrre effetti a cascata (effetti spillover) nel lungo periodo di gran lunga superiori alle stime di impatto sul Pil e occupazione, peraltro già consistenti, elaborate in questo studio», ha concluso Bianchi. (rrm)

MA QUALI MERIDIONALISTI DI PROFESSIONE
GIANNOLA DIFENDE RUOLO DELLA SVIMEZ

di SANTO STRATI – È passato quasi un mese dal Convegno di Sorrento promosso dalla ministra per il Sud Mara Carfagna con l’organizzazione affidata allo Studio Ambrosetti, ignorando del tutto la Svimez, ma la sottile polemica sui “meridionalisti di professione” continua a strisciare insidiosa.

È un modo di pensare che, alla luce delle ultime proposte della ministra Gelmini sull’autonomia differenziata (che è tornata improvvisamente alla ribalta) va respinto in toto, perché non si può ignorare il grandissimo sforzo e il ruolo precipuo recitato dalla Svimez a favore del Sud.

Non si può immaginare un “Mezzogiorno senza Svimez”, anche perché si farebbe torto ai padri fondatori Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno non erano figli del Meridione, bensì esponenti della politica e dell’economia dell’Italia industriale del Nord: basti pensare a Beneduce, Menichella, Giordani, Cenzato e Saraceno e al loro impegno per sostenere una politica di industrializzazione e di crescita che vedesse protagonista l’intero Paese e non soltanto le già sviluppate economie del Settentrione.

A dar fuoco alle polveri, con la consueta amabilità che lo contraddistingue è stato qualche giorno fa il presidente della Svimez Adriano Giannola con una lettera al Corriere del Mezzogiorno che aveva pubblicato un editoriale di Marco Demarco che ascriveva l’ostracismo riservato alla Svimez a una guerra d’indipendenza della ministra per il Sud rispetto a De Luca e ai “professionisti del Mezzogiorno”.

Secondo Giannola, “l’enfasi sulla presunta novità del «Mezzogiorno senza Svimez» si deve, probabilmente, alla “scoperta di una novità a ben vedere vecchia di trent’anni; un fuoco fatuo, un abbaglio per l’acuto interprete (Demarco) di vicende nazionali «viste da Sud».

Si commenta da sola – scrive Giannola – l’allusione al «meridionalista di professione» della Svimez: tali sarebbero Saraceno (Iri), Rodolfo Morandi (Comitato Liberazione Nazionale Alta Italia), Menichella (istituto ricostruzione industriale-Banca d’Italia), la Cassa del Mezzogiorno presieduta da Pescatore, ecc… che furono in sintonia con i Governi, in autonomia e con discreto successo. Oggi – certo – non si può cercare di stare dignitosamente sulle spalle di quei giganti – chiosa Giannola nella sua lettera.

“A scanso di equivoci – prosegue il presidente della Svimez – Demarco commette un errore marchiano quando afferma che Sorrento inaugura l’era di un “Mezzogiorno senza Svimez». C’è da chiedersi dove egli fosse nella boriosa-sterile stagione dei boys della Nuova Programmazione, o in quella dei patti territoriali e da quale spiaggia abbia osservato i disastri delle politiche di coesione tanto case a Governi e «Governatori». In altri termini, non si è accorto che sul Mezzogiorno da più di trent’anni il Governo ragiona senza e spesso contro la Svimez.

“A Sorrento – scrive Giannola – la politica ha provato a verniciare a nuovo uno scenario preso a prestito; autorevoli sponsor contribuiscono da par loro con suggestioni che hanno un qualche distillato di analisi untradecennali. Certo fa effetto – a noi, non a Demarco – vedere all’improvviso declamati slogan Svimez mai assurti prima alle luci della ribalta del governo. Ben venga perciò se la volenterosa ministra saprà «cambiare rotta» al Paese costruendo quel «Secondo Motore», anche esso rigorosamente marcato Svimez pur non rivendicando copyright”.

Giannola rimarca nella sua lettera che “il quesito oggi non è se e come la Svimez sia in gioco, ma quale sostanza e credibilità possa attribuirsi all’annuncio di cambio di rotta. Ora (la ministra è baciata dalla fortuna) le risorse abbondano, vanno spese: è il progetto che rimane ignoto. In attesa di verificare la sequenza intenzioni-fatti non professiamo affatto granitica fiducia. Ministeri-chiave (mobilità sostenibile e transizione) a fronte di un’emergenza energetica che mette a rischio gli appuntamenti con la decarbonizzazione di Ue 2030 e 2050, palesano evidente inerzia, carenza di visione e di condivisione di questa opzione nel Pnrr. Di questo, sia consapevole la ministra e si attivi con fantasia. Serve a poco proclamare slogan Svimez (messi volentieri a disposizione) se dopo il maquillage non si passa in sala macchine ad accendere «il motore» per innescare quella sapiente, controllata reazione a catena che vale molto di più dell’ossessione del 40% al Sud. Per garantire un percorso di riequilibrio territoriale nei diritti di cittadinanza e va condiviso nel Paese grande malato d’Europa”.

È una replica, questa di Giannola che i nostri politici (ma non soltanto quelli carichi di pulsioni meridionalistiche) dovrebbero utilizzare come monito a una continua “distrazione” sui problemi del Mezzogiorno e sull’ – ahimè – crescente divario Nord-Sud. “Sul Sud– scrive ancora Giannola – si ha pieno diritto di ragionare: dico anzi che è tempo che Milano rompa il silenzio che, finora, segnala evidenze del suo malessere in fortuiti «fuori onda». Scenda invece in campo, magari aprendosi al confronto sul rivendicazionismo del «vento del Nord» e la bocconiana idea che per «far correre Milano» vale la pena di «rallentare Napoli» (Tabellini). Proporrei al presidente di Ambrosetti di ragionare sulla crisi di Milano che, per correre e non zoppicare, oltre a prendersela con Napoli crede di poter tornare locomotiva, con la scorciatoia di una incostituzionale autonomia che un’altra ministra di affretta a sfornare, senza che il presidente del Consiglio batta ciglio”.

Quest’ultimo riferimento alla Gelmini dovrebbe ulteriormente indurre a riflettere. Nel primo governo Conte la ministra Erika Stefani dovette battere in ritirata con le carte pronte per un’autonomia differenziata che mortificava il Sud e non aiutava, sicuramente il Nord. La Gelmini, si ritrova con una patata più bollente di prima che ha subito provocato la stizzita reazione della “collega” di partito Carfagna.

Il problema è e rimane ancora una volta la necessità di ragionare in termini di Paese e non di Nord-Sud dove l’uno corre e l’altro arranca. L’occasione del Pnrr è sicuramente più unica che rara e questo treno, una volta perso, non ha locomotive d’emergenza né corse aggiuntive su cui poter contare. Il Mediterraneo è la vera sfida (Giannola chiama “la via di Damasco – il cambio di rotta – da molti anni indicata dalla Svimez al Governo. Il vento gira e gonfia le vele di un Euro-Mediterraneo che da noi è ancora in cerca di identità, da costruire in casa prima che sull’altra sponda”.

Il fatto è che da troppo tempo gli illuminati rapporti della Svimez che avrebbero dovuto costituire un faro ideale per una sequela di governi insensibili al problema Mezzogiorno, non vengono presi in considerazione. Sono allarme circostanziati, con indicazioni di soluzioni affatto peregrine e che, anzi, potrebbero rappresentare il percorso più adatto per sostituire la parola crisi con ripartenza, la parola abbandono con ripresa, il termine degrado con sviluppo. La verità è che manca una precisa volontà politica a vedere finalmente crescere e avanzare il Mezzogiorno per un malcelato timore di un improbabile quanto impossibile “sorpasso”. I numeri del Pil sono impietosi e indicano ancora sofferenza in tutto il Meridione, ma senza i consumi delle popolazioni del Mezzogiorno – questo ancora non lo vogliono capire al Nord – le fabbriche e le industrie settentrionali si troveranno con ricavi dimezzati o azzerati. Ma alla popolazione del Mezzogiorno, oltre a offrire pari dignità abbattendo qualsiasi divario in qualsiasi campo, occorre offrire occupazione e lavoro stabile, garantire il futuro fino ad oggi rubato alle nuove generazioni del Sud. Se riparte il Sud, non dimentichiamolo, riparte il Paese. E non è uno slogan. (s)

PESA IL DIVARIO SUL LAVORO FEMMINILE
PER I GIOVANI DEL SUD È UNA DELUSIONE

Si allarga sempre di più il divario di genere, a livello occupazionale nel Mezzogiorno: nel 2020 il tasso di occupazione femminile è di 24 punti inferiore a quello maschile (a fronte dei 15 punti del Centro-Nord). È quanto è emerso dalla ricerca della Svimez su Donne, Giovani e Sud: Il lavoro povero e precario aggrava la questione salariale.

In Calabria, in particolare, è emerso come il tasso di attività, che nel 2018 era del 53,9%, al 2021 è sceso a 51,5%; il tasso di occupazione, che nel 2018 era del 42,1%, nel 2021 è del 42% (quindi un buon risultato) mentre il tasso di disoccupazione, da che era del 21,6%, nel 2021 si è attestato al 18%.

I dati della ricerca, infatti, «forniscono una fotografia sia degli effetti della grande recessione, sia della pandemia del 2020, evidenziando un chiaro dualismo territoriale e di genere»: Tra il 2008 e il 2019 il tasso di occupazione nazionale è rimasto stabile intorno al 59%, per poi perdere quasi un punto percentuale nell’anno della pandemia. Tra il 2008 e il 2020 è aumentato da 14,2 a 17,5 punti percentuali il differenziale di tasso di occupazione degli uomini tra Mezzogiorno e Centro-Nord per effetto di una contrazione dell’indicatore sensibilmente più intenso nelle regioni meridionali (dal 61 al 56,6%) rispetto al resto del Paese (dal 75,2 al 74,1%).

Tuttavia, viene evidenziato come il divario di genere sia sensibilmente più ampio al Sud: nel 2020 il tasso di occupazione femminile è di 24 punti inferiore a quello maschile (a fronte dei 15 punti del Centro-Nord) e di come il fenomeno del part-time involontario (a tempo indeterminato) interessa soprattutto le donne e il Mezzogiorno, dove «4 lavoratori a part-time del Sud su 5 lo sono “non per scelta», ha rilevato la Svimez.

La Svimez, infatti, ha rilevato come «dal 2008 al 2020 il ricorso al part time involontario è raddoppiato: nel 2008 si registrava il 7,6% nel Mezzogiorno e il 5% del Centro-Nord, valori saliti nel 2020 rispettivamente al 14,5% e all’11%. I lavoratori con part time “non per scelta” erano 1,3 milioni nel 2008; nel 2020 sono raddoppiati (2,7 milioni). Nel Mezzogiorno i lavoratori con contratto part time involontario sono passati da 490 mila a circa 900 mila, raggiungendo una percentuale dell’80% del totale dei lavoratori a tempo parziale. L’esplosione del tempo parziale involontario rappresenta una vera e propria “patologia” del mercato del lavoro italiano che diventa ancora più evidente nel Mezzogiorno per diversi motivi: la maggiore diffusione di produzioni manifatturiere a più basso valore aggiunto che esprimono una domanda di basse qualifiche; la prevalenza nei servizi di comparti tradizionali dove, più che nella manifattura, i tempi di lavori possono essere frazionati».

Un dato che preoccupa, poi, riguarda la riduzione non volute di orario e stipendio, che hanno interessato prevalentemente le donne e sono state più frequenti al Sud: se nel 2008 gli occupati con part time involontario – rileva la Svimez – erano in prevalenza donne in tutto il Paese, con un’incidenza sensibilmente più elevata nel Mezzogiorno, anche nel 2020 si osserva al Sud una quota di donne in part time involontario più elevata rispetto al Centro-Nord (23,7% contro il 18,4%)».

«A livello nazionale – si legge nella ricerca – nel 2020 risultano circa 1,1 milioni di occupati a tempo indeterminato e tempo pieno in meno rispetto al 2008. Una perdita che si concentra per oltre il 60% nel Mezzogiorno (-670.000). Nel Mezzogiorno gli occupati calano sensibilmente (-275.000 unità). A determinare questo diverso esito è soprattutto la contrazione molto più ampia nel Mezzogiorno dei rapporti di lavoro a tempo pieno: –11,9% a fronte del –3,1% del Centro-Nord».

Per quanto riguarda, poi, l’incidenza dei dipendenti a termine, la Svimez ha evidenziato come questa sia «mediamente più alta nel Mezzogiorno, ed è aumentata di 5 punti percentuali tra il 2008 e il 2019» e di come «si evidenzia una maggiore incidenza incidenza nell’occupazione femminile, seppure con un parziale riallineamento nell’ultima fase. Nel 2008, il ricorso ai contratti a termine nel Sud era significativamente più elevato tra le donne (21,6 contro il 15% tra gli uomini), mentre al Centro-Nord il differenziale di genere era più contenuto (10% per le donne, 13,7% per gli uomini). Per effetto della fase di ripresa occupazionale del 2014-2019, basata proprio sul ricorso ai contratti a termine, nel 2019 la quota dei dipendenti a termine maschile si è poi avvicinata a quella femminile, soprattutto al Sud: 23,1% per le donne, 21,7% per gli uomini».

«Nel 2020 – spiega la Svimez – i lavoratori dipendenti con contratti a termine nel Mezzogiorno registrano il valore più elevato rispetto alle altre aree del Paese, il 20,1% del totale dei lavoratori dipendenti. Le forme contrattuali a tempo determinato restano le più diffuse fra le donne e i giovani meridionali: il 21,3% per le donne, il 37,4% per i 15-34enni. Da notare che in questa fascia di età le distanze fra il Mezzogiorno e il resto del paese sono meno marcate, segno di una questione presente in misura trasversale sul territorio».

Quello che emerge dalla ricerca, è che nel Mezzogiorno ci sono «più precari e più a lungo»: Nel 2020, il 24,5% dei lavoratori del Mezzogiorno ha un’occupazione a termine da almeno 5 anni (in aumento di un punto percentuale rispetto al 2019), oltre 11 punti in più del Centro-Nord (14,2%). Da evidenziare, poi, come nel Mezzogiorno sia più difficile, rispetto al Centro-Nord, uscire dalla condizione di precarietà, se si considera che, nel 2019, la quota di occupati precari che trovavano un’occupazione stabile al Sud era del 13,3%, contro il 21,8% italiano e del 27,7% del Nord.

«Tutto questo– viene spiegato dalla Svimez – si traduce in una maggiore percezione di insicurezza nelle regioni meridionali, dove la quota di occupati che nei successivi 6 mesi ritiene sia probabile perdere il lavoro e sia poco o per nulla probabile trovarne un altro simile si attesta all’8,5% degli occupati totali (a fronte del 6,7% nazionale)».

Tuttavia, «a partire da marzo 2021, con una decisa accelerazione nel secondo trimestre dell’anno, la domanda di lavoro ha ripreso a crescere. La ripresa è stata più accelerata nel Mezzogiorno, anche se in questa stessa area si è registrato un più sensibile rallentamento nell’ultimo trimestre dell’anno»: I primi dati per il 2021 mostrano un recupero più sensibile dell’occupazione nel Mezzogiorno (+1,3% la variazione tra 2020 e 2021) a fronte dei risultati conseguiti dal Centro-Nord (+0,6%, vedi Tabella 3). In tutte le circoscrizioni tale dinamica è favorita dalla ripresa dell’occupazione femminile (+2,0% il Sud, +1,0% il Centro-Nord, +1,6% la media italiana).

Crescono i lavoratori dipendenti, a fronte di un calo generale degli indipendenti. La ripresa è favorita soprattutto dall’industria e in particolare da quella delle costruzioni; mentre conoscono valori tendenzialmente stabili o di bassa crescita gli occupati dei servizi. Tali dati sono in controtendenza con le variazioni registrate tra 2020 e 2019, quando la caduta del Mezzogiorno era più alta delle altre circoscrizioni (-3,3% a fronte del 3,1% di Centro-Nord e Italia), a causa proprio di una più sensibile contrazione dell’occupazione femminile (-4,6% nel Sud, -3,6% il Centro-Nord, -3,8% l’Italia).

Un altro aspetto su cui si è soffermata la Svimez, infine, è la stagnazione salariale, che «è una questione nazionale», dove tra il 2008 e il 2020 le retribuzioni reali si sono ridotte del 12% nel Mezzogiorno contro i 7 in media del Centro-Nord.

«La “questione salariale” – ha ribadito la Svimez – è, dunque, un problema nazionale, che determina conseguenze più rilevanti sulle condizioni sociali e si riverbera con maggiore intensità sulle dinamiche macroeconomiche soprattutto al Sud. Qui, infatti, il tasso di occupazione è strutturalmente più basso, la precarizzazione del mercato del lavoro più evidente, il lavoro fragile è più esposto al rischio povertà; inoltre, gli effetti depressivi dei bassi salari sulla dinamica dei consumi fa più danni nelle economie locali più dipendenti dalla domanda interna».

«Una vera e propria emergenza sociale – continua la Svimez – riguarda la diffusione del lavoro povero, una questione nazionale che al Sud ha raggiunto livelli insostenibili a causa di salari unitari più bassi e ridotti tempi di lavoro. I working poor in Italia sono 3 milioni, il 13% degli occupati, distribuiti uniformemente in valori assoluti tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Si tratta, però, di un’illusione “ottica” considerando che nel Mezzogiorno i working poor rappresentano circa il 20% degli occupati locali, contro circa il 9% del Centro-Nord. Sono circa 400.000 i nuovi lavoratori poveri creati dalla pandemia in Italia».

Ulteriori indicazioni sui differenziali territoriali nelle retribuzioni vengono dagli “Osservatori INPS” basati sulle singole gestioni previdenziali: i dati Inps, infatti, permettono di quantificare i profondi e persistenti divari retributivi tra Sud e Centro-Nord trasversalmente alle posizioni lavorative. I redditi da lavoro sono in media nel Mezzogiorno circa il 75% di quelli del Centro-Nord, un divario che deriva sia dal tempo lavorato (circa il 90% nel Sud rispetto a quello del Centro-Nord) sia dal reddito settimanale medio (intorno all’83%).

«La retribuzione annua media in euro al Mezzogiorno è di meno di 15.000 euro, a fronte degli oltre 22.000 nel Centro-Nord, circa il 35%» e il divario territoriale interessa tutte le categorie con l’eccezione dei dipendenti pubblici e degli iscritti alla gestione separata post-laurea ed è particolarmente elevato per i collaboratori (poco più del 50% di quello del Centro-Nord) e per i dipendenti privati (circa due terzi).

Quello che emerge, dunque, è un gender gap, «in larga parte ascrivibile al reddito medio settimanale (intorno al 25%) e in misura contenuta al minor numero di settimane lavorate (circa il 3%). Il divario è moderatamente calante nel corso del periodo 2014-2020, per l’aumento del reddito medio settimanale, mentre oscilla il numero di settimane lavorate. Il gender gap è relativamente contenuto per gli autonomi, intorno al 10%, sale decisamente per i dipendenti (circa il 30% per i privati e circa il 25% per i pubblici, dove probabilmente riflette differenze nei livelli professionali e nel tempo di lavoro part/full time) ed è massimo per i collaboratori quasi il 50%. A livello territoriale, il gender gap è più accentuato nel Centro-Nord (30% a fronte del 22% del Mezzogiorno)».

Per la Svimez, «le distanze retributive sopra richiamate e la loro particolare incidenza nel Mezzogiorno, oltre a incidere sulla qualità della vita di famiglie e individui, rischiano di compromettere le possibilità di ripartenza del Paese e del Sud, in particolare». (rrm)

 

Bianchi (Svimez): Quota del 40% del Pnrr al Mezzogiorno non ci tranquillizza

«Non ci ha particolarmente tranquillizzato l’indicazione del 40% del Pnrr per il Sud». È quanto ha dichiarato il direttore della SvimezLuca Bianchi, nel corso del convegno Il Mezzogiorno e il Pnrr. Opportunità e scenari al Castello Ducale di Corigliano Rossano.

Il direttore della Svimez, nel suo intervento, ha spiegato che « Se quelle quote non corrispondono ad un disegno strategico, non sono garantite. Noi non avevamo chiesto il 40%, introdotto poi dal governo Draghi, per far fronte alla mancanza reale di una riflessione strategica su quali fossero gli obiettivi da perseguire ed il concreto ruolo del Mezzogiorno in un Paese che doveva cambiare».

«E poi, è stata introdotta questa quota del 40%. Il problema è che la quota non è un obiettivo, tantomeno un obiettivo raggiunto» ha spiegato Bianchi, aggiungendo che «si dice 80 miliardi ma, in realtà, non c’è nessun vincolo reale all’interno del Piano che garantisca il raggiungimento di questa quota. Cosa intendo: il 40% è una torta di valore medio che si dovrebbe raggiungere. Peraltro, arrivando a spendere 82 miliardi non la si raggiungerebbe perché non si tratta del 40% dell’intero fondo, ma si riferisce alla spesa cosiddetta territorializzabile. Aggiungerei che nel Pnrr sono previsti i 12 miliardi di anticipazione per il Fondo di sviluppo e coesione, a loro volta restituiti in media dopo sette, otto anni. C’è, quindi, tutto un gioco contabile che si potrebbe aggirare per raggiungere il 40%».

«Aver definito quegli 82 miliardi come quota destinata al Mezzogiorno – ha proseguito Bianchi – sembra quasi suggerire che se il Sud non riuscirà a spendere quelle risorse, sarà colpa sua. La reale localizzazione degli interventi dipenderà dalla modalità con cui sono distribuiti sul territorio. Noi abbiamo un pacchetto di interventi che riguardano prevalentemente le infrastrutture ferroviarie, in cui la quota di destinazione territoriale è abbastanza semplice da definire: l’opera è già predeterminata e quelle sono le risorse stanziate. Quei soldi serviranno per la Napoli-Bari e per un pezzetto di Salerno-Reggio».

«Per il resto delle risorse, possiamo usare due grandi ambiti di intervento: da una parte, interventi che rientrano nella categoria delle infrastrutture sociali e gli investimenti sociali. L’altro tassello è quello delle politiche industriali» ha detto ancora Bianchi, sottolineando che «le risorse dovrebbero essere localizzate dove c’è più bisogno» che, per il direttore della Svimez, è «uno dei temi fondamentali di debolezza del Pnrr; in primo luogo sul tema dei diritti di cittadinanza perché si è deciso per un meccanismo di distribuzione delle risorse basate su bandi competitivi».

Per il direttore Bianchi, infatti, «questo meccanismo basato sui bandi competitivi è in profonda contraddizione con l’obiettivo della riduzione dei divari territoriali, perché in assenza di una analisi reale dei fabbisogni». Questi bandi per Bianchi, «rischiano di restituirci una fotografia della distribuzione delle risorse più in base sulle capacità amministrative degli enti locali piuttosto che rispetto al vero fabbisogno di quel determinato intervento e con modalità di intervento diverse».

Bianchi, poi, ha proseguito dicendo che nel «Mezzogiorno si fanno progetti dove sono i soldi e non dove servono  fare le cose. Quindi ci sono fattori cominciano a fare progetti senza un criterio di priorità e di capacità amministrativa. questo è un elemento che condiziona da un lato l’obiettivo reale perché deve avere dall’altro rischio di essere in profonda contraddizione anche con la quota del 40% perché poi alla fine questo dipende dalla tipi di progetti, dalla capacità progettuale e diciamo dà anche un alibi che può dire – cito il sindaco Sala di Milano – che diceva che “a Sud non sono bravi a fare progetti, perciò li facciamo noi”». (rrm)

LE CHIACCHIERE AL SUD E I SOLDI AL NORD
L’ITALIA RISCOPRE IL NODO MEZZOGIORNO

di GIOVANNI MOLLICA – Un marziano di passaggio sulla Terra, assistendo al Forum di Sorrento sul futuro del Sud, si sarebbe convinto che il Governo Draghi sta preparando per il Mezzogiorno un radioso avvenire.

Lo stesso Libro Bianco redatto con grande cura dallo Studio Ambrosetti spiega che gli imprevedibili eventi degli ultimi anni – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dalla crisi energetica a quella del grano – hanno ulteriormente accresciuto la valenza “mediterranea” dell’Italia, rendendo strategiche (anche per l’Europa) le estreme regioni meridionali. Dal punto di vista mercantile come da quello militare.

Senza limitarsi a quelle che sono “convenienze” per Italia e Ue, il documento ammette che «…cambiare il paradigma di sviluppo strategico del Sud: non una macro-area in perenne conflitto con il Nord e “fanalino di coda” d’Europa, ma baricentro delle strategie di crescita, competitività e cooperazione del Mediterraneo…» è un obbligo dettato dalle gravi difficoltà economiche e sociali nelle quali versano quelle popolazioni.

Ma se al Forum, invece di un marziano appena arrivato, avesse partecipato una persona che conosce la Questione meridionale, probabilmente le sue reazioni sarebbero state diverse.

Per prima cosa si sarebbe chiesta perché il documento che serviva di base al Forum “Verso Sud” era stato commissionato ad Ambrosetti e non a Svimez o a Università come Federico II che al prestigioso Istituto milanese non hanno nulla da invidiare e si occupano di Sud da decenni. Inoltre, al di là di queste volgarità da bottegai – ma della serie “chiacchiere a Sud e soldi a Nord” -, questa persona sarebbe rimasta basita ascoltando il Ministro dell’Economia dire che «… dagli anni ’80 non sono stati fatti sostanziali progressi: il Pil pro capite al Sud è il 55% di quello del Nord…».

Un’affermazione di una gravità incredibile per chi è “del mestiere” da quasi 30 anni – Franco è stato Consigliere economico presso la Commissione europea, direttore del Servizio Studi della Banca d’Italia, Ragioniere generale dello Stato, direttore generale della Banca d’Italia e Ministro da più di un anno -, perché bolla di infamia i governi di quasi mezzo secolo che nulla hanno fatto per cambiare concretamente una vergogna europea.

C’è stato bisogno della Sars e della tragedia ucraina per rendersi conto dello spopolamento delle Regioni meridionali, del loro tasso di disoccupazione, delle diseguaglianze, della mancata applicazione dei Lep, delle carenze infrastrutturali, sanitarie e formative che affliggono da decenni milioni di cittadini italiani di serie B?

Certo, un marziano non è tenuto a sapere che il 40% del PNRR che Draghi, Franco e Carfagna rivendicano trionfalmente come strumento decisivo per il rilancio del Meridione è, in realtà, ampiamente sovrastimato e che è la metà di quanto l’Ue aveva destinato alla parte più derelitta d’Italia col Next Generation Plan EU.

Veniamo ai fatti. Siamo onorati che il Libro Bianco (pag. 25) auspichi la costituzione di un prestigioso “Advisory Board” per studiare i provvedimenti da adottare ma, insieme a questa “splendida” notizia, desidereremmo sapere quando saranno completati l’AV/AC SA-RC-PA/CT e la BA-TA/LE, il Ponte sullo Stretto, la 106 Jonica, i nodi logistici interportuali e, infine, quando saranno affrontate seriamente le bombe sociali derivanti dalle crisi in atto e imminenti a sud di Eboli, descritte con la solita documentata acutezza da Ercole Incalza. A tutt’oggi, Forum compreso, ci sono solo chiacchiere. (gm)

L’ALLARME DOCUMENTATO DELLA SVIMEZ
QUOTA SUD DEL PNRR OBIETTIVO DIFFICILE

di LUCA BIANCHI e CARMELO PETRAGLIA – Il Dipartimento per le Politiche di Coesione (DPCoe) della Presidenza del Consiglio dei ministri ha presentato la prima Relazione istruttoria sul rispetto del vincolo di destinazione alle regioni del Mezzogiorno di almeno il 40% delle risorse allocabili territorialmente del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e del Fondo complementare (FoC).

Basandosi sulle informazioni aggiornate al 31 gennaio 2022 fornite dalle 23 Amministrazioni titolari dei 253 interventi previsti (di cui 223 finanziati dal PNRR e 30 dal FoC), la Relazione quantifica le risorse con destinazione territoriale, restituendo il quadro informativo da utilizzare come base per le verifiche in fase di attuazione dell’obbligo normativo della “quota Sud” del 40%. Al netto delle azioni di sistema (interventi di valenza nazionale per complessivi 11 miliardi di euro), la dimensione delle risorse destinate al Mezzogiorno si attesta su 86 miliardi, pari al 40,8% dei 211,1 miliardi in dotazione del PNRR e del FoC con destinazione territoriale.

A contribuire a questo risultato sono le quote del Ministero per il Sud e la coesione territoriale (79,4%) e delle altre Amministrazioni centrali che riportano percentuali significativamente al di sopra della soglia minima; nell’ordine, Infrastrutture e Mobilità Sostenibili (48,2%), Interno (47%), Innovazione tecnologica e transizione digitale (45,9%). Viceversa, le due Amministrazioni centrali che riportano “quote Sud” molto distanti dall’obiettivo sono il Ministero dello Sviluppo economico (24,8%) e il Ministero del Turismo (28,6%). Nel complesso risulta che, rispetto alla soglia minima del 40% (pari a 84,4 miliardi di euro), la fase di attuazione del Piano può avvalersi di un “margine di sicurezza” piuttosto limitato: 1,6 miliardi, appena 320 milioni di euro annui dal 2022 al 2026.

È questo, da solo, un dato che qualifica la “quota Sud” come un obiettivo che non sarà facile conseguire, a meno di non introdurre azioni correttive e di accompagnamento “in corsa”, sui quali la Relazione opportunamente si sofferma fornendo utili e condivisibili indicazioni. Deve trattarsi di necessari aggiustamenti da apportare alle procedure di attuazione già avviate, con particolare riferimento a due ambiti: gli interventi che vedono come soggetti attuatori gli enti decentrati beneficiari di risorse distribuite su base competitiva dalle Amministrazioni centrali; gli interventi di incentivazione a favore delle imprese. Aggiustamenti urgenti, non solo necessari.

Infatti, degli 86 miliardi potenzialmente allocabili al Mezzogiorno, ben 62 finanziano misure per le quali è stato espletato almeno un atto formale che già sta orientando l’allocazione territoriale delle risorse nelle fasi successive dell’attuazione. La Relazione fa emergere diversi profili di criticità, discussi in dettaglio per ciascuna delle quattro diverse modalità seguite dalle Amministrazioni centrali per quantificare le risorse da destinare alle regioni del Mezzogiorno. Le uniche risorse “certe” sono i 24,8 miliardi che finanziano progetti già identificati e con localizzazione territoriale e costi definiti. Meno di un terzo degli 86 miliardi della “quota Sud”.

Queste risorse sono per oltre la metà (14,6 miliardi) di titolarità del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, e in buona parte finanziano “progetti in essere”, ovvero interventi per i quali già esistevano coperture nel bilancio dello Stato poi sostituite da quelle del PNRR. I rimanenti 61,2 miliardi di euro rappresentano risorse “potenziali”, la cui destinazione effettiva alle regioni del Mezzogiorno dovrà realizzarsi in fase di attuazione superando diverse criticità che la Relazione tecnica porta all’attenzione del decisore politico. Una prima criticità riguarda i 28,2 miliardi “stimati” dai diversi Ministeri per finanziare prevalentemente misure non ancora attivate formalmente o attivate con procedure prive di specifici vincoli di destinazione territoriale. In diversi casi, le Amministrazioni dichiarano “solo un’adesione di principio” al rispetto del livello programmatico del 40% al Mezzogiorno.

Per alcuni Ministeri le risorse “stimate” incidono in maniera rilevante sulle risorse gestite che si prevede di allocare al Sud: l’82% per l’Agricoltura, il 61% per l’Istruzione e per il Lavoro, il 56% per la Transizione ecologica. Anche la destinazione finale dei 23,4 miliardi quantificati dai Ministeri per “riparto” (nel caso di misure attivate con procedure che prevedono una quota destinata al Mezzogiorno, ma non ancora arrivate alla selezione dei progetti da finanziare) è soggetta ad un certo grado di incertezza, con particolare riferimento alle risorse da distribuire agli enti territoriali su base competitiva. Al di là delle criticità legate alle diverse modalità di integrazione della clausola del 40% nei bandi ministeriali già rimarcate dalla Svimez e dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, la Relazione del DPCoe porta all’attenzione un aspetto particolarmente critico per il conseguimento dell’obiettivo del 40%. In ben 15 su 28 procedure attive, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi, non è stata disposta nessuna modalità di salvaguardia della quota Mezzogiorno sulle risorse non assegnate per carenza di domande ammissibili. Un’eventualità tutt’altro che remota alla luce del primo anno di attuazione del PNRR.

In altri casi, come nel bando Asili Nido, in presenza di insufficiente capacità 3 progettuale per circa il 50% delle risorse, è stata prevista una proroga dei termini, che però difficilmente sarà sufficiente a colmare il gap. In assenza di interventi sui meccanismi allocativi e sui soggetti attuatori, soprattutto nell’ambito dei diritti di cittadinanza, la mancata allocazione delle risorse nelle aree a maggiore fabbisogno richiederebbe l’attivazione dei poteri sostitutivi previsti dalla governance del PNRR. A completare il quadro vi sono infine 9,6 miliardi di euro di competenza del Ministero della Transizione ecologica (5,9 miliardi) e del Ministero dello Sviluppo economico (3,7 miliardi) per il finanziamento di misure nazionali già attivate per le quali sono disponibili dati storici di tiraggio a livello territoriale, anche se parziali.

La già citata notevole distanza dal target del 40% del Ministero per lo Sviluppo economico è determinata in larga misura ai crediti d’imposta previsti per l’intervento Transizione 4.0, che vale 13,4 miliardi (il 74% delle risorse gestite dal Ministero), e per il quale si fornisce un dato di “quota Sud” pari al 19,4% basandosi sui primi quattordici mesi di operatività dell’incentivo. Questa misura presenta quindi un’elevata problematicità dal punto di vista del rispetto del vincolo del 40%. Le risorse sono allocate in base alla dinamica “spontanea” delle richieste giudicate ammissibili, che a sua volta riflette la distribuzione delle imprese attive e dei relativi investimenti nelle diverse macroaree.

Ne consegue, come già evidenziato dalla Svimez, che il Sud vi accede in misura molto limitata, beneficiando di una parte molto esigua di risorse. Un quadro simile emerge anche con riferimento alla quota Mezzogiorno del Ministero del Turismo che si attesta solamente al 28,6%. Tale percentuale è riferita all’importo complessivo delle risorse con destinazione territoriale, che ammontano a 2,29 miliardi di euro, il 95% del totale delle risorse PNRR in capo al Ministero. Lo scostamento dal target del 40% è riconducibile a investimenti per 650 milioni di euro in cui il Mezzogiorno ha quota a pari a zero. Un rischio di ulteriore erosione della quota meridionale è imputabile al meccanismo spontaneo di allocazione territoriale delle risorse per i crediti d’imposta riservati alle imprese attive nel settore turistico.

Quest’ultimo, basato su procedure a bando o a sportello a livello nazionale, potrebbe penalizzare la partecipazione di imprese e iniziative localizzate nel Mezzogiorno potenzialmente beneficiarie. Analoghe conclusioni sussistono per le risorse PNRR a titolarità del Ministero per la Transizione ecologica (39,2 mld di euro, di cui poco più di 38,5 con destinazione territoriale), la cui quota complessiva destinata al Mezzogiorno è inferiore di 3 punti percentuali rispetto al vincolo normativo del 40%. Oltre al fatto che per alcuni interventi le risorse sono state territorializzate ex 4 ante nel Centro-Nord mentre per altri la quota al Sud è stata stimata modesta o nulla (per vincoli tecnologici, assetto di mercato, etc.), per gli investimenti per i quali non sussistono vincoli tecnici alla localizzazione nel territorio meridionale sono previste procedure competitive rivolte a imprese o a enti locali il cui esito finale è dipendente dalla capacità progettuale e di risposta dei territori.

Proprio per questi motivi, l’adesione delle regioni del Mezzogiorno potrebbe essere insufficiente ai fini del pieno utilizzo di tali risorse. Timori sulla capacità di spesa delle regioni meridionali riguardano anche le risorse in capo al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la cui quota destinata al Mezzogiorno si attesta al 37%. Il mancato rispetto del vincolo normativo è in questo caso giustificato dai criteri di riparto adottati, che hanno privilegiato la spesa storica per gli obiettivi di occupabilità, e dalla massima capillarità e copertura territoriale per ciò che concerne i progetti in infrastrutture sociali, famiglie, comunità e terzo settore a titolarità degli Ambiti Territoriali Sociali. Per raggiungere la quota del 40%, per questi come per altri strumenti di sostegno, è necessario prevedere meccanismi correttivi che compensino eventuali inefficienze nelle capacità progettuali e attuative delle Amministrazione meridionali, e favoriscano la partecipazione dei soggetti economici del Sud. È necessario altresì predisporre modalità di salvaguardia in caso di mancato assorbimento.

Il tema è quello della declinazione a livello territoriale degli interventi nazionali di incentivazione da conseguire con una pluralità di strumenti come, ad esempio, maggiori aliquote di agevolazione per il Sud o criteri privilegiati di accesso agli interventi, soprattutto per quelle attività produttive e quegli ambiti tecnologici che presentano eccellenze nelle regioni meridionali. In definitiva, dalla Relazione arriva un forte monito al livello politico: il 40% è tutt’altro che un risultato acquisito, è un obiettivo che sarà possibile conseguire solo se saranno rimosse diverse criticità, avvalendosi di tutti gli strumenti di cui si è dotata la governance del PNRR, incluso il potere sostitutivo da parte dello Stato nei casi di palese inadeguatezza progettuale e realizzativa degli enti decentrati. Con efficacia, la Relazione evidenzia il trade-off tra efficienza allocativa ed equità perequativa che connota l’attuazione del Piano.

Esiste il rischio concreto, cioè, che per rispettare target e milestone da rendicontare in Europa, si debba sacrificare l’obiettivo del superamento dei divari territoriali che il governo italiano ha declinato con l’impegno a destinare alle regioni del Mezzogiorno almeno il 40% delle risorse con destinazione territoriale. Un rischio che va scongiurato. Sarebbe davvero 5 paradossale sacrificare l’equità in nome dell’efficienza per rispettare i tempi di attuazione di un Piano che ha per obiettivo la riduzione delle disuguaglianze. (lb – cp)

L’8 aprile l’incontro “Sud, Calabria e Pnrr” della Svimez

L’8 aprile, a Catanzaro, alle 10.30, nell’Auditorium della Banca Centro Calabria, l’incontro Sud, Calabria e Pnrr – Prospettive di ripresa post-pandemia, organizzato dalla Svimez.

Si parte con i saluti di Giuseppe Spagnuolo, presidente Banca Centro Calabria e di Sergio Magarelli, direttore Banca d’Italia – Sede Catanzaro.

Introduce Vittorio Daniele, dell’Università Magna Graecia e Banca Centro Calabria.

Intervengono Luca Bianchi, direttore della Svimez e Francesco Aiello, dell’Unical e Open Calabria.

A seguire, la tavola rotonda che vedrà la partecipazione di Angelo Sposato, segretario generale Cgil calabria, Aldo Ferrara, presidente di Unindustria Calabria, Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, e Dalila Nesci, sottosegretaria per il Sud. Modera la giornalista Rai Karen Sarlo. (rcz)

 

L’EXPORT È IL TESORO DELLA CALABRIA
E IL PIL 2022 POTRÀ CRESCERE DEL 3,9%

Il Pil della Calabria crescerà del 3,9% nel 2022, se l’export continuerà a fare da traino. È quanto è emerso dal Rapporto Svimez, che è stato ripreso dall’Osservatorio Mpi di Confartigianato Calabria. Il report Tendenze a inizio 2022, tra rischi e opportunità, ha evidenziato come il dato rilevato dalla Svimez «per poco non permettere di raggiungere e superare il Pil pre-pandemia», ossia del 2019 e di come «l’ammontare delle vendite oltre confine di prodotti legno, arredo, metalli, alimentari e altra manifattura, realizzati nei settori a maggior presenza di micro piccole realtà produttive, ha superato quello pre pandemia (I-III trimestre 2019) del +27,4%, grazie al recupero delle esportazioni di mobili (+65,6%), metalli (+33,2%), alimentari (+29,8%) e prodotti tessili (+0,4%)».

Un dato confortante, se si considera che, sul sito della Regione, era stato indicato un dato preoccupante: nel 2020, le esportazioni calabresi ammontano a 401 milioni di euro rispetto al 2019, registrando un decremento del 16,2%. Una percentuale altissima, se si considera che quella nazionale era del 12,8%. 

L’Osservatorio, poi, riferisce come, invece, resta invece ancora preceduto da segno meno l’export dei prodotti moda made in Calabria (-32,4%) nonostante la performance positiva del tessile: il mancato recupero della Moda (38,9% dei settori di MPI) fa fermare a +1,9% i Settori di MPI (+8,3% al netto della Moda).  

A livello provinciale l’export di MPI nel periodo I-III trimestre 2021 recupera e supera i livelli pre crisi (I-III trimestre 2019) in modo più accentuato a Crotone e a Catanzaro.

Dati, quelli riportati dall’Osservatorio, che confermano quelli pubblicati a dicembre dall’Istat e riportati dall’Osservatorio Internazionalizzazione della Regione Calabria: nei primi mesi del 2021, c’è stato un recupero delle esportazioni calabresi del +32,5% e +19,2% la crescita dell’export regionale rispetto allo stesso periodo del 2020 e del 2019. Dinamiche positive, poi, sono state rilevate nelle Province: Crotone + 112,2%; Vibo Valentia + 47,5%, Reggio Calabria +34,4%, Cosenza +19,2% e Catanzaro +13,1%.

Tutto questo insieme di dati, in pratica, fanno rilevare come in Calabria le esportazioni calabresi ammontino a 394 milioni di euro (e una crescita stimata del 32,5%), che porta la nostra regione tra quelle che registrano una crescita superiore al valore nazionale, che è del 20,1%.

I dati delle Province. Come riporta l’Osservatorio, nei primi 9 mesi del 2021 il 49,6% dell’export calabrese (pari a195 M€) proviene dalla provincia di Reggio Calabria; seguono la provincia di Cosenza con un valore dell’export che si attesta sugli 80 M€ (pari al 20,6% dell’export regionale); la provincia di Catanzaro (56 M€, pari al 14,3%), la provincia di Crotone (35 M€, pari al 9,0%) e la provincia di Vibo Valentia (25 M€, pari al 6,5%).

Dinamiche positive caratterizzano tutti i territori calabresi: a Crotone si registra una crescita rilevante (+112,2%, da 17 M€ a 35 m€) e la provincia calabrese si colloca al primo posto nella graduatoria delle province italiane per variazione registrata rispetto allo stesso periodo del 2020.

 Valori superiori alla crescita media regionale si riscontrano a Vibo Valentia (+47,5%) – che nella classifica delle province italiane si colloca al 7° posto – e Reggio Calabria (+34,4%) (16° posto), mentre nella provincia di Cosenza l’incremento è del +19,2% e a Catanzaro del +13,1%.

 Complessivamente 98 su 107 sono le province italiane che registrano dinamiche positive rispetto allo stesso periodo del 2020.

 Lo scenario muta leggermente dal confronto con i primi 9 mesi del 2019: 80 sono le province che recuperano terreno, fra cui Crotone (+159,2%, che si colloca al secondo posto della graduatoria nazionale), Vibo Valentia (+58,1%, al 6° posto), Reggio Calabria (+23,8%, al 15° posto) e Cosenza (+16,6%, al 23° posto). Catanzaro rientra nell’alveo delle province che registrano variazioni negative (-23,0%).

Per quanto riguarda i settori, invece, è emerso come da gennaio a settembre 2021, l’export dei prodotti di agricoltura, silvicoltura e pesca abbiano registrato un calo del -3,4%, mentre a livello nazionale e meridionale si rileva un incremento del +11,3% e del +5,6% rispettivamente. I prodotti delle attività manifatturiere, invece, portano a casa un incremento del +36,2%. Una percentuale superiore alla crescita stimata per l’Italia, che è del +19,5% e per il Mezzogiorno del +15,9%.

«Le imprese calabresi continuano a dare grande prova di vitalità e resilienza – ha dichiarato il presidente di Confartigianato Calabria Roberto Matragrano –. L’impulso alla crescita che ha caratterizzato per la maggior parte il 2021, oggi però rischia di subire nel concreto un forte rallentamento per la presenza di numerosi ostacoli, primo tra tutti i rincari dei costi energetici e delle materie prime».

«Moltissime la segnalazione delle imprese – ha aggiunto – che stanno subendo un raddoppio dei costi sulle bollette, che si aggiunge ai rincari delle materie prime e al caro gasolio, con gli interventi del governo non sufficienti».

Il report  dell’Osservatorio evidenzia come sia tornato a crescere il numero delle nuove iscrizioni di impresa nell’anno 2021, permettendo la continuità della rigenerazione del tessuto produttivo imprenditoriale del nostro territorio, anche se inferiore a quello del 2019 (anno pre crisi), rimanendo inferiore del 7,6% (-754 unità). A livello settoriale, quello che cresce maggiormente è il settore delle costruzioni (+34,0%), mentre si osserva che il numero di start up, nel 2021 rispetto al 2019, registra una più accentuata riduzione nel manifatturiero (-25,8%) e nei servizi (-13,2%). Tra le province il numero di start up registrato nel 2021 rispetto a quello del 2019 subisce una riduzione più contenuta a Vibo Valentia (-3,6%).

«La forte crescita avuta dal settore edile – ha spiegato ancora Matragrano – è fortemente legata ai bonus edilizi introdotti dal Governo, ma anche in questo caso ci preoccupa l’incertezza legata alle continue modifiche che vengono introdotte sul tema dal Governo (9 in 20 mesi). Proprio l’ultima, prevista dal  DL sostegni ter con i limiti alla cessione del credito, ha creato scompiglio nel settore e siamo lieti che il Governo abbia accolto le nostre sollecitazioni, modificandola».

Resta, sempre negativo, Il trend del turismo che, ancora nei primi 9 mesi del 2021, non recupera i livelli dei primi nove mesi del 2019.

Nella nostra regione, infatti anche a causa del crollo accentuato della presenza di turisti stranieri, la dinamica registrata è ampiamente negativa e pari al -44,7%. Il turismo, quindi, è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi. (rrm) 

ENERGIE RINNOVABILI: DA CALABRIA E SUD
PUÒ PARTIRE L’EOLICO E IL FOTOVOLTAICO

di BIANCA VIOLANTE – Il Mezzogiorno e la Calabria come punto di partenza per lo sviluppo degli impianti eolici e fotovoltaici. È quanto è emerso dal rapporto realizzato dalla Svimez in collaborazione con Ref Ricerche, che evidenzia come gli effetti del sistema economico di tali investimenti andrebbero a privilegiare sopratutto il Mezzogiorno, «divenendo un ulteriore strumento con cui sostenere lo sviluppo delle regioni meridionali nei prossimi anni».

«Gli investimenti nelle Fer – si legge nel rapporto – possono quindi rappresentare uno strumento utile a definire una nuova politica energetica e industriale, basata sulla diffusione di tecnologie altamente innovative, e in grado di favorire l’aggancio del Sud e del Paese alla nuova catena globale del valore».

Nel rapporto, infatti, che ha analizzato «gli investimenti sarebbero necessari nelle rinnovabili per partecipare al raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione già oggi inseriti nel Pnieco» e «gli effetti macroeconomici che tale mole di investimenti teoricamente necessaria comporterebbe in termini di produzione, valore aggiunto e occupazione per l’Italia e il Mezzogiorno», viene specificato come i «nuovi investimenti teoricamente necessari nelle rinnovabili, oltre a rappresentare una condizione indispensabile per conseguire gli obiettivi di decarbonizzazione assunti dall’Italia e dall’Europa, verrebbero allocati in misure prevalente nel Mezzogiorno».

Questo perché il Sud, per quanto riguarda le energie rinnovabili, svolge un ruolo importante: «considerando il livello di potenza installata, nell’ultimo decennio, al nord e al centro è andato riducendosi il peso relativo della potenza idroelettrica e geotermica, a favore di quella fotovoltaica. Viceversa, al Sud si osserva una crescita relativa del peso sia di eolico che di fotovoltaico».

«Il buon posizionamento del Sud del Paese – si legge ancora – emerge chiaramente dalla ripartizione territoriale della produzione di energia elettrica da FER. Su un totale di 115.847 GWh prodotti nel 2019 dalle FER, il 33,5% è riconducibile al Mezzogiorno, il 27,7% al Nord-Ovest, il 24,8% al Nord-Est e il 14% al Centro Italia. Contribuisce al risultato del Mezzogiorno la sostanziale concentrazione in quest’area dell’eolico (96,5%) e il ruolo di primo piano nel solare (40,5% a fronte del 22,4% del Nord Est, del 18,9% del Centro e del 18,2% del Nord Ovest)».

Il Rapporto, inoltre, ricordando che per raggiungere gli obiettivi previsti dal Pniec al 2030 servono nuovi investimenti negli impianti rinnovabili, ha individuato in circa 82 miliardi gli investimenti necessari per la creazione di nuovi impianti da Fer, che andrebbero a privilegiare le regioni meridionali, verso cui sarebbero destinati circa 48 miliardi di investimenti, pari al 58,9% del totale.

Per la nostra regione, nello specifico, per l’eolico si tratterebbe di 3 milioni, 1 milione per il fotovoltaico per un totale di più di 4 milioni, ovvero il 5,6% del totale. Con questo investimenti, il valore aggiunto attivato sarebbe di oltre 1 milione, con la quota valore aggiunto sul Pil del 4,8%.

In una analisi macroeconomica, la mole di interventi «genererebbe, su scala nazionale, un incremento nel valore della produzione ‒ al netto delle attività non market ‒ di 148 miliardi di euro; per ogni euro di investimento se ne creerebbero 1,8 nell’intero sistema economico»: non si registrerebbe solo un valore aggiunto addizionale pari a 55 miliardi di euro, ma anche un impatto sul Pil, che sarebbe pari al +3,1% sul 2019 a livello nazionale, mentre per il Mezzogiorno sarebbe del +5%, rispetto al Centro-Nord che registrerebbe un +2%.

«Gli investimenti complessivamente ipotizzati – si legge nel rapporto – sarebbero tali da attivare, nell’intero periodo, 373 mila occupati aggiuntivi, di cui 156 mila nelle regioni meridionali e la parte restante, pari a 164 mila, in quelle del Centro-Nord». Nella nostra regione, poi,  si tratterebbe di 11 mila occupati in più.

Le analisi dei principali istituti internazionali (sono stati presi in considerazione gli ultimi Outlook pubblicati prima della COP 26 di Glasgow), pure con approcci e obiettivi differenti, concordano nell’evidenziare che Per raggiungere gli obiettivi di Zero Emission al 2050 è necessaria un’ulteriore spinta che sostenga lo sforzo per la decarbonizzazione, individuando: a) nel decennio 2020-2030 la fase cruciale per potere aspirare a conseguire gli obiettivi al 2050; nello sviluppo delle FER la chiave di volta, essendo particolarmente significativo l’apporto delle fonti fossili alla produzione di energia elettrica; per raggiungere gli obiettivi al 2050 e sviluppare davvero le rinnovabili è necessario un approccio che tenga insieme il ruolo della finanza verde, gli interventi del decisore pubblico, quelli del privato, dei grandi operatori, così come lo sviluppo di una rete diffusa.

Inoltre, secondo la Svimez, «le scelte della Ue, in questo contesto, sono strategiche:« L’Europa – si legge nel rapporto – si dimostra l’area mondiale che presta maggior attenzione alle politiche e alle strategie di sviluppo dell’economia verde e circolare. In questo senso un riferimento essenziale è lo European Green Deal e, più recentemente, l’approvazione del Fit for 55 e del Next Generation EU che assume il binomio innovazione ecologica/digitale e lo declina a livello europeo con attenzione all’economia vede, circolare e alle rinnovabili».

L’Italia, da questo punto di vista, non è da meno: è, infatti, tra i primi in Europa «per potenza installata e consumi di energia rinnovabili. Secondo i dati Arera, dal 1997 al 2020 l’apporto delle rinnovabili al totale dell’energia prodotta in Italia sale dal 18,5% al 41,2%, a fronte di un parallelo calo del termoelettrico dal 79,6% al 58,1%. Questo in particolare grazie alla crescita dal 1997 a oggi di solare ed eolico».

«Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito a un parziale rallentamento: i nuovi campi fotovoltaici hanno continuato a salire, ma a velocità ridotta. Il Paese rischia così di perdere terreno di fronte ad altri grandi protagonisti delle rinnovabili come Germania o Spagna, sia nel fotovoltaico che nell’eolico. Secondo diversi osservatori uno degli elementi di freno risiede nel sistema autorizzativo che rischia di rallentare iter di installazione dei nuovi impianti. Il Pnrr rappresenta un possibile ulteriore motore per lo sviluppo delle rinnovabili. Anche se deve essere visto come un pezzo di una strategia più ampia, a oggi perimetrata dal Pniec».

Per la Svimez, appare, poi, necessario rivedere e migliorare il sistema autorizzativo, segnalando «il rischio di un’eccessiva frammentazione dei centri decisionali; la presenza di normative spesso non omogenee nei diversi territori; la necessità di accelerare il percorso di individuazione delle aree idonee. Un passo avanti in questo senso nell’individuazione delle aree idonee sembra arrivare dal recente D.Lgs. n. 199/2021, di recepimento della Direttiva RED II, finalizzato a semplificare e accelerare le procedure».

È inutile dire che, per la Calabria, quella delle energie rinnovabili potrebbe essere una grande opportunità di ripresa post-pandemia e di rilancio economico, sopratutto a livello occupazionale. Viene da chiedersi, dunque, perché ci siano politici che, invece di cogliere l’occasione, preferiscano andare contro a quelle soluzioni che gioverebbero a una terra che ha bisogno e necessita di riscattarsi. (bvi)

 

Il convegno online sulle prospettive di Sviluppo delle energie rinnovabili in Italia e nel Mezzogiorno della Svimez

Domani mattina, alle 10, in forma online, è in programma la presentazione del rapporto realizzato da Svimez insieme a Ref Ricerche sulle Prospettive di sviluppo delle energie rinnovabili in Italia e nel Mezzogiorno.

Intervengono Luca Bianchi, direttore Svimez, Fabrizio Iaccarino, responsabile Sostenibilità e Affari Istituzionali Enel Italia, Eleonora Petrarca, responsabile Business Development Italia, Enel Green Power, Antonio Martini, direttore generale Dipartimento Energia, Regione Sicilia, Edoardo Zanchini, vicepresidente Legambiente, Roberta Lombardi, assessore alla Transizione Ecologica Regione Lazio. Conclude Alessia Rotta, presidente Commissione Ambiente alla Camera dei Deputati. (rrm)