È CRONICA LA MANCANZA DI POSTI LETTO
IN CALABRIA LA SANITÀ È SOTTOFINANZIATA

di GIACINTO NANCI – Il giornale radio regionale delle ore 12 del 22 luglio 2022 di Rai Tre ci ha informato che la saturazione dei posti letto in area non critica occupati da malati covid in Calabria è salita al 33,3% in area arancione e che ciò è dovuto ai turisti giunti nella nostra regione e che si sono contagiati con il covid. 

Una notizia del genere assolutamente non vera contribuisce ad allontanare la comprensione dei veri motivi della disastrosa condizione della sanità calabrese e, quindi, della sua soluzione. 

Il vero motivo per cui siamo la regione con la percentuale più alta di saturazione dei posti letto è che in Calabria i posti letto sono cronicamente insufficienti. La saturazione in media più alta delle altre regioni, nonostante che la percentuale dei contagi covid da noi è la più bassa in assoluto, è stata sempre presente anche nelle altre ondate di pandemia e lo era già in questa ondata già prima dell’arrivo dei vacanzieri. La domanda vera è come mai abbiamo meno posti letto delle altre regioni? 

La risposta è che la Calabria è la regione che ha il suo sistema sanitario sottofinanziato da più di 20 anni a questa parte ed è la regione che da ormai 12 anni è sottoposta al giogo del piano di rientro sanitario che impone e ha imposto tagli alla spesa sanitaria con la chiusura di una diecina di ospedali e la riduzione proprio dei posti letto ospedalieri. Per rendere chiaro quanto finora scritto basta un semplice confronto con la regione Emilia Romagna, che è l’esatto opposto della Calabria. 

Infatti, ogni abitante della regione Emilia Romagna ha avuto nell’ultimo riparto dei fondi sanitari alle regioni un finanziamento pro capite di 400.5 euro in più di ogni calabrese. 

Se la Calabria avesse avuto lo stesso finanziamento pro capite dell’Emilia Romagna avremmo ricevuto ben 779.773.500 in più di quanto avuto. E, se si considera che questo ingiusto metodo di finanziamento sanitario alle regioni dura da più di 20 anni e che l’imposizione del piano di rientro alla Calabria nel lontano 2009 è stato fatto per un presunto deficit di due miliardi e duecento milioni di euro, si può concludere che, con un giusto finanziamento, avremmo potuto chiudere il piano di rientro nel giro di tre anni o non farlo imporre del tutto.

Ed è questo il vero motivo per cui la Calabria con 319 ricoveri di malati covid ricoverati nei reparti ordinari si trova al 33,3% di saturazione dei posti letto covid e invece l’Emilia Romagna con 1760 si trova al 19.6%. L’Emilia Romagna ha solo il 19,9% di saturazione dei posti letto con un numero di ricoverati covid 5,5 volte superiore alla Calabria, con una percentuale di contagi covid del 38,5% sempre maggiore della Calabria che ha il 25% e con una popolazione solo poco oltre due volte quella della Calabria. Inoltre, l’Emilia Romagna ha la possibilità, in caso di necessità, di attivare fino a 9001 posti letto covid mentre la Calabria puo’ arrivare a 957, l’Emilia può, quindi, attivare posti letto oltre nove volte la Calabria pur avendo una popolazione poco oltre due volte la nostra. 

Tutto questo nonostante che la Calabria è la regione con una percentuale di malattie croniche (e quindi di necessità di finanziamenti e cure maggiori) molto più alta della media italiana per come risaputo dal governo nazionale i cui ministeri dell’Economia e della Salute hanno vidimato il DCA n. 103 del lontano 30/09/2015 dell’allora commissario Scura che con tanto di tabelle calcolava in 287.000 malati cronici in più della media italiana. Cosa fare allora? Ognuno per la sua parte dobbiamo prendere coscienza che il vero male della sanità calabrese è il suo grave e ultraventennale sottofinanziamento aggravato dall’ingiusto, dannoso e perfino beffardo piano di rientro sanitario con il commissariamento e i suoi tagli alla spesa sanitaria.

Ad aggravare il tutto vi è il fatto che i governi nazionali hanno commissariato da ormai 5 anni tutte le aziende sanitarie calabresi e perfino i tre nostri maggiori ospedali. La domanda che tutti ci dovremmo porre è come mai, dopo 12 anni di commissariamento regionale e 5 anni delle ASP e degli ospedali, il deficit invece di azzerarsi continua ad aumentare e continua ad aumentare la spesa dei calabresi per le cure fuori regione che ha raggiunto la stratosferica cifra di 329.000 milioni di euro?

Tutti questi commissari non sono certo degli incompetenti, il vero motivo è quindi il grave sottofinanziamento e i tagli proprio del piano di rientro per cui amministratori, politici, operatori della sanità, sindacalisti, associazioni e anche i giornalisti dobbiamo concorrere a far si che vengano chiusi i commissariamenti e che il riparto dei fondi sanitari alle regioni venga fatto non in base alla demografia (età) e costi standard ma in base alla numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni. 

Per cui dobbiamo spingere il governatore Occhiuto a dimettersi da commissario e di andare al prossimo tavolo di riparto dei fondi sanitari alle regioni battendo i pugni sul tavolo e bloccare qualsiasi riparto che non preveda un giusto finanziamento sanitario alla Calabria visto che il voto alla Conferenza Stato Regioni deve essere alla unanimità. (gn)

SEMPRE IN PRIMA LINEA CONTRO IL COVID
PUR CON I TAGLI ALLA SANITÀ CALABRESE

Non è certamente quantificabile l’impegno e la dedizione che i medici, non solo in Calabria ma in tutta Italia, per tutta la pandemia hanno profuso per garantire assistenza a tutti, stando in prima linea di fronte a un nemico inizialmente sconosciuto. Nella nostra regione, poi, dove il sistema sanitario presenta problemi che sono giganteschi, i medici, gli infermieri, e tutto il personale sanitario ha fatto un vero e proprio miracolo, garantendo, con i pochi mezzi a disposizione e le criticità persistenti, assistenza continua ai calabresi.

E, proprio sulle criticità rilevate sul sistema sanitario calabrese, l’Associazione Medici di Famiglia di Catanzaro ha voluto dare i propri suggerimenti ed evidenziare i problemi a cui hanno dovuto far fronte i medici di famiglia.

«Mentre i medici di famiglia – spiega l’Associazione in una nota – erano in prima linea a combattere il covid la dirigenza Asp, invece di attivarsi a limitare i contagi e diminuire i morti per covid, ha trovato il tempo di spendere energie “burocratiche” nel controllo di chi combatteva il virus. L’Asp ha, inoltre, pensato, sempre durante la pandemia, ma poi ci ha ripensato, di trasferire ai medici di famiglia funzioni burocratiche di altre unità operative come la prescrizione dei presidi per i diabetici».

MediAss ha rilevato che «un altro fattore che ha aggravato il lavoro del medico di famiglia è stata la netta diminuzione dei ricoveri degli assistiti MediAss passati dai 100 del 2019 ai 42 del 2020. I medici MediAss hanno dovuto gestire a casa circa 58 pazienti che avrebbero necessitato il ricovero ospedaliero. Tutta questa maggiorazione di lavoro i medici MediAss lo hanno dovuto fare senza l’ausilio degli esami di laboratorio e strumentali, infatti nel 2020 ne sono stati prescritti solo 17310 (e molti neanche eseguiti) ben il 52% in meno rispetto ai 35490 del 2019».

«E, come se tutto questo non bastasse – si legge – i medici di famiglia hanno dovuto curare i propri assistiti, durante la pandemia, con meno farmaci 32535 (il 13,5% in meno) rispetto ai 37316 del 2019, perché il commissario al piano di rientro sanitario calabrese Cotticelli, invece di impegnarsi nella lotta contro il coronavirus (infatti dei suoi innumerevoli decreti emanati durante la pandemia solo uno fa riferimento al covid) ha trovato il tempo di emanare il 6 marzo 2020 il decreto n. 63  ..”azioni di contenimento della spesa farmaceutica…” che in pratica toglie i farmaci ai malati calabresi. L’assunto di questo decreto è che la Calabria consuma il 14,6% di farmaci in più della media italiana».

«Questo assunto sarebbe logico – hanno spiegato – se il numero dei malati calabresi e delle loro malattie fosse sovrapponibile alla media italiana ma si da il caso che in Calabria ci sono proprio il 14,5% di malati cronici in più del resto d’Italia per come certificato dal commissario Scura (predecessore di Cotticelli) con il suo decreto n. 103 del 15/09/2015. Il commissario Cotticelli quindi, proprio durante la pandemia, con questo decreto ha posto delle limitazioni alla prescrivibilità di molti farmaci per le patologie croniche più diffuse, raggiungendo il suo obiettivo risparmiando proprio il 13,5% di spesa farmaceutica, ma impedendo una corretta cura dei malati calabresi esponendoli, proprio perché impossibilitati a curarsi bene alle conseguenze di una eventuale infezione di coronavirus».

«Il commissario lo ha fatto applicando pedissequamente il piano di rientro sanitario – hanno spiegato i medici di famiglia – che lo “obbliga” a pensare solo al risparmio anche durante la pandemia, anche se sa che il malato cronico che non si cura bene peggiora si complica e poi per poterlo curare bisogna spendere molto di più proprio come lo dimostra il fatto che dopo 10 anni di piano di rientro il deficit sanitario della regione Calabria invece di diminuire è raddoppiato raggiungendo 160 milioni di euro, e anche se sa che a parità di patologia in Calabria si muore prima che non nel resto d’Italia e anche se sa che dopo 10 anni di piano di rientro, per la prima volta nella storia della Calabria l’aspettativa di vita invece di aumentare è diminuita».

«Tutti questi dati – hanno evidenziato – indicano che il medico di famiglia è stato, anche in questa pandemia, un punto di riferimento, uno dei pochissimi, per gli assistiti dando loro assistenza qualificata infatti gli studi MediAss sono stati sempre aperti, e dalle ore 8 alle ore 20  uno di essi è stato sempre a loro disposizione nonostante che abbiamo ricevuto solo scadenti mascherine e in numero quanto la conta delle dita di una mano e i tamponi ci sono stati fatti a partire dall’11 giugno 2020».

«L’assistenza, anche in sostituzione delle visite specialistiche, con pochi esami, con pochi ricoveri e meno farmaci è stato possibile farla grazie alla qualità dei dati archiviati nel server MediAss legata ad una forma di teleassistenza (ricette telematiche, telefono, email, sms, whatsapp ) e i deceduti nel 2020 sono stati gli stessi del 2019».

L’Associazione, infatti, composta da sette medici di famiglia, cura oltre 10mila catanzaresi e, attraverso la piattaforma Medico ricercatore Healt Search – utilizzata da altri mille medici d’Italia – hanno potuto estrarre i dati dei loro assistiti per verificare la qualità dell’assistenza durante il covid.

«I dati estratti sono dal 01/03/2019 al 31/05/2019 confrontati con quelli dal 01/03/2020 al 31/05/2020 – hanno spiegato – Abbiamo estratto le prescrizioni dei seguenti indicatori: accessi (per accesso si intende che il medico apre la cartella clinica di un assistito e compie in essa un atto medico), esami ematochimici e strumentali, visite specialistiche, terapie farmacologiche, ricoveri ospedalieri, assistiti deceduti e numero delle telefonate al numero fisso confrontandole con quelle dello stesso periodo del 2019. Per ogni indicatore il primo numero si riferisce al 2019 e il secondo al 2020. Accessi 26.344 verso 20.371, esami 35.490 verso 17.310, visite specialistiche 5.016 verso 1.764, terapie 37.316 verso 32.535, ricoveri 100 verso 42 decessi 8 verso 8 e le telefonate 12.026 verso 21.252».

«Da questi dati si evince che la somma degli accessi e delle telefonate degli assistiti con i medici Mediass è superiore nel periodo della pandemia (20371+21252) 41623 verso (26.344+12.026) 38370 del 2019 e se a questi accessi si aggiungono quelli via email, sms e whatsapp (tutti in naturale aumento durate la pandemia) si può concludere che gli accessi dei medici Mediass con i propri assistiti durante la pandemia è nettamente aumentato». 

«Un secondo dato che dimostra un maggiore lavoro del medico di famiglia durante la pandemia – viene spiegato ancora – è la forte diminuzione delle visite specialistiche prescritte durante la pandemia 1764 (e di queste la gran parte neanche eseguite) rispetto alle  5016 del 2019. Una diminuzione del 65% per cui il medico di famiglia ha dovuto fare il monitoraggio dei malati cronici e gestire le loro riacutizzazioni in prima persona. E, visto che la prescrivibilità delle visite specialistiche era solo in modalità “urgente,” la dirigenza Asp ha creduto bene di verificare se l’apposizione dell’urgenza fatta dai medici di famiglia era appropriata per eventuali contestazioni agli stessi».

«L’associazione MediAss, molti anni fa – ha concluso l’Associazione – aveva già proposto alla Asp (e la vorremmo riproporre) una “unità di cure primarie telematica” che in questa occasione sarebbe stata in grado di attivare quei settori oggi rimasti in disparte per la lotta contro il coronavirus». (rrm)

CON IL CIS SANITÀ NASCONO IN CALABRIA
LA CASA E L’OSPEDALE DELLA COMUNITÀ

di FILIPPO VELTRI – Anche la Regione Calabria ha di recente stipulato con lo Stato il Cis (Contratto Istituzionale di Sviluppo) per la realizzazione del piano sanitario predisposto dal presidente della regione nonché commissario ad acta, Roberto Occhiuto.

Sulla base delle prescrizioni dettate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sono previste Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali (C.O.T.).

Si recepisce un caposaldo essenziale indicato dall’Europa. E cioè, il passaggio da un concetto “ospedalocentrico” dell’assistenza sanitaria ad una nuova filosofia che vede al centro il paziente, soprattutto quello fragile, anziano e con malattie croniche.

La Casa della Comunità (CdC) è il luogo fisico di riferimento per la comunità nella quale la stessa si colloca. Un luogo di prossimità e di facile individuazione dove la comunità può accedere per poter entrare in contatto con il sistema di assistenza sanitaria al fine di trovare risposta ad un proprio bisogno di salute. La CdC introduce un modello organizzativo di approccio integrato e multidisciplinare attraverso un’équipe multiprofessionale territoriale.

«Costituisce la sede privilegiata per la progettazione e l’erogazione di interventi sanitari, tenendo conto delle caratteristiche orografiche e demografiche del territorio al fine di favorire la capillarità dei servizi e maggiore equità di accesso, in particolare nelle aree interne e rurali, nel pieno rispetto del principio di prossimità».

Alle Case della Comunità sono ricomprese tutte le aggregazioni dei Medici di Medicina Generale e dei Pediatri di Libera Scelta, avendone in esse la sede fisica oppure a queste collegate funzionalmente; alle Case della Comunità accederanno anche gli specialisti ambulatoriali.

Standard di personale per una Casa della Comunità: 7-11 Infermieri, 1 assistente sociale, 5-8 unità di Personale di Supporto, (Sociosanitario, Amministrativo).
La Centrale Operativa Territoriale (COT) è un modello organizzativo che svolge una funzione di coordinamento della presa in carico della persona e raccordo tra servizi e professionisti coinvolti nei diversi setting assistenziali: attività territoriali, sanitarie e sociosanitarie, ospedaliere e dialoga con la rete dell’emergenza-urgenza.

L’Ospedale di Comunità (OdC) è una struttura sanitaria di ricovero che afferisce alla rete di offerta dell’Assistenza Territoriale e svolge una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero, con la finalità di evitare ricoveri ospedalieri impropri o di favorire dimissioni protette in luoghi più idonei al prevalere di fabbisogni sociosanitari, di stabilizzazione clinica, di recupero funzionale e dell’autonomia e più prossimi al domicilio.
Più specificamente, l’OdC assolve ai bisogni assistenziali dei pazienti: – anziani a rischio di non autosufficienza o temporaneamente non autosufficienti; – affetti da patologie croniche ad alto fabbisogno assistenziale, durante i periodi di riacutizzazione o nelle fasi post-acute; – oncologici e terminali (non affetti da immunodeficienza acquisita); – non sostenuti o con scarso supporto familiare, in alternativa all’assistenza domiciliare integrata; – in fase di pre-ospedalizzazione o di recupero successivo al momento acuto ospedaliero.
Sono garantiti gli esami diagnostici ed i supporti terapeutici di non elevata complessità tecnologica. L’attività di ricovero è svolta in regime h24 e h12.

L’OdC eroga prestazioni assistenziali avvalendosi dei medici di medicina generale, degli specialisti, del personale infermieristico, dei tecnici della riabilitazione e dei medici del Distretto socio-sanitario.
L’accesso è programmato ed avviene mediante specifica richiesta di ricovero formulata dal medico di medicina generale o dal medico ospedaliero, la quale deve essere rivolta al medico responsabile della struttura.

Standard di personale per 1 Ospedale di Comunità dotato di 20 posti letto: 9 Infermieri, 6 Operatori Sociosanitari, almeno 1-2 unità di altro personale sanitario e un Medico per almeno 4,5 ore al giorno 6 giorni su 7.
Come si vede, le strutture sanitarie di prossimità modificheranno radicalmente l’approccio verso il paziente, privilegiando la prevenzione delle malattie, soprattutto quelle croniche, ed evitando che gli ospedali sede di pronto soccorso siano congestionati con ricoveri impropri.

Un rapporto familiare tra la struttura di prossimità ed il paziente, ed innovazioni come la telemedicina favoriranno servizi sanitari immediati, la risoluzione di problemi con interventi a bassa intensità clinica e degenze non lunghe. Tutto questo farà sì che il personale della rete ospedaliera (hub, spoke, etc.) possa pianificare ed attuare gli interventi più complessi e difficili con maggiore tranquillità e raziocinio. (fv)

SANITÀ, IN CALABRIA VICINA AL COLLASSO
L’EMERGENZA SI AFFRONTI CON I MILITARI

di FRANCESCO RAO – Da qualche mese iniziava ad aleggiare quel senso di libertà che il Covid, nel corso degli ultimi tre anni, ci aveva sottratto. Da metà giugno vi è stata una crescente fiammata pandemica, attivata dalla variante Omicron 5, la quale a giudizio degli esperti culminerà con un picco per metà luglio. Tali circostanze, si pongono all’interno di un paniere di priorità che non possono essere oggetto di soluzione da riporre esclusivamente sulle spalle del Presidente Occhiuto e della maggioranza che ne sostiene il governo della regione Calabria.

Se l’inflazione è ai livelli del lontano 1986 e il governo centrale, cogliendone il rischio di stagflazione ha lavorato e sta lavorando ad una serie di provvedimenti per tentare di sterilizzare i pesanti effetti non sopportabili dalle fasce sociali maggiormente esposte, la Calabria oggi deve nuovamente fare i conti con la questione sanitaria. Intanto, da ieri, il reparto di anestesia dell’Ospedale “Santa Maria degli Ungheresi” è chiuso per carenza di personale e, di conseguenza, non sarà possibile essere operativi da un punto di vista chirurgico in caso di necessità. Con molto rispetto per la politica locale, intenta a stracciarsi le veste e con la memoria corta rispetto al passato, oggi non basta affermare: “lo avevamo detto”.

Oggi sarebbe stato il tempo per riflettere chiedendosi: “che cosa è stato fatto in passato”? Intanto, a causa degli svariati commissariamenti della Sanità Calabrese, per i quali sono giunte “benedizioni” da tutte le aree politiche di cui gli effetti sono anche quelli prima richiamati, c’è da considerare tutte quelle persone che non hanno modo di ricorrere a cure in solvenza privata, non possono spostarsi perché a corto di mezzi. Adesso bisogna reagire con senso costruttivo, mettendo da parte il vezzo della costante Campagna Elettorale e invece di alimentare inutili polveroni, supportando soluzioni non ufficiali come quelle diffuse ieri (arrivo dei medici cubani), oppure accaparrarsi la scena mediatica per promuovere l’insostenibile. Si guardi la realtà in faccia, considerando oltre all’imminente picco pandemico quale sarà l’imponenza dello scenario autunnale.

Comprendo quanto sia impossibile poter reclutare, in meno di un mese, il personale necessario da affiancare a tutti gli operatori sanitari sino ad ora impegnati a svolgere la loro attività con estrema abnegazione, ricevendo spesso irriconoscenza e facendo a meno di ferie e riposi per senso di responsabilità. La scelta di ridurre i costi per sanare i debiti, messa in atto dai vari manager, ha generato una contrazione di servizi su un territorio che non può essere oggetto di comparazione con altri casi analoghi.

Riferendomi alla Piana di Gioia Tauro, penso ad una popolazione ingabbiata in una serie di difficoltà e asfissiata dall’impossibilità di poter attendere e poter sperare. Il diritto alla salute non prevede opzioni e ripone circostanziate responsabilità che il Presidente Occhiuto, nella qualità di Commissario straordinario, forse farebbe bene a condividere con il Governo centrale e con la Comunità Europea, nell’identica misura con la quale abbiamo giustamente riposto attenzione per l’occupazione Ucraina. Anche noi siamo in guerra e soprattutto anche noi siamo Calabresi, Italiani ed Europei.

A tal fine, come già avvenuto in passato per la gestione della fase vaccinale, perché non si ricorre all’ausilio di personale medico militare da inserire nel più breve tempo possibile nei nostri Ospedali? Se ciò non fosse possibile, si potrebbe immaginare di far giungere in Calabria la Nave ammiraglia “Cavour” per splittare il sistema sanitario regionale, assegnando al Reparto militare tutte le cure afferenti ai casi Covid e lasciando la medicina ordinaria, compresa la diagnostica preventiva al personale sanitario ospedaliero? (fr)

(Francesco Rao, giornalista e Presidente Dipartimento Calabria ANS Sociologi)

UNICAL, GRANDE AIUTO A SANITÀ E SALUTE
LA SUA AREA MEDICA È IN VETTA IN ITALIA

di FRANCO BARTUCCI – L’Università della Calabria può svolgere un importante ruolo in aiuto della sanità e della salute dei calabresi: la sua area di medicina è stata valutata dall’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione universitaria e ricerca) ai primi posti in Italia a livello scientifico e il laboratorio STAR, dove ha sede il laboratorio della sorgente a raggi X entrato in funzione qualche settimana, offre un ausilio fondamentale nel campo biomedicale. Una conferma che l’eccellenza premia il territorio e la scelta della Facoltà di Medicina e Tecnologie digitali, in tandem con l’Università Magna Graecia di Catanzaro, si sta rivelando davvero felice.

In questo contesto, risulta utile considerare la visita del sottosegretario alla salute Costa all’UniCal e le sue considerazioni sul futuro e le grandi potenzialità dell’Ateneo cosentino. È soprattutto il segno di un’attenzione crescente verso l’Unical proiettata a diventare un polo di eccellenza anche nel campo biomedico. 

Il sottosegretario del Ministero della Salute, Andrea Costa, accompagnato da Franco Pichierri, componente della direzione nazionale del partito “Noi con l’Italia” e responsabile del settore sanità, ha fatto tappa all’Università della Calabria per un incontro con il Rettore, che però si è dovuto assentare per ragioni istituzionali in quanto impegnato a Roma con il Ministro all’Università e Ricerca Scientifica, Maria Cristina Messa, per discutere sulle prospettive delle Università del Sud. Ad accogliere il sottosegretario Costa il Pro Rettore, prof. Francesco Scarcello.

Un incontro quello del sottosegretario Costa che gli ha consentito di avere delle delucidazioni e comunicazioni sulle potenzialità dell’Università della Calabria circa le sue competenze in  materia  di sanità e salute grazie alla buona organizzazione che si è concretizzata in questi anni con il supporto iniziale del Dipartimento di Biologia e del Centro Sanitario, dai quali sono scaturite  a seguire l’ istituzione della Facoltà di Farmacia e Scienze della Salute e Nutrizione e finalmente dallo scorso anno, in accordo con l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro, l’avvio del primo anno della laurea specialistica in “Medicina e Tecnologie Digitali”, una delle novità in campo nazionale dei percorsi formativi universitari.

All’incontro con il Pro Rettore Scarcello vi hanno partecipato il prof. Marcello Maggiolini, coordinatore del corso di laurea in “Medicina e Tecnologie Digitali” presso l’Università della Calabria, nonché il prof. emerito Sebastiano Andò, già direttore del dipartimento di Biologia, primo ed unico Preside della Facoltà di Farmacia e Scienze della Salute e Nutrizione fino al suo scioglimento a seguito della legge di riforma universitaria Gelmini; nonché già Presidente del Centro Sanitario dell’Università della Calabria, uno dei cinque centri comuni previsti dallo Statuto della stessa Università, di cui al DPR 1 dicembre 1971 n°1329; ma di fatto attivato dal Rettore, prof. Pietro Bucci, nel 1980 con apposito decreto con l’affidamento della delega di direttore sanitario al prof. Sebastiano Andò e direttore amministrativo ad dr. Aldo Orrico.

Funzioni che lo hanno portato a svolgere un ruolo di forte stimolo per istituire all’interno della Facoltà di Farmacia e Scienze della Salute e  della Nutrizione la scuola di specializzazione in “Patologia Clinica” ed il raggiungimento dell’accordo con l’Università “Magna Graecia” di Catanzaro per l’istituzione del corso di laurea in “Medicina e Tecnologie Digitali”, grazie alla particolare sensibilità ed attenzione trovata da parte dei due Rettori, Nicola Leone e Giovambattista De Sarro.

Nel tracciare il ruolo svolto dal prof. Andò durante questi anni di lavoro scientifico, accademico ed anche politico, iniziato fin dagli anni di partenza dell’Università, a cominciare da quello esercitato nel dipartimento di biologia, utilizzando le sue varie funzioni sopra elencate, è il caso di dire inoltre, che per gli interessi scientifici sorti in materia di fitoterapia e fitofarmaci, molto intenso è stato il legame creato con alcune università cinesi e con la Repubblica Popolare Cinese fin dal 1979. Un rapporto che ha portato nel Campus universitario di Arcavacata, per prima in Italia a livello universitario, un consistente numero di studenti cinesi per consentire loro l’acquisizione delle lauree facenti parte del pacchetto dei titoli accademici della Facoltà di Farmacia e Scienze della Salute e della Nutrizione, come anche delle altre, con l’ organizzazione pure di una Scuola di Fitofarmacia, con il contributo pure del prof. Francesco Menichini, che hanno portato alla creazione di  alcuni Master di reciproco interesse e studio di alta formazione nei campi della fitoterapia ed integrazione alimentare.

Come è il caso di sottolineare che in questi ultimi anni l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione universitaria e ricerca) ha collocato l’Area di Medicina, presente a livello scientifico nell’Università della Calabria, al primo posto in Italia stimolando nuovi interessi all’interno della stessa.

La sorgente a raggi X ad alta energia – inaugurata dalla ministra Messa – ha un potere penetrante che consente di esaminare, attraverso l’acquisizione di immagini tridimensionali ad altissima risoluzione, la struttura interna dei materiali a cominciare da quelli utilizzati in campo biologico e biomedicale. 

Con il tavolo anatomico tridimensionale creato all’Università della Calabria ed utilizzato per ragioni di studio dagli studenti del corso di laurea in “Medicina e Tecnologie Digitali” si è potuto effettuare all’Ospedale Annunziata di Cosenza un intervento di chirurgia oncologica avanzata di straordinario valore medico scientifico, coordinato dal prof. Bruno Nardo, Primario della Chirurgia Generale dello stesso Ospedale e Ordinario presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università della Calabria, asportando ad una paziente un tumore maligno complesso di  7,5 Kg, frutto di una collaborazione multidisciplinare di diversi professionisti medici e chirurghi.

Un risultato incredibile e innovativo frutto anche del paziente lavoro costante elaborato in questi anni dal prof. emerito Sebastiano Andò all’interno dell’Università della Calabria e che ha trovato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa attento osservatore pronto a riconoscere all’Università della Calabria meriti dovuti e soprattutto l’espressione di pensieri e stimoli nel perseguire nuovi percorsi di sviluppo e crescita al servizio della Calabria e del Paese utilizzando progetti nuovi e programmi derivanti dal PNRR.

In entrambi gli incontri presso il rettorato con il pro Rettore, prof. Francesco Scarcello, che presso il Centro Sanitario con la dirigenza, il personale e i giovani ricercatori, il sottosegretario Costa ha rimarcato il significato ed il valore del nuovo corso di Medicina e Tecnologie Digitali quale valida opportunità occupazionale per i tanti giovani che vi accederanno, i quali potranno contribuire a creare servizi sanitari di qualità per i cittadini. «C’è bisogno di creare sinergia e unità d’intenti tra mondo sanitario, della ricerca, sistema universitario e politico, come con la stessa società del territorio, per individuare il modo migliore come attuare una sanità in Calabria di alta qualità ed intenso servizio utile a garantire il diritto alla salute per tutti i calabresi».

Altro argomento trattato ha riguardato la questione del personale che in Calabria risulta carente in varie strutture sanitarie, come nella stessa università, causa i vari tagli che sono stati atti nel corso di questi anni. Occorre anche in questo una pianificazione nuova urgente che il Presidente della Regione Roberto Occhiuto ha inserito nel suo programma di governo del territorio. I fondi del PNRR rappresentano una valida opportunità da non farsi sfuggire. 

«Per la prima volta – ha detto il sottosegretario Costa – abbiamo aumentato il fondo del  servizio sanitario nazionale prevedendo due miliardi all’anno per i prossimi tre anni, raddoppiando le borse di specializzazione e le borse per i medici di medicina generale e oggi c’è consapevolezza che la salute non è una spesa ma un investimento e quindi anche la Calabria certamente potrà averne dei benefici. Dobbiamo insieme costruire una sanità che non si prenda solo cura della malattia ma soprattutto della persona».

La decisione finale dove realizzarlo spetta adesso al Presidente della Regione Roberto Occhiuto e in tanti auspicano una decisione ponderata che sappia ben guardare pure alle potenzialità accumulate in questi anni dall’Università della Calabria in materia di competenze sanitarie per come è stato raccontato in questo servizio. Ed è bene che le istituzioni locali interessate siano aperte ad aprire un rapporto stretto di collaborazione con la stessa Università anche perché ci deve essere uno sforzo comune a portarla a compimento nelle strutture per come disegnato nel progetto strutturale Gregotti. Alla base di tutto per ottenere il successo sperato occorre solo lavorare e credere  nella creazione di un rapporto “sinergico”, la parola miracolosa del nostro futuro. (fba)

SANITÀ, IL GIGANTESCO DEFICIT DERIVATO
DA 12 ANNI DI INFELICE PIANO DI RIENTRO

di GIACINTO NANCIIl sottosegretario alla sanità Andrea Costa nei giorni scorsi durante una sua visita in Calabria ha affermato che “siamo sulla strada giusta per la fine del commissariamento della sanità calabrese”. Vuoi vedere che finalmente al governo hanno capito che il piano di rientro sanitario imposto alla Calabria nel lontano dicembre del 2009 è proprio la causa della disastrosa situazione della sanità calabrese?

Infatti del “percorso positivo che ha già dato dei risultati positivi” citato dal sottosegretario non vi è neanche l’ombra perché dopo 12 anni di piano di rientro sanitario il deficit annuale della sanità calabrese è raddoppiato e la spesa dei calabresi fuori regione è perfino triplicata raggiungendo la stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Ripetiamo, forse al governo hanno capito che è stato proprio il piano di rientro a causare e ad incrementare il deficit sanitario e le spese dei calabresi fuori regione. Infatti a governare la sanità calabrese in questi 12 anni non sono stati i calabresi ma i ministeri dell’Economia e della Salute tramite i loro commissari che si sono succeduti, e negli ultimi 4 anni, come se ciò non bastasse, hanno commissariato tutte e cinque le Asp e i tre maggiori ospedali calabresi.

Finalmente hanno capito che se in 12 anni di commissariamento la situazione è fortemente peggiorata vuol dire che c’era e c’è qualche altro motivo a causare il deficit sanitario calabrese che non l’incapacità dei calabresi ad amministrare la salute. E il motivo c’è ed è dovuto al fatto che la Calabria, dove ci sono molti più malati cronici, è la regione che da oltre 20 anni ha ricevuto meno fondi sanitari delle altre regioni, ad esempio nell’ultimo riparto dei fondi tra la regione Emilia Romagna che ha ricevuto più fondi pro capite e la Calabria che è quella che ne ha avuti di meno in assoluto ci sono ben 400,5 euro pro capite di differenza e se la Calabria avesse ricevuto 400,5 euro pro capite in più per i suoi 1.947.000 di abitanti avremmo avuto ben 779 milioni di euro in più.

E questa ingiustizia è ancora più grave considerando che in Calabria ci sono ben 287.000 malati cronici in più rispetto ad altri circa due milioni di altri italiani, dato certificato dai ministeri dell’Economia e da quello della Salute che hanno vidimato il DCA n103 del 30/09/2015 del commissario Scura che quantificava questi malati cronici in più con tanto di specifiche tabelle. Adesso siamo tutti contenti perché arrivano in Calabria per la sanità i 350 milioni del Pnrr, ma viste le cifre appena esposte quanti “PNNR” da 20 anni ogni anno sono stati sottratti alla Calabria?.

Infatti nel 2017 la Conferenza stato Regioni ha fatto una parzialissima modifica (per come dichiarato dal suo presidente Bonaccini) al criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni considerando non solo l’età ma anche la presenza delle patologie nelle varie regioni. Il risultato è stato che alla Calabria sono spettati 29 milioni di euro in più e quasi mezzo miliardo in più a tutto il sud. Se la modifica fosse stata completa i 29 milioni si sarebbero potuti moltiplicare almeno per 4, ovviamente la modifica non è stata ne ampliata ne ripetuta e la Calabria è tornata ad essere la regione con meno fondi pro capite in assoluto. Una promessa del genere l’aveva fatta nientemeno che il ministro della salute Fazio in un solenne comizio a Napoli il primo di Aprile del 2011 (sì già nel lontano 2011) dove aveva detto: “Entro due anni potremo ripartire i fondi in base alla prevalenza delle malattie e non più rispetto al parametro dell’età…”.

Il ministro è passato e il vecchio criterio che ha penalizzato e penalizza le regioni come la Calabria è rimasto. E quando al danno si aggiunge altro danno dobbiamo ricordare che in applicazione del piano di rientro noi calabresi da 12 anni ogni anno paghiamo oltre 100 milioni di euro di tasse e accise in più per ripianare il presunto deficit. E quando al danno si aggiunge anche la beffa noi calabresi siamo condannati a restituire 950 milioni in trenta anni per un prestito di 422 milioni che il governo ci ha fatto all’inizio del piano di rientro con un tasso di interesse del 4,89% che è molto vicino al tasso usuraio che è del 6.03%, mentre quello corretto per questo tipo prestito è dell’1%.

Infine sig. sottosegretario Andrea Costa è un bene la fine del piano di rientro sanitario ma se non viene modificato il criterio di riparto dei fondi sanitari alle regioni che ha penalizzato da oltre 20 anni la Calabria saremo come prima, anzi peggio, perché dopo 12 anni di tagli del piano di rientro che hanno significato chiusura di ospedali, blocco del turn over, aumento di viaggi della speranza fuori regione, allungamento delle liste di attesa, aumento dei ticket che hanno causato come dato conclusivo il fatto che i Calabria a parità di patologia si muore prima che nel resto d’Italia. Ripetiamo non basta la fine del piano di rientro ma il corretto finanziamento della salute, più fondi dove ci sono più malati e non il contrario come è stato da oltre 20 anni a questa parte. (gn)

Sanità: Occhiuto vuole in Cittadella la centrale unica del 118

Il presidente della Regione e commissario ad acta, Roberto Occhiuto, ha annunciato che in Cittadella regionale sarà realizzata un’unica centrale operativa del 118, «così come il 112, numero unico per le emergenze».

«Sarà un lavoro complesso, anche perché abbiamo trovato un sistema con cinque centrali operative, con software diversi, in molti casi neanche collegati alla rete internet, ma ci stiamo lavorando. Credo che il lavoro di ricognizione fin qui compiuto sia già a buon punto», ha detto ancora il Governatore, a margine dell’incontro con il ministro dell’Economia, Daniele Franco.

«Ci vorranno ancora alcuni mesi – ha spiegato – perché abbiamo due software diversi e dobbiamo fare un unico software, quindi stiamo lavorando a questo, dobbiamo selezionare i tecnici che dovranno stare nella centrale regionale e poi dobbiamo organizzare bene il 118 tra ambulanze medicalizzate e mezzi avanzati non medicalizzati perché è chiaro che in un 118 che non funziona tutte le ambulanze devono essere medicalizzate perché quando un mezzo si muove in un sistema inefficiente non è facile capire che paziente va a prendere».

«I medici ci servono per il 118 – ha spiegato ancora – ma ancora di più per i pronto soccorso. La vera carenza di medici l’abbiamo nei pronto soccorso. Certo c’è anche nel 118 ma se avessimo un 118 organizzato si sentirebbe di meno perché non tutti i mezzi dovrebbero necessariamente medicalizzati. Nei pronto soccorso – ha concluso Occhiuto – abbiamo davvero la necessità di intervenire perché altrimenti, così com’è il funzionamento del sistema non è garantito».

Il Governatore, poi, ha discusso della mancanza di medici nella regione e del fatto che «il nostro sistema è, purtroppo, meno attrattivo di quelli di altre regioni e quindi abbiamo un problema nel problema».

«Ho spiegato – ha proseguito – che se i carabinieri, i poliziotti, i magistrati che vengono a lavorare in Calabria hanno il riconoscimento economico e di carriere perché la Calabria è “zona disagiata”, lo stesso dovrebbe avvenire anche per i medici. Se c’è un sistema ampiamente disagiato da 12 anni di commissariamento è proprio quello calabrese».

Sulla questione, Occhiuto ha riferito che col ministro ci si è dati appuntamento alla prossima settimana, con l’obiettivo di «stabilire delle condizioni straordinarie per il reclutamento dei medici».

«Non so se ce la faremo, è un percorso stretto, difficile – ha spiegato ancora – ma ci proviamo perché il nostro sistema sanitario ha bisogno di medici. Mi fa arrabbiare la circostanza che le altre Regioni chiedono di sfondare i tetti di spesa per assumere più medici e noi potremmo assumere circa 2.000 tra medici e infermieri e negli anni passati non è stato fatto. In questi ultimi mesi anche i bandi che si stanno facendo stanno andando deserti, anche quando sono per posti a tempo indeterminato».

Il commissario, poi, ha spiegato che si sta svolgendo una ricognizione dei bandi, in quanto «i nostri sono meno attrattivi rispetto a quelli delle altre regioni».

Un lavoro a 360 gradi per rimettere a posto la sanità calabrese, quello del presidente Occhiuto, che ha evidenziato come non sia facile «dopo sostanzialmente 20 anni di inattività». 

«Il risultato di gestione certificato al Tavolo Adduce non è – ha spiegato – dovuto, come molti dicono, all’assenza della mobilita’ passiva perche’ questa si contabilizza negli anni successivi, ma e’ dovuto al fatto che finalmente abbiamo dato risposta ai quesiti del tavolo Adduce, al quale le precedenti gestioni commissariali non avevano dato risposta».

«Quindi – ha detto –abbiamo sbloccato la premialità riferita agli anni precedenti e abbiamo rimesso in ordine i conti delle Aziende sanitarie, dimostrando di avere addirittura un avanzo di amministrazione. È una cosa buona? Secondo me no perché significa che le nostre Aziende sanitarie hanno risorse ma non erogano i servizi».

«Certo – ha aggiunto – è meglio rispetto al passato, quando non erogavano i servizi e c’era anche il deficit. Però fa arrabbiare ancora di più il fatto che ci sono risorse accantonate nei bilanci delle Aziende sanitarie e poi ai calabresi non e’ assicurato il diritto alla cura».

E, sul rischio chiusura dei pronto soccorsi periferici come conseguenza della riforma della rete dei nosocomi, il Governatore ha assicurato che ciò non avverrà, in quanto «la Calabria, in questo momento, è appresentata da un commissario alla sanità che è anche il presidente della Regione, che ha un buon rapporto con il Governo nazionale».

«Tra qualche settimana– ha spiegato – l’esecutivo dovrebbe approvare il Programma operativo che abbiamo proposto, ma intanto stiamo lavorando anche alla modifica del Dca 64, quello che fece l’ex commissario Scura, per ridisegnare l’offerta ospedaliera della regione».

«Intanto credo di poter dire – ha concluso – che sicuramente saranno inseriti nella rete ospedaliera i presidi di Praia a Mare, Trebisacce, Cariati ed anche quello di Gioia Tauro, che abbiamo aperto come ospedale Covid. Ma poiché il Governo regionale sta facendo un grande investimento sul porto di Gioia Tauro e sulla Zes, è utile che anche lì ci sia un ospedale a tutti gli effetti». (rcz)

Chi è Giuseppe Profiti il supermanager della sanità che torna nella sua Calabria

di GIUSEPPE NISTICÒ – Non avevo alcun dubbio che il Presidente Roberto Occhiuto avesse le idee chiare e seguisse criteri di meritocrazia nella scelta del Commissario straordinario dell’Azienda Zero, centro nevralgico delle politiche di intervento nella sanità calabrese. A mio avviso, il prof. Giuseppe Profiti è il vero “Maradona” della Sanità nel nostro Paese.

Innanzitutto mi complimento con il presidente Occhiuto, perché, come promesso, fin dal suo insediamento sta realizzando step by step  il suo piano per rivoluzionare la sanità nella nostra regione. Da mesi, infatti, sta lavorando per convincere Profiti a venire in Calabria, cioè un calabrese doc che da anni fa onore alla Calabria in tutta Italia, documentando così che con le nostre risorse intellettive di calabresi (professori, universitari, medici, ricercatori, economisti) nel campo della sanità siamo in grado da soli di creare il “nucleo duro”della rete evitando di dipendere da professionisti, che vengono da altre regioni.

La Calabria se sa valorizzare le enormi energie di cui dispone può esprimere una sanità di alto profilo. E questo lo posso asserire con piena convinzione dopo 20 anni di vita politica e dopo oltre 40 anni di insegnamento in varie università (Napoli, Londra, Messina, Catanzaro, Roma). Profiti, secondo me, con la sua scelta di rientrare in Calabria ha voluto quasi farsi perdonare per la lunga assenza che è stato costretto a fare vivendo fuori e lontano dalla sua Calabria. 

Conosco il prof. Profiti già dagli anni Novanta, quando ero sottosegretario alla Sanità nel I Governo Berlusconi. In quel periodo egli era già considerato uno dei migliori manager nazionali nel campo della sanità nel nostro Paese. Per questo è stato nominato direttore amministrativo del prestigioso Istituto pediatrico Gaslini di Genova (1998), dopo aver ricoperto, in rappresentanza dell’Università di Genova, il ruolo di segretario generale del Centro di Biotecnologie Avanzate. Ricordo che il mio amico prof. Leonardo Santi, direttore dell’Istituto Tumori di Genova prima e successivamente presidente del Comitato di Biosicurezza e Biotecnologie della Presidenza del Consiglio, ma anche altri colleghi dell’Università di Genova, mi parlavano di lui come di un calabrese “eccellente” di cui erano fieri. Inoltre, nel 1993 era stato nominato dal ministro della Sanità commissario straordinario dell’Istituto dei Tumori di Genova che era un IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico).

Grande, inoltre, la sua esperienza a livello regionale, avendo egli ricoperto il ruolo di direttore generale (programmazione, risorse umane, finanziarie, strumentali e patrimonio) della Sanità in Liguria. I risultati conseguiti sotto la sua guida sia in Liguria sia a Roma, dove è stato presidente dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, sono stati di valenza internazionale in quanto nell’anno 2013 ha superato gli standard del Boston Children Hospital. E del Great Ormond Street Hospital di Londra. Per tali brillanti traguardi, il prof. Profiti è stato insignito dal ministro della Sanità della medaglia d’oro al valore della Sanità pubblica della Repubblica italiana. Profiti ha inoltre svolto il ruolo di direttore responsabile dell’operazione di salvataggio del San Raffaele di Milano (2011-2012) e successivamente (2013-2016) dell’Istituto Dermatopatico dell’Immacolata (IDI) a Roma. Pertanto, chi può essere un manager migliore di lui nel progetto di salvataggio della sanità in Calabria, dopo dodici anni di gestione disastrosa da parte di commissari straordinari incompetenti nominati dal ministro?

Il prof. Profiti ha ricoperto per tre mandati fino al 2015 il ruolo di direttore generale e di presidente dell’IRCCS Bambino Gesù di Roma, dimostrando straordinarie capacità manageriali e scientifiche.

Nel 2021 accetta di tornare in Liguria, terra cui è molto legato per l’educazione che gli ha dato, come coordinatore del settore sanitario, socio-sanitario e del bilancio dell’Azienda ligure della Sanità.

Sono sicuro, come mi ha anche confermato il presidente Occhiuto che il prof. Profiti si saprà circondare di una task force di professori universitari calabresi che vivono in Calabria o fuori regione, i quali per l’amore che li lega alla loro terra, hanno offerto di dare il loro contributo per rilanciare la qualità della sanità in Calabria, rendendola competitiva a livello nazionale, una Sanità che finalmente potrà rispondere alle emergenze del territorio nonché far fronte con competenza nella nostra regione ai bisogni della gente, arrestando l’esodo dei pazienti e dei loro parenti verso le regioni del Centro e del Nord e la conseguente emorragia di risorse finanziare di oltre 400 milioni di euro all’anno.

D’altro canto, non è difficile immaginare che con la specifica esperienza del prof. Profiti, la Calabria saprà anche dotarsi di alcuni IRCCS che di sicuro innalzeranno lo standard delle prestazioni assistenziali e contribuiranno alla formazione dei nostri giovani laureati nelle tecnologie più avanzate. (gn)

[Il prof. Giuseppe Nisticò, già Presidente della Regione Calabria, è un farmacologo di fama internazionale. È Direttore generale e coordinatore della Fondazione Renato Dulbecco che sta realizzando l’omonimo centro di Biotecnologie a Lamezia Terme]

C’È ANCHE LA BUONA SANITÀ IN CALABRIA
“MIRACOLO” ALL’ANNUNZIATA DI COSENZA

di ANTONIETTA MARIA STRATI – È una «Calabria straordinaria e che non ti aspetti», quella dove, molto spesso, si scrivono bellissime storie di una sanità che funziona. All’Annunziata di Cosenza, è stato asportato un tumore da 7,5 kg. Un vero e proprio record per la nostra regione, considerando che ci sono pochi precedenti in Italia.

Questa, dunque, è una storia che il marito della paziente, della provincia di Cosenza, ha voluto raccontare perché «non si deve sempre e solo parlare di malasanità in Calabria». Nella nostra regione, infatti, ci sono tante, troppe eccellenze a livello medico che non vengono abbastanza valorizzate e che meriterebbero di più, oltre al diritto di rimanere nella loro terra per poter esercitare la propria professione e offrire ai calabresi una sanità come si deve.
Immaginiamo quanto potrebbe essere fondamentale il ritorno o la presenza in Calabria di tante eccellenze nella sanità diffuse nei più prestigiosi atenei e degli ospedali di tutt’Italia, che potrebbe essere un freno per le cosiddette migrazioni sanitarie. Molti pazienti sono costretti a viaggiare per prestazioni non disponibili nella regione, ma spesso anche per interventi semplicissimi sembra più “chic” farsi operare fuori. Ignorando le qualità non certo nascoste dei nostri medici e specialisti che sono rimasti in Calabria e e che lavorano oltre che con assoluta competenza, con impegno e dedizioni senza pari.
Ma non sono solo i pazienti a migrare: secondo uno studio condotto dal Sindacato dei medici dirigenti Anaao Assomed, nel 2021 c’è stata una “grande fuga” dei medici dagli ospedali pubblici: 2886 medici ospedalieri, il 39% in più rispetto al 2020, hanno infatti deciso di lasciare la dipendenza dal Servizio sanitario nazionale e proseguire la propria attività professionale altrove.

In Calabria, il 3,8% dei medici ha deciso di licenziarsi per cercare – secondo quanto riportato dallo studio – orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia.
Insomma, quello che si cerca è «un sistema – si legge – che valorizzi le loro competenze, un lavoro che permetta di dedicare più tempo ai pazienti e poter avere a disposizione più tempo anche per la propria vita privata. Raramente la motivazione principale è la maggiore remunerazione».
Come dichiarato dal dott. Gianfranco Scarpelli, direttore primario del Reparto di Neonatologia all’Annunziata di Cosenza al Corriere della Calabria, «sono necessari continui sforzi ed investimenti in nuove tecnologie, è un campo in continua evoluzione e bisogna stare al passo con le innovazioni per dare risposte costanti ai pazienti e per pareggiare l’offerta sanitaria delle altre grandi realtà» e l’operazione di chirurgia avanzata all’Annunziata di Cosenza, condotta dal prof. Bruno Nardo, primario di Chirurgia e dalla sua equipe, composta dal dr Marco Doni e dal dr Daniele Paglione, anche il primario della Urologia Dr Michele Di Dio, è la dimostrazione di come curarsi in Calabria è possibile.

Un intervento frutto della collaborazione multidisciplinare di diversi professionisti, medici e chirurghi che lavorano nell’Azienda e che ha dimostrato, ancora una volta, come in Calabria è possibile curarsi.
Mia moglie sembrava incinta ma non era possibile, e a fare aumentare la sua pancia, da diversi mesi un tumore maligno che ora è stato asportato» e continua «ancora non riesco a crederci, anche dopo aver visto le foto dell’intervento, e voglio raccontare a tutti questa incredibile storia. Mi è stato detto che si trattava di un tumore maligno a partenza dal retroperitoneo che aveva invaso il rene destro e parte dell’intestino».

Per questo, ha spiegato il marito della paziente, «abbiamo voluto fare una visita con il Primario della Chirurgia Generale dell’Annunziata di Cosenza, che conoscevamo per la sua fama, e dopo tale incontro, ci siamo affidati totalmente a Lui ed alla sua equipe, e devo dire che la fiducia è stata ripagata». Il professore è stato onesto e ci ha detto subito che doveva valutare la fattibilità dell’intervento studiando il caso di mia moglie anche ad un «tavolo anatomico tridimensionale disponibile all’Università della Calabria» nel Dipartimento di Farmacia, Scienza della Salute e della Nutrizione.

Dopo altri esami effettuati ci ha informati che «l’aereo poteva decollare, ma che il viaggio poteva essere molto pericoloso perché, anche se l’intervento era tecnicamente fattibile, il rischio di mortalità era alto. Ci ha anche detto che per offrire il massimo delle possibilità avrebbe richiesto la partecipazione di più professionisti in sala operatoria e così è stato».

Preziosa la collaborazione del personale infermieristico, in particolare della strumentista Francesca Esposito e del referente del blocco operatorio Giuseppe Marano. A condurre e gestire la delicata fase dell’anestesia, per circa 8 ore di intervento, la Dott.ssa Brunelli. Anche se non ci sono stati problemi chirurgici e anestesiologici, in considerazione dell’entità dell’intervento, la paziente ha trascorso la prima notte in Rianimazione, sotto stretto monitoraggio ed il mattino dopo è stata riportata nel reparto della Chirurgia Generale “Falcone” non avendo più necessità della terapia intensiva.
Da pochi giorni ha lasciato l’ospedale, sta bene e sta avendo un decorso regolare.
«Siamo rimasti meravigliati dal decorso normale dopo un intervento così complesso – continua il marito – ringrazio per l’assistenza che hanno dato a mia moglie, tutti quanti i medici del reparto della Chirurgia Generale Falcone, e non solo i medici, ma anche gli infermieri e gli ausiliari, che sono stati sempre attenti e vigili, giorno e notte, e che sotto la guida del caposala Nicola Benedetto, l’hanno aiutata ad alzarsi dal letto ed a farla camminare dopo pochi giorni dall’operazione».

È stata una bella pagina di buona sanità, resa possibile grazie alla sinergia, non solo esistente tra i medici ed infermieri dell’ospedale Annunziata, ma anche grazie alla collaborazione dei professori e ricercatori del nuovo Corso di Medicina e Tecnologie Digitali dell’Università della Calabria, in primis del Rettore Nicola Leone, oltre che dei Professori Sebastiano Andò, Marcello Maggiolini e Maria Luisa Panno.
Ancora una volta il tavolo anatomico tridimensionale, che da pochi mesi viene impiegato dall’equipe del prof. Nardo con il supporto del Dr Rocco Malivindi, nella pianificazione preoperatoria dei casi clinici più complessi, si è rivelato molto utile. Le competenze e le tecnologie dell’Università della Calabria sono un valore aggiunto che la sanità calabrese, ed in particolare quella della provincia di Cosenza, devono necessariamente tenere in considerazione, per la lotta ai tumori e per dare risposte concrete ai pazienti calabresi, al fine di evitare i viaggi della speranza verso gli ospedali del Nord. (ams)

DUBBI SU PIANO DI RIENTRO PER LA SANITÀ
I MEDICI DI CATANZARO SCHIERATI CONTRO

di GIACINTO NANCI – Invece di scrivere il nome dei candidati alle elezioni comunali di Maggio 2022 facciamo tutti una disobbedienza civile per tentare di dare con questa protesta un forte contributo per risolvere i problemi della sanità calabrese, perché la causa principale del disastro della nostra sanità è proprio il piano di rientro sanitario cui siamo soggetti da ormai 13 anni.

La disobbedienza civile deve servire a smuovere i nostri politici e amministratori calabresi a scendere finalmente in campo per chiudere definitivamente questa fase della nostra sanità. Il piano di rientro ci è stato imposto fin dal lontano dicembre del 2009 perché la Calabria allora spendeva per la sanità più di quanto riceveva dalla Conferenza Stato-Regioni. Il piano di rientro sanitario aveva come compito principale quello di risanare il presunto deficit sanitario calabrese. Ma il deficit lo definiamo “presunto” perché non è mai esistito in quanto la Calabria è la regione che, da oltre 20 anni a questa parte, riceve per la sua sanità molti meno fondi pro capite che non le altre regioni nonostante che è la regione che ha tra i suoi circa due milioni di abitanti ben 287.000 malati cronici in più che non in altri due milioni di altri italiani (dato certificato dal DCA 103 del lontano 15/09/2015 del commissario Scura e vidimato sia dal Ministero dell’Economia che da quello della Salute, della serie tutti  sanno la verità). Dove quindi dovevano (e devono) arrivare più fondi ne sono arrivati molti di meno ed è per questo che non potevano bastare per curare i molti malati cronici in più presenti in Calabria.

Il piano di rientro ha fatto ulteriori danni perché con i suoi tagli ha impedito che i molti malati cronici in più si potessero curare bene e il malato cronico che non si cura è risaputo che poi si complica e per curarsi costa molto di più e si complica a tal punto che poi per potersi curare deve recarsi nei centri di eccellenza fuori regione. Ed è per questo che dopo 13 anni di piano di rientro il deficit annuale invece di diminuire è raddoppiato e la spesa per le cure fuori regione è perfino triplicata raggiungendo la stratosferica cifra di 329 milioni di euro. Per risanare la sanità calabrese è quindi necessario che venga modificata la causa prima che la ha affossata e continuerà ad affossarla se non verrà rimossa.

La causa principale è la scorretta modalità di riparto dei fondi sanitari alle regioni che ripartisce molti meno fondi pro capite proprio alla Calabria che ha molti più malati cronici. Prova di quanto appena detto è la modifica fatta dalla Conferenza Stato-Regioni nel 2017 che ha modificato in modo “molto parziale” (per come dichiarato dall’allora presidente della commissione stessa Bonaccini) il criterio di riparto considerando, sempre in modo parziale, anche la numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni. Ebbene con questa modifica parziale la Calabria ha ricevuto nel 2017 ben 29 milioni di euro in più rispetto al 2016 (come tutte le altre regioni del Sud).

La modifica non è stata ne ripetuta ne ampliata negli anni successivi. Per capire di quali cifre si parla basta dire che una applicazione del criterio basato sulla numerosità delle malattie presenti nelle varie regioni farebbe moltiplicare per la Calabria i 29 milioni ricevuti in più nel 2017 almeno per quattro. Se infine si considera che la Calabria ogni anno verso circa 100 milioni di tasse e accise in più proprio per risanare il presunto deficit   si capisce bene da dove vengono i veri mali della sanità calabrese. Cento milioni sottratti con un criterio di riparto scorretto e altri cento sottratti alla nostra sanità sotto forma di tasse e accise ci fanno capire che con duecento milioni in più forse saremmo non solo in grado di risanare la nostra sanità ma ci potremmo permettere di fare perfino un centro di eccellenza sullo “studio della neurofisiologia del canto del grillo”.

Allora scriviamo “no al piano di rientro sanitario calabrese” sulle schede elettorali delle elezioni comunali di questo maggio 2022 perché i sindaci sono la massima autorità sanitaria. Così facendo possiamo spronarli a riunirsi e chiedere al governatore Occhiuto di battere i pugni sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni per chiedere la chiusura del piano di rientro e la modifica del criterio di riparto basato sulla prevalenza delle patologie altrimenti egli (Occhiuto) sarà l’ennesimo, inutile e anzi dannoso commissario di un piano di rientro che è il vero problema del degrado della sanità calabrese. No al piano di rientro si al riparto dei fondi basato sui reali bisogni delle popolazioni, a meno che i candidati non si impegnino solennemente a battersi per questi obiettivi.  (gn)

(L’autore, Giacinto Nanci, è un medico di Catanzaro)