Partita la petizione per ‘Salvare Piazza De Nava dalla demolizione’

Salviamo Piazza De Nava dalla demolizione. È così che si chiama la petizione lanciata dalla Fondazione Mediterranea e dal Comitato Civico Piazza De Nava, con cui si chiede di «bloccare questo progetto demolitivo della storia cittadina, della memoria collettiva e dell’identità dei luoghi» e indirizzata al sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà e al ministro della Cultura, Dario Franceschini.

«La Soprintendenza ai Beni Architettonici di Reggio Calabria – si legge nel testo della petizione – ha approvato un progetto di completa demolizione della storica e centrale Piazza De Nava, antistante al Museo Nazionale Archeologico della Magna Graecia, edificata nel 1918».

«La Soprintendenza – prosegue il testo – vuole distruggere questo raccolto ed elegante salotto cittadino, altamente identitario e carico di storia, simbolo della ricostruzione post-terremoto 1908, e mutilare il monumento all’on. Giuseppe De Nava, artefice della ricostruzione, per costruirvi un banalissimo “vasto spazio” in cui sarà possibile tenere “mostre, esposizioni ed eventi folkloristici” (testuale dal progetto definitivo)». (rrc)

Link per firmare la petizione.

È nato il Comitato Civico per tutela e valorizzazione di Piazza De Nava di Reggio

A Reggio Calabria è nato un Comitato Civico per tutelare e valorizzare Piazza De Nava di Reggio Calabria, promosso dalla Fondazione Mediterranea e intitolato al compianto prof. Vincenzo Pamnuccio.

L’obiettivo del Comitato, che sarà guidato dai rappresentanti delle associazioni culturali reggine che si sono apertamente schierate contro il progetto della Soprintendenza, è quello di «operare, con responsabile senso civico e ponendo in essere tutte le legittime attività che si riterranno opportune, a favore della tutela e della valorizzazione della storica piazza reggina intitolata a Giuseppe De Nava, in un’ottica di maggiore comune interesse cittadino».

Il Comitato, infatti, è nato dall’esigenza, da parte della cittadinanza, «di far sentire la sua voce in merito a decisioni che stravolgono il loro vissuto di consapevoli cittadini, ovvero sul progetto di totale demolizione della storica piazza De Nava per edificarvi uno “spazio aperto” in cui tenere anche “fiere, mercati ed esposizioni”».

«Va ricordato – si legge in una nota – che il progetto demolitivo ha origine al di dentro della Soprintendenza reggina per i beni architettonici e paesaggistici ovvero intra moenia alla struttura amministrativa che per sua specifica mission avrebbe dovuto tutelare la memoria cittadina e l’identità dei luoghi. Un plateale quanto incomprensibile abbandono della mission ministeriale, fino a poco tempo prima ribadita con ferrea determinazione a proposito del Lido Comunale, sottoposto a tutela con i risultati di vergognoso degrado che tutti abbiamo sotto gli occhi».

«La cittadinanza, che non può avere più fiducia in un’articolazione dello Stato – continua la nota – che non ha più un indirizzo univoco e coerente ma che inverte totalmente giudizi e metodi a distanza di pochi anni, dopo essersi espressa quasi all’unanimità sui social contro la demolizione della piazza e la mutilazione del monumento, si costituisce ora in Comitato per attuare tutte quelle misure, anche di piazza, che saranno ritenute necessarie a impedire lo scempio della storia cittadina».

«In via estensiva – si legge ancora – tale mission si intende diretta anche a favore di tutto il patrimonio urbanistico storico-archeologico di Reggio Calabria e della Città Metropolitana».

«I termini politici, nel senso alto e nobile del termine – prosegue ancora la nota – la nascita di questo Comitato non va sottovalutata: un movimento civico spontaneo che democraticamente intende delegittimare l’operato di un’articolazione dello Stato sul territorio. La Soprintendenza rappresenta oggi un grumo di potere apparentemente inscalfibile, che incute timore a cittadini e amministratori».

«Lo dimostra – conclude la nota – la posizione ancillare e servente assunta dai dirigenti comunali che hanno dato il consenso alla demolizione di uno storico exemplum razionalista italiano della ricostruzione senza il più banale straccio di commento: un pavido “si” a una richiesta cui non si poteva rispondere negativamente. Ma cittadini liberi e con la schiena dritta non si piegano ai ricatti del potere». (rrc)

L’OPINIONE/ Francesco Arillotta: È tempo di stendere la coltre dell’oblio sul “Progetto Vitetta”

di FRANCESCO ARILlOTTADa due circostanziati ‘servizi’ apparsi sulla stampa (quando avremo comunicati ufficiali?), si è appreso che il Segretariato Regionale per la Calabria del Mibac e la Soprintendenza Abap, a seguito di non meglio precisate “prescrizioni” “pregnanti”, avrebbero incaricato un Gruppo Tecnico, interno alla Soprintendenza stessa, di rielaborare il cosiddetto Progetto Vitetta, riguardante l’ormai molto noto intervento sulla storica Piazza Giuseppe de Nava di Reggio Calabria.

Il tutto, sembra, allo scopo di garantire il mantenimento della sua ‘identità’ (forse si sono letta l’ordinanza sovrintendentizia del 2007). Una prima osservazione: se ciò rispondesse a verità – e la serietà professionale dell’articolista lo garantisce – gli organi statali sopra indicati, promotori e sostenitori di quel progetto, avrebbero finalmente riconosciuto che esso non garantiva la tutela della preziosa ‘identità’ della Piazza, per come da sempre sostenuto da chi, come noi, avversa quel progetto, e avrebbero deciso di intervenire, accogliendo, implicitamente, le contestazioni piovute   loro addosso da tutte le parti. Seconda osservazione: quali sono le fonti ed i contenuti di queste prescrizioni addirittura “pregnanti” (sic)?

Chi scrive, nella qualità di Presidente dell’Associazione “Amici del Museo di Reggio Calabria”, ha chiesto formalmente agli organismi interessati, ai sensi dell’art. 9 della legge 241\90, in quanto “associazione portatrice di interessi diffusi ”, di essere opportunamente e doverosamente informato; ma, ad oggi, nessuna risposta è pervenuta.

Sempre dai “servizi” in questione, queste modifiche consisterebbero nel fatto che le due fontane marmoree a conchiglia che ornano i lati del gruppo monumentale dedicato al fu ministro Giuseppe de Nava, che nel progetto venivano, incomprensibilmente eliminate e sostituite con due vaschette buone per i pediluvi dei turisti accaldati, resterebbero al loro posto. Ed anche il monumento non verrebbe spostato. Pure questo è un adeguarsi alle proteste sollevate da ogni dove.

Però, sembra che ciò fatto, il resto del progetto resterebbe integro. Infatti, si parla di smontaggio dei pilastrini in pietra locale, che, insieme alle balaustre tubolari, costituiscono la caratteristica artistica della piazza e la sua datazione stilistica. Verrebbe rifatta la pavimentazione, sostituiti gli attuali lampioni e data una  una rimodulazione alla flora esistente. In più si procederebbe alla eliminazione del manto di asfalto sulle quattro brevi strade che circondano la piazza. 

Ultima osservazione: ma veramente, per smontare 29 pilastrini, per mandare in discarica 36 tubi metallici, per  cambiare 250-300 metri quadrati di pavimento, per sostituire una dozzina di alberi, per asportare poco più di 200 metri lineari di asfalto (con grande sollazzo degli automobilisti reggini, che male direbbero in eterno l’autore di una così brillante idea!), per cambiare quattro lampioni, si dovrebbero impegnare 5 milioni di euro, cioè 10 miliardi delle vecchie lire? Ci sarebbe di che far intervenire la Corte dei Conti. Oppure c’è qualcosa del Progetto Vitetta (ancora lo spianamento totale della piazza) che in questa fase si preferisce non far emergere?

Cosa possono significare questi ballon d’essai, che sembrano lanciati per tenere buona l’opinione pubblica reggina? Potrebbero essere segnale di un disagio che il Segretariato Regionale e la Soprintendenza Abap (incarichi che, per una grave anomalia funzionale, coincidono nella stessa persona) avvertono? Forse ci si rende conto di essersi cacciati in un ginepraio, dal quale non si sa come uscire senza perdere la faccia? Pur “in modo rispettoso di ruoli e competenze”, come dice il mio amico Enzo Vitale di Fondazione Mediterranea, potremmo suggerire, a chi tocca, di rifarsi ai saggi, antichi comportamenti della Curia Romana, la quale, nei secoli andati, risolveva problemi di questo genere facendo scendere sulla spinosa vicenda la cortina del silenzio, stendendo una spessa coltre di oblio sul tutto.

Nel 2013, Reggio Calabria fu agitata dall’ipotesi del cosiddetto Progetto Di Battista, elaborato manco a dirlo dal Segretariato Regionale per la Calabria, che prevedeva un scavo profondo 12 metri su tutto il fronte del palazzo del Museo Nazionale, 103 trivellazioni in piena area archeologica e 3 cabine di sollevamento ascensori alte 4 metri sul marciapiede antistante proprio Piazza de Nava (che all’epoca, evidentemente, il Segretariato Regionale per la Calabria non considerava “l’anticamera del Museo”, come proclama ad alta voce oggi…).

Questa Associazione chiamò a raccolta tutte le forze culturali della città, per una decisa opposizione a tanto delirante scempio. Seguirono momenti di grande impegno civico ed alla fine, sulla base anche di un mio dossier articolato e documentato predisposto su incarico del Presidente, prof. Vincenzo Panuccio, il Ministero dei Beni e delle Attività culturali decise che non si procedesse ad ulteriori fasi di realizzazione del progetto stesso. E così la pace tornò in città, l’area Nord del centro urbano non venne rovinata, così come si vorrebbe fare oggi e, quasi nessuno ricorda più il pericolo che la Città aveva corso. Non ci sono altre soluzioni, più o meno pasticciate: la Città non lo sopporterebbe. Bisogna accantonare definitivamente il Progetto Vitetta; che non se ne parli più!

Passato tutto nel dimenticatoio, si potrà fare una seria valutazione di come utilizzare le somme disponibili (in proposito, va ricordato che lo stanziamento iniziale legato al “Progetto Di Battista”, di cui la somma investita nel Progetto Vitetta è derivazione, era di 10 milioni di euro; con quali criteri, e per quali interventi sono stati utilizzati i primi 5 milioni?), per arricchire e meglio valorizzare il patrimonio archeologico di Reggio Calabria. (fa)

L’OPINIONE/ Enzo Vitale: La debole difesa della Soprintendenza su Piazza De Nava

di ENZO VITALE – Dispiace dover pubblicamente stigmatizzare la nota della Segreteria Regionale del Mic ma, avendo riscontrato inesattezze e imprecisioni, ovvero affermazioni per nulla suffragate da fatti e documenti, si è obbligati in tal senso.

Procederemo in modo rispettoso di ruoli e competenze, rifacendoci sempre e comunque a quei fatti e documenti che dimostrano in modo inoppugnabile che le affermazioni della Segreteria Regionale sono solo parole senza valida documentazione a loro sostegno.

Queste parole non hanno alcuna corrispondenza, né con il progetto preliminare né con quello definitivo, approvato in sede di Conferenza dei Servizi. I progetti, infatti, prevedono la demolizione completa dell’esistente e la mutilazione del complesso monumentale. Questi sono fatti, non parole, e collidono in maniera plateale, senza se e senza ma, con le affermazioni della Segreteria Regionale.

Vero è che la Segreteria parla al futuro. Dovremmo crederle? La cittadinanza, di fronte a un progetto di demolizione e mutilazione dovrebbe starsene tranquilla, sperando che si mantenga la parola data sulle colonne di un quotidiano? Dovremmo credere che i progetti di cui sopra verranno rimodulati?

La Segreteria afferma che la demolizione sarà parziale, che non vi sarà la programmata mutilazione, e che così si farà “tornare la piazza alla sua originaria identità”. Ma come si possono fare queste affermazioni? Davvero a Catanzaro credono che la cittadinanza reggina abbia gli anelli al naso e aspetti in dono perline e specchietti? O che la cittadinanza sia analfabeta, tanto da non leggere nel progetto che si vuole creare uno “spazio aperto in cui tenere “fiere e mercati”? È questa idea di “identità” che ha in mente la Segreteria Regionale? Con quale animo i reggini possono ancora credere alle promesse che provengono da uffici catanzaresi?

Si afferma che le associazioni sono state in contraddizione fra di loro. Anche questo non corrisponde al vero. Tranne qualche isolata voce, in palese conflitto di interessi, e un Club che ha perorato la causa della piazzetta Alvaro, all’unisono il coro è stato contrario al progetto demolitivo. Non viene affatto citata la Fondazione Mediterranea, a fronte delle cui motivatissime obiezioni è slittato il primo termine di chiusura della Conferenza dei servizi, per far sì che la Commissione Cultura ascoltasse l’arch. Vitetta.

Come è andata a finire? Che la citata ha avuto l’idea di affermare che la pietra di Lazzaro, derivante delle previste demolizioni delle tracce di architettura razionalista italiana, coeve al Tempio della Vittoria e Piazza del Popolo oltre che caratteristiche della ricostruzione reggina, sarebbero state riutilizzate per la pavimentazione della nuova piazza. Questo è bastato per ottenere il placet anche dalla Commissione Cultura.

Lasciamo ai lettori la valutazione: giusto per fare un esempio è come se si deliberasse, mutatis mutandis, di abbattere il Colosseo per fare uno stadio e di mantenerne la sua memoria riutilizzandone le pietre.

La Segreteria Regionale, per giustificare la demolizione e la mutilazione, ha fatto sua questa idea. Non mi sembra di dover di aggiungere altro, in questa sede, tranne che sottolineare l’assoluta debolezza delle affermazioni a difesa di un progetto che viene rigettato dalla quasi totalità della cittadinanza (97%), e stigmatizzato con venature diversificate dagli esperti consultati, tra cui l’ex rettore della Mediterranea prof. Alessandro Bianchi e il presidente del Comitato Scientifico del Louvre, prof. Salvatore Settis.

Per concludere, pur nel rispetto di ruoli e competenze, si deve ribadire che le affermazioni fatte su queste colonne dalla Segreteria Regionale del Mic non hanno corrispondenza né con il progetto preliminare né con quello definitivo. Se non vi sono altri progetti, di cui non si ha conoscenza, quanto accaduto è un fatto di una assoluta gravità: chi ha una funzione pubblica ha l’ineludibile dovere di essere parte terza e oggettiva, nel comune interesse della cittadinanza, mentre quella che ci è stata proposta è una difesa, per nulla riuscita, di una progettualità che mortifica la storia cittadina e la memoria collettiva e l’identità dei luoghi. (rv)

[Enzo Vitale è il presidente della Fondazione Mediterranea]

L’OPINIONE/ Pasquale Amato: Piazza De Nava, fermare lo scempio

di PASQUALE AMATO – Una cosa, è ricostruire una città sulle macerie di un terremoto o di una distruzione per aggressione di un nemico esterno. In questi casi, si possono effettuare anche modifiche radicali. E Reggio è stata riedificata diverse volte nella sua plurimillenaria storia dopo eventi sismici o devastazioni per attacchi esterni, a cominciare da quello del tiranno Dionisio I di Siracusa nel 386 aC.

Tutt’altra cosa è, invece, sconvolgere una Piazza storica come quella dedicata dai reggini a Giuseppe De Nava senza una specifica necessità o emergenza. È un’operazione assurda, di cui si fa fatica a intendere i motivi. E rappresenta un secondo tentativo di distruggere la Piazza, passando dall’orrenda “escavazione selvaggia” che venne neutralizzata da una corale contestazione della città ad uno spianamento altrettanto sconcertante contro cui si sta levando una nuova espressione collettiva di dissenso.

Si parla di Restyling. Ma è una finzione. Infatti, non si tratta di restauro ma di vero e proprio stravolgimento della Piazza ideata e realizzata nella fase epica della riedificazione della città dopo il terremoto catastrofico del 28 dicembre 1908 che distrusse il 95% degli edifici esistenti a Reggio e Messina e nelle rispettive aree limitrofe delle due sponde dello Stretto.

Una Piazza dedicata, peraltro, a Giuseppe De Nava, il più autorevole leader politico a livello nazionale che Reggio abbia espresso dal 1861 ad oggi. De Nava svolse altresì un ruolo preminente nella splendida ricostruzione, supportando nei suoi numerosi incarichi di governo l’azione condotta dall’on. Giuseppe Valentino (prima da Assessore e poi da Sindaco) e dall’ing. Pietro De Nava, Responsabile del Piano Regolatore.

Una Piazza su cui fu eretto il  pregevole monumento scolpito dall’artista polistenese Francesco Jerace, e che fu completata su un lato dall’imponente splendido edificio piacentiniano del Museo Archeologico Nazionale della Magna Grecia, e sull’altro dall’edificio dell’Ente Edilizio progettato dall’architetto Camillo Autore. Una piazza armoniosa e legata ad una specifica memoria storica, creata sulle macerie del Rione Santa Lucia raso al suolo dal sisma. Una Piazza la cui configurazione è proporzionata con il nuovo accesso al Corso Garibaldi, prolungato verso Nord sulle macerie del Rione.

Piazza De Nava rappresenta, pertanto, un orgoglio per il popolo reggino, che non è disposto ad accettare la sua demolizione rimpiazzata da uno spianamento. Il Segretariato Regionale dei Beni Culturali – titolare del Progetto contestato – deve quindi scegliere tra un suo radicale ridimensionamento e un azzeramento. I segnali sinora espressi sono quelli di un arroccamento sugli spalti di Fort Alamo in una posizione di difesa del progetto, accampando inattendibili motivazioni o meglio giustificazioni.

Che senso ha dire che questo disfacimento sia originato dalla volontà di avvicinare il Museo alla Città? Mai sentita una motivazione così avventata, come se davanti all’ingresso dell’edificio di Piacentini ci fosse un muro che ne impedisce l’accesso.

Che senso ha parlare di modernizzazione, mentre si cancella la memoria storica della magnifica ricostruzione?  Piazza Navona a Roma, Piazza della Signoria a Firenze, Piazza Plebiscito a Napoli, Piazza S. Marco a Venezia – e tante altre – sono testimonianze dell’epoca in cui sono state pensate e realizzate. Qualcuno ha mai pensato di stravolgerle per una presunta “modernizzazione”? Perché deve verificarsi solo per la Piazza De Nava di Reggio?

E che senso ha azzardare la forzatura di uno scontro di vago segno politico tra conservatori tradizionalisti e innovatori illuminati? Io spero vivamente che non prevalga questo estremo tentativo di alterare un dibattito che è super partes. Se prevalesse tale opzione sarebbe un grave oltraggio alla Città e alla sua storia plurimillenaria. (pa)

L’OPINIONE/ Pasquale Imbalzano: Sui lavori a Piazza De Nava un silenzio assordante dalla Soprintendenza

di PASQUALE IMBALZANO – Il dibattito che si è sviluppato nella pubblica opinione cittadina, intorno ai lavori di restauro della storica Piazza De Nava, sita in uno degli angoli suggestivi  della Città dello Stretto, e che vede confrontarsi, da un lato, i sostenitori (a dire il vero pochi) della completa demolizione e quasi integrale mutilazione del complesso statuario e, dall’altro, chi ha invece espresso l’esigenza di ristrutturare l’agorà conservandone il patrimonio storico e tutelando i canoni estetici a cui è ispirata, ci stimola, oggi, ad assumere una posizione netta rispetto alla necessità di difendere, per come espresso da larga parte della cittadinanza, questo angolo monumentale di Città, provvedendo ad un restauro che attualizzi il contesto senza cancellare la memoria storica e conservandone i medesimi  canoni estetici del luogo.

In questo senso, il dibattito  sui social media che vede, nel reciproco rispetto delle divergenti opinioni, una maggioranza schiacciante di cittadini a favore dell’intervento di natura conservativa della monumentale agorà De Nava, già di per sé deve indurre la Soprintendenza della Calabria ad assumere un atteggiamento dialogante verso tutti coloro che hanno a cuore l’idea del miglioramento delle condizioni di fruibilità del luogo, senza intaccarne gli aspetti di memoria storica ed estetica di cui esprime validissima testimonianza.

Tuttavia, lascia a dir poco perplessi assistere ad un atteggiamento di pregiudiziale silenzio da parte di questa articolazione territoriale del Mibact, rispetto al sentimento in larghissima parte espresso dalla cittadinanza, atteso che, se è vero come è vero che nel recente passato altre importanti infrastrutture pubbliche della Città sono state fatte oggetto di interventi della Soprintendenza di tutela storica (vedi lo stop al progetto esecutivo di ristrutturazione con demolizione del manufatto in c.a. del Lido Comunale Genovese Zerbi), non si comprende il motivo per il quale quello stesso criterio non possa serenamente essere applicato al progetto di restauro del luogo, modificando il progetto preliminare esistente e conservando l’originaria impronta artistica della Piazza.

Non vorremmo che insista sul tema dell’acclarato rifiuto al dialogo di cui abbiamo appresso nei giorni scorsi, da parte della Soprintendenza, con i sodalizi aventi finalità sociali e la cittadinanza tutta, il prevalere di interessi eminentemente economici che rischierebbero di svilire il senso di appartenenza del civis, rispetto al contesto in cui vive per riflesso dell’imposizione di un progetto e di una realizzazione che, di restauro, non contiene nulla e che lo allontanerebbe da quel luogo, sortendo l’effetto opposto.

Orbene, proprio per non alimentare malevoli deduzioni tra i cittadini e per smentire il noto brocardo politico di andreottiana memoria “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”, compito della Soprintendenza è quello di riprendere il cammino del confronto con i sodalizi e la comunità cittadina che hanno a cuore la bellezza di quel luogo, al fine di giungere ad una soluzione architettonica di restauro che soddisfi quel sentimento di conservazione democraticamente espresso. (rrc)

[Pasquale Imbalzano è dirigente e esponente politico di Coraggio Italia]

L’OPINIONE/ Enzo Vitale: Piazza De Nava e lo strenuo rifiuto al confronto da parte della Soprintendenza

di ENZO VITALE – Un antidemocratico accentramento di poteri esclude, di fatto, da qualsiasi possibile intervento la cittadinanza che a larghissima maggioranza (97 per cento circa degli interventi sui social) è contraria alla demolizione di piazza De Nava e alla mutilazione del suo monumento.

Sebbene più volte sollecitati a un incontro pubblico, nel quale rendere chiare le ragioni del progetto di completa demolizione della storica piazza De Nava e della parziale mutilazione del complesso statuario collocato al suo centro, i responsabili della Soprintendenza e della Segreteria regionale del Ministero non hanno mai risposto. C’è qualcosa che non quadra in questo strenuo rifiuto al confronto. Un motivo ci deve pur essere.

Tra questi vi è, certamente, il desiderio di non perdere il finanziamento di cinque milioni (questa imbarazzante verità è stata, peraltro, affermata apertis verbis), di cui una parte andrà, legittimamente, nelle tasche dei progettisti. Tutto regolare, quindi, tutto secondo legge?

Riassumiamo. La soprintendenza reggina, individuata una linea di finanziamento, elabora un progetto preliminare, che non tiene in nessun conto la memoria civica né elementari canoni estetici. Lo chiama di “restauro”, ma di restauro non ha nulla, perché è una banalissima demolizione totale dell’esistente. La ditta che vince la gara, di Lucca, probabilmente ignara della storia cittadina e dell’affetto che i reggini hanno per la loro piazza, elabora un progetto definitivo che è un copia e incolla di quello preliminare.

La stazione appaltante, sempre costituita dalla solita Soprintendenza, gestisce una Conferenza di Servizi in cui si approva la demolizione. La stessa Soprintendenza esprime il rup, responsabile unico del procedimento, gestisce la gara per l’affido dei lavori, che presumibilmente sarà vinta dalla solita ditta di Lucca, e dulcis in fundo indica anche il responsabile dei lavori. Tutto in casa, quindi, senza che nessuno possa mettere mani o controllare. Tutto in regola e secondo le leggi, ovviamente.

I social sono ormai lo specchio del comune sentire: tra i molti commenti sulla questione, è riscontrabile solo un misero tre per cento di consenso all’intervento demolitivo su piazza De Nava. Ciò acclarato in maniera ampiamente documentabile, se vi fosse qualche interesse non coincidente con quello pubblico, se i fini non fossero condivisi dalla cittadinanza, se la città non volesse questa demolizione della piazza e la sua sostituzione con un non-luogo senza storia né memoria né identità, con quali mezzi potrebbe opporsi?

Questo accentramento in una sola struttura e nei suoi vertici, autoreferenti e inattingibili, è compatibile con il doveroso rispetto della volontà popolare? E se vi fosse qualche intento pur legittimo ma non dichiarato, o se vi fossero conflitti di interesse, con quali mezzi la cittadinanza potrebbe loro opporsi? Solo con il democratico confronto, che i vertici della Soprintendenza però rifiutano. (ev)

[Enzo Vitale è presidente della Fondazione Mediterranea]

Enzo Vitale: Va avanti il progetto di demolizione di Piazza De Nava

di ENZO VITALE – Passo dopo passo, con sfrontata insensibilità al sentimento prevalente della cittadinanza, va avanti il progetto demolitivo della storica e centrale piazza De Nava. Non vi è alcuna motivazione, né logica né razionale né estetica né etica, alla demolizione dell’impronta razionalista della ricostruzione reggina dopo il sisma del 1908: solo il banalissimo interesse a non perdere un finanziamento di 5 ml (interesse apertis verbis dichiarato dagli epigoni).

E alla città cosa ne deriverà oltre al fatto di radere al suolo una storica piazza per edificare uno squallido non-luogo? Assolutamente nulla! La ditta che vincerà sicuramente l’appalto dei lavori non è reggina e sarà la stessa che ha redatto il progetto definitivo, pagato ben 270 mila euro e di una tale banalità da rasentare l’elementarietà: nessun colpo d’ala architettonico, nessun rimando a orientamenti o scuole, nessuna particolarità, solo un misera visione senza storia e identità, semmai utile a togliere dal degrado una piazza di periferia non certo a far da corredo a un museo archeologico.

Marc Augè ha coniato il termine non-luogo per questo tipo di architettura: la nuova piazza De Nava ne rappresenta un esempio, nemmeno ben riuscito, miserrima com’è di scatti ideativi. Eppure non è ancora detto che ciò accada. Persa una battaglia, la guerra continua. (ev)

Enzo Vitale è presidente della Fondazione Mediterranea

Enzo Vitale (Fondazione Mediterranea): La mutilazione del monumento De Nava

di ENZO VITALE – La scomparsa delle eleganti conchiglie vagamente liberty, che ornano la base del monumento a Giuseppe De Nava, al centro dell’omonima piazza che si intende distruggere, non è un refuso del disegnatore che ha accompagnato il progettista nel suo delirio demolitorio.

Se si legge con attenzione il progetto definitivo, peraltro copia e incolla del preliminare e pagato ben 270mila euro, si può notare che lo snellimento del basamento museale è espressamente previsto con l’eliminazione appunto delle conchiglie. Non solo si intende demolire la piazza ma si sceglie anche di mutilare il monumento, banalizzandone il basamento con l’eliminazione dei rimandi al liberty reggino della ricostruzione. Il tutto con un progetto che viene chiamato di restauro. (rrc)

REGGIO, DEMOLIZIONE DI PIAZZA DE NAVA
COSÍ SI CANCELLA LA STORIA DELLA CITTÀ

di SANTO STRATI – Potrebbe sembrare una storia di beghe locali, circoscritta alla città di Reggio, invece rappresenta, in maniera univoca, come in tutta la regione prevalgano scelte slegate dal territorio e dalla volontà dei cittadini, ovvero un plateale distacco tra amministrazione e amministrati. Parlare di piazza De Nava, quella prospiciente Palazzo Piacentini (dove c’è il Museo Archeologico Nazionale) da un lato e il Palazzo di Camillo Autore dall’altro, significa – lo sappiamo – attizzare un fuoco che cova sotto la cenere, ma un giornale non può ignorare il malcontento popolare e le assurdità portate avanti a giustificazione di un’operazione di demolizione totale, che avrà un solo risultato, alla fine: la cancellazione della memoria storica cittadina.

Basta leggere l’atto di assenso del Comune alla demolizione della storica piazza intitolata a un grande della città, Giuseppe De Nava, per rendersi conto che il cosiddetto “restauro” (così viene definita la distruzione dell’attuale piazza) si giustifica alla fine con l’esigenza (!) di offrire spazi per “fiere, mercati ed esposizioni”.

Cosa resta – ha evidenziato il presidente della Fondazione Mediterranea, Enzo Vitale, uno dei più strenui difensori del mantenimento strutturale della piazza – dell’ambizioso progetto della Soprintendenza? Praticamente nulla. Attraverso la demolizione dell’esistente, secondo l’arch. Vitetta, si sarebbe dovuti arrivare a un’integrazione del Museo con una piazza completamente pedonalizzata e in connessione pedonale con il Monumento a Corrado Alvaro. Per quanto riguarda l’apertura del museo all’esterno, è stata rifiutata la proposta della Fondazione Mediterranea sulla creazione di teche protette in cui esporre materiale non deperibile contenuto negli scantinati museali. Con il diniego da parte del Comune di pedonalizzare via Vollaro, cadono gli altri due obiettivi: non vi sarà l’allargamento della piazza pedonalizzata sul lato sud e non vi sarà la connessione al Monumento Alvaro. Resta solo la demolizione dell’esistente per la creazione di uno spazio aperto, che avrà sostanzialmente la stessa volumetria dell’attuale piazza, da dedicare a “fiere, mercati ed esposizioni” (testuale dal progetto della Soprintendenza). In sintesi si demolisce un impianto storico, in stile razionalista e probabilmente disegnato dallo stesso Camillo Autore, progettista del palazzo fronteggiante il Museo piacentiniano, per costruirvi uno spazio aperto da dedicare a “fiere, mercati ed esposizioni”. Se è questa l’idea di città che ha in mente la Soprintendenza, che dovrebbe per sua mission tutelare i beni culturali, ovvero una città che in pieno centro storico demolisce piazze storiche per creare spazi aperti da dedicare a “fiere, mercati ed esposizioni”, siamo messi molto male».

«La cosa che lascia quantomeno perplessi – prosegue Vitale –, è la supina sottomissione dell’Amministrazione alle idee demolitive della Soprintendenza: le firme in calce al documento ne sono un inequivocabile segno. L’arch. Alberto DiMare, il dr. Giuseppe Melchini, l’arch. Domenico Macrì, l’ing. Domenico Scalo, l’arch. Domenico Beatino, come giustificano il loro parere positivo? Nel documento non c’è traccia di approfondimenti e analisi ma un semplice, e direi banale, “non si rilevano motivi ostativi”. È questo il modo di gestire i beni culturali di una città? Nessuna discussione, nessun dibattito, nessun approfondimento, nessun coinvolgimento della cittadinanza. Solo un banalissimo “non si rilevano motivi ostativi” alla demolizione di una storica piazza cittadina».

I reggini sono indignati, ma l’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Giuseppe Falcomatà pare non essersene accorta e già questo è un problema. Non può bastare la sola giustificazione che si corre il rischio di perdere il finanziamento di 5 milioni di euro destinato al “restauro” (si badi bene, restauro non distruzione!), perché non è vero: un restauro adeguato lasciando al suo posto ogni aspetto identitario della piazza permetterebbe ugualmente di utilizzare i fondi già stanziati. È l’ostinazione del  Segretariato regionale del MIC e della Sovrintendenza a negare l’evidenza “fotografica” della piazza e la necessità di mantenere intatta la sua storia. Sarà la stessa Sovrintendenza che alcuni anni fa ha impedito al Comune di dar luogo ai lavori (indispensabili e necessari) di ristrutturazione del Lido Comunale per preservare la “storicità” (1970) delle cabine balneari? Buttare giù una piazza storica sì, ristrutturare cabine fatiscenti no. C’è una logica che in molti, a Reggio e non solo, non riescono proprio a capire.

Per intenderci è come se a Catanzaro si demolisse piazza Matteotti (a partire dal Picconatore) – che, peraltro, non ha obiettivamente memoria storica: qual è il criterio che muove questo “misfatto” che si sta perpetrando ai danni della Città? Il sindaco Falcomatà avrebbe il potere di revocare l’atto di assenso dei tecnici e di negare gli interventi demolitivi della piazza, ma evidentemente non ha contezza del tipo di intervento distruttivo che sta, in buona sostanza, autorizzando.

Occorrerà, probabilmente, battere i pugni sui tavoli, organizzare flashmob, coinvolgere la parte pigra della città per bloccare (si è ancora in tempo) quest’azione distruttrice della memoria storica cittadina. Dopo l’interpellanza parlamentare e la lettera aperta ricevuta, il ministro Franceschini ha imposto alla Segreteria regionale di rispondere alle contestazioni fatte da Fondazione Mediterranea e Associazione Amici del Museo. I contenuti della risposta, giudicata lacunosa e imprecisa oltre che culturalmente debole, sono stati stigmatizzati con una lettera/denuncia inviata per conoscenza anche al Ministro.

Si legge, tra l’altro nella lettera: «Premesso che a una articolata e coerente e approfondita critica sul progetto (approvata nelle sue linee concettuali dal prof. Salvatore Settis, archeologo e architetto, Presidente del Comitato scientifico del Louvre, e dal prof. Alessandro Bianchi, ingegnere e urbanista, già Rettore dell’Università Mediterranea), proposta nelle giuste sedi e con interpellanza parlamentare oltre che naturalmente in sede di Conferenza di Servizi, si risponde in modo impreciso e lacunoso oltre che culturalmente fragile, comunque si ribatte in maniera puntuale alle considerazioni pervenute. Prima di procedere in maniera chiara e sintetica, occorre comunque evidenziare che in alcuni passi della lettera si va ben oltre l’approssimazione e la superficialità, giungendo a un vero e proprio tentativo di mistificazione: si fornisce una falsa rappresentazione della realtà oggettiva e si nega l’evidenza fotografica dello stato dei luoghi oggetto dell’intervento. In altri termini, pur di non ammettere che l’insieme è un esempio di architettura razionalista italiana del Ventennio, probabilmente ideata così com’è da Camillo Autore, progettista del coevo palazzo che vi si affaccia, quindi oggettivamente da tutelare anche perché ricadente nel centro storico urbano, si citano singolarmente i vari costituenti materici della piazza (“tubi di ferro”, “materiale lapideo”, “pali di illuminazione”, “bordatura delle aiuole”, ecc) affermando essere di nessun valore storico e architettonico. Così si va ben oltre la pur forte lesione della storia cittadina, della memoria collettiva e dell’identità dei luoghi: si arriva alla negazione tout court dell’esistente. Si opera una vera e propria mistificazione della realtà dei luoghi: un fatto grave, molto grave, in architettura e urbanistica come in altri ambiti professionali».

Fondazione Mediterranea e l’Associazione Amici del Museo contestano «l’inconsistenza concettuale e la debolezza culturale: contraddizioni interne al progetto tra “restauro” e “demolizione”; mancanza di identità del “non-luogo” che si va a costruire e mancato suo rapporto con la storia cittadina; destinazione d’uso per “fiere, mercati ed esposizioni”; mancanza di trasparenza amministrativa e di coinvolgimento cittadino; improponibile riferimento a uno schizzo del Piacentini, subito dallo stesso abbandonato perché collidente con la piazza già progettata; falsa questione del “servizio” al Museo; complessiva debolezza e “fragilità” culturale di tutto il progetto».

Nella lettera si azzarda un teorema: «Posto che la stessa struttura amministrativa dello Stato: 1) richiede e acquisisce e gestisce un finanziamento; 2) è artefice del progetto preliminare, riportato poi pedissequamente nel progetto definitivo; 3) è stazione appaltante ed è responsabile del procedimento; 4) indica la direzione dei lavori; 5) sarà beneficiaria di tutti gli emolumenti previsti dalla normativa; sarebbe legittimo pensare che, se in qualche passo si stesse commettendo un errore o un abuso, senz’alcun controllo esterno non vi sarebbe modo di porre riparo? Il persistere da parte della Segreteria Regionale del Ministero della Cultura in un atteggiamento di chiusura alle disinteressate e legittime e valide oltre che culturalmente inattaccabili richieste delle organizzazioni scriventi, spingerebbe queste a convincersi ancor di più di essere in presenza di interessi, singoli o di gruppo, collidenti con un’etica ricerca di soluzioni condivise e operate in un’ottica di bene comune».

Cosa aveva risposto il Segretariato regionale del Ministero della Cultura (MIC) che fa capo a Salvatore Patamia? «L’intervento – ha scritto il dott. Patamia – ha come obiettivo quello dell’integrazione di Piazza De Nava con il Museo Archeologico Nazionale, attraverso un’operazione culturale di riqualificazione del contesto urbano di riferimento. Il Museo in quanto istituzione deputata alla promozione della cultura è chiamato a svolgere un ruolo centrale nella città ed è esso stesso, come la Piazza, luogo pubblico portatore di valori.

«Il progetto – prosegue la lettera di Patamia – realizza un rapporto di connessione dialogica tra i due luoghi e nel contempo riqualifica il contesto urbano restituendo alla piazza la sua originale identità, ovvero la dimensione dell’agorà, come centro dinamico e culturale della città. La progettazione è stata ispirata dalla consapevolezza che piazza De Nava rappresenta un nodo fondamentale dell’impianto urbano consolidato ed è un luogo strategico per l’accoglienza di turisti e visitatori. La progettazione definitiva già conseguita è stata sviluppata sulla base degli indirizzi progettuali definiti nel PFTE dal gruppo di lavoro incaricato, costituito dai funzionari architetti della SABAP RC e W e del Segretariato Regionale, con gli apporti documentali dei Referenti del Comune di Reggio Calabria, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Facoltà di Architettura – Dipartimento PAU e Facoltà di Agraria. In coerenza con le istanze di tutela e con gli indirizzi definiti nel PFTE, la progettazione definitiva interpreta le connotazioni storiche della piazza (monumento a Giuseppe De Nava, fronti edilizi storici e strade che la delimitano) in chiave di miglioramento della fruibilità e dei servizi. La Piazza che ha visto peggiorare nel tempo le proprie condizioni di accessibilità e fruibilità, appare oggi spazio residuale, luogo poco accessibile e non inclusivo, funzionalmente disgiunto dal Museo. Unica emergenza monumentale di rilievo della Piazza è il monumento a Giuseppe De Nava, opera dello scultore Francesco Jerace, che sarà restaurato; le vie adiacenti verranno liberate dall’asfalto per mettere a vista il basolato d’epoca; il verde verrà rimodulato per ristabilire le originarie relazioni visive tra gli edifici monumentali immaginate e volute da Marcello Piacentini (progettista del Museo) nei suoi schizzi preparatori al progetto dell’edificio museale. Le criticità del comparto di riferimento come oggi si appalesa, inducono a ripensare questo luogo in termini di riscoperta di un rinnovato principio di urbanità.

«Le opere di pavimentazione e degli arredi verranno realizzate con materiali tradizionali, così come è avvenuto per le altre piazze storiche della città. Nessun materiale lapideo degno di pregio e testimonianza della storia territoriale sarà demolito, ma verrà smontato, restaurato e recuperato per essere riutilizzato nelle fasi di realizzazione dello stesso progetto. L’intervento prevede esclusivamente la demolizione della pavimentazione in mattonelle di cemento, priva di significato dal punto di vista storico-artistico, delle bordature delle aiuole, dei tubi di ferro, dei pali di illuminazione. Nessun stravolgimento quindi delle connotazioni storiche della Piazza verrà operato dal progetto ma, viceversa, la riqualificazione della Piazza andrà a definire uno spazio più aperto alla comunità locale, ai turisti e ai visitatori del Museo rispettoso di quelle caratteristiche storiche riconosciute e approfondite nel quadro conoscitivo del PFTE».

Queste argomentazioni sono confutate da Fondazione Mediterranea e dall’Associazione degli Amici del Museo:

«1) Si evidenzia l’insanabile contraddizione interna al progetto tra il titolo, che apre con la parola “restauro”, e la prevista “demolizione”, termine usato nel progetto, di tutta la piazza (ad eccezione della statua) e sua sostituzione con un’architettura in stile “non-luogo” (Marc Augé) che non ha alcun rapporto, né culturale né identitario, con quella preesistente degli anni Trenta né con la storia della città.

2) Come si può evidenziare nella documentazione progettuale, anche la statua del Jerace sarà soggetta non solo a restauro ma anche in parte a “snellimento”, con l’eliminazione di alcune parti del basamento/corredo marmoreo, facendo perdere alla stessa la sua conformazione sorgiva.

3) È quantomeno sbagliato affermare, quindi, che la concretizzazione delle idee base progettuali sia “un’operazione culturale”: non può essere considerata tale la demolizione di un esempio di architettura razionalista italiana del primo Novecento.

4) È un’azzardata previsione che la piazza, com’è stata progettata, diventi un “luogo pubblico portatore di valori”: i valori, che sono il portato della nostra storia intellettuale, hanno spesso bisogno anche di riferimenti materici storicizzati, non proprio della demolizione di una piazza storica per costruirci sopra un non-luogo, paradigma dell’assenza di valori.

5) Non ha nessuna base storica affermare che il progetto di demolizione “restituisce alla piazza la sua originale identità, ovvero la dimensione di agorà, come centro dinamico e culturale della città”: la piazza, così com’è, è frutto della ricostruzione dopo il terremoto del 1908 ed è antecedente all’edificazione del Museo piacentiniano. Quale dovrebbe essere questa fantomatica “originale identità” se in tempi precedenti alla sua costruzione era un luogo periferico e non frequentato, quasi extraurbano?

6) Per quanto riguarda l’abusato termine di “agorà”, occorre precisare che Reggio la sua Agorà (se si vuole usare il corretto e condiviso significato del termine) l’ha sempre avuta e continua ad averla: è piazza Italia, al centro dalla città, di cui tre lati sono costituiti dai palazzi rappresentativi (Prefettura, Comune, Provincia). Parlando di “agorà” cittadina a proposito dell’esito progettuale, una spianata senza storia né identità, si dimostra di non conoscere il significato né urbanistico né storico né corrente del termine agorà.

7) Come si può ignorare che, nella relazione che accompagna il progetto definitivo, questa nuova piazza, una volta divenuta “agorà” cittadina, verrà destinata a “fiere, mercati ed esposizioni”? È questo il concetto di identità dei luoghi o di apertura del Museo alla città?

8) Si cita un ipotetico “rinnovato principio di urbanità”, forse facendo riferimento ad alcune presunte cattive frequentazioni dell’attuale piazza. Ma una nuova piazza, che aspira a divenire centro della movida cittadina, si può ipotizzare che divenga immune dal degrado operato da torme di giovani gozzoviglianti nottambuli? Puranche piazza De Nava fosse degradata antropologicamente, cosa tutt’altro che documentata, è sensato affermare che in futuro non lo sarà?

9) Se si ragiona con i piedi per terra, il degrado sarà certamente accentuato per le caratteristiche intrinseche al progetto che, di basso livello culturale e orientato a gusti in stile parco tematico (basti pensare al previsto impianto di illuminotecnica e ai festoni luminescenti incastonati tra i rami del ficus magnoloide), paradigma del concetto di non-luogo di Marc Augé, sembra avere per specifico target i raduni giovanili notturni o essere destinato, come da progetto, a “fiere e mercati”.

10) Si parla di degrado della piazza e si insiste sul tema, dimenticando che in alcuni passi del progetto si descrive piazza De Nava come “in buono stato”.

11) Da notare che un intervento demolitivo di tal genere in centro storico avrebbe dovuto essere oggetto di un democratico dibattito pubblico (mentre la cittadinanza, se non fosse stato per il clamore sollevato dalle nostre critiche, non ne avrebbe saputo nulla), in linea con l’illuminata tradizione cittadina rispettata dai precedenti Soprintendenti (Paolo Orsi, Alfonso De Franciscis, Giuseppe Foti, Elena Lattanzi) che, con grandi iniziative culturali, hanno sempre coinvolto la Civitas in temi di tutela architettonica, saldando il loro rapporto con la città.

12) Da segnalare che non risulta esserci stato alcun coinvolgimento della direzione del Museo in un progetto che si definisce di supporto al Museo, e che nessuna sollecitazione dello stesso progetto è stata mai prodotta dalla citata Direzione.

13) La modalità asincrona della Conferenza dei Servizi ha comportato che le nostre critiche non siano pervenute in maniera completa ed esaustiva e che, tra l’altro, la Commissione Cultura della Regione abbia ascoltato solo la versione dell’arch. Vitetta, convocata ad hoc il 20 aprile, interessata perché ideatrice di tutta l’operazione.

14) Si fanno una serie di considerazioni, elementari e quasi banali, sulla necessità di valorizzazione della statua e del palazzo retrostante, del restauro del basolato lavico, ecc. Non si può che essere pienamente d’accordo. Tutto si potrebbe attuare, con minor spesa (ma forse questo è il problema), restaurando l’esistente storicizzato, piuttosto che raderlo a zero per costruire un non-luogo.

15) Non si parla più di pedonalizzazione dell’area, su cui vi è il parere negativo del Comune riguardo a via Vollaro: cade così uno dei capisaldi dell’impianto teorico del progetto, che prevedeva anche un continuum pedonalizzato tra la piazza e il Monumento Alvaro.

16) È logico porsi una domanda: cosa resta delle linee guida che avevano ispirato il progetto?Praticamente solo la demolizione dell’esistente e sua sostituzione con una nuova piazza delle stesse dimensioni, seppur priva di delimitazioni esterne.

17) Si afferma, tra l’altro, che la nuova piazza sarebbe funzionale a una maggiore fruibilità di Palazzo Piacentini da parte dei turisti e a una sua apertura verso l’esterno. Anche qui si fanno affermazioni nebulose e irrealistiche: storicamente, anche nei periodi di maggiore afflusso turistico (oltre 500.000 visitatori all’anno nei primi anni Ottanta), lo spazio antistante al Museo, caratterizzato da larghi marciapiedi e ampia sede stradale già a traffico limitato, è stato più che sufficiente a una buona accoglienza, esaltata dalla signorilità e compostezza della piazza che si vuole demolire».

La lettera prosegue, ma riteniamo che i punti fin qui evidenziati siano più che sufficienti per permettere ai reggini di rendersi conto dell’assurdità del progetto così come è stato concepito: Il sindaco Falcomatà, che si mostra così attento alla rigenerazione urbana e alla rinascita artistica e culturale della Città, farebbe bene ad ascoltare i cittadini: è ancora in tempo per fermare uno scempio che nessuno gli potrà mai perdonare. (s)