I Vescovi calabresi preoccupati per allarme naufragi e perdita del lavoro

I Vescovi calabresi hanno espresso preoccupazione per l’ennesima tragedia consumatasi a Roccella, e per la vertenza dell’Abramo Customer Care, e per le numerose famiglie che vedono compromesso il proprio futuro e sono attualmente in assemblea permanente nella sala consiliare del Comune di Crotone.

Un «naufragio anonimo e invisibile» quella avvenuta sulle rive della Calabria, «che attendono tanti turisti e rischiano di seppellire tante speranze dentro un assordante silenzio», hanno detto i vescovi, unendosi al dolore del confratello, vescovo di Locri – Gerace, mons. Francesco Oliva, e accordano alla sua la loro voce per denunciare ancora una volta l’anestesia delle coscienze di fronte a questa ennesima sconfitta dell’umano e le miopi misure incapaci di evitare simili tragedie.

Gli uomini, le donne, i numerosi bambini, i cui corpi attendono di essere riconosciuti dai familiari venuti da tutta Europa, siano un forte richiamo ai singoli e alle istituzioni perché la voce del sangue dei fratelli che grida dal profondo del mare non resti inascoltata mentre denuncia la deriva della nostra stessa umanità e perché il valore dell’accoglienza che caratterizza il nostro popolo non sia soffocata, mentre si leverà fino alla fine la Voce che rimane giudizio costante della storia: «Ero straniero e non mi avete accolto» (Mt 25, 43).

I vescovi della Calabria, poi, manifestano la loro preoccupazione per le numerose famiglie che, a causa della “vertenza Abramo”, dicendosi «paternamente al fianco dei lavoratori, a sostegno della loro speranza e della giustizia».

Si tratta di più di 1000 lavoratori provenienti da alcune province della Calabria e dalla Sicilia, che sono dipendenti dell’azienda Abramo Customer Care. Alla scadenza dell’amministrazione controllata di Abramo CC, nei primi giorni di agosto, centinaia di persone rischiano di essere licenziate.

Nessuna delle vie di dialogo percorse finora ha sortito la possibilità di assorbire tutti i dipendenti. I lavoratori stanno da tempo chiedendo al ministro delle imprese e del made in Italy la convocazione immediata di un tavolo di crisi che possa favorire il dialogo e individuare possibili vie che garantiscano il futuro a chi vuole costruirlo nella propria terra. (rcz)

La Conferenza Episcopale Calabra: Determinati a proseguire per istituire un Seminario Teologico Unico

La Conferenza Episcopale Calabra è determinata a proseguire nell’istituzione di un Seminario Teologico Unico. È quanto emerso nella sessione primaverile svoltasi nei giorni scorsi al Seminario “S. Pio X” di Catanzaro.

Il professor don Francesco Asti, preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, S.E. Mons. Ignazio Sanna, membro della Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Cei, hanno illustrato il progetto del nuovo Istituto Teologico, che sarà presto realizzato, con inizio del prossimo anno accademico, sostenuto da tutte le diocesi, mentre Reggio Calabria e Cosenza manterranno due comunità formative per gli studi filosofici.

a riflessione dei vescovi si è concentrata su alcuni temi pastorali che stanno loro particolarmente a cuore: la pastorale penitenziaria regionale, presentata dal direttore regionale, don Francesco Faillace, della diocesi di Cassano all’Jonio, che, oltre ad essere docente di Religione Cattolica presso l’ITS di Trebisacce, è cappellano nel carcere di Castrovillari, e da suor Nicoletta Vessoni delle Suore delle Poverelle, che dedica la sua cura pastorale da tanti anni presso il carcere “Ugo Caridi” di Catanzaro.

I vescovi hanno condiviso con grande partecipazione e commozione la preoccupazione per la cura umana e spirituale dei carcerati, ascoltando le toccanti storie di dolore e voglia di redenzione, esprimendo preoccupazione per la delicatissima situazione delle carceri, e assicurando vicinanza e desiderio di collaborazione per quanto riguarda la difficile integrazione civile di chi ha scontato la pena e auspicando che in occasione del prossimo Giubileo la comunità cristiana stia più vicino a chi sta scontando la pena.

I presuli hanno ricevuto la visita di Mons. Carlo Roberto Redaelli, arcivescovo di Gorizia e presidente della Caritas Italiana, che ha presentato i risultati di un’indagine della vita della Caritas in Calabria, ne ha ribadito la natura squisitamente pastorale, sottolineando con soddisfazione i notevoli punti di forza presenti in Calabria e le prospettive per il futuro. I vescovi hanno espresso gratitudine per la visita e per le preziose indicazioni emerse.

Si è, poi, dato inizio ad un dialogo riguardo alla pietà popolare, tema che ha manifestato la sua complessità e il bisogno di sempre maggiore approfondimento e che esige scelte condivise per tutte le diocesi al fine di una maggiore valorizzazione e purificazione.

In ultimo, i vescovi della Calabria, alla vigilia delle elezioni europee hanno invitato tutti i cristiani, soprattutto i giovani, ad andare al voto, reagendo alla tentazione della rassegnazione e dell’astensionismo e sognando operativamente insieme un’Europa che sia casa comune di giustizia e di pace. (rcz)

Il documento dei Vescovi calabresi contro l’Autonomia differenziata

La Conferenza Episcopale Calabra ha espresso in un documento la preoccupazione che l’autonomia differenziata, ove passasse, provocherebbe la dis-unità nazionale. Questi gli spunti di riflessione dei vescovi calabresi. È un documento (firmato domenica 24 marzo) di grande rilevanza nel dibattito in corso sull’autonomia differenziata e di cui la classe politica italiana non potrà non tenere nella docuta considerazione.

Noi Vescovi Calabresi, dopo aver approfondito, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e dei precedenti pronunciamenti della Conferenza Episcopale Italiana, il disegno di legge sull’autonomia differenziata, ci sentiamo in dovere di offrire alcuni spunti di riflessione sull’importanza della solidarietà e della sussidiarietà nazionali. I temi riguardanti lo sviluppo e le disuguaglianze territoriali hanno sollecitato l’attenzione della Chiesa in Italia anche in passato, già a partire dall’immediato secondo Dopoguerra. Ne costituisce una evidente e autorevole testimonianza il contenuto di tre documenti dei Vescovi italiani sul Mezzogiorno, pubblicati rispettivamente nel 1948 (I problemi del Mezzogiorno, Lettera collettiva dell’Episcopato meridionale), nel 1989 (Sviluppo nella solidarietà. Chiesa italiana e Mezzogiorno) e nel 2010 (Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno).

Realizzati in momenti diversi, essi conservano elementi comuni e, in alcuni casi, analisi e proposte ancora attuali.

In tutti e tre i testi, ad esempio, traspare la convinzione che il Vangelo spinga continuamente a misurarsi con la vita concreta delle persone, con le tensioni e le contraddizioni della storia, per cui le situazioni di ingiustizia debbano essere rilevate e denunciate. Si afferma perciò la necessità di un impegno personale e comunitario orientato a riconoscere e a contenere o rimuovere le disuguaglianze che segnano il Paese.

Un altro elemento ricorrente è la denuncia del mancato sviluppo del Sud e dei mali che colpiscono le Regioni meridionali, come la disoccupazione e la criminalità organizzata.

Particolarmente rilevanti, e in parte ancora attuali, le analisi contenute nella lettera del 1989, che pone in evidenza i caratteri dello sviluppo del Paese, definendolo incompleto e distorto. Incompleto perché ha lasciato indietro le regioni meridionali. Distorto, perché – non solo non si è consentito al Mezzogiorno di svilupparsi come altre Regioni, creando disuguaglianze interne ed esterne – ma addirittura lo si è incanalato verso strade che ne hanno peggiorato la situazione. Successivamente, la lettera del 2010 parlerà di sviluppo bloccato, a proposito del fatto che i cambiamenti

avvenuti nel corso dei due decenni precedenti avevano reso ancora più stagnante la situazione del Mezzogiorno.

Nei tre testi si propone un’idea di sviluppo che non consideri solo gli indicatori economici, ma che metta al centro le persone, le risorse e le vocazioni dei territori. A questo riguardo, anticipando alcuni temi che ritroviamo oggi nel magistero di papa Francesco, il documento del 1989 evidenzia la necessità di ripensare il modello economico, in particolare il mercato, e il modello antropologico di fondo, allontanandosi dall’individualismo, dal soggettivismo e dalla ricerca del godimento immediato.

Nei tre testi si evidenzia anche il fatto che uno sviluppo autenticamente umano richieda, come essenziale presupposto, un lavoro orientato a favorire la maturazione delle coscienze e del loro peso interiore. Da qui l’importanza dell’impegno educativo, a tutti i livelli. Sono particolarmente densi i passaggi in cui si esplicitano le condizioni affinché la Chiesa possa essere soggetto in grado di contribuire a promuovere questo tipo di sviluppo. Si tratta di condizioni che esigono la scelta della strada stretta, ma liberante, del radicamento personale e comunitario nella profezia dell’ascolto del Vangelo, in una condizione di povertà e di non-potere.

1. Cambiare sì, ma nella giusta direzione

In continuità con il magistero dei nostri predecessori, la riflessione che proponiamo in questo documento intende argomentare in modo chiaro le ragioni per cui riteniamo insostenibile il progetto di autonomia differenziata. Tale posizione non equivale alla difesa dello status quo. Essa poggia, al contrario, sulla consapevolezza che sono necessari cambiamenti anche importanti nelle politiche pubbliche e, in particolare, nel sistema italiano di welfare. Cambiamenti che, però, dovrebbero andare in direzione opposta rispetto a questo disegno di regionalismo differenziato. Suscita infatti “preoccupazione” – come ha rilevato il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Matteo Zuppi, introducendo i lavori del Consiglio Episcopale Permanente il 18 marzo 2024 – «la tenuta del sistema Paese, in particolare di quelle aree che ormai da tempo fanno i conti con la crisi economica e sociale, con lo spopolamento e con la carenza di servizi». Per questo, non deve venir meno «un quadro istituzionale che possa favorire uno sviluppo unitario, secondo i principi di solidarietà, sussidiarietà e coesione sociale». E ha concluso: «Su questo versante la nostra attenzione è stata costante e resterà vigile». Alle parole del Cardinale Presidente della CEI, fanno seguito quelle del Comunicato finale del Consiglio Episcopale Permanente: i Vescovi «hanno rinnovato l’appello per uno sviluppo unitario, che metta in circolo in modo virtuoso la solidarietà e la sussidiarietà, promuovendo la crescita e non alimentando le disuguaglianze. Da parte sua la Chiesa in Italia, fedele al Vangelo e nel solco del percorso compiuto finora, continuerà a contribuire all’unità, accompagnando le comunità e non lasciandosi spaventare dalle contingenze del tempo presente» (20 marzo 2024).

2. La «secessione dei ricchi»

Il disegno di legge oggetto di valutazione ha un presupposto che, già in partenza, rivela una criticità di fondo. Le Regioni che oggi chiedono l’autonomia rispetto a settori importanti delle politiche pubbliche, si aspettano che la maggior parte del gettito fiscale sia lasciato nelle stesse Regioni che lo producono. In questo modo, quelle più sviluppate economicamente si ritroverebbero a poter gestire più risorse di quelle che lo Stato attualmente impiega nei rispettivi territori, con riferimento alle stesse materie. Questo è il motivo per cui il progetto di autonomia differenziata è stato efficacemente definito dall’economista Gianfranco Viesti come la «secessione dei ricchi». Non è un caso che l’iniziativa sia stata presa dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna, a partire dal 2017.

Perché si parla di secessione dei ricchi? Dal punto di vista amministrativo le Regioni che chiederanno l’autonomia differenziata somiglieranno ad altrettante Regioni- Stato, con poteri estesissimi in materie fondamentali. Si innescherebbe una dinamica di dis-integrazione e non di integrazione delle politiche e degli interventi.

Dal punto di vista economico le Regioni richiedenti punterebbero a ottenere uno status paragonabile a quello delle autonomie speciali. Le Regioni che aspirano all’autonomia, come il Veneto e la Lombardia da più tempo e l’Emilia Romagna da qualche anno, vogliono poter gestire in proprio la maggior parte delle risorse ricavate dalle tasse. Dimenticando che queste hanno come criterio, in base alla Costituzione, la progressività del prelievo e l’universalità dell’accesso dei cittadini ai servizi pubblici. In altre parole le tasse sono in funzione di obiettivi di giustizia sostanziale e del superamento delle disuguaglianze tra le persone, non dei territori (Cfr. artt. 2 e 3 della Cost.).

3. Una questione di democrazia sostanziale

Accanto ad una questione di giustizia sostanziale, si pone un problema di democrazia sostanziale.

Per come si sta configurando, il processo decisionale previsto dal decreto mortifica il ruolo delle Camere.

Il rischio che si corre per la tenuta della democrazia nel nostro Paese è evidente se si considera che lo strumento con cui le competenze verrebbero concesse alle Regioni è quello della intesa fra lo Stato e ogni singola Regione; si tratterebbe in sostanza di una decisione governativa di devoluzione di poteri dal carattere sostanzialmente irreversibile, perché, una volta che l’intesa viene sottoscritta dalle parti, non può essere cambiata senza il consenso regionale, né il suo contenuto può diventare oggetto di eventuali referendum. Firmata l’intesa, la funzione di definire tutti i dettagli riguardanti il trasferimento di poteri, legislativi e amministrativi, materia per materia, sarebbe esercitata da “commissioni paritetiche” Stato-Regione, fuori dal controllo parlamentare.

4. Ulteriori motivi di perplessità

La realizzazione di questo progetto potrebbe avere esiti disastrosi sul piano della coesione sociale. Le disuguaglianze nel nostro Paese hanno una natura anche territoriale. Esse si determinano principalmente lungo l’asse Nord-Sud, dando luogo al fenomeno del divario civile, per cui il contenuto effettivo dei diritti sociali di cittadinanza cambia a seconda dei luoghi. Pensiamo alla sanità, ma anche all’istruzione, ai servizi sociali, alla questione ambientale, ai trasporti. Non si tratta solo di questioni economiche, ma dell’accesso ai diritti di cittadinanza. In uno Stato unitario essi vanno assicurati a tutti a prescindere dal luogo di residenza e dal grado di sviluppo produttivo locale. Senza questi diritti si indebolisce il senso di appartenenza a un’unica comunità nazionale. Il progetto di autonomia differenziata rende, perciò, ancora più opache le prospettive del Paese perché proprio negli ambiti da cui dipende la qualità e l’estensione dello sviluppo umano autentico le Regioni vogliono fare da sole, chiedendo più poteri e risorse.

Il disegno di legge si propone di rimediare all’inerzia istituzionale degli ultimi due decenni, per cui subordina l’attuazione della riforma alla determinazione dei Lep (livelli essenziali di prestazione) e dei relativi costi e fabbisogni standard (art. 4), che dovrebbero costituire una garanzia per le Regioni con i servizi alla persona meno strutturati.

Questo punto merita un approfondimento, perché la materia è complessa. Ci sono almeno quattro motivi per ritenere che la soluzione prospettata per eliminare le disuguaglianze territoriali non sia sufficiente. Nell’ambito della tutela della salute, ad esempio, la regionalizzazione del sistema sanitario e la definizione dei livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea) non solo non hanno ridotto i divari di tutela della salute tra i territori, ma li hanno addirittura amplificati, come dimostrano i dati sulla migrazione sanitaria.

Il secondo motivo di perplessità riguarda il riferimento ai costi e ai fabbisogni standard: la premessa per uno sviluppo vero dei territori, soprattutto di quelli più periferici, non può limitarsi alla mera definizione di servizi minimi essenziali, né alla definizione rigida di un budget di spesa – che finirebbe con il penalizzare soprattutto le aree interne delle Regioni più deboli – ma esige invece l’adozione di modelli di intervento capaci di valorizzare le risorse e aderire ai bisogni delle persone che vivono nei luoghi, in tutti i luoghi, territori urbani e non, città e piccoli paesi.

Inoltre, ed è il terzo motivo di perplessità, il progetto in discussione afferma testualmente che «dall’applicazione della presente legge e di ciascuna intesa non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Resta dunque irrisolta la questione del reperimento delle risorse necessarie per garantire i Lep.

Aggiungiamo una quarta obiezione di fondo: se anche si recuperassero le risorse per attuare i Lep, tutto ciò non rappresenterebbe il volano di un vero cambiamento. Se si guardano le cose dai contesti più periferici, risulta evidente che la vera questione è quella di dotare i territori delle infrastrutture sociali necessarie per programmare, progettare, gestire, rendicontare e valutare gli interventi ordinari. La questione dei livelli essenziali di gestione è prioritaria rispetto a quella della determinazione dei livelli essenziali di prestazione.

Se analizziamo a fondo la situazione calabrese, per esempio, vediamo che la spesa per i servizi sociali in Calabria è tra le più basse del Paese e che si riesce a impiegare solo una parte delle risorse disponibili per la debolezza delle infrastrutture locali. È per questo motivo che bisognerebbe intervenire per rimuovere quegli ostacoli che impediscono un funzionamento istituzionale efficiente. La riforma, trascurando l’esistenza di questa criticità, rafforzerebbe le disfunzioni.

Conclusioni

La nostra riflessione ci conduce a evidenziare i gravissimi rischi connessi al progetto di autonomia differenziata. La “secessione dei ricchi” non è solo in contraddizione con lo spirito della nostra Costituzione, in particolare con il principio di uguaglianza sostanziale espresso nell’articolo 3, ma è anche in contrasto con il sentimento di appartenenza a un’unica comunità, e con le prospettive di uno sviluppo autenticamente umano del Paese. Il progetto, se realizzato, darà forma istituzionale agli egoismi territoriali della parte più ricca del Paese, amplificando e cristallizzando i divari territoriali già esistenti, con gravissimo danno per le persone più vulnerabili e indifese.

Il progetto di autonomia differenziata è sostenuto dalla logica secondo cui le Regioni che costituiscono la locomotiva del Paese debbano essere messe nelle condizioni di produrre sempre di più e meglio, e questo determinerebbe un effetto-traino per tutte le altre Regioni. Come Vescovi Calabresi affermiamo che questa prospettiva non può essere condivisa. La strada da percorrere è invece quella che passa dal riconoscimento delle differenze e dalla valorizzazione di ogni realtà particolare, soprattutto delle aree più periferiche e/o interne. I contesti che non ce la fanno vanno accompagnati, riconoscendo nella solidarietà tra territori un valore costituzionale da difendere e un impegno pastorale che il popolo di Dio che è in Italia va incoraggiato a perseguire perché progredisca nella sua ricerca di fedeltà al Vangelo. Nella prospettiva di uno sviluppo umano autentico, le difficoltà dei territori con infrastrutture più deboli, con rendimento istituzionale insufficiente, non vanno interpretate come un freno per chi è più veloce, ma come un problema comune, da cui venire fuori insieme.

Si tratta di un orientamento coerente con il principio di giustizia sostanziale (Cfr. artt. 2 e 3 della Cost.); per cui a tutti vanno assicurate pari opportunità di accesso ai diritti di cittadinanza, eliminando gli ostacoli, attraverso politiche effettivamente redistributive e con il principio di solidarietà istituzionale, che fonda la sussidiarietà verticale, la quale si esplicita non attraverso provvedimenti di tipo normativo- sanzionatorio, ma mediante l’accompagnamento intenzionale dei territori più deboli. Il principio di sussidiarietà, infatti, «ha un doppio dinamismo: dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto», come ha ricordato Papa Francesco. Attuare tale principio

«dà speranza in un futuro più sano e giusto; e questo futuro lo costruiamo insieme, aspirando alle cose più grandi, ampliando i nostri orizzonti. O insieme o non funziona. O lavoriamo insieme per uscire dalla crisi, a tutti i livelli della società, o non ne usciremo mai» (Udienza generale, 23 settembre 2020).

Per questo non possiamo restare indifferenti. Bisogna trovare vie perché si maturi la consapevolezza che il Paese avrà un futuro solo se tutti insieme sapremo tessere e ritessere intenzionalmente legami di solidarietà, a tutti i livelli.

A questo riguardo, si propone che in tutte le comunità diocesane e in tutti i territori si organizzino occasioni di approfondimento e di pubblica discussione su questo tema e si promuovano adeguate forme di mobilitazione democratica, legando solidarietà e giustizia. ν

  

L’OPINIONE / Daniela Palaia: Si legga e si rifletta sul documento della Cec sull’autonomia

di DANIELA PALAIA – Sento di dover esprimere pubblicamente una forte e sincera gratitudine alla Conferenza Episcopale Calabra che, nel documento condiviso nella Domenica delle Palme, ha nettamente criticato il progetto di autonomia differenziata, il cui esame è in piena fase di accelerazione con l’approvazione avvenuta al Senato del disegno di legge Calderoli.

Lo ha fatto stigmatizzando la contrarietà di quel progetto ai valori della Costituzione e invitando tutte le comunità diocesane e tutti i territori all’organizzazione di occasioni di approfondimento e di pubblica discussione sul tema per promuovere adeguate forme di mobilitazione democratica, legando solidarietà e giustizia.

La mia profonda gratitudine ai vescovi calabresi deriva non soltanto dalla specifica opposizione alla prospettiva della “secessione dei ricchi”, come la Conferenza Episcopale Calabra definisce l’autonomia differenziata riprendendo la felice espressione coniata dal professor Gianfranco Viesti, ma dalla più ampia riflessione che i vescovi svolgono intorno alla questione meridionale nella prospettiva di un regionalismo cooperativo e solidale. Questa è esattamente la mia visione: territori che si riconoscono e si sostengono adempiendo i doveri inderogabili di solidarietà richiesti dall’articolo 2 della Costituzione, al fine di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, come previsto dall’articolo 3.

La riflessione viene espressa richiamando un pensiero che la Cei ha sviluppato fin dal secondo dopoguerra e che trova oggi una definizione puntuale nella conclusione del documento dei vescovi calabresi che riporto testualmente: «non possiamo restare indifferenti. Bisogna trovare vie perché si maturi la consapevolezza che il Paese avrà un futuro solo se tutti insieme sapremo tessere e ritessere intenzionalmente legami di solidarietà, a tutti i livelli»

Forse coloro che non perdono occasione per autodefinirsi portatori e sostenitori dei valori cristiani farebbero bene a leggere e meditare la riflessione contenuta nel documento episcopale, trovando la forza e il coraggio, anche all’interno delle proprie formazioni politiche, per opporsi senza riserve a un disegno fortemente dannoso per le popolazioni e i territori meridionali che pur rappresentano, magari da presidenti di regione e vicesegretari nazionali di partito. (dp)

[Daniela Palaia è consigliera comunale di Catanzaro]

Pd Calabria: Governo ascolti l’allarme dei vescovi calabresi

«Sull’autonomia differenziata, il governo di centrodestra e la sua maggioranza ascoltino il monito dei vescovi calabresi, che sono al di sopra delle parti». È l’appello lanciato dal Partito Democratico calabrese, sottolineando come «i vescovi calabresi hanno avvertito che il disegno di legge in questione rischia di minare il principio di unità e solidarietà nazionale, di compromettere il diritto alla salute e quello all’istruzione, di inficiare l’accesso ai servizi essenziali che lo Stato deve garantire a tutti i cittadini nella stessa misura».

«Nell’esprimere netta preoccupazione per l’autonomia differenziata, la Conferenza episcopale della Calabria – continuano i dem calabresi – ha osservato che, riguardo alla determinazione dei Livelli essenziali di prestazione, c’è un precedente: l’esperienza fallimentare dei Livelli essenziali di assistenza. Nello specifico, la stessa Conferenza ha poi valutato che con questi strumenti si giustifica una formale uguaglianza di trattamento, coprendo, in realtà, un’inaccettabile disparità tra le persone».

«Nel dibattito parlamentare sul regionalismo differenziato, il governo e la sua maggioranza – ha sottolineato il senatore Nicola Irto, segretario del Partito democratico della Calabria – si sono mostrati ciechi e sordi davanti ai nostri ragionamenti. Difatti, hanno presentato il provvedimento in discussione come un’opportunità per il Sud, che invece verrà sganciato definitivamente dal resto della nazione».

«Ancora una volta mi auguro che i parlamentari meridionali del centrodestra, a partire da quelli calabresi, interroghino la loro coscienza e difendano l’eguaglianza dei cittadini, principio democratico – ha concluso Irto – al centro delle riflessioni della Conferenza episcopale della Calabria». (rcz)

I vescovi calabresi: Autonomia rischia di essere motivo di ulteriore divario tra Nord e Sud

Il disegno di legge sull’autonomia differenziata, approvato in Senato, «rischia di diventare di ulteriore divario tra Sud e Nord, tra aree sviluppate e regioni più povere, minando il principio di unità e solidarietà e compromettendo il diritto alla salute, all’istruzione e l’accesso ai servizi essenziali che lo Stato dovrebbe garantire in forma eguale a tutti i cittadini». È la preoccupazione espressa dalla Conferenza Episcopale Calabra, presieduta da mons. Fortunato Morrone, arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, nel corso della sessione invernale, svoltasi nei giorni scorsi al Seminario Arcivescovile Pio XI di Reggio.

«La determinazione dei Livelli essenziali di prestazione (Lep), prevista dal disegno di legge – spiegano i vescovi calabresi – ricorda l’esperienza fallimentare dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che, come è facilmente riscontrabile, non hanno assicurato un’uniformità del Servizio sanitario nazionale. Queste misure, invece, vengono presentate come utili soltanto per giustificare una formale uguaglianza di trattamento, ma in verità coprono una inaccettabile disparità che ricorda la famosa espressione orwelliana: “Alcuni sono più uguali degli altri”».

Una due giorni molto intensa, dove i vescovi della Calabria hanno accolto fraternamente S.E. Mons. Giuseppe Alberti, nuovo vescovo di Oppido – Palmi, che per la prima volta ha partecipato ai lavori della Cec. Durante il primo giorno della sessione invernale è stato eletto il nuovo vicepresidente della Conferenza episcopale calabra: è Monsignor Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro – Squillace. Subentra a Monsignor Francesco Milito, vescovo emerito di Oppido – Palmi, che nei mesi scorsi ha concluso il servizio di vicepresidente della Cec per raggiunti limiti di età: tutti i vescovi hanno espresso un sincero ringraziamento a Monsignor Milito per il lavoro svolto con competenza e dedizione in seno alla Conferenza ed a servizio della diocesi pianigiana.

I vescovi hanno poi manifestato concreta vicinanza agli agricoltori che in queste ore stanno manifestando il proprio dissenso rispetto alle politiche agricole dell’Unione Europea. Dagli accordi al ribasso fino alle norme sull’abbandono dei terreni, è in gioco anche il futuro della Calabria. I presuli auspicano un deciso ed unito intervento della politica calabrese a supporto degli agricoltori della Regione.

Durante i lavori è stata posta una rinnovata attenzione ai contributi delle varie Commissioni della Conferenza episcopale calabra affinché possano meglio mettere in atto il Cammino sinodale delle Chiese di Calabria: il lavoro delle Commissioni, infatti è espressione della comunione tra le diocesi e deve favorire scelte comuni per la crescita spirituale della regione.

Sono stati ascoltati i rappresentanti della Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia: la Vicepresidente per il meridione, dottoressa Lia Coniglio, e l’assistente spirituale nazionale, il vescovo Michele Pennisi. Entrambi hanno descritto il valore attuale delle Confraternite e hanno raccomandato di puntare sulla formazione, per superare tradizionalismi che non rispondono più alle esigenze del tempo presente.

I rappresentanti della Federazione Calabra della Confederazione dei Consultori Familiari di Ispirazione Cristiana, avvocato Raffaele Cananzi, dottor Roberto Pennisi, dottoressa Giovanna Tripodi, don Francesco Cuzzocrea, hanno evidenziato l’importanza che queste preziose istituzioni, a servizio della Vita e della Famiglia, e hanno auspicato che esse siano presenti e favorite in ogni diocesi.

I vescovi hanno, poi, continuato ad approfondire la riflessione operativa riguardante il cammino di qualificazione dell’Istituto teologico calabro e i processi necessari per una formazione dei presbiteri della regione sempre più adeguata alle necessità dei tempi e della nostra terra.

Al termine dei lavori, i vescovi hanno provveduto a nominare Monsignor Giuseppe Alberti quale Vescovo delegato per la Commissione per il Laicato, la Consulta per le Aggregazioni Laicali, la Commissione per il Lavoro, i Problemi Sociali, la Giustizia e la Pace. (rrc)

L’arcivescovo di Catanzaro-Squillace, mons. Claudio Maniago eletto vicepresidente della Cec

Prestigioso incarico per mons. Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, che è stato eletto vicepresidente della Conferenza Episcopale Calabra, subentrando a mons. Francesco Milito, vescovo emerito di Oppido – Palmi.

L’elezione è avvenuta nel corso della sessione invernale della Cec, presieduta dall’arcivescovo di Reggio Calabria mons. Fortunato Morrone, subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale ecclesiastico interdiocesano calabro e del Tribunale ecclesiastico calabro d’appello.

Monsignor Maniago è componente della Presidenza della Cec insieme al segretario, il vescovo di Mileto – Nicotera – Tropea, monsignor Attilio Nostro e al presidente della Cec, l’arcivescovo Morrone.

Monsignor Maniago è nato l’8 febbraio 1959 a Firenze. Dopo la maturità classica è entrato nel Seminario maggiore frequentando lo Studio Teologico Fiorentino. Alunno dell’Almo Collegio Capranica, ha conseguito la licenza in Liturgia presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. Il 19 aprile 1984 ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Dal 1987 al 1994 è stato rettore del Seminario minore diocesano, direttore del Centro diocesano vocazioni, membro del Consiglio pastorale diocesano e assistente ecclesiastico del Serra Club.

Nel 1988 è divenuto cerimoniere dell’arcivescovo metropolita di Firenze e ha iniziato ad insegnare Liturgia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale; nel 1991 è stato nominato direttore dell’Ufficio liturgico diocesano e membro della Commissione ordinandi. Dal 1994 è stato pro-vicario generale dell’arcidiocesi metropolitana, moderatore della Curia arcivescovile, canonico onorario della chiesa cattedrale di Firenze e nel 2001 è stato nominato vicario generale.

Il 18 luglio 2003 è stato nominato vescovo ausiliare di Firenze e consacrato l’8 settembre successivo. Nel 2008 è stato confermato vicario generale. Il 12 luglio 2014 è stato nominato vescovo di Castellaneta. Dal 2015 al 2021 è stato presidente della Commissione episcopale per la liturgia (Cel) e del Centro di azione liturgica (Cal). Dal 2016 è membro della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Il 29 novembre 2021 papa Francesco lo ha nominato arcivescovo di Catanzaro – Squillace: ha iniziato il suo ministero episcopale in Calabria il 9 gennaio 2022, solennità del Battesimo del Signore.

La Conferenza episcopale calabra ha espresso all’arcivescovo di Catanzaro – Squillace i migliori auguri di buon lavoro per il nuovo ministero a servizio di tutti i calabresi: anche a monsignor Maniago è affidato il gravoso compito di favorire un cammino comune delle Chiese calabresi alla luce del rinnovamento segnato dal cammino sinodale.

Il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, ha espresso i suoi auguri a mons. Maniago.

«Abbiamo imparato a conoscere le qualità pastorali di monsignor Maniago sin dall’inizio del suo ministero presso la nostra arcidiocesi, due anni fa – ha detto Fiorita – e per questo siamo certi che egli saprà dare il suo prezioso contributo alla nostra Calabria. A lui, dunque, gli auguri più affettuosi di buon lavoro».

Il Rettore dell’Università di Catanzaro, prof. Giovanni Cuda, ha espresso le più sincere congratulazioni, Sue e dell’intera comunità accademica catanzarese, all’Arcivescovo metropolita di Catanzaro Squillace Mons. Claudio Maniago, eletto Vicepresidente della Conferenza Episcopale Calabra.

«Un incarico importante, di continuità, per Sua Eminenza che già da tempo rappresenta una guida luminosa per la nostra comunità di fedeli», e ringrazia Mons. Maniago per «la disponibilità ad un servizio così importante che certamente svolgerà con passione e dedizione nell’interesse generale della intera collettività calabrese». (rcz)

PAPA FRANCESCO AI VESCOVI CALABRESI
AFFIDA UNA TERRA CHE NON SA CRESCERE

di PINO NANO – «A voi, vescovi, è stato affidato un compito importante, che richiede la fatica quotidiana dell’accompagnamento e del discernimento; grazie per tutto il lavoro, a volte nascosto e sofferto, che fate per i seminaristi. Grazie!»: a Roma, nella Sala del Concistoro Papa Francesco incontra in udienza privata la Conferenza Episcopale Calabra.

Ci sono i vescovi di tutta la regione. Con loro, i seminaristi che oggi in Calabria si stanno preparando a diventare i sacerdoti del futuro. Un’occasione solenne, unica, forse irripetibile, ma per Papa Francesco è anche il luogo ideale per dire quello che pensa davvero e anche in questa occasione il Papa non conosce nessuna mediazione.

Papa Francesco parla della Calabria come se ci fosse nato e cresciuto, con una consapevolezza e una determinazione che sono ormai tipiche del Santo Padre, e ai “fratelli di Calabria” indica la strada da seguire. È un monito forte per i sacerdoti presenti, una “strigliata amichevole” ai vescovi, una “preghiera accorata” per questa regione che non va da nessuna parte perché non cresce in nessun modo. 

Per riprendere a respirare, questa regione – dice il Papa – ha bisogno di una nuova Chiesa, che non vuol dire “seminari dovunque”, o “seminari aperti a pochi seminaristi”, o peggio ancora seminari da tenere aperti in nome di un principio che non resiste più a nessuna giustificazione morale possibile. In una terra come la vostra, fa capire il santo Padre, ne basterebbe uno, al massimo due, non di più.

E più che di seminari, aperti o semiaperti, la Chiesa – aggiunge Papa Francesco – ha bisogno invece di sacerdoti moderni, preparati, convinti, consapevoli del proprio ruolo, che sappiano essere pastori fedeli alle regole della carità e della solidarietà, che “rifiutino le mollezze e le comodità che il loro ruolo spesso comporta”, che si interroghino sul futuro delle nuove generazioni, che spronino i giovani a credere nella speranza, che si guardino attorno, che vadano per strada e che diventino padroni del territorio per cui sono chiamati ad esercitare il ruolo di pastori. 

L’analisi del Papa è a tratti impietosa.

«Basta con questo eterno provincialismo», basta con questo sentirsi a tutti i costi lontani da tutto e da tutti, basta con questo eterno piangersi addosso, qui serve più che mai la consapevolezza di poter cambiare le cose e di saper accompagnare il rinnovamento delle coscienze. 

«Anche se la vostra terra a volte sale alla ribalta della cronaca portando alla luce vecchie e nuove ferite, mi piace ricordare che siete figli dell’antica civiltà greca e ancora oggi custodite tesori culturali e spirituali che uniscono l’Oriente e l’Occidente. Omero, nell’Odissea, narra che Ulisse, verso la fine del suo viaggio, approdò ad un lembo di terra da cui poté ammirare la bellezza di due mari. Questo fa pensare alla vostra terra, gemma incastonata tra il Tirreno e lo Ionio. Ed essa brilla anche come luogo di spiritualità, che annovera importanti Santuari, figure di santi e di eremiti, nonché la presenza della Comunità greco-bizantina. Tuttavia, questo patrimonio religioso rischierebbe di restare solo un bel passato da ammirare, se non ci fosse ancora oggi, da parte vostra, un rinnovato impegno comune per promuovere l’evangelizzazione e la formazione sacerdotale».

Duro, rigoroso, quasi iconico l’appello che il santo Padre rivolge ai tanti seminaristi presenti.

«Questa è la vostra vocazione: fare strada con il Signore, l’amore del Signore. Stando attenti a non cadere nel carrierismo, che è una peste, è una delle forme di mondanità più brutte che possiamo avere, noi chierici, il carrierismo».

Papa Francesco va dritto all’obbiettivo come un macigno che rotola dalla rupe e il suo saluto ai “fratelli calabresi” si trasforma in una lezione di teologia morale.

«Qual è il desiderio che vi ha spinto a uscire incontro al Signore e a seguirlo sulla via del sacerdozio? Cosa stai cercando in Seminario? E cosa cerchi nel sacerdozio?» Dobbiamo chiedercelo, perché a volte succede che «dietro apparenze di religiosità e persino di amore alla Chiesa», in realtà cerchiamo «la gloria umana e il benessere personale».

È molto triste quando trovi sacerdoti che sono funzionari, che hanno dimenticato l’essere pastori di popolo e si sono trasformati in chierici di Stato, come quelli delle corti francesi, “monsieur l’Abbé”, erano chierici di Stato. È brutto quando si perde il senso sacerdotale. Magari cerchiamo il ministero sacerdotale come un rifugio dietro cui nasconderci o un ruolo per avere prestigio, invece che desiderare di essere pastori con lo stesso cuore compassionevole e misericordioso di Cristo. Ve lo chiedo con le stesse parole di uno dei vostri Annuari: «volete essere sacerdoti clericali che non si sanno impastare con la creta dell’umanità sofferente, oppure essere come Gesù, segno della tenerezza del Padre?” .

Papa Franceso ridiventa per un giorno pastore tra i pastori.

«Non dimenticatelo mai, il Seminario è il tempo in cui fare verità con noi stessi, lasciando cadere le maschere, i trucchi, le apparenze. E in questo processo di discernimento, lasciarvi lavorare dal Signore, che farà di voi pastori secondo il suo cuore. Perché il contrario è il mascherarsi, il truccarsi, l’apparire, che è proprio dei funzionari, non dei pastori di popolo ma dei chierici di Stato».

Papa Francesco non lesina domande ai fratelli calabresi, e rivolgendosi ai Vescovi presenti chiede: «Che cosa desiderate per il futuro della vostra terra, quale Chiesa sognate? E quale figura di prete immaginate per il vostro popolo?».

«Il prete non possiamo più pensarlo come un pastore solitario, chiuso nel recinto parrocchiale o in gruppi di pastori chiusi; occorre unire le forze e mettere in comune le idee, i cuori, per affrontare alcune sfide pastorali che sono ormai trasversali a tutte le Chiese diocesane di una Regione. Penso, per esempio, all’evangelizzazione dei giovani; ai percorsi di iniziazione cristiana; alla pietà popolare – voi avete una ricca pietà popolare –, che ha bisogno di scelte unitarie ispirate al Vangelo; ma penso anche alle esigenze della carità e alla promozione della cultura della legalità».

In sala il silenzio assoluto, si avverte solo il respiro del Papa, che ad un certo punto apre un file che nessuno immaginava potesse mai aprire e lo fa anche questa volta con una domanda che è un pugno nello stomaco al Paese.

«Come vanno i vostri tribunali? Come va l’esercizio della giustizia nella vostra diocesi?».

Volete una ricetta utile? Ecco che Francesco prova a darla ma per chi segue l’incontro è un altro pugno nello stomaco alla tradizione del passato.

«Tutto ciò chiama a formare preti che, pur provenendo dai propri contesti di appartenenza, sappiano coltivare una visione comune del territorio e abbiano una formazione umana, spirituale e teologica unitaria. Perciò, vorrei chiedere a voi Vescovi di fare una scelta chiara sulla formazione sacerdotale: orientare tutte le energie umane, spirituali e teologiche in un unico Seminario. Dico unico. Possono essere due ma sommati: orientare verso l’unità, con tutte le variabili che ci possono essere ma arrivare lì. Questo non vuol dire annientare i seminari; vedete come fare questa unità».

«Un seminario di 4, 5, 10 non è un seminario, non si formano seminaristi; un seminario di 100 è anonimo, non forma i seminaristi… Ci vogliono piccole comunità, anche dentro un grande seminario, o un seminario a misura umana; che sia il riflesso del collegio presbiteriale. È un discernimento non facile da fare, non facile. Ma si deve fare e si devono prendere decisioni su questo. Non sarà Roma a dirvi cosa dovete fare, perché il carisma lo avete voi. Noi diamo le idee, gli orientamenti, i consigli, ma il carisma lo avete voi, lo Spirito Santo lo avete voi per questo. Se Roma incominciasse a prendere le decisioni sarebbe uno schiaffo allo Spirito Santo, che lavora nelle Chiese particolari».

Papa Francesco ha lo sguardo pesante, il corpo non lo aiuta più di tanto, ma la sua lezione va avanti come un treno in corsa e non concede sconti a nessuno.

«Abbiamo bisogno di occhi aperti e cuore attento per cogliere i segni dei tempi e guardare avanti! Raccomando a tutti, non solo ai vescovi, raccomando di discernere cosa vuole lo Spirito Santo per le vostre Chiese. E questo lo devono fare i Vescovi – la decisione –, ma lo dovete fare tutti voi per dire ai Vescovi cosa sentite e come, le idee… È tutto il corpo della diocesi che deve aiutare il Vescovo in questo discernimento. Poi lui si assume la responsabilità della decisione».

L’appello finale Papa Francesco lo dedica ai Vescovi presenti.

«Per favore, non lasciatevi paralizzare dalla nostalgia e non restate prigionieri dei provincialismi che fanno tanto male! E voi, Vescovi emeriti, non fate mancare nel silenzio e nella preghiera il vostro sostegno a questo processo. Dico nel silenzio e nella preghiera perché, quando un Pastore ha concluso il proprio mandato, emerge il suo profilo spirituale e il modo in cui ha servito la Chiesa: si vede se ha imparato a congedarsi «spogliandosi… della pretesa di essere indispensabile», oppure se continua a cercare spazi e a condizionare il cammino della diocesi. Chi è emerito è chiamato a servire con gratitudine la Chiesa nel modo che si addice a questo suo stato».

«Non è facile congedarsi; a tutti è richiesto uno sforzo per congedarsi. Ho scritto una lettera sull’argomento che incominciava con queste parole: “Imparare a congedarsi”, senza tornare a ficcare il naso, imparare a congedarsi e mantenere quella presenza assente, quella presenza lontana, per cui si sa che l’Emerito è lì ma prega per la Chiesa, è vicino ma non entra nel gioco. Non è facile. È una grazia dello Spirito imparare a congedarsi».

Applausi scroscianti alla fine della lezione del Papa, e in dono al Pontefice un cesto di arance e di limoni delle nostre terra. Ma stando in fondo alla sala, lontani da tutto, si coglie perfettamente bene il senso della sfida che Francesco affida oggi ai Padri della Chiesa calabrese. Una nuova rivoluzione, insomma, che Papa Francesco, questo lo si coglie bene dalla lezione di oggi, accompagnerà fino in fondo e fino all’ultimo. (pn)

La Garante regionale della Salute ha incontrato i vescovi calabresi

La Garante regionale della Salute, Anna Maria Stanganelli, ha incontrato la Conferenza Episcopale Calabra, presieduta da mons. Fortunato Morrone,  in occasione dei lavori della consueta sessione invernale incentrati sui problemi del territorio, quali la Sanità.

A margine dell’incontro, i vescovi hanno prospettato la possibilità di un protocollo d’intesa tra l’ufficio del Garante e la stessa Cec ribadendo tutto il loro incondizionato sostegno nei confronti di questa nuova figura istituzionale di vigilanza sui diritti alla salute del popolo calabrese e proponendo dei confronti periodici.

«Potermi relazionare con voi che rappresentate la Chiesa universale, depositaria dei bisogni dei più deboli, – ha esordito Stanganelli – è motivo di grande emozione ma, soprattutto, mi dà l’opportunità di avviare un dialogo che vorrei fosse costante e costruttivo in tema di diritto alla salute. Qualche giorno fa, ho avuto modo di ascoltare le parole di Papa Francesco nel corso di un’udienza che ha avuto con gli operatori sanitari: “la salute – ha detto il Papa – non è un lusso, un mondo che non assiste chi ha bisogno di cure è un mondo cinico e che non ha futuro”».

«E, allora – ha detto ancora – io credo che bisogna ripartire da questa riflessione e ritengo l’istituzione della figura del Garante della Salute una grande conquista di civiltà per l’affermazione dei diritti di tutte le persone».

Stanganelli si è, quindi, soffermata sulle numerose segnalazioni che, quotidianamente, pervengono all’ufficio del Garante da parte di persone anziane, giovani, malati oncologici, enti che segnalano criticità, istituti di pena: «devo dire, però – ha rimarcato – che da parte di tutti l’approccio nei confronti di questa nuova figura è di fiducia, perché rappresenta un riferimento istituzionale a cui ci si può rivolgere per ottenere equità ed efficienza».

«Credo – ha continuato – che bisogna superare prospettive a volte autoreferenziali e pensare di mettere al centro i bisogni del cittadino che non è un altro rispetto a noi ma è uno delle tante persone che rappresentano il volto di ognuno di noi nei vari momenti della nostra vita. Fondamentale sarà la collaborazione con voi, che nel quotidiano avete un ruolo privilegiato, perché riuscite a percepire i bisogni dei soggetti fragili con spirito di gratuità, senza filtri, voi che ogni giorno siete chiamati ad una missione, a seguire chi si trova in povertà e in situazioni di abbandono quindi ritengo molto importante che ci sia collaborazione con le istituzioni ma, soprattutto, con la Chiesa e con le associazioni per un percorso che diventi una sorta di “patto per la salute”».

«Se uniamo le professionalità, le tecnologie a quelli che sono i bisogni dei pazienti possiamo davvero rendere un servizio al territorio e collaborando insieme – ha concluso – possiamo affrontare tutte le sfide che si presenteranno per una sanità migliore».

Da parte loro, i vescovi hanno rimarcato il fatto che affinché la speranza non diventi un’illusione vada organizzata concretamente così come concretamente, a turno, hanno segnalato alla Garante le varie criticità che giornalmente pervengono loro dal territorio regionale presentando un quadro drammatico della sanità calabrese, a cominciare dalla saturazione dei Pronto Soccorso per arrivare al servizio di pronto intervento spesso privo di medici a bordo, passando per le lunghe liste d’attesa. La Cec, tramite Mons. Nostro, vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, nonché segretario della Conferenza Episcopale Calabra, ha chiesto alla Garante in cosa possono rendersi utili i vescovi per rendere al meglio la loro collaborazione e venire incontro al servizio che già la stessa Garante rende, individuando i bisogni del territorio e stabilendo insieme delle strategie risolutive per le diverse criticità.

«Da questa sala – ha rimarcato Mons. Morosini, Arcivescovo Emerito di Reggio Calabria-Bova,  nel suo intervento – è passata tanta gente, abbiamo discusso di piani regionali, progetti, disegni, firmato protocolli ma è rimasto tutto lettera morta. Apprezzo il suo entusiasmo e la sua buona volontà – ha aggiunto parlando al Garante – ma dall’altra parte serve una risposta seria altrimenti la sua voce si perderà nel deserto. La speranza noi ce l’abbiamo, ma la Sanità in Calabria non è più una questione di misericordia ma di giustizia».

Gli ha fatto eco Mons. Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e responsabile alla sanità della Cec: «la domanda che bisogna porsi – ha detto – è qual è la visione della Sanità che si ha in Calabria, qual è il rapporto tra medicina sanitaria ospedaliera e quella territoriale, la cosiddetta medicina di comunità; anche io mi occupo di Sanità all’interno della Cec e ogni giorno vedo cose che gridano vendetta al cospetto della giustizia; garantire il diritto alla salute è una sfida di democrazia e di civiltà».

Infine, Mons. Francesco Milito, vescovo della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, nonché Vice Presidente della Cec, nel ringraziare la Garante Stanganelli per la sua testimonianza ha ribadito la disponibilità della Consulta della Cec per il servizio della salute nel dare sostegno alle sue attività di tutela dei diritti dei cittadini e ha invitato la stessa al Santuario di Molochio, il prossimo 11 febbraio, in occasione della Giornata internazionale dell’ammalato, per consegnarle una miniatura con dedica del codice di Rossano dove è contenuta anche la parabola del buon samaritano. (rrc)

Accordo tra Regione e Conferenza Episcopale Calabra per tutela dei beni culturali ecclesiastici

Importante accordo è stato stipulato tra la Regione Calabria e la Conferenza Episcopale Calabra, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici.

L’accordo è stato sottoscritto tra il presidente della Regione, Roberto Occhiuto e mons. Fortunato Morrone, presidente della Cec.

«L’accordo quadro tra la Regione e la Conferenza Episcopale Calabra – ha detto Occhiuto – per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali appartenenti agli enti e alle istituzioni ecclesiastiche, punta alla valorizzazione e alla ristrutturazione dei beni ma, soprattutto, alla predisposizione di attività utili a farli diventare patrimonio per la Calabria e per la diocesi e, quindi, a renderli fruibili».

«Questo accordo è un importante punto di partenza, e potremmo dire che è anche un atto politico, nel vero senso del termine. È una visione, una sinergia, una collaborazione per il bene di tutta la Calabria», ha sottolineato Monsignor Fortunato Morrone.

«In base agli accordi che intervengono tra queste due realtà, la Regione – ha dichiarato l’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Rosario Varì –. metterà a disposizione le risorse necessarie per la valorizzazione dei beni ecclesiastici e la Conferenza episcopale si impegna a renderli fruibili per tutti coloro, turisti e calabresi, che vorranno visitarli».

«In base all’accordo con la Regione sulla valorizzazione – ha detto il vescovo di Lamezia Terme, mons. Serafino Parisi – la tutela, e la fruizione dei beni ecclesiastici che riguarda tutte le dodici diocesi calabresi, abbiamo già indicato un elenco delle priorità sulle quali si può, di volta in volta, intervenire. Di fatto, l’obiettivo è quello di velocizzare i processi di identificazione, sistemazione e ristrutturazione dei beni ecclesiastici per renderli fruibili a tutta la Calabria». (rcz)