di SANTO STRATI – Ci ha provato per cinque giorni, profondendo risorse e tempo, ma il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, non ha voluto ascoltarlo, né tenere in considerazione i suoi suggerimenti (disinteressati). L’imprenditore antimafia di Gioia Tauro, Antonino de Masi, non candidato e non candidabile per sua scelta – già in primavera Di Maio aveva pensato a lui per la Regione Calabria -, ha provato in tutti i modi a far ragionare i pentastellati sulla necessità di costruire un’intesa col Partito democratico. In modo da offrire un candidato solido, della società civile (Pippo Callipo), in grado di offrire le dovute garanzie a entrambi gli schieramenti, nel comune impegno per fermare l’avanzata leghista e la quasi certa vittoria del centrodestra in Calabria. Ci sono stati colloqui tra interlocutori in grado di decidere, ma le tante anime dei grillini hanno scombussolato tutto, scegliendo di correre da soli. Anzi il sospetto è che l’ostinazione, non solo di Di Maio, sia in realtà frutto di una strategia che molti indicano come suicida.
La conferma dell’impossibilità di un’intesa è arrivata verso mezzogiorno di ieri con un tweet del prof. Francesco Aiello, docente Unical, individuato dal deputato Paolo Parentela, attuale coordinatore grillino responsabile delle elezioni in Calabria. Il prof ha sciolto la riserva ed ha accettato di candidarsi: «Dopo un’attenta riflessione e con la consapevolezza di affrontare un’intensa, importante e difficile sfida, ho deciso di accettare la proposta civica del M5s di candidarmi a presidente della Regione Calabria». Parentela aveva posto come condizione al Pd di rinunciare al simbolo per poter correre insieme: un’ulteriore dimostrazione di non saper interpretare gli umori del territorio, ma più probabilmente il modo più facile per sabotare qualsiasi ipotesi di accordo elettorale. Il M5S correrà da solo, in una sorta di cupio dissolvi, di cui vedremo presto i risultati.
La notizia non ha fatto saltare di gioia gli esponenti del territorio e più di un deputato pentastellato calabrese: degnissima persona, Aiello è stato catapultato dall’alto secondo un metodo che la base non mostra di voler accettare. Mentre Nicola Morra, attuale presidente della Commissione Antimafia , spingeva per saltare il turno, altri deputati si dividevano tra la necessaria intesa coi dem e la corsa solitaria. Con la deputata Dalila Nesci che, fino all’ultimo, ha ribadito la propria disponibilità a rinunciare a Montecitorio e mettersi a disposizione del Movimento per una candidatura politica. Non c’è stato niente da fare: per la solita storia dei due pesi e due misure, per lei è stato invocato lo statuto (cosa che non è successo per il viceministro Cancellieri) che vieta il cumulo di incarichi o comunque il passaggio da un ruolo istituzionale a un altro, e lei, per spirito di servizio, ma con un umore che la dice lunga sugli sviluppi futuri, ha accettato la decisione dei vertici.
Il problema numero uno è che la legge elettorale regionale impone l’8% come barriera minima per le coalizioni per prendere seggi. Ce la faranno i grillini calabresi a superare lo sbarramento, anche alleandosi (?) con qualche lista civica? Ma quale lista civica? Il tempo, in questo caso, non è galantuomo e non perdona: come si fa a raccogliere consenso (in caduta verticale) se non c’è il tempo di battere il territorio? Come si fa a recuperare con un personaggio (ottima persona, senz’altro) che solo in pochi conoscono? La base mugugna e cova rancore per la disaffezione (noi la chiameremmo più semplicemente indifferenza) di Luigi Di Maio nei confronti dei calabresi: la Calabria, riferisce un esponente grillino che preferisce mantenere l’anonimato, non interessa al Movimento, conta solo l’Emilia, perché è in gioco la sopravvivenza del Governo. Quanto può influire la probabile débacle calabrese? Poco o niente, secondo i vertici, ma non nelle valutazioni di Morra che da buon stratega non sottovalutava la rinuncia alle liste: nessuna intesa coi dem, nessun candidato da vedere trombato clamorosamente. In questa maniera, probabilmente, si pensava di limitare almeno il danno di immagine: il 4 marzo 2018 in Calabria i Cinque Stelle hanno raccolto la percentuale record del 43,8 %. Attualmente, la stima più generosa, parla della perdita del 90% di quel consenso. Dove vanno i grillini con poco più del 4%?
Pippo Callipo, illuminato imprenditore, amico da tempo di Nino De Masi, dopo aver già rinunciato nelle scorse settimane per l’assenza di un qualsiasi progetto politico e di una strategia, si era lasciato convincere a rimettersi in gioco. Da industriale ha capito che sarebbe stato un investimento ad altissimo rischio, ma il suo amore per la Calabria è sincero, era disposto a giocarci la faccia, sostenuto dai sani principi di De Masi. Ma quest’ultimo ha ricevuto un pesante oltraggio: Di Maio che doveva venire in Calabria ha usato il pretesto di Catanzaro allagata (però gli aerei a Lamezia viaggiavano regolarmente), decidendo una ritirata capricciosa che di strategico ha poco o niente, mortificando i calabresi e le persone perbene che hanno seriamente a cuore i destini di questa terra.
La situazione si complica, dunque, ulteriormente, e non solo per i grillini. Entro il 27 dicembre vanno presentate le liste (e raccolte le firme per i nuovi candidati) e ancora i dem non hanno individuato chi dovrà fronteggiare lo “sfiduciato” Oliverio. Il commissario regionale dem Stefano Graziano e il responsabile del Mezzogiorno Nicola Oddati erano più che sicuri che, dopo l’intervento di De Masi, l’intesa si sarebbe raggiunta: si trovano adesso col cerino in mano, su un territorio diviso e, soprattutto, disorientato al massimo.
Sull’altro fronte, il centro-destra patisce il niet di Matteo Salvini su Mario Occhiuto (e poco intelligente appare l’eventuale sostituzione in corsa col fratello Roberto, attuale vice capogruppo di Forza Italia alla Camera), con Giorgia Meloni che si esalta sui numeri che gli ultimi sondaggi le attribuiscono e sogna, segretamente, di mettere sul piatto l’alternativa Wanda Ferro a capo della coalizione di centro destra.
A stare in attesa – contrariamente a quanto si dice – non c’è Sergio Abramo a sostituire, nel caso, gli “indesiderati” Occhiuto, perché non conviene a lui, né tanto meno a Berlusconi, lasciare due amministrazioni chiave per il controllo del territorio: Comune e Provincia di Catanzaro. Quindi il mister X della destra è ancora senza volto, a dimostrazione che la tendenza al suicidio politico, in Calabria, raccoglie sempre più proseliti.
Scalpitano, invece, gli indipendenti Giuseppe Nucera, ex capo degli industriali reggini) e Carlo Tansi, ex capo della Protezione Civile, in cerca dei voti degli astenuti, ma appare una corsa a ostacoli, sempre per la mancanza di tempo. Ognuno per la sua strada, quando, invece, l’idea di una lista civica “comune” a respiro regionale potrebbe avere delle chances di un certo rilievo. In una competizione più divisiva che mai, difficile tessere accordi, con rinunce personalj.
Non sembrano spaventarsi, invece, gli esordienti, tentati dall’avventura calabrese: il re delle cravatte Maurizio Talarico si dice pronto a partecipare alla sfida (con o senza il PD a cui ha offerto la propria disponibilità) e ieri si è fatto avanti un altro outsider: Antonio Mastroianni, architetto catanzarese di 53 anni, di cui molti passati all’estero per lavoro, ha annunciato di volersi candidare non per «dichiarare guerra alle altre fazioni, ma solo per cambiare le sorti della Calabria e dare un’opportunità di vita migliore ai suoi abitanti».
Cosa faranno quelli rimasti fuori dal gioco (per esempio il Movimento 10 Idee per la Calabria che fa capo al prof. Domenico Gattuso e portava avanti Callipo) dopo gli schizoidi atteggiamenti di grillini e dem? Chi appoggeranno, nel loro impegno antisalviniano? Il tempo per presentare una propria lista non c’è e probabilmente sarebbe un errore clamoroso, date le circostanze. La verità è che qualunque scommettitore avrebbe seri problemi a valutare il rischio e quotare qualsiasi risultato.Una sola cosa è certa, da questo caos la Calabria, la nostra Calabria, uscirà con le ossa rotte. (s)
di SANTO STRATI – Dopo l’umiliazione del ricorso alla piattaforma Rousseau (che però li ha graziati), i pentastellati di Calabria sono sempre più scontenti e continuano in una sorta di guerriglia fratricida, con svariati mal di pancia per presentare il candidato (il prof. Francesco Aiello, che non piace a tutti) e predisporre le liste entro il 27 dicembre. La preoccupazione è la percentuale di voti che si preannuncia estremamente bassa (alle comunali Lamezia sono arrivati appena al 4%) e la sensazione più diffusa è una clamorosa batosta che darebbe il colpo di grazia al Movimento e al lavoro di questi anni sul territorio.
La scelta di Luigi Di Maio di affidare alla base il dilemma se saltare il turno non è stata felice: i calabresi si sono sentiti umiliati e mortificati dalla mancanza di attenzione nei loro confronti da parte del Capo politico. Le dimissioni immediate del deputato Paolo Parentela (rientrate dopo il responso di Rousseau) da coordinatore delle elezioni sono state il segnale più evidente dello sconforto che alberga tra i cinquestelle calabresi. Parentela è di nuovo in pista, dopo aver fatto proclami su candidature di prestigio (prima che si avesse la risposta di Rousseau) tenendo il segreto di Pulcinella sul candidato prescelto (Aiello) e annunciando una lista (senza nomi) di grandi figure a rappresentare il Movimento. La verità è che i parlamentari grillini si mostrano più litigiosi dei democratici in queste elezioni che passeranno come le più divisive della storia calabrese e non riescono a trovare la cosiddetta quadra che garantisca almeno una pur minima rappresentanza in Consiglio regionale e, allo stesso tempo, recuperi visibilità su un territorio praticamente dimenticato da Di Maio e dalla dirigenza M5S. Quanto interessa al Di Maio la Calabria? Poco o niente, si desume, visto l’atteggiamento più confuso del solito a proposito di elezioni regionali.
Il risultato della piattaforma Rousseau, fin troppo modesto nella partecipazione, non va considerato come una bocciatura contro Di Maio che appariva più che mai convinto della necessità di saltare un giro per Emilia e Calabria e «rifondare» il Movimento, ma è un chiaro segnale dello scontento che serpeggia nel popolo pentastellato: la scelta di andare alle urne espressa da 19.248 su 27.273 partecipanti – erano 125.018 aventi diritto al voto – ha “graziato” i calabresi, ma non ha calmato le acque sempre più agitate, mostrando chiaramente – come ha riconosciuto Di Maio – «il momento di difficoltà del Movimento». Il sospetto che la piattaforma Rousseau voglia disarcionare il Capo politico è comunque legittimo: Grillo e Casaleggio non hanno il sostituto ideale (Alessandro Di Battista è mal digerito da molti grillini) e devono tentare di tappare le falle che si stanno aprendo in tutt’Italia. L’intesa governativa coi i dem si sta rivelando ogni giorno più difficile da gestire, soprattutto in termini di consenso (da ogni parte) e l’idea che il Governo non veda passare le prime rondini si fa sempre più strada.
Torniamo, però, alla situazione in Calabria. Se si guardano le dichiarazioni di Parentela a partire da prima di Rousseau e dopo l’incontro con Di Maio non si può fare a meno di notare la navigazione a vista e la difficoltà di riuscire ad aggregare il territorio, a partire dai parlamentari eletti in Calabria. Sabato 16 novembre Parentela aveva dichiarato (prima dell’incontro con Di Maio) che «Il Movimento 5 Stelle sta lavorando per le Regionali della Calabria a partire dal programma, dal confronto interno e dal coinvolgimento di quella società civile che non teme di mettersi in gioco e che vuole sostenere il cambiamento concreto» sottolineando che «le nostre regole e i nostri princìpi non consentono, come ribadito a chiare lettere dal capo politico Luigi Di Maio, la candidatura di eletti con il Movimento 5 Stelle che siano in carica, che invito a spendere le loro energie per il bene della comunità calabrese, la nostra sola priorità, specie in questa fase di confusione e rimescolamento che interessa i vecchi partiti e non ci riguarda affatto». Era un nuovo, ulteriore affondo contro le posizioni di Dalila Nesci che, con grande azzardo personale insisteva a giocarsi il sicuro scranno della Camera e mettere a disposizione la propria candidatura. Lunedì, Parentela (prima del voto su Rousseau) aveva detto di continuare a concentrarsi «sul programma elettorale e a dialogare ogni giorno con le tante espressioni della Calabria che vuole voltare pagina» per poi dimettersi da coordinatore delle elezioni in polemica con Di Maio: «Non c’è alcun nesso tra l’annunciata riorganizzazione del Movimento 5 Stelle, l’ennesima da circa un anno, e la scelta di chiedere agli iscritti di ogni parte d’Italia se partecipare o meno alle imminenti Regionali della Calabria e dell’Emilia».
«I vertici del Movimento 5 Stelle – ha accusato Parentela giovedì 21 – scelgono di non scegliere, deludono le migliaia di attivisti calabresi che con sacrifici e rischi hanno sempre lavorato sul territorio, ignorano il percorso che abbiamo già avviato e scaricano su tutti gli iscritti la responsabilità di una scelta inquadrata in termini profondamente sbagliati. Gli stessi vertici hanno messo in gioco, cioè, il futuro del Movimento piuttosto che quello dei cittadini della Calabria e dell’Emilia Romagna, ai quali essi dovranno spiegare il perché della rinuncia a presentarci alle rispettive Regionali, nel caso in cui dovesse prevalere questo orientamento, legittimato da una consultazione democratica incomprensibilmente estesa a tanti che, vivendo altrove, non hanno le informazioni e gli strumenti valutativi per pronunciarsi con piena coscienza». Dimissioni ritirate subito dopo il responso di Rousseau: «Con il 70,6% dei 19.248 votanti, ha vinto la linea della partecipazione del Movimento 5 Stelle alle Regionali della Calabria e dell’Emilia Romagna. Ciò significa che il quadro delle emergenze che noi parlamentari dei rispettivi territori abbiamo riassunto nelle ultime ore ha concorso a convincere la base ad affrontare la sfida elettorale del prossimo 26 gennaio» e su richiesta di Di Maio e dei rappresentanti locali «ritiro le dimissioni perché credo che sia giusto e doveroso presentarci uniti, compatti e determinati a recuperare il tempo perso».
Ecco, il tempo. È l’elemento che maggiormente rema contro qualsiasi disegno abbia in mente il deputato Parentela, che punta sul prof. Francesco Aiello a candidato governatore, spazzando ancora una volta le ambizioni (e la generosa, quanto suicida, disponibilità) della Nesci. La deputata di Tropea, con molto fair play ha dichiarato a Calabria.Live che «il voto su Rousseau ha confermato che non era lineare e sicura la volontà del Movimento di Luigi Di Maio di presentarsi in Calabria. Le mie attenzioni e il porre la questione calabrese da tempo hanno dato due frutti, perché adesso con quel voto schiacciante non ci sono più dubbi sulla presentazione della lista. I miei colleghi parlamentari, a maggioranza, hanno dato questa linea di indirizzo sul candidato civico, quindi non posso che adeguarmi alla scelta che è stata fatta. Ho spiegato i motivi per cui andava fatta una candidatura prettamente politica con un percorso strutturato, ma hanno deciso diversamente». È un ritiro ufficiale alla candidatura? Niente affatto. Parentela e Di Maio dovranno confermare la candidatura di Aiello, ma non possono non fare i conti col territorio, che mostra più di un mal di pancia nei confronti del professore cosentino. Apprezzato docente all’Unical, persona rispettabilissima, Francesco Aiello non ha voluto rilasciare, al momento, dichiarazioni a Calabria.Live, forse perché all’entusiasmo per la sua designazione si affianca una dovuta prudenza e una seria valutazione – da parte sua – sulle percentuali di voto su cui contare. Il tempo non gioca a suo favore e il territorio si sente sempre più abbandonato e si domanda: possibile che si debba ricorrere, per forza, a “esterni” per recuperare la (bella?) avventura del Movimento in Calabria? Lo sapremo nei prossimi giorni. (s)
di SANTO STRATI – C’è una Calabria che vola (quella di Lamezia) e quella che non riesce a “decollare”: parliamo ovviamente dei due aeroporti “figli di un dio mInore” di Reggio e Crotone, avviati inesorabilmente verso un declino che porterà soltanto all’inevitabile chiusura, se non si prenderanno immediati e concreti provvedimenti.. Alla faccia della tanto conclamata Città Metropolitana, disastrata nei trasporti aerei, e, nel caso di Crotone, svilendo uno scalo che funziona a corrente alternata. Quest’estate, complice il turismo straniero e i numerosi resort e villaggi presenti nella zona, ha sviluppato un’interessante mole di traffico. Arriva l’inverno e il Sant’Anna, malinconicamente, vede due soli voli al giorno (Bergamo e Bologna) anche se a prezzi appetibili (Il Crotone-Bologna del 15 gennaio partenza 13.35 e arrivo alle 15.10 costa 14,71 euro con RyanAir).
La Calabria che non vola vede a Reggio la situazione più drammatica: lo scalo dello Stretto, per fare un esempio, da sempre avvantaggiato da un volo per Roma al mattino con ritorno serale, comodissimo per molti professionisti con interessi nella Capitale, non ce l’ha più e i pochi voli disponibili sono a prezzi impossibili. Inoltre, gli orari di Reggio penalizzano i viaggiatori, indicando necessariamente soluzioni alternative su Lamezia. Perché un cittadino di Reggio (o di Messina) dovrebbe andare a Lamezia (131 km, 1 ora e 17 minuti di percorso, A2 permettendo) quando potrebbe decollare al mattino dall’Aeroporto delle Stretto e ritornare la sera da Roma?
Non crediamo all’ipotesi di una volontà “politica” di far chiudere l’aeroporto di Reggio, ma certamente c’è una buona dose di cecità commerciale se si profilano orari dei voli che scoraggiano i passeggeri, il cui numero è costantemente in picchiata (-5 %), al contrario delle sorprendenti performance di Lamezia, su cui si concentrano non solo voli di linea ma anche un buon numero di charter, con un traffico in continua ascesa. Guardiamo i numeri da gennaio a settembre di quest’anno: Lamezia oltre 2,3 milioni di passeggeri (+ 8,8% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno); Crotone 131 mila (+110,3); Reggio Calabria 299 mila (+13,5%). Non inganni il segno + per Reggio: nel 2018 aveva registrato 358 mila passeggeri e 381mila nel 2017, ben lontani dai 485/490 mila del 2016 e 2015, quando c’era più voli e l’aeroporto era in buona efficienza. Cosa significano queste cifre? Molto semplicemente che se c’è l’offerta, cresce la domanda, se l’offerta non è competitiva e gli orari poco convenienti, il traffico crolla.
In poche parole, se ci sono voli (e orari che permettano andata e ritorno nello stesso giorno) la domanda è destinata a crescere. Se viaggiare da o per Reggio diventa un’avventura, sembra evidente che la domanda vada in caduta libera e i passeggeri cerchino altre soluzioni. Anche perché, non dimentichiamo, che un volo Reggio-Milano costa poco meno di un Milano-New-York, mentre un Milano-Lamezia diventa ragionevolmente accettabile (a partire dai 31 euro di RayanAir ai 73 di Alitalia – nelle tariffe speciali). C’è indubbiamente una inspiegabile discriminante a favore dello scalo di Lamezia: qualcuno dovrebbe spiegare il perché ai tanti cittadini di Reggio che domani mattina, in piazza Italia, si mobiliteranno per chiedere soluzioni per l’aeroporto. Una manifestazione promossa dal Comitato pro Aeroporto dello Stretto: l’organismo guidato da Fabio Putortì mostra qualche contraddizione nelle sue logiche di denuncia. Secondo Putortì, «la manifestazione servirà a denunciare e voltare definitivamente pagina con un sistema politico-amministrativo distorto dove le logiche di partito hanno prevalso sugli interessi della collettività e dello sviluppo del territorio». Ma Purtortì non vuole politici alla manifestazione: «I rappresentanti istituzionali – sostiene – hanno le sedi opportune per compiere il proprio dovere». In poche parole non si vuole che la manifestazione diventi il palcoscenico (di comodo) di amministrazioni e consigli comunali e regionali «che hanno dimostrato e stanno tuttora dimostrando tutta la loro indolenza ed insensibilità politica». Ovvero la piazza aperta ai cittadini e basta. Sembra una cavolata: i politici bisogna chiamarli a dare spiegazioni, a rispondere dell’inazione fin qui manifestata. E i sindacati? Non bisogna ascoltare quello che hanno da dire?
La UIL Trasporti proprio qualche settimana fa ha aperto «un nuovo stato di agitazione dei lavoratori della SACAL in forza presso l’Aeroporto di Reggio Calabria, per la mancanza di un piano lungimirante, da parte della stessa società, che possa rilanciare l’infrastruttura reggina con mediante l’arrivo di nuovi collegamenti, necessari per ridare respiro ai lavoratori in continuo stato di disagio dettato dalla persistenza dei contratti a tempo determinato, nonché di quelli part-time e di tutte le questioni messe più volte in evidenza e di non facile risoluzione a fronte delle ostilità dettate dallo stato di fatto». Il segretario regionale UILT Calabria, Luciano Amodeo, aveva dichiarato a un’emittente radiofonica nazionale che «si è assistito a un tacito e graduale disimpegno da parte di alcune compagnie, precedentemente operanti, oltre che alla riduzione dei collegamenti programmati Alitalia». Amodeo ha parlato con chiarezza: «Nonostante gli investimenti proposti recentemente, non si intravvede il piano di sviluppo e di rilancio necessario, che dovrebbe essere accompagnato da un progetto di trasporto intermodale, per ripristinare la giusta funzionalità di un aeroporto che non riesce a sfruttare l’importanza strategica dettata dalla propria ubicazione».
Gli investimenti (25 milioni per l’Aeroporto, ottenuti grazie ad un emendamento della legge di bilancio dello scorso anno dal deputato azzurro Francesco Cannizzaro) annunciati trionfalmente dal Presidente di Sacal, il reggino Arturo De Felice con lo stesso Cannizzaro, qualche mese addietro, a proposito della modernizzazione dello scalo. In tale occasione, De Felice aveva dichiarato a Calabria.Live che se non ci sono passeggeri un aeroporto non può funzionare. Il riferimento – esplicito – allo scalo reggino è evidente. Niente passeggeri, niente voli. Ma se non ci sono voli come possono esserci passeggeri? Un bel busillis. E siamo sicuri che con i 25 milioni ottenuti con mano felice da Cannizzaro possano risolvere i problemi dello scalo? Ancora non sono stati neanche fissate le gare di appalto, mentre al contrario la ventilata chiusura dell’aeroporto sembra molto vicina a diventare una drammatica realtà. E i lavori di adeguamento del volo strumentale (senza il quale RyanAir si rifiuta – parrebbe – di atterrare a Reggio)? Altro che nuovi vettori pronti a fare scalo a Reggio per servire (comodamente) anche Messina.
Per l’utilizzo dei 25 milioni per l’aeroporto (la cui destinazione appare discutibile), c’è uno studio – gratuito – proposto da un gruppo di progettisti che fa capo all’arch. Pino Falduto che ha ipotizzato una completa rivisitazione dello scalo, proprio utilizzando le risorse che – in realtà – serviranno a “rappezzare” una aerostazione piuttosto squalliduccia e risolvere qualche problema di recinzione intorno allo scalo (la sicurezza, va garantita, per carità!). Il progetto, onestamente, mostra un grande appeal e risulta una gran bella proposta, a vedere i rendering. I disegni CAD non bastano, ovviamente, ma – a quanto pare – c’è anche un conto economico dettagliato dei costi.
Pensate che qualcuno di quelli che decidono ha voluto appena appena sbirciare il costo industriale del progetto? Assolutamente no. Reggio non deve volare e con essa Crotone. Se lo ricordino i calabresi alla ormai vicinissima tornata elettorale: le soluzioni gattopardesche (cambiare tutto perché nulla cambi) non vanno più bene, occorre reagire. Democraticament e con l’arma del voto, non disertando le urne. Mandare a casa chi non ha fatto e isolare chi pensa di crearsi nuovi “pascoli” per fini strettamente privati.
E ha ragione uno storico di valore come Pasquale Amato che sogna di vedere (al contrario del Comitato pro Aeroporto) tanti politici alla manifestazione reggina, magari pronti a battersi il petto e dichiarare pubblicamente un impegno serio per il rilancio dello scalo. I politici diranno di non essere stati invitati, una comoda scusa per svicolare. Non servono inviti, serve la volontà di servire Reggio e difendere i suoi interessi. Serve la passione di far diventare non meno importante lo scalo di Lamezia, ma di far crescere Crotone e Reggio e con essi la Calabria. Non addormentatevi, al risveglio, si capirà che, purtroppo, è anche questo un sogno. (s)
Ecco come l’arch. Pino Falduto e il suo team di progettisti vedono il futuro aeroporto di Reggio. Per ora è solo un rendering, ma qualcuno si degnerà di chiedere il conto economico per la sua realizzazione?
di SANTO STRATI – La famosa battuta di Nanni Moretti (nel film Ecce Bombo) «Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?» sembra tagliata su misura per i Cinque Stelle a causa della crescente confusione sulle prossime elezioni regionali calabresi. Le riunioni, infuocate, si susseguono e, anche se nessuno lo afferma senza reticenze, il verdetto, implacabile, è coralmente contro l’attuale capo politico, Luigi Di Maio. Il quale, pensando a Via col Vento, «francamente se ne infischia» e procede con navigazione a vista, con un evidente fastidio: cosa sarà mai la Calabria rispetto al disastro annunciato in Emilia il prossimo 26 gennaio?
E, allora, quale atteggiamento assumere sulla Calabria? Presentarsi da soli, oppure in un indigesto (per tanti) neo-accordo sul modello governativo con il Partito Democratico guardando al territorio e alle possibili intese con le liste civiche, oppure ancora – come ha proposto polemicamente il presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra – non presentarsi affatto? Quest’ultima ipotesi, in una sorta di apologia del suicidio politico non-assistito, per la verità sembrava una boutade con finalità tattiche (complimenti per la sottile strategia di cupio dissolvi), ma, incredibilmente, ha cominciato a diventare un’idea sempre più diffusa ai piani alti del Movimento, con grande disperazione dei parlamentari calabresi che si sentono pedine inutili di un gioco al quale non sono minimamente invitati.
Nicola Morra mostra, invece, una rudezza inusuale a difendere quella che forse voleva essere una semplice, anche se grave, provocazione. Il ragionamento è, tutto sommato, molto semplice: correre da soli, a un mese dalla presentazione delle liste, e sfidare il destino cinico e baro per ritrovarsi con un decimo dei voti raccolti a marzo 2018, può diventare l’elemento catalizzatore della prossima dissoluzione. Non partecipare alle consultazioni evita il rischio di dichiarare bancarotta politica (nessuno potrà addebitare al Movimento l’eventuale débâcle elettorale se non ci sono liste snobbate dagli elettori), ma, sicuramente, potrà creare un disastro sul territorio, dove i simpatizzanti si sentiranno traditi e abbandonati. Di contro, l’improbabile riproposizione governativa di un’intesa rosso-grillina, potrebbe ulteriormente minare alle fondamenta quel che resta del seguito pentastellato in Calabria. Assai poco, a dare ascolto a sondaggi riservati che indicano l’inizio della catastrofe. La soluzione potrebbe essere un’intesa allargata ai movimenti civici, affollati di seri professionisti e brillanti esponenti della società civile, che, però, proprio per la loro serietà, dovrebbero guardarsi bene da farsi abbindolare da patti scellerati, lontani da qualunque idea di rinnovamento. Con il solo obiettivo di raggranellare voti e mettere una pezza ai tanti buchi della coperta grillina che si restringe sempre di più, peggio di un capo di abbigliamento di dubbia qualità che viene lavato troppe volte.
Si diceva che a Di Maio, molto probabilmente, della Calabria interessa niente o poco. Nella sua visione (forse appannata?) della real-politick del Movimento, i parlamentari calabresi che hanno pur raccolto un consenso inaspettato del 43,4% (che nelle previsioni di gennaio varrebbe appena il 10-15%) appaiono come peones che non contano un beneamato… In più, gli stanno facendo la guerra, senza grandi chances di un pur minimo successo: quindi perché preoccuparsi? Le elezioni in Calabria, dunque, appaiono come un’incombenza da sopportare limitando al massimo eventuali fastidi. La pensano così anche i grillini di Calabria? Obiettivamente, è lecito avere molti dubbi.
Tra i più ostili, oltre a Nicola Morra (prof ligure prestato a Cosenza dove insegnava storia e filosofia al liceo classico “Telesio”) c’è la pasionariaBarbara Lezzi, che non perdona a Di Maio la sua esclusione nella compagine governativa. Aveva il dicastero per il Sud (peccato che non abbia utilizzato durante l’incarico questa sua esuberanza) e l’ha perso nel giro di qualche ora, senza nemmeno un timido accenno di scuse. La vendetta – si sa – è un piatto che si serve freddo e la focosa senatrice leccese butta continuamente benzina sul fuoco amico contro il capo politico, trascinando con inaspettata foga dissenzienti (in crescita anche questi) e truppe sparse.
La verità, probabilmente, è che non è solo il disinteresse di Luigi Di Maio a trascinare verso il disastro le terre calabresi conquistate, in modo imprevedibile, dai grillini, ma probabilmente l’indifferenza del gruppo dirigente (ma ce n’è uno?) verso la punta dello stivale d’Italia. Grillo e Casaleggio, anche se non lo danno a vedere, sopportano ogni giorno con più fatica l’inazione alternata a fremiti di protagonismo di Di Maio, ma non faranno mai la prima mossa per detronizzarlo. S’incarterà da solo – pensano, secondo qualcuno – e i peones faranno il resto. Perché, allora, questa politica palesemente suicida?
Se i nostri politicanti allo sbaraglio avessero studiato la storia o andassero a ripassarla, troverebbero molte analogie con la storia del movimento di Guglielmo Giannini che nel 1944 fondò Il Fronte dell’Uomo Qualunque. Anche Giannini era un uomo di spettacolo (commediografo e giornalista) e la sua antipolitica trovò fertile terreno nel primissimo dopoguerra ponendosi contro fascisti e comunisti sulla scia di un liberalismo che stava a metà tra conservatorismo e populismo. Durò nove anni, il qualunquismo di Giannini che, al contrario di Grillo (suo futuro emulo), si candidò e raccolse importanti percentuali alle elezioni della Costituente del 1946, mandando 30 deputati all’ Assemblea. L’uomo qualunque svanì ingloriosamente quando, avviato verso il declino dopo le elezioni politiche del 1948, tentò – senza successo – l’alleanza con lo scudocrociato prima e con il Pci di Togliatti, dopo. Al “Migliore” qualche anno prima aveva dato del «verme, farabutto e falsario». Vi ricorda qualcosa?
Il prof. Morra che la Storia l’insegna, probabilmente, è l’unico dei Cinque Stelle ad avere bene in mente questo precedente e si appresta a studiare attacco e difesa per restare in piedi in caso di diluvio. I parlamentari calabresi che non hanno ombrelli, pur non rassegnati, si preparino alla burrasca in arrivo. La deputata di Tropea Dalila Nesci, già da giugno, intuendo il pericolo imminente aveva lanciato la sua disponibilità alla candidatura rinunciando al sicuro seggio di Montecitorio: incosciente o temeraria? Certo non s’immaginava il fiele che, quotidianamente, qualcuno riversa sulle sue (legittime) aspirazioni, svalutando il lavoro fin qui svolto dai parlamentari grillini in Calabria. Un po’ opaco, per la verità, e senza fuochi d’artificio, ma non si può pretendere molto da “dilettanti della politica” lasciati da soli a improvvisare un mestiere inedito per molti, ma oggi più che mai abbandonati e condannati all’indifferenza. Tra domani e martedì un nuovo atto della sceneggiata in corso. Potrebbe essere una commedia divertente, ma rischi di diventare tragedia per i grillini di Calabria. (s)
di SANTO STRATI – È l’unica regione, non solo nel Mezzogiorno ma anche in Italia, ad accusare una flessione del Pil, -0,3% nel 2018: la Calabria è la cenerentola del Paese e, al contrario delle altre regioni meridionali che mostrano timidi segnali di ripresa, rivela la sua ormai cronica debolezza nella crescita. Il Rapporto Svimez 2019 offre una fotografia reale della disuguaglianza Nord-Sud, impietosa nei confronti di chi ci ha governato in questi ultimi dieci anni, spiega come la politica italiana si sia dimenticata del Mezzogiorno. Di come abbia indebolito il contributo del motore interno della crescita, trascurando il Sud e la sua gente. Il risultato è che rispetto al 2018 siamo sotto di dieci punti rispetto ai livelli di dieci anni prima.
Luca Bianchi, direttore dello Svimez, introdotto dal presidente Adriano Giannola, espone con chiarezza e lucida convinzione i dati che, implacabili, le slides del Rapporto mostrano sullo schermo numeri incontrovertibili che segnano inequivocabilmente il cosiddetto divario, non solo territoriale, ma anche sociale tra Nord e Sud. Quello che colpisce di più è la povertà in campo che si registra in campo educativo (300mila ragazzi nel Mezzogiorno si fermano alle III media), preludio alle altre povertà economiche e di crescita sociale.
Non è sufficiente la considerazione che le disuguaglianze fanno sì che possa parlare solo di debole recessione, se non di stagnazione, a livello nazionale, il punto che emerge dall’affollato incontro alla Sala dei gruppi parlamentari della Camera, è che – a politiche invariate – il Mezzogiorno viaggia al 6,1% contro il 21,6 % nazionale della spesa pubblica. Lo scippo continuerà fino a che non sarà riaffermata, in modo univoco, la centralità della clausola del 34% da destinare al Mezzogiorno. Non solo per la spesa corrente, ma per ogni utilizzo di fondi strutturali e di fondi addizionali (di provenienza UE), così da annullare quella che il ministro per il Sud, Peppe Provenzano, ha significativamente indicato come “divergenza”. Ecco, il divario che non è solo territoriale, ma, ben più in profondità, sociale, va colmato con iniziative, investimenti, con progetti di cui andrà valutata non solo l’efficacia ma anche l’efficienza.
Proprio questo aspetto, quello dell’efficienza, mostra la parte debole del discorso investimenti. C’erano a disposizione circa 110 miliardi, il nostro Paese ne ha appena utilizzati 2. Non mancano le risorse finanziarie, manca la capacità di spesa. Viene meno l’efficienza dell’apparato pubblico che non risponde alle esigenze di imprenditori, investitori pubblici e privati, e lascia decadere ogni iniziativa.
L’amministratore delegato di Invitalia, Domenico Arcuri, su questo tema, provocatoriamente, ha detto se dobbiamo chiederci se il Sud vuole lo sviluppo. Certo che lo vuole, ma occorre dare una svolta all’abitudine di valutare le iniziative in termini di obiettivi e di strumenti. Il vero elemento di competizione – ha detto Arcuri – è il tempo. Il riferimento alle capacità straordinarie della nostra gente viene da due esempi: l’Autostrada del Sole, costruita in cinque anni (e consegnata con sei mesi di anticipo) e i lavori sul canale di Panama (a matrice italiana): si scopre, poi, che in Italia per fare trenta km di ferrovia ci vogliono vent’anni. La risposta a questo “giallo”, a questo mistero che avvolge la tempistica assurda che caratterizza ogni progetto sta – secondo Arcuri – nella moltitudine di attori interessati alle dinamiche dello sviluppo. Occorre sfoltire in termini di età media la pubblica amministrazione e, soprattutto, fornire ai responsabili la tranquillità di firmare senza il terrore di essere poi perseguiti dalla giustizia contabile per eventuali errori, anche se commessi in buona fede.
Da sinistra: Domenico Arcuri, Ad di Invitalia, Adriano Giannola e Luca Bianchi della Svimez e il direttore generale di Confindustria Marcella Panucci
Il direttore generale di Confindustria, la calabrese Marcella Panucci, ha insistito proprio su questo punto: la pubblica amministrazione è debole al Sud, va rinforzata e preparata ad affrontare i problemi autorizzativi, con competenza e autorevolezza, ma senza la spada di Damocle di una giustizia amministrativa pronta a richiedere il danno erariale. D’altro canto – ha evidenziato il ministro Provenzano – l’età media nella pubblica amministrazione è di 55 anni: come si può parlare di innovazione se non si svecchia questa classe dirigente inserendo le migliaia di giovani preparati e capaci di captare le trasformazioni e i vantaggi nelle valutazioni che la tecnologia offre?
Il presidente Giannola ha detto che occorre guardare alla storia per capire le problematiche del Mezzogiorno. La crisi non è solo di natura economico-finanziaria: c’è una crisi di natalità, che è il fenomeno più preoccupante – ha rilevato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte – che deriva dalla grande disuguaglianza che affligge il territorio. Servono tre milioni di posti di lavoro per il Mezzogiorno, senza i quali si andrà a svuotare ancor di più il nostro Meridione. E Conte, ribadendo il suo ormai abituale ritornello «Se riparte il Sud riparte l’Italia» si è detto soddisfatto delle misure previste dalla manovra a favore del Mezzogiorno e ha annunciato il prossimo varo del Piano per il Sud.
«Un piano per l’Italia – gli ha fatto eco il ministro Provenzano – perché occorre pensare soprattutto ai giovani e alle donne (anche qui il divario in termini occupazionali col Nord è terribile) guardando alla bio-economia, all’agricoltura, all’energia da fonti rinnovabili. Contro la logica della contrapposizione del territorio che indica stupidamente al Sud l’assistenza, al Nord lo sviluppo, bisogna radicalmente cambiare registro. «L’Italia vive della sua unità» ha esordito nel suo intervento il segretario generale aggiunto della Cisl Luigi Sbarra: la dispersione scolastica è un problema intollerabile e servono misure che fermino questo inaccettabile gap.
Il lavoro, gli investimenti, nuove progettualità e voglia di innovare. Il presidente Conte è ottimista: le risorse saranno distribuite con la clausola del 34% (che corrisponde alla percentuale degli abitanti del Mezzogiorno). Ma, avverte Conte, non basta stanziare risorse, bisogna saperle spenderle. «Definanzieremo i progetti che non vanno avanti: una task force avrà il compito di controllare e verificare l’attuazione degli investimenti fino al loro completamento». Basterà per il rilancio del Sud? Intanto è una buona base di partenza. (s)
di SANTO STRATI – Dopo il niet di Luigi Di Maio a intese con i dem per le prossime regionali, tra gli umori contrastanti dei parlamentari Cinque Stelle calabresi, il PD si trova in serio imbarazzo: nega il simbolo al presidente uscente Mario Oliverio ma non ha l’uomo giusto da candidare a governatore. Anzi, no. In realtà l’uomo c’è e si chiama Nicola Irto, attuale presidente del Consiglio regionale, unica carta da giocare in una competizione che si preannuncia burrascosa e imprevedibile. La figura di Irto è pulita, potrebbe raccogliere il consenso di una base sempre più disorientata e smarrita, ma il presidente del Consiglio si schermisce e ha qualche riserva a diventare l’antagonista dell’«amico» Oliverio (che si presenterà con una sua lista civica).
Nicola Zingaretti, del resto, in una lettera al Corriere della Sera di oggi individua la debolezza del partito: «Negli anni della dispersione – ha scritto – ci abbiamo messo anche qualcosa di nostro: una storia di conflitti, separazioni, di chiusure e a volte di egoismi: il rintanarsi nel proprio io, quando era essenziale far sentire al popolo la forza del noi e la voglia di sentirsi parte di una comunità». Contro la deriva conservatrice che continua a mietere successi è il riconoscimento dell’incapacità di valorizzare la propria forza: se ci fate caso, quello democratico è l’unico in parlamento che si presenta come “partito”. Le altre forze giocano coi nomi e con le suggestioni, come se essere “partito” fosse diventato un peccato originale da cui redimersi. Invece, la forte affluenza umbra indica chiaramente che esiste, nel Paese, la voglia di essere protagonisti e vivere la politica da parte dei cittadini, delusi sì ma non rassegnati.
Il primo partito in Calabria è quello degli astenuti: alle passate elezioni votò poco più del 43%, il rischio di un incremento delle astensioni è concreto a fronte dell’indebolimento della politica intesa come strumento del fare per il bene comune. Come, naturalmente, in Calabria non è stato, sin dalla nascita delle Regioni. Il regionalismo doveva diventare il fulcro di una rinnovata partecipazione di popolo alle scelte decisionali per il futuro: le percentuali dell’astensionismo indicano la risposta che viene fuori nella valutazione di quello che è stato. Delusione, sconforto e mancanza di fiducia. Gli elettori calabresi hanno bisogno di ritrovare questa fiducia: lo capiranno mai i candidati a Governatore?
Il prossimo 24 novembre la consiliatura regionale della Calabria sarà ufficialmente conclusa, ma il presidente Oliverio continua a traccheggiare sulla data, tormentato da una duplice tentazione: votare subito, il 15 dicembre, e spiazzare gli avversari che avranno così pochissimo tempo a gestire una difficile campagna elettorale, o rinviare al 26 gennaio, “godendo” di altri due mesi di legislatura regionale (esercizio del potere, stipendi, nomine, ecc). Politicamente, la scelta più azzeccata sarebbe quella di dicembre, ma dal centro destra fanno notare che Oliverio non avrebbe ancora pronte le liste, dato che sperava fino all’ultimo a un ripensamento da Roma sulla sua ricandidatura. In ogni caso, è opportuno sottolineare che questa altalena di rinvii sulla decisione della data delle elezioni crea ulteriore sconforto su un elettorato fin troppo confuso. Una sfida sulla data ravvicinata l’ha lanciata il candidato indipendente Giuseppe Nucera (vedi l’intervista di Calabria.Live), già presidente degli industriali reggini, che sta facendo una promettente campagna elettorale incontrando i calabresi in lungo e in largo: «Non abbiamo alcuna paura, anche il 15 dicembre – nonostante gli inevitabili problemi organizzativi che deriverebbero da questa scelta – per noi andrebbe bene». La data del 15 dicembre equivarrebbe a una campagna di un mese e mezzo, troppo poco, secondo i tradizionali canoni cui si era abituati prima dell’avvento dei social, ma in 45 giorni si possono fare miracoli in termini di comunicazione mirata.
Ne sanno qualcosa i grillini calabresi che ieri sia alla Camera che in Senato non nascondevano qualche mugugno. Dell’auto-candidatura di Dalila Nesci (vedi l’intervista) abbiamo già riferito qualche settimana fa: oltre al «non se ne parla» di Di Maio la parlamentare di Tropea non trova larghi consensi tra i colleghi calabresi, a partire da Nicola Morra, attuale presidente della Commissione Antimafia, e di cui si ventilava un certo interesse verso la Cittadella di Germaneto. Il sen. Morra, ieri in Senato, non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione a Calabria.Live, ma lo si vedeva super impegnato ad ascoltare e troncare suggestioni e proposte che venivano da parte dei parlamentari pentastellati. La crisi all’interno del Movimento Cinque Stelle è evidente e l’assedio al capo politico Di Maio risulta sempre più irreversibile. La base non condivide più le sue scelte, anche se la contestazione viene fatta a bassa voce, fatte salve alcune uscite estemporanee di parlamentari in conclamato dissenso (sono troppi a non perdonargli l’esclusione o il rinnovo di incarichi governativi) e il caso Calabria sarà un elemento che incrinerà ancor di più la supremazia di Di Maio. Il quale, erroneamente, sta sottovalutando gli effetti di un disastro annunciato anche in Calabria, dove il M5S il 4 marzo dello scorso anno, inaspettatamente, divenne il primo partito. La Nesci, provocatoriamente, ha mandato a dire a Morra che lo sosterrebbe se volesse candidarsi, ma, in realtà, la giovane deputata pensa di poter essere ancora in gioco. Nomi per la Calabria in ambiente grillino ne corrono troppi: è un evidente segnale che non c’è, al momento, alcuno spiraglio di accordo, ma soprattutto è rivelatore di una debolezza del Movimento che non ha neanche accennato a un ipotetico programma di governo regionale. Niente candidati, niente programma: facile trarre le conclusioni…
Se però Atene piange, Sparta non ride: nel centro-destra le acque si avviano a diventare molto agitate, soprattutto dopo il successo di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni in Umbria. Il misero 5,5% conquistato (a fatica) da Forza Italia non impedisce agli azzurri a rivendicare la Presidenza della Regione, ma – come abbiamo riferito qualche giorno fa nell’intervista a Cristian Invernizzi, commissario della Lega in Calabria, c’è il veto di Salvini su Mario Occhiuto. Ed è un veto di non poco peso, soprattutto dopo il risultato in Umbria: in questi giorni è previsto un incontro “definitivo” tra le tre componenti del centro-destra per trovare la quadra. Berlusconi ha chiesto un parere legale sulla posizione giudiziaria del sindaco di Cosenza (colpito da diverse indagini e appena rinviato a giudizio insieme con Oliverio per Lande desolate), ma la sensazione è che, salvo compromessi di grande peso politico, Forza Italia sarà costretta a proporre un altro candidato. Le voci che danno “in riscaldamento” l’attuale sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, si scontrano ancora una volta con le inchieste giudiziarie: anche Abramo ha qualche pendenza ancora in sospeso e sicuramente avrebbe un ulteriore veto da parte di Salvini che vuole una figura “immacolata” per Governatore. Quindi, bisogna pensare che, in caso di un (impensabile) ritiro di Occhiuto, il centro-destra dovrà proporre un uomo nuovo (il deputato Francesco Cannizzaro?) da mettere in competizione con Irto (se accetterà di correre) o con gli outsider (Giuseppe Nucera e Carlo Tansi) da cui ci si potrebbe aspettare qualche sorpresa.
Lo scenario regionale, senza il candidato Occhiuto (che potrebbe, però, anche pensare di correre con una lista propria senza il sostegno della Lega) diventerebbe ancora più ingarbugliato: sette-otto candidati con percentuali massime di successo al di sotto del 10-15% (sempre che non ci sia un’inversione di tendenza nel temuto astensionismo). Il centro-destra unito ha buone chances di risultato, la conflittualità della Lega (che comunque in Calabria non vanta le larghe simpatie dichiarate) porterebbe decisamente a una débâcle garantita. Il PD si deve giocarsi quel poco di credibilità che ancora gli resta in Calabria, i Cinque Stelle hanno altri litigi per le mani: dunque, il nuovo Governatore – di qualunque colore esso sarà – che viene fuori da tale scenario avrà una percentuale modesta di suffragi e sicuramente qualche difficoltà a costituire una Giunta in grado di affrontare anni fondamentali per il rilancio e la crescita della Calabria. Questa terra non se lo può permettere. (s)
di SANTO STRATI – Porto, aeroporto, mobilità all’anno zero: non mancano gli elementi per infiammare gli animi dei reggini, ancora una volta penalizzati da scelte autonome, calate dall’alto, che influiscono in modo pesante sulla vita di tutti i giorni. In questo caso, la protesta è contro il Ministero dell’Ambiente, che ha approvato la richiesta delle società private di attraversamento dello Stretto, Caronte&Tourist e MeridianoLines di spostare gli attracchi da Villa San Giovanni a Pentimele. La Città si è attivata con una mobilitazione trasversale che vede uniti Sindaco (Pd) e opposizione (centro-destra) per dire no a scelte non condivise ancor di più perché non discusse con i rappresentanti dell’amministrazione cittadina e metropolitana. Intendiamoci, il via libera del Ministero dell’Ambiente a un progetto privato non condiviso dalla Città non significa che domattina Reggio sarà invasa dai Tir: la richiesta dei due operatori dello Stretto risale al 2016 e solo a ottobre dello scorso anno è arrivato il via libera, riconfermato in questi giorni, nonostante il parere contrario della Commissione Trasporti della Camera. Il punto principale riguarda il solito atteggiamento sprezzante nei confronti di Reggio da parte del Governo: nessuna discussione, nessuna valutazione con gli organismi locali. La decisione cala dall’alto, ma i reggini, la Calabria, sono stufi di queste imposizioni che escludono qualsiasi confronto. E le reazioni di queste ore lo dimostrano ampiamente.
Il sindaco Giuseppe Falcomatà è furioso e ne ha ben ragione: «Il passaggio dei Tir per la Sicilia al porto di Reggio – ha dichiarato – è un progetto scellerato che vedrà la strenua opposizione della nostra comunità. Siamo pronti a far valere le nostre ragioni, anche attraverso azioni eclatanti. È una scelta incomprensibile che va contro tutti i pareri espressi ufficialmente dalle istituzioni territoriali. Non si può autorizzare uno scempio simile, che produrrebbe effetti devastanti sul piano ambientale, urbanistico e logistico, pensando di far passare questa scelta sulla testa di un’intera città. Reggio Calabria è pronta alle barricate».
Per capire la netta contrarietà della comunità reggina allo spostamento dei Tir da Villa San Giovanni al nuovo molo (da costruire) in località Pentimele, praticamente a due passi dalla città, occorre sapere che il progetto fa capo ai due vettori privati che gestiscono l’attraversamento dello Stretto. I due traghetti della Meridiano Lines (che fa capo all’imprenditore reggino Cesare Diano) dal 1998 operano dal porto di Reggio verso Messina-Tremestieri e viceversa solo per il traffico pesante, Caronte & Tourist traghetta sia auto che mezzi pesanti da e per Messina da Villa San Giovanni, nell’area di Pezzo, una zona ad alta vocazione turistica. L’attraversamento dei Tir lungo le dorsali della cittadina dello Stretto avevano suggerito la creazione di un polmone di stoccaggio con spostamento degli approdi verso sud, in località Bolano, a metà strada tra Villa e Reggio.
Il sen. forzista Marco Siclari è altrettanto imbufalito: «Con la decisione di spostare solo il traffico pesante al porto di Reggio con la costruzione di nuovi attracchi a Pentimele, – ha detto – stanno decidendo scientemente di distruggere la costa. Non accettiamo di lasciare due porti, a distanza di pochi chilometri, per lo stesso servizio. Presenterò, al nuovo Governo la richiesta di finanziamento con un emendamento alla Legge di Bilancio, così come fatto lo scorso anno, affinché venga finanziato il progetto, esistente, dello spostamento degli approdi a sud di Villa San Giovanni come già deliberato dagli enti enti di competenza e dalle istituzioni locali. Era dicembre del 2018 quando ho chiesto al Governo di farsi carico delle richieste di un territorio che, con queste scelte, stanno mortificando. Non solo, a essere messo a serio rischio è un vero e proprio patrimonio naturale, lo Stretto. Questo Governo ha deciso di distruggere la Calabria e lo sta facendo giorno dopo giorno, decisione dopo decisione che vanno in direzione contraria rispetto alla determina degli stessi territori coinvolti. Non mi fermo nonostante la caparbietà di questo Governo nel voler affossare la nostra terra. Utilizzerò tutti i mezzi a mia disposizione per portare nelle aule del Governo il dissenso dei reggini. Ricordo inoltre che ho ottenuto 8 milioni di euro per realizzare il polmone di stoccaggio a Villa che serve per la sosta dei veicoli in attesa degli imbarchi, al fine di evitare di decongestionare il centro cittadino. Il porto a sud di Villa, dunque, libererà sia il centro di Villa sia Reggio dal traffico e dall’inquinamento».
L’Amministrazione comunale di Reggio ha chiesto che sia convocato al più presto un incontro nel quale approfondire la questione, anche con il supporto dei pareri tecnici ufficialmente espressi dalle istituzioni territoriali, e rivedere la decisione che ha autorizzato i nuovi approdi. Sulla vicenda, l’Assessore alla Mobilità del Comune di Reggio Giuseppe Marino, facendo riferimento alla delibera del Consiglio comunale supportata da numerosi pareri tecnici trasmessi al Governo e condivisa da altre istituzioni territoriali come il Comune di Villa San Giovanni, la Città Metropolitana, l’Asp e la Regione Calabria, ha sottolineato come il progetto di spostamento dei mezzi pesanti sia assolutamente «in netto contrasto con tutta la programmazione messa in campo dal Comune di Reggio Calabria per lo sviluppo del fronte costiero».
«Concretamente – ha sottolineato Marino – lo spostamento dell’approdo andrebbe in pesante conflitto con i programmi di sviluppo attivati dall’Amministrazione comunale e dagli altri enti di governo del territorio per l’area portuale. Ad esempio il nuovo progetto, già in corso di esecuzione, del prolungamento nord del lungomare verso il porto, o ancora il progetto di riqualificazione del lido comunale, l’ormai imminente avvio dei lavori sull’Arena Lido, i lavori in corso sul Parco Lineare sud, il progetto del polo sportivo nell’area di Pentimele ed in ultimo l’interlocuzione avviata con le altre istituzioni territoriali per il varo del nuovo piano regolatore portuale che valorizza l’attracco delle navi da crociera e la diportistica. Progetti tutti evidentemente alternativi allo spostamento del traffico pesante che produrrebbe invece effetti devastanti sul piano delle emissioni inquinanti, del congestionamento del traffico veicolare e della qualità della vita dei cittadini, con pesanti conseguenze nel comparto turistico, vero motore socioeconomico per lo sviluppo del nostro territorio».
«La nostra peraltro – ha aggiunto Marino – non è mai stata una posizione di mera opposizione al progetto di spostamento dei Tir. Insieme al Comune di Villa San Giovanni abbiamo condiviso l’esigenza di uno spostamento dell’approdo nell’area di Bolano, al confine tra i territori dei due Comuni, in una zona scarsamente urbanizzata che meglio si presta allo sviluppo del progetto presentato dalle società private per l’attraversamento dello Stretto. Chiediamo quindi che il Ministro riveda il suo parere, dimostrando capacità di ascolto e vicinanza nei confronti di un territorio che ha espresso chiaramente la sua netta contrarietà a questo progetto».
I traghetti della Meridiano Lines trasportano solo mezzi pesanti da Tremestieri-Messina al Porto di Reggio e viceversa
Venerdì pomeriggio, il centro-destra reggino, convocato in tutta fretta dall’on. Francesco Cannizzaro, ha incontrato i reggini sulla vicenda Tir. «Oggi ci siamo ritrovati, come Centro-Destra, tutti uniti, per il bene della nostra città il cui rilancio passa per le infrastrutture: il Porto deve rinascere in chiave turistica, non può essere saccheggiato da politici che rinunciano a difendere la città. Noi ci siamo, come sempre, per Reggio e dalla parte di Reggio. – ha dichiarato l’on. Cannizzaro – L’unica strada per evitare che Reggio venga invasa dai Tir è procedere con immediato ricorso al Tar contro la scelta del Ministero: se il sindaco Falcomatà e il governatore Oliverio sono davvero contrari alla decisione del governo Pd-M5S, procedano e avranno il nostro supporto su questo».
La riunione che si è svolta nella sede del coordinamento provinciale di Forza Italia, a due passi dal Consiglio regionale, ha visto schierati con Cannizzaro Ernesto Siclari, coordinatore del Mns, i consiglieri comunali Mary Caracciolo (FI), Emiliano Imbalzano (Lega), Massimo Ripepi (FdI), Paola Lemma (Udc) e Peppe Agliano (Reggio Futura) e registrato la partecipazione dei consiglieri regionali Giovanni Arruzzolo e Mimmo Giannetta, del consigliere metropolitano Eduardo Lamberti Castronuovo e del consigliere comunale Lucio Dattola. A quest’ultimo, bisogna dare atto che già tre anni fa aveva lanciato un inascoltato allarme sul pericolo di inquinamento dell’area portuale in vista di un eventuale spostamento dei traghetti da Villa a Pentimele.
Cannizzaro non le ha mandate a dire contro quelli che secondo lui sono i responsabili del precipizio che si è aperto a proposito del porto di Reggio: il sindaco Falcomatà, il governatore Mario Oliverio, l’on. pentastellata Federica Dieni, oltre a tutto il Pd e il Movimento Cinque Stelle. «Sono i nemici di Reggio – ha inveito Cannizzaro – che tornano alla carica per svendere la nostra città, ma noi non lo consentiremo. Non hanno fatto nulla per fermare questa minaccia, hanno prodotto solo pareri tecnici negativi, ma è mancato il peso politico. Tuttavia – ha rimarcato l’on. azzurro – noi saremo al fianco del sindaco e del governatore se, oltre a stracciarsi oggi le vesti per scopi puramente elettorali, presenteranno davvero il ricorso al Tar contro il decreto ministeriale che affonda la città».
La rabbia dei cittadini di Reggio, che si sentono presi ancora una volta in giro, troverà sfogo in un’interpellanza urgente dell’on. Cannizzaro che, nell’annunciarla, prova ad attenuare i malumori dei reggini sulla temuta chiusura dell’Aeroporto dello Stretto. «L’Aeroporto – ha detto – non chiude e presto ci siederemo al tavolo con Enac, Alitalia e RyanAir per pianificare il futuro prossimo». Sarà, ma lunedì ci sarà a Reggio un convegno a Palazzo Campanella, promosso dal prof. Domenico Gattuso e dallo storico Pasquale Amato sul “Sistema aeroportuale regionale” che si preannuncia molto infuocato a proposito del continuo declassamento dello scalo reggino: la sensazione in città è che con i numeri di traffico in costante discesa non è possibile intravvedere alcun futuro. (s)
di SANTO STRATI – Dalla cerimonia di consegna delle onorificenza per i nuovi 25 Cavalieri del Lavoro e dei 25 (+1 ex-aequo) giovani alfieri della Repubblica (gli studenti più meritevoli d’Italia) viene una bellissima lezione a voce delle due ragazze calabresi insignite da Mattarella. Sofia Zanelli (di Rende) e Anna Accorinti (di Tropea) un voto di maturità che rasenta il 10 (il massimo) hanno le idee chiare e sono il simbolo migliore della bella gioventù calabrese che non è disposta a rassegnarsi: «Vogliamo studiare in Calabria per poi restare ed essere utili alla nostra terra, per contribuire alla sua rinascita».
Ascoltate le loro dichiarazioni a Calabria.Live nel video che segue. C’è la fierezza e l’orgoglio di una calabresità da invidiare, c’è la determinazione che non fa da schermo a una tiepida speranza, c’è la convinzione che occorre fermare l’emorragia di giovani che, sempre più, lascia la Calabria, per non tornare più. Risorse, capacità, intelligenze costrette ad lasciare, ma non è una fuga, è una necessità e, insieme, la condanna implacabile di una cecità politica che non ha fatto e non fa nulla per fermare questa nuova diaspora di giovani calabresi. Nessuno parte più con la valigia di cartone, sono giovani preparati, laureati, tecnici specializzati, dottorandi, ricercatori di altissimo livello: per loro non c’è alcuna opportunità., se non mortificanti proposte di lavoro precario e sottopagato.
E questa bellissima gioventù, capace, competente, diventa ricchezza a costo zero (li abbiamo formati in Calabria, li costringiamo a partire) per le ricche regioni del Nord o il resto del mondo, dove vengono apprezzati e dove conquistano rapidamente posizioni di grande prestigio. I calabresi nel mondo sono l’orgoglio della Calabria, ma rappresentano anche la mortificazione più grande per una madre che li ha cresciuti per poi abbandonarli: la loro terra, qualcuno dirà, non li merita, ma non è così. La capacità e l’ingegno dei calabresi sono frutto di un’atavica tradizione di rivalsa nei confronti del mondo che finisce a non poter fare a meno di loro. Il calabrese per affermarsi ci mette un impegno superiore a quello dei suoi coetanei, sa in partenza che la strada è tutta in salita, ma l’orgoglio dell’appartenenza, la calabresità che pulsa nel cuore, sono una molla straordinaria per conquistare vette che per molti sono impossibili da scalare. Basta guardare il lunghissimo elenco di personalità del mondo delle istituzioni, dell’impresa, del lavoro, della cultura, della scienza in ogni angolo del mondo, di cui si scopre l’origine calabrese. Gente che tiene la Calabria nel cuore e non dimentica la propria terra, soprattutto quando diventa importante, ricca e famosa. Gli esempi sono tantissimi, ne scriviamo in continuazione, con orgoglio. Ne condividiamo i successi, facciamo in modo che siano l’esempio migliore per i nostri giovani. Ma l’esempio, da solo, non basta. Occorre offrire stimoli, occasioni di riscatto sociale, occasione di crescita professionale, possibilità di ulteriore specializzazione e, soprattutto, l’opportunità di mettere a frutto – per la propria terra – competenze e capacità.
Cosa è stato fatto in questi anni? Cosa è stato offerto, cosa viene offerto ai nostri ragazzi, alla nostra migliore gioventù? Parole, promesse, vuoti e illusori impegni, peraltro mai mantenuti. Anche il presidente Sergio Mattarella, in Quirinale, nel suo discorso di martedì ha detto che «Troppo spesso, molti giovani debbono lasciare il nostro Paese, cercando altrove opportunità che qui tendono a rarefarsi. Occorre far sì che il nostro sia un sistema sempre più aperto, con un dialogo virtuoso tra giovani, istituzioni, sistema formativo, imprese. L’eccesso di cautela come regola ineludibile, il rifuggire da qualsivoglia margine di rischio nei finanziamenti chiude spazi all’innovazione, a iniziative che andrebbero, al contrario, incoraggiate».
Il presidente Sergio Mattarella con i nuovi 26 Alfieri della Repubblica, gli studenti più bravi d’Italia, insigniti del riconoscimento lo scorso 22 ottobre
«Mettere fianco a fianco, – ha detto il presidente Mattarella – come abbiamo appena fatto, i 25 nuovi Cavalieri del Lavoro con 25 giovani Alfieri rappresenta, simbolicamente, un impegno che non riguarda soltanto i singoli premiati di oggi ma deve coinvolgere tutte le componenti attive del nostro Paese». Secondo il Capo dello Stato «Occorre investire, quindi, con coraggio e intelligenza nel capitale sociale del Paese. Scuola, formazione, ricerca, sostegno alle iniziative giovanili sono fondamentali per dare vita a un nuovo ciclo virtuoso, guidare l’innovazione e creare occupazione di qualità».
Grazie, Presidente delle belle parole, ma i nostri governanti non ascoltano il suo grido d’allarme sul futuro delle nuove generazioni, come fanno finta di non sentire le istanze che provengono dai giovani calabresi, indignati, ma non rassegnati, che credono fiduciosi nella possibilità di rinnovamento e di cambiamento. Il mondo, con la Rete, è diventato molto più piccolo, non c’è più la ristrettezza della provincia o del borgo sperduto tra le montagne: c’è una connessione continua non solo di carattere telematico, ma un continuum di idee da condividere, l’esigenza di un confronto dialettico tra le varie esperienze e le singole competenze, per costruire. Ecco, la parola magica è proprio questa, “costruire”: i nostri giovani vogliono costruire il loro futuro nella terra che li ha visti nascere. Vogliono affinare le proprie competenze all’estero (e questo è giustissimo) conoscere il mondo, allargare gli orizzonti, ma amerebbero vivere una qualità della vita che, spesso, le metropoli “che non dormono mai” o perennemente attive non offrono più. Vogliono tornare, se partono per fare nuove esperienze migliorative delle proprie competenze, ed essere utili alla propria terra, per crescere insieme con i propri cari, con gli amici, con i figli che verranno, e condividere con i conterranei progetti di crescita e sviluppo. Protagonisti del futuro. Quel futuro che qualcuno pensa di poter continuare a rubare se non diremo finalmente BASTA!. (s)
di SANTO STRATI – Pur con la quasi certezza di finire serenamente la sua seconda legislatura, Dalila Nesci, deputata pentastellata di Tropea, già capolista alle elezioni del 4 marzo 2018, ha deciso ugualmente di mettersi in gioco: ha annunciato di essere pronta a rinunciare al suo posto a Montecitorio per candidarsi a Governatore della Calabria. Intenzioni nobili e insieme, proposito forse folle, visto che Luigi Di Maio e il direttivo pentastellato che dovrà decidere il da farsi sulle elezioni regionali calabresi le hanno risposto che non se ne parla proprio. L’idea della Nesci, che è condivisa da numerosi esponenti grillini calabresi, è molto netta: perché candidare esterni o estranei al territorio, quando ci sono figure disponibili (la Nesci, appunto) pronte a correre con l’orgoglio dell’appartenenza al Movimento e a giocarsi – se occorre – tutto? In attesa di sapere se i vertici romani e il capo Di Maio possano cambiare idea (probabilmente aspettando gli esiti delle elezioni in Umbria di domenica prossima), Dalila Nesci, la “quasi-candidata” alla prossime regionali della Calabria, ha accettato di parlare con Calabria.Live.
– Ha presentato la sua auto-candidatura a Governatore della Calabria. Perché?
«In effetti, è un fatto inedito per il Movimento 5 Stelle, ma non tanto, a mio avviso, da quando abbiamo avuto questa svolta governista – così l’ho chiamata io – in cui tante regole si sono modificate in corso. Ci sono state già diverse votazioni proposte dal capo politico Di Maio che hanno modificato norme – diciamo interne – essenziali come il mandato zero per i consiglieri comunali. In ultimo la nomina a viceministro di Cancelleri che ha lasciato il suo posto da vicepresidente all’Assemblea Regionale Siciliana. E quindi, vista la condizione, la situazione della Calabria, sia politica del Movimento 5 Stelle sia in generale della Regione, ho ritenuto il dovere di proporre un’alternativa ai civismi e al patto civico che Di Maio ha proposto in Umbria. Un modello che, secondo me, non è replicabile in Calabria».
– Ecco, parlava di una particolare situazione del Movimento 5 Stelle in Calabria. Ce la vuole illustrare meglio?
«Io mi riferisco alle aspettative che il nostro elettorato ha rispetto alle battaglie che abbiamo fatto negli anni sul territorio, perché ricordo che il Movimento 5 Stelle non aveva e non ha alcun consigliere regionale dentro, appunto, la Regione Calabria. Inoltre, io ricordo che il precedente Governo si è mosso varando il cosiddetto Decreto Calabria sulla Sanità, che ancora è rimasto in parte inattuato. Io sento il dovere, politicamente, come rappresentante del Movimento 5 Stelle di mettermi al servizio, a questo punto in prima persona, per avere una candidatura di garanzia che possa portare finalmente dei risultati».
– L’idea che ci possano essere o ci debbano essere dei rappresentanti esterni al Movimento come candidati, magari frutto di una comune intesa dem-grillini, a quanto pare, non piace a gran parte degli elettori calabresi.
«Io non mi permetto di discutere la scelta di Di Maio in Umbria, che, evidentemente, ha ritenuto strategicamente utile per quella regione. Io parlo per quella regione da cui provengo e ritengo che, non avendo mai avuto un rappresentante in Regione, il nostro elettorato, la Calabria, ha bisogno di una candidatura di garanzia del Movimento 5 Stelle, che poi sia in grado di dialogare con tutti, quindi anche di aprire alle liste civiche, così come abbiamo votato sulla nostra piattaforma Roussseau, aggregare le buone energie della Calabria».
– Di Maio ha detto che non è possibile, non per una evidente antipatia personale, ma per strane alchimie del metodo. Metodo che lei contesta, ci sembra di capire…
«Io non ho accettato questa risposta semplicistica sull’esistenza di regole che non si possono derogare. Il mio rapporto con Luigi è sempre stato molto franco, sia nelle assemblee sia fra di noi, quindi sono sicura che è reciproco il fatto che non ci siano questioni di antipatia. Il fatto è che, dopo la nomina di Cancelleri a vice-ministro, penso che nel caso della Calabria si può prospettare agli iscritti alla piattaforma se questa norma sul secondo mandato per i parlamentari, in particolare per chi, come me, propone di candidarsi alla presidenza della Regione Calabria, si possa derogare. Quindi, io non dico di calare dall’alto questa scelta, dico di sottoporrla agli iscritti. Dico che per serietà reciproca, questa mia proposta politica va vagliata e non va, diciamo, giudicata o si merita una risposta frettolosa».
– Nel caso in cui ci fosse una posizione rigida nei suoi confronti, lei eventualmente, forte di un certo appoggio di cui gode in Calabria, pensa che potrebbe fare una lista civica?
«No, no. La mia proposta è all’interno del recinto del Movimento 5 Stelle, quindi io vorrei valutare con lui questa proposta con un nome di garanzia che può essere il mio e che sia aperto al dialogo con le liste civiche e le forze buone della Calabria. Quindi, assolutamente la nostra forza è il simbolo del Movimento 5 Stelle. Siamo l’unica forza politica che non si deve vergognare del simbolo di partito o di forza politica come vogliamo definirlo».
– Parliamo di progetti. Qual è la sua visione progettuale della Calabria, nel caso in cui venisse confermata la sua candidatura?
«Io penso che una mia candidatura sarebbe aperta, come dicevo, a delle forze civiche, a delle personalità, che vogliamo mettersi al servizio della Regione Calabria. Io non penso ad una Regione guidata soltanto da una figura di garanzia, come penso possa essere la mia in nome del Movimento 5 Stelle, quindi, sicuramente, una volta che il capo politico accetterà o valuterà insieme a me questa proposta, apriremo alla formazione di squadre, di liste che siano davvero utili a risolvere i problemi emergenziali della Calabria. Sicuramente mi circonderei di personalità che siano in grado di aiutarmi su alcune questioni fondamentali. La questione della sanità, dell’ambiente e della legalità. Diciamo che è una domanda prematura. Sicuramente il mio focus sarebbe in particolare risanare la sanità».
– Uno dei grandi problemi – ma non solo della Calabria – è la burocrazia, soprattutto a livello regionale. Nel caso in cui venisse candidata a governatore, quali progetti ha a proposito di uno snellimento inevitabile e necessario della burocrazia?
«Questo tema della burocrazia esiste in tutt’Italia, non penso sia da restringere solo al caso Calabria. Sicuramente chi entra nel Consiglio regionale deve avere chiaro quali sono le strutture, qual è l’organigramma ancora utile per poter rinnovare. Perché abbiamo visto negli anni stratificarsi persone e dinamiche che molto spesso anche noi abbiamo definito clientelari o sicuramente miopi dal punto di vista del cambiamento. Quindi farei un check delle energie che ci sono all’interno della Regione Calabria e stabilirei delle priorità insieme ad una eventuale squadra di governo. Qualsiasi cosa non potrebbe essere prospettata in questo momento, ma sarebbe oggetto del dialogo con le altre eventuali liste civiche o forze che si volessero aggregare alla mia candidatura. Sarebbe, perciò, improprio tracciare un programma visto che il mio percorso politico e quello del Movimento 5 Stelle in Calabria è già molto chiaro».
– La sua proposta di candidatura risale a giugno, quando ancora c’era il governo giallo-verde. A distanza di tempo la sua proposta di candidatura assume dei contorni abbastanza diversi, soprattutto per quello che riguarda le alleanze. Lei pensa di poter raccogliere il consenso dei dem calabresi che sono in grande disorientamento in questo momento?
– Io penso di poter aggregare anche questo tipo di elettorato. Mi riferisco alle energie pulite del partito democratico calabrese, ai giovani, anche di questo contenitore politico, che, magari, non hanno avuto mai l’opportunità di emergere. Quindi, quando io parlo di forze civiche e forze buone della Calabria mi riferisco a tutti. Ho sinceramente dei dubbi che il partito democratico, in Calabria, possa in poco tempo ripulirsi da certe dinamiche e da Oliverio e da chi ha sostenuto il sistema Oliverio. Però, penso appunto di sì, di poter rispondere alle aspettative di un elettorato trasversale».
– È lodevole che, trattandosi una pre-candidatura, lei non voglia sbilanciarsi in quelli che sono i progetti di un suo eventuale governo della Regione. Possiamo però sapere quali sono i suoi orientamenti a proposito di giovani, investimenti e turismo?
«Sicuramente – ed era il discorso che facevo prima – puntare sulle strutture e dipartimenti della Regione. Tante volte sia l’Europa che la nostra ex ministra per il Sud Barbara Lezzi hanno puntato l’attenzione sul cattivo utilizzo dei fondi europei. Sarebbe necessaria una task force in grado, subito, con dei professionisti, di aggregare progetti che possano effettivamente acquisire delle risorse da investire nelle politiche giovanili e sociali».
– Qualche settimana addietro l’assemblea degli industriali di Cosenza, con la presenza del capo di Confindustria Boccia, ha lanciato l’idea di una Zes regionale, una zona economica speciale non più limitata a Gioia Tauro. Come vede questa proposta?
«Le Zes non hanno funzionato molto. Ci dev’essere una grande collaborazione della Regione Calabria per realizzarle. Ad oggi non abbiamo visto un vero rilancio grazie a questa opportunità data anche dal Governo, quindi non mi appassiona questo argomento, però è sicuramente da valutare».
– Lei è molto vicina al territorio, quindi tocca il polso dei suoi elettori, ovvero degli elettori dei Cinque Stelle. A suo avviso, qual è la situazione attuale dell’elettorato dei Cinque Stelle: in crescita, in decrescita, in attesa…
«Più volte l’ho detto, perché lo penso. Che il nostro elettorato potrebbe essere in parte confuso dal governo che stiamo sperimentando adesso con i partito democratico e prim’ancora con la Lega. Però, per chi segue il Movimento da tanto tempo – festeggiamo in questi giorni i dieci anni del Movimento 5 Stelle – il nostro sforzo dev’essere quello di far capire che il nostro è un movimento post-ideologico, che non significa non avere idee ma superare le ideologie novecentesche dei partiti di centro-destra e di centro-sinistra. Se noi facciamo questo sforzo di credibilità, di autorevolezza con delle candidature che davvero siano limpide e non siano dei compromessi al ribasso, noi possiamo rafforzare l’identità post-ideologica del Movimento 5 Stelle, rilanciare il nostro progetto di rivoluzione culturale che è democratica, non violenta, che è permanente, e convincere ancor di più il nostro elettorato, che finanche alle ultime europee ci ha consegnato questa responsabilità di essere prima forza politica nella regione Calabria, e incentivare la partecipazione – spero io al più presto – attraverso un’organizzazione vera e propria del Movimento 5 Stelle».
– Dalle sue parole sembra di capire che il “modello Roma” Partito Democratico-Cinque stelle non sia replicabile in Calabria. È così?
«Sì. Per la storia del Partito Democratico in Calabria. A livello regionale, chi ha seguito le nostre battaglie sa che sono stata la spina nel fianco di Oliverio, ma anche di un’opposizione a Oliverio che di fatto non c’è mai stata. In Calabria è la rappresentazione – a mio avviso – a volte anche becera di certa trasversalità negli interessi ma non nella forza di voler incidere sul bene collettivo. Allora, io penso che il dubbio maggiore che io ho è che il Partito Democratico non riesca in poco tempo a sbarazzarsi di vecchie logiche. Perché c’è la vecchia guardia del PD che ancora sta sui territori. Io ricordo che il Movimento 5 Stelle non ha sindaci in Calabria, ha pochissimi consiglieri comunali, non abbiamo consiglieri regionali, quindi in questi anni noi abbiamo fatto fatica a convincere i cittadini a partecipare attivamente e quindi a rafforzare e rinsaldare la nostra forza politica. Dall’altro lato il Partito Democratico, invece, non ha mai fatto uno sforzo di rinnovamento in Calabria. È per questo motivo che non è replicabile, così come al governo nazionale, un accordo a livello regionale».
– Ma se non c’è un accordo, o non ci può essere un accordo col Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle da solo non ce la può fare ad arrivare al traguardo della poltrona di Germaneto…
«È per questo che, secondo me, il Partito Democratico deve dare un segnale di inversione di tendenza. Con il mio discorso vorrei stimolare questo: a far sì che il PD si scrolli di certa vecchia guardia e dia la possibilità, grazie a un nome di garanzia del Movimento 5 Stelle, di far emergere le seconde, le terze file del Partito Democratico. Parlo di giovani, di persone che siano in grado di rappresentare il cambiamento. Il cambiamento non è soltanto un brand del Movimento 5 Stelle, può appartenere a tutti».
– Mi perdoni, ma se l’ipotesi governativa attualmente in atto non è replicabile in Calabria e il Partito Democratico e i Cinque Stelle convergono, secondo le ultime dichiarazioni di Di Maio, su una figura al fuori dei partiti, qual è la sua posizione? Condivide questa scelta oppure la contesta forte di un elettorato che evidentemente le ha dato dei segnali di insofferenza?
«Io la sto contestando già in maniera costruttiva, fornendo un’alternativa di proposta politica che sarebbe la mia candidatura, sempre da sottoporre agli iscritti, ed anche ad un dialogo sia con la maggioranza di governo che con le altre forze civiche. Sono consapevole della necessità di dover contemperare le esigenze di rafforzare anche questa alleanza di governo con il Partito Democratico, ma bisogna trovare delle strategie per non perdere la propria identità, perché se il Movimento 5 Stelle ripiega sul compromesso al ribasso significa che in Calabria non siamo stati in grado di convincere e di creare un progetto culturale di alternativa vera. Sarebbe una sconfitta per il Movimento 5 Stelle e da lì poi dovremmo prenderci ognuno le proprie responsabilità».
– A Montecitorio rimbalzano voci di una lotta interna proprio tra i dirigenti di Cinque Stelle tra Roma e la Calabria. È vero?
«No. Penso che il nostro capo politico Di Maio abbia una sua strategia che, però, ancora non ha palesato. E immagino che anche i risultati dell’Umbria possano incidere nella sua scelta finale. Non c’è nessuna lotta. La questione è che il Movimento 5 Stelle non ha delle sedi decisionali, stratificate e chiare, dove questi discorsi possano esser fatti e quindi magari la stampa, i media cercano di acuire questo dibattito interno che credo sia sano e meno male che c’è».
– L’ex ministra Barbara Lezzi con altri esponenti di Cinque Stelle mettono in discussione il metodo Di Maio. Fra questi c’è anche lei?
«Ha fatto un ragionamento anche lei politico, di evidenza, dove all’evoluzione del Movimento Cinque Stelle, alle regole che già sono state cambiate, non si può contrapporre il dogma di una regola in teoria. Perché già molte sono state cambiate. Quindi è semplicemente un sottolineare politicamente che c’è necessità di confrontarsi e spero che questo avvenga presto proprio sulla Calabria e che, magari, mi convochi al più presto anche Luigi per poter parlare del futuro della Calabria e del Movimento 5 Stelle in Calabria».
– Una domanda difficile o cattiva: nel caso in cui venisse confermata la decisione di non candidarla come rappresentante di Cinque Stelle, pensa ci possa essere una reazione da parte dell’elettorato, che aumenti l’astensionismo?
«In Calabria, l’astensionismo è molto forte. Io ricordo che Oliverio ha vinto le ultime elezioni regionali però con oltre il 60% (57% ndr) dell’elettorato che si è astenuto. Cioè, il 60% dei calabresi decide di non votare e questo è gravissimo. Allora, come si fa a convincere le persone ad andare alle urne, a votare e a incidere sul futuro della propria regione? Proprio fornendo un’alternativa credibile e limpida. Io credo che un patto replicato uguale e identico come a quello dell’Umbria sarebbe una catastrofe per noi, perché di certo non incentiveremo quel voto di opinione che è l’unico voto che ha il Movimento 5 Stelle. Perché, per nostra prassi, non chiediamo voti, non facciamo buffet, non aggrediamo in maniera faziosa le persone. Vogliamo che, liberamente, con un’opinione propria, si voti il Movimento 5 Stelle, si creda e si compartecipi al cambiamento».
– Lei ha già fatto una legislatura e, dopo l’approvazione del taglio dei parlamentari, questa legislatura è più che blindata. Chi glielo fa fare di mettere a rischio la sua tranquilla attività di deputato e correre per governatore?
«Intanto, tranquilla la mia attività di deputato non lo è mai stata perché nella scorsa legislatura eravamo poco più di quattro-cinque parlamentari e mi sono fatta carico di tante battaglie su tanti temi. Purtroppo, la Calabria non è una regione che ti permette di diventare deputato e di stare comodamente seduto su una poltrona. Sono stati fatti tanti sacrifici per rispondere almeno con l’impegno, con la vicinanza ai drammi della Calabria. Come in parte ho detto prima, io mi sento in dovere di fornire un’alternativa politica, soprattutto perché con la sanità calabrese questo Governo ancora non ha risposto alle promesse che ha fatto. Quindi, siccome faccio parte della maggioranza, siccome credo di avere le carte in regola con la forza del Movimento 5 Stelle di rappresentare un cambiamento reale in Calabria, io spero che questa mia proposta venga vagliata in modo finalmente da dare risultati concreti alla tanta disperazione e rassegnazione che, purtroppo, in tanti casi, emerge nella mia regione».
– Nel ventaglio dei nomi che circolano da parte dei Cinque Stelle c’è un’ipotesi che riguarda un industriale, un uomo delle istituzioni, un medico ambientalista. Se lei, fuori dalla competizione, dovesse decidere tra queste tre soluzioni, cosa sceglierebbe e per quale motivo?
«Non ritengo necessario doveri rispondere a questa domanda. Ancora la questione della scelta del candidato presidente è tutta aperta, quindi, nel frattempo che non si ha una definizione della strategia, io rimango ferma sulla mia proposta che penso sia politicamente quella più credibile e più entusiasmante per l’elettorato. Possiamo parlare di una proposta rivoluzionaria che in Calabria serve e dove spero che le forze civiche buone e partitiche della Calabria, in virtù dei drammi che comunque continuiamo a vivere, su tutti quelli della sanità, ci sia un’aggregazione a ciò che rappresenta la mia figura politica». (s)
P.S: Questa intervista (quella a Occhiuto pubblicata il 22 settembre, quella a Oliverio del 29, quella a Nucera del 6 ottobre, quella a Tansi del 13 ottobre e le altre che seguiranno ai candidati a governatore) non sono spot elettorali: Calabria.Live non parteggia per alcuno, se non per i calabresi e la Calabria tutta. Chiunque ha idee da presentare, argomenti su cui ragionare, troverà qui una piazza aperta e disponibile a diffondere, nella dialettica del confronto, opinioni e proposte. La Calabria ha bisogno di concretezza, non di parole vuote che, ormai, per fortuna, non riescono ad incantare più nessuno. La sfida alle prossime regionale non va giocata sui nomi, ma sulle idee e su propositi realizzativi per far crescere la nostra terra, per dare finalmente un futuro (in casa) ai nostri ragazzi, per trasformare la Cenerentola del Mezzogiorno nella California d’Europa.
di MARIA CRISTINA GULLÍ – Per una singolare coincidenza, nell’anno ONU delle lingue indigene, al Premio mondiale di poesia, inventato 36 anni fa a Reggio dal prof. Pasquale Amato, e riservato prevalentemente alle minoranze linguistiche, si affianca la lodevolissima iniziativa del presidente Nicola Irto che vuole creare al Polo Culturale “Mattia Preti” del Consiglio regionale una sezione multimediale dedicata alle comunità arbëreshë, occitana e grecanica della Calabria.
Il progetto sarà presentato martedì 22 in Consiglio regionale (vedi altro articolo) e rappresenta un grande passo per dare la giusta dimensione alla realtà delle minoranze linguistiche nella nostra regione, valorizzando gli antichi idiomi e raccogliendo una vastissima documentazione da mettere a disposizione di chiunque, a partire dagli studiosi, voglia approfondire i vari aspetti di quest’area di cultura e tradizione che la Calabria ha il compito di preservare.
Un impegno che il Premio di Poesia Nosside, a rilevanza internazionale, che si svolge ogni anno a Reggio, ha rispettato sin dal primo momento, ovvero dalla sua nascita 36 anni fa: valorizzare lingue e dialetti che rischiano di andare perduti non è solo l’appassionata testimonianza di chi crede nel valore delle tradizioni da tramandare alle future generazioni, ma anche il sigillo di un obbligo morale nei confronti dell’umanità. Non a caso, L’Unesco ha indicato il 2019 come anno delle lingue indigene, a conferma della validità dell’intuizione del prof. Amato. E guardando alle partecipazioni di queste 34 edizioni viene fuori un universo di lingue e idiomi (oltre 100) che rischiavano di andare perduti: quest’anno, peraltro, tra i due vincitori ex-aequo spicca un colombiano che ha scritto una poesia utilizzando l’antica lingua degli Incas quechua, ma trovano menzione anche liriche nella lingua catalana di Alghero, nel dialetto reggino di Africo, nella grika salentina. Un vortice di lingue e dialetti che non soltanto accentua l’internazionalità di un Premio di cui la Calabria può andare orgogliosamente fiera, ma invita a scoprire e rivalutare le tradizioni linguistiche della nostra terra e del mondo intero.
Il “Viaggio nel mondo” di questo anno, iniziato lo scorso 9 febbraio a Cuba nella Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, si concluderà con la cerimonia di consegna dei riconoscimenti nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria il prossimo 29 novembre. Una grande festa della cultura e della valorizzazione delle minoranze.
Il Presidente e fondatore del Premio, lo storico prof. Pasquale Amato, – che nell’intervista video a Calabria.Live racconta la storia del Premio – si dice molto soddisfatto della qualità delle opere e dei risultati. «Il nostro progetto – ha dichiarato – si è mosso nel solco della sua lunga storia. Ha confermato la persistenza del sogno di un mondo senza confini di lingue e di culture, senza pregiudizi religiosi, ideologici ed etnici; di un progetto che attraverso l’immaginario poetico cerca il dialogo, erige ponti e abbatte muri, nel rispetto reciproco di tutte le identità culturali, grandi e piccole, del pianeta Terra».
«Non poteva essere altrimenti – prosegue il prof. Amato – per una grande idea nata in una Città, Reggio Calabria, sulle rive del mitico Stretto di Scilla e Cariddi che ammalia i poeti e gli artisti da millenni. Un progetto che si identifica nel nome della poetessa magnogreca del III sec. a.C. Nosside di Locri, è rappresentato dalla stupenda immagine del futurista Umberto Boccioni di Reggio ed è affiancato dalla creatività dell’arte orafa del crotonese Gerardo Sacco: un fil rouge orgoglioso della sua identità che si apre al dialogo con tutto il mondo fondato sulla pari dignità».
«Le ragioni del cammino brillante del Nosside – conclude Amato – sono racchiuse in pochi punti: ha pensato in grande; ha cercato e trovato una sua specifica identità culturale senza imitare nessuna iniziativa analoga; ha realizzato con coerenza e perseveranza il suo disegno strategico, senza mai farsi abbagliare o deviare da concetti stravaganti o mode temporanee. Ha dimostrato infine che si può realizzare un grande progetto con risorse esigue se a sorreggerlo sono idee originali e solide”. (mcg)
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