IL PORTO DI SALINE VERSO UN’APERTURA
OPERATIVA: CHE SIA LA VOLTA BUONA?

di SILVIO CACCIATORE – «Per il porto di Saline Joniche sono in corso le fasi di progettazione per una prima apertura operativa:si tratta di una striscia di circa 70 metri, necessaria a renderlo funzionale. L’intervento prevede anche il rifacimento del molo di sopraflutto e la realizzazione di un pennello-trappola per garantire – o quantomeno ridurre al minimo – il rischio di insabbiamento. Si tratta di un intervento abbastanza impegnativo da un punto di vista economico».

Il contrammiraglio Antonio Ranieri, commissario straordinario dell’Autorità di sistema portuale dello Stretto, lo ha dichiarato in occasione dell’incontro dedicato al Masterplan per l’area dello Stretto, tenutosi a Reggio lo scorso 25 marzo. La riattivazione del porto di Saline, inserita tra gli obiettivi strategici dell’ente, torna dunque al centro del dibattito con un aggiornamento che conferma quanto delineato negli ultimi mesi: si lavora alla progettazione esecutiva, passaggio tecnico propedeutico alla gara d’appalto.

Che sia davvero la volta buona? Nato negli anni Settanta nell’ambito del cosiddetto “Pacchetto Colombo”, il porto di Saline Joniche era stato pensato come snodo cruciale per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno, in particolare per servire l’impianto mai entrato in produzione della Liquichimica, uno dei più grandi esempi di cimitero industriale del sud Italia. L’infrastruttura, imponente ma mai entrata davvero in funzione a causa della sua insabbiatura che l’ha reso inagibile, è rimasta per decenni un simbolo di incompiutezza, ma anche una risorsa potenziale rimasta intatta lungo la costa ionica reggina. Oggi, a cinquant’anni di distanza, torna con forza nel dibattito pubblico e istituzionale.

«Siamo nella fase di progettazione, che dovrà poi diventare esecutiva per poter procedere alla gara. L’obiettivo è una copertura operativa parziale. Prima, però, dobbiamo concludere la progettazione esecutiva e successivamente andare in gara. Sono in corso anche le approvazioni ambientali, poiché si tratta di un intervento che include dragaggi. Il dragaggio sarà seguito – per quanto possibile – dal riutilizzo delle sabbie rimosse sui litorali adiacenti. Siamo in linea con i tempi. Tuttavia, gli stessi sono lunghi a causa della complessità sia delle attività di progettazione, sia delle autorizzazioni ambientali, che richiedono una valutazione a livello nazionale».

Una visione che trova conferma nel progetto di fattibilità redatto dalla società Wavenergy, oggetto della conferenza dei servizi decisoria svoltasi nel 2023, con un investimento stimato intorno ai 10 milioni di euro. Gli interventi contemplati erano e sono funzionali al parziale ripristino dell’accessibilità del porto, con l’obiettivo di renderlo operativo inizialmente per il diporto nautico, con una previsione tra i 100 e i 150 posti.

Ecco gli interventi, ribaditi da Ranieri: dragaggio del fondale, messa in sicurezza della testata del molo di sopraflutto, realizzazione del pennello-trappola e interventi sull’impianto elettrico. Tutti elementi tecnici pensati per affrontare uno dei nodi strutturali dell’infrastruttura: l’insabbiamento del bacino portuale, che secondo uno studio dell’Università Mediterranea dipenderebbe da una gestione inefficace dei sedimenti costieri e non da errore progettuale.

Interventi che, nel loro insieme, non sono semplici opere di manutenzione, ma costituiscono la base tecnica per ridare vita a un’infrastruttura abbandonata da oltre un decennio, la cui riattivazione richiede oggi un coordinamento multilivello, con al centro anche il Ministero dell’Ambiente, impegnato nella valutazione degli effetti dei dragaggi.

A confermare la centralità strategica del sito è anche quanto accaduto negli scorsi mesi quando, a seguito del dietrofront della multinazionale Baker Hughes da un investimento previsto a Corigliano-Rossano, venne proposto Saline Joniche come sede alternativa per l’insediamento industriale. L’ipotesi non si è mai tradotta purtroppo in un passaggio operativo, ma ha acceso un faro sulla valenza infrastrutturale e logistica del porto, capace di attrarre l’interesse di attori internazionali, a patto che le condizioni tecniche lo rendano agibile.

Oggi il porto resta chiuso, ma il percorso amministrativo tracciato si conferma attivo. Le tempistiche restano condizionate dalla necessità di coordinare più livelli decisionali, soprattutto in materia ambientale. Il rilancio di Saline, mai abbandonato nei piani dell’Autorità portuale, sembra dunque mantenere il proprio orizzonte. La prospettiva di una riattivazione graduale, limitata ma concreta, è tornata ad avere voce ufficiale.

E in un territorio dove la parola “futuro” spesso resta astratta, rimuovere anche solo settanta metri di sabbia può voler dire molto: più di quanto suggerisca la misura, più di quanto abbiano saputo fare in tanti anni le promesse mancate e le occasioni perdute per l’Area Grecanica. (sc)

[Courtesy LaCNews24]

DISPERSIONE SCOLASTICA: IN CALABRIA È EMERGENZA:
È ULTIMA TRA LE REGIONI

di GUIDO LEONE – Nei giorni scorsi sono iniziate le rilevazioni Invalsi 2025 con le prove per gli studenti e le studentesse dell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado che, a giugno prossimo, affronteranno l’esame di Stato del secondo ciclo d’istruzione.

Le prove si concluderanno il 31 marzo in più giornate, secondo il calendario prescelto dalle Scuole. Gli studenti calabresi delle quinte classi campione del superiore coinvolti dalle rilevazioni, che  sosterranno le prove di Italiano, Matematica e Inglese (reading e listening) al computer, saranno circa 1100, quelli delle terze classi “campione” delle scuole medie inferiori circa 350 e quelli delle classi “campione” delle seconde media superiore circa 1200.

I test Invalsi, introdotti con una legge del 2007 per valutare il livello generale del sistema scolastico italiano, sono requisiti di ammissione alla maturità e agli esami di terza media, tuttavia va sottolineato che i risultati delle prove Invalsi non influenzeranno né la  promozione né il voto finale degli studenti in corsa per il diploma.

Le Prove Invalsi, dunque, rappresentano un momento fondamentale per il sistema educativo italiano e offrono una valutazione standardizzata delle competenze acquisite dagli studenti. L’edizione 2025 è ricca di novità e sfide, interessando tutti i gradi scolastici – dalla scuola primaria alla secondaria – e rappresentando un importante indicatore del livello di preparazione degli alunni e dell’efficacia dell’offerta formativa nazionale.

Quali gli obiettivi delle prove e  il calendario  completo per ogni ordine e gradolo vediamo qui di seguito.

Le prove permettono di misurare le capacità in ambito linguistico, matematico e, per alcune classi, anche in inglese. L’obiettivo è monitorare l’apprendimento in modo trasversale, individuando punti di forza e criticità.

I risultati forniscono dati preziosi per le istituzioni, utili a individuare aree di miglioramento e a orientare interventi mirati per una didattica sempre più efficace.

Gli esiti delle prove aiuteranno insegnanti e dirigenti scolastici a rivedere metodi e strumenti di insegnamento, favorendo un processo di aggiornamento continuo e mirato.

La diffusione dei risultati, in termini di votazioni e medie di classe, contribuisce a una maggiore trasparenza del sistema scolastico, evidenziando il valore aggiunto delle pratiche educative adottate nelle scuole.

Calendario delle Prove Ivalsi 2025

Le date delle prove variano in base all’ordine e al grado scolastico. Gli alunni delle quinte elementari si cimenteranno nella prova di italiano il 7 maggio. Nella prova di matematica il 9 maggio e nella prova di inglese il 6 maggio, quest’ultima non per gli allievi delle seconde classi.

La modalità di somministrazione cambia a seconda del ciclo d’istruzione: nella Scuola primaria le prove avvengono simultaneamente nello stesso giorno per ogni materia e alla stessa ora con la tradizionale modalità carta e matita.

Gli studenti che corrispondono alle classi terze medie, sosterranno le prove dal 1 al 30 aprile. Le classi campione affronteranno le prove nei giorni 1, 2, 3 e 4 aprile 2025.

Gli studenti del secondo anno delle scuole superiori dovranno sostenere solo le prove di italiano e  matematica tra il 12 e il 30 di maggio comprendendo le classi campione  e non.

In via sperimentale, in questo anno scolastico solo nelle classi campione sono rilevate, per la prima volta, le Competenze digitali.

Tale rilevazione ha come finalità la misurazione dell’attuale livello di competenze digitali delle allieve e degli allievi.

Come sono andate le prove Invalsi nelle scuole calabresi

Le prove Invalsi continuano di anno in anno a restituire il volto di un Paese diviso in due con differenze territoriali in italiano e matematica sempre marcate. Anche gli esiti delle ultime prove 2024 hanno evidenziato che l’istruzione al Sud resta un’emergenza, con una situazione incredibile, diremmo quasi drammatica in particolare per la Calabria.

Gli ultimi dati, infatti, hanno evidenziato un peggioramento nelle competenze di base in italiano e matematica con la nostra regione particolarmente colpita. Già a partire dal ciclo primaria dove si evidenzia una considerevole differenza di opportunità di apprendimento che si riverbera anche sui gradi successivi interamente a svantaggio della Calabria e anche di alcune regioni meridionali.

La quota di chi non raggiunge il prescritto livello A1 è circa doppia rispetto al dato nazionale e più che doppia rispetto all’Italia settentrionale.

Alle superiori la musica non cambia: La Calabria ultimo posto tra le regioni italiane, i nostri allievi non raggiungono gli obiettivi previsti al termine del secondo ciclo.

Secondo il rapporto Invalsi, per quanto riguarda il rischio dispersione scolastica implicita al termine del primo ciclo d’istruzione, la Calabria rientra nel 1° gruppo delle regioni in cui oltre il 20% di studenti e studentesse (non meno di 1 studente su 5) è a rischio dispersione. Anche se si nota un miglioramento tra il 2023 e il 2024 con un -3,3 punti percentuali.

Così al termine del II ciclo dove oltre il 10% degli studenti (almeno 1 su 10) è a rischio. La Calabria è al 9,3% a fronte della media italiana che è del 6,6%. Anche qui un miglioramento rispetto all’anno scorso  del -4,7 punti percentuali.

Forte la disuguaglianza educativa in Calabria

Insomma i divari territoriali non migliorano e rimangono forti evidenze di disuguaglianza educativa al Sud e in particolare in Calabria: le scuole riescono a fatica ad attenuare l’effetto delle differenze socio-culturali del contesto familiare e le disparità esistenti tra scuole e anche tra classi.

La principale criticità della scuola in Italia riguarda ovviamente la qualità degli apprendimenti degli studenti, inferiore a quella degli altri paesi avanzati

Una possibile ricetta per migliorare gli apprendimenti nel nostro Paese? Un nuovo modello di reclutamento e di carriera degli insegnanti, una didattica rinnovata nel contesto di una scuola estesa al pomeriggio, interventi sostanziali sull’edilizia scolastica.

Riemerge, però, in tutta la sua drammaticità, l’urgenza di rimettere al centro dell’attenzione politica e dei nostri governanti l’istruzione e la formazione come emergenza sociale per il sud e la Calabria in particolare.

E, mentre le regioni più avanzate, a questo punto, vogliono andare per la loro strada con la autonomia differenziata, si palesa in maniera drammatica una questione meridionale all’interno del sistema scolastico nazionale.

Speriamo che i prossimi esiti Invalsi 2025 smentiscano la tendenza di una Italia che procede a due velocità. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico Usr Calabria]

FONDI UE, CALABRIA FERMA ALL’1,31%
ANCORA INCAPACE DI SAPER SPENDERE

Ritardi nell’avanzamento della spesa dei fondi europei. Lo stato di attuazione del programma 2021-2027 del fondo europeo di sviluppo regionale (Fers), vede la Regione Calabria ferma all’1,31% nell’avanzamento dei pagamenti e al 3,59% per ciò che concerne gli impegni di spesa. Che tradotto in soldoni significa che dei 2.405,17 miliardi destinati alla Calabria, le risorse impegnate ammontano a 86,37 milioni mentre i pagamenti non vanno oltre i 31,40 milioni.

Va un po’ meglio per quanto riguarda invece i fondi Fse+: l’avanzamento degli impegni segna il 7,01% mentre quello dei pagamenti il 5,93%. Sono questi alcuni dei dati che emergono da Check-Up Mezzogiorno 2024, l’analisi sullo stato di salute dell’economia meridionale realizzato annualmente da Confindustria e SRM.

Fondi europei

I dati relativi all’attuazione della programmazione 2021-2027 soprattutto nelle regioni del Sud sono ancora molto bassi, seppur ci si trovi quasi alla revisione di metà periodo. Questo – secondo l’associazione degli industriali – «è sicuramente imputabile a varie cause, primo tra tutti il fatto che la programmazione è di per sé partita con due anni di ritardo a causa della situazione emergenziale dovuta alla pandemia, che ha interrotto i negoziati sui regolamenti e di conseguenza l’approvazione del quadro legislativo europeo e poi dell’Accordo di partenariato e dei piani nazionali e regionali». Inoltre, «la concomitanza con l’introduzione del Pnrr ha portato le amministrazioni a spendere per prime, per non perderle, tali risorse». Al 31 dicembre 2024 sono i programmi regionali delle regioni classificate come “più sviluppate” a far registrare il tasso più alto di risorse impegnate (30,9%) e di pagamenti effettuati (10%, il doppio della media nazionale). Con riferimento alle Regioni del Mezzogiorno, il dato complessivo è pari all’11% di impegni e al 3% di pagamenti, con una performance migliore per i Piani Nazionali. «Questo andamento eterogeneo – rilevano gli industriali – è sicuramente anche imputabile al fatto che le risorse a disposizione sono molte di più nelle regioni classificate come meno sviluppate».

Tra queste, registrano buone performance i FSE + di Puglia e Campania. In linea generale, l’attuazione del FESR, e quindi del fondo più specificatamente a sostegno delle imprese, è ferma a un 1,5%, dato ben al di sotto della media nazionale.

Accordi per la Coesione, Calabria da zerovirgola

Introdotti nel 2023, gli Accordi per la Coesione costituiscono i nuovi strumenti operativi per la gestione delle risorse del Fondo Sviluppo e Coesione. A differenza che nel passato, gli interventi finanziati con le risorse del Fondo vengono concordati tra le Amministrazioni e il Governo.

«Il necessario tempo per la negoziazione degli accordi – si legge nel report – ha portato alla stipula degli stessi con tempi diversi da regione a regione, comportando inevitabilmente effetti sull’attuazione».

A livello nazionale i pagamenti non arrivano ancora all’1%, mentre a livello regionale nel Sud spicca la Basilicata, con un livello di pagamenti pari al 3%. Mancano i dati relativi all’attuazione degli Accordi in Campania e Sardegna, in quanto la firma stessa dell’accordo in queste due Regioni è arrivata tardivamente e non sono stati elaborati ancora i dati sui pagamenti. Mentre la Calabria è ferma allo 0,03% sui pagamenti e allo 0,09 sugli impegni.

Crescono le società di capitali: +4%

A fine 2024 le imprese attive nel Mezzogiorno erano più di 1 milione e settecentomila e, pur se in lieve calo rispetto al dato del 2023 (-1,2%), rappresentano poco più di un terzo del totale nazionale. Le Società di capitali al Sud continuano, invece, a mostrare un andamento in crescita, superando le 425 mila unità, con un +4,2% rispetto all’anno precedente che equivale ad oltre 17 mila nuove imprese di capitale. Per tutte le regioni della macroarea la dinamica è la stessa: ad un calo del numero complessivo di imprese si contrappone una crescita delle società di capitaliche mostrano le migliori performance in Campania (+4,8%), Puglia (+4,6%), Calabria (+4,1%). Dal Pollino allo Stretto le imprese attive nel 2024 sono state 157.410, in calo dell’1,7% rispetto al 2023 mentre le società di capitali hanno toccato quota 32.431.

Export

Nel 2024 l’export delle regioni del Sud è stato pari a quasi 65 miliardi di euro, circa l’11% del dato nazionale, con un calo rispetto al 2023 (-5,4%, contro un -0,6% per il Centro-Nord) ed un saldo commerciale negativo per quasi 5,5 miliardi. Guardando alle sue regioni, le prime due per flussi internazionali in uscita (Campania e Sicilia) rappresentano più della metà dell’export della macroarea; in particolare, la Campania registra un valore di oltre 21,6 miliardi di euro con un calo del 2,5% rispetto al dato del 2023 e la Sicilia un valore di quasi 13,2 miliardi con un calo dell’8,3%. La Calabria, invece, ha registrato un dato pari a 965 milioni con una variazione in positivo rispetto al 2023 del 9,4% e un saldo commerciale negativo pari a -267,3.

Occupazione

I dati sull’occupazione mostrano che, al 2024, nel Mezzogiorno si è concentrato quasi il 27% dell’occupazione nazionale e il 23,5% di quella femminile, valori decisamente più bassi se rapportate alla quota della popolazione che vive al Sud. Guardando all’andamento rispetto allo scorso anno, l’occupazione nel Mezzogiorno aumenta del 2,2%, un valore più alto di quello registrato nelle restanti aree del Paese (Centro-Nord +1,2%), superando le 6,4 milioni di unità. Anche l’occupazione femminile mostra segnali positivi con un +3,3% per oltre 2,4 milioni di unità. L’occupazione in Calabria rispetto al 2023 aumenta dello 0,4%.

La Zes Unica vola solo in Campania

Sul versante delle policy poste in essere per il Mezzogiorno, attraverso strumenti di agevolazione contributiva, di sgravi fiscali e di semplificazione amministrativa, uno tra i più rilevanti è senza dubbio il credito di imposta per gli investimenti effettuati nella Zes Unica.

I dati a consuntivo dell’Agenzia delle Entrate sulle comunicazioni di richiesta nel 2024 raccontano di poco meno di 7 mila domande pervenute dalle imprese localizzate nelle otto regioni meridionali, con una forte concentrazione in Campania, che, da sola, ha assorbito oltre un terzo delle domande. Seguono Sicilia e Puglia (quest’ultima con un numero di comunicazioni che non va oltre la metà della Campania). Abruzzo, Basilicata e Molise, sommate, non arrivano al 10% del totale.

A questo numero di domande è corrisposto un credito di imposta di poco superiore ai 2,5 miliardi di euro, che ha determinato un importo medio di circa 370 mila euro ad azienda richiedente. Quest’ultimo valore è in realtà specchio di una realtà piuttosto diversificata tra le varie regioni, in virtù delle diverse intensità di incentivo previste ma anche della diversa struttura produttiva e delle tipologie di investimenti effettuati: in Abruzzo, ad esempio, il credito medio concesso è meno della metà di quello di regioni come Sicilia, Calabria e Puglia (tra loro molto simili e in linea con il dato medio dell’intero Sud). (bam)

[Courtesy LaCNews24]

SALUTE MENTALE, IN CALABRIA OLTRE
470MILA PERSONE SOFFRONO DI DISTURBI

di CATERINA CAPPONI – Ansia, depressione, senso di solitudine e frustrazione sono diventati sentimenti diffusi. E come amministratori pubblici, abbiamo il dovere di rispondere a questa emergenza sociale, non solo con il potenziamento dei servizi sanitari, ma con una visione globale di inclusione e sostegno psicologico.

La salute mentale è un tema che, come tutti sappiamo, è ormai divenuto centrale nel dibattito pubblico e nelle priorità politiche, soprattutto in seguito alle sfide che la pandemia ha posto alle nostre comunità. È una questione che trascende il solo ambito sanitario, e le politiche sociali giocano un ruolo fondamentale nel suo trattamento e nella sua prevenzione. La salute mentale, infatti, non può essere separata dalla qualità della vita che una persona conduce, dai contesti sociali in cui cresce, vive e si relaziona.

La povertà, l’isolamento, la disoccupazione, le disuguaglianze, la difficoltà di accesso ai servizi sono solo alcune delle determinanti sociali che influenzano la salute mentale, spesso in modo profondo e devastante. Il nostro impegno come amministratori pubblici non si limita alla sola implementazione delle politiche sanitarie, ma deve abbracciare un approccio integrato, che consideri il benessere sociale ed emotivo di un individuo. Le politiche sociali devono favorire il benessere emotivo e psicologico attraverso interventi che coinvolgano scuola, famiglia, lavoro e ambiente urbano. Solo così potremo  creare una rete di supporto che aiuti a prevenire i disturbi mentali, ma anche rispondere tempestivamente a quelli che si manifestano, offrendo percorsi di recupero e reintegrazione.

Non possiamo ignorare che la pandemia ha lasciato un segno indelebile sulla salute mentale delle persone, in particolare dei bambini e dei giovani. Gli effetti collaterali del lockdown, della didattica a distanza, dell’isolamento sociale e delle incertezze legate alla situazione sanitaria globale sono stati devastanti per le nuove generazioni. I bambini, ancora in fase di sviluppo emotivo e relazionale, e i giovani, spesso privi degli strumenti necessari per gestire il trauma, hanno visto peggiorare il loro benessere psicologico. Ansia, depressione, senso di solitudine e frustrazione sono diventati sentimenti diffusi. Come amministratori pubblici, abbiamo il dovere di rispondere a questa emergenza sociale non solo con il potenziamento dei servizi sanitari, ma con una visione globale di inclusione e sostegno psicologico.

L’integrazione tra il settore sanitario e il settore sociale è la chiave per una risposta efficace. A tal fine, la Regione Calabria ha avviato una serie di iniziative per garantire un accesso più rapido e diffuso alle risorse psicologiche, con progetti che coinvolgono scuole, associazioni, e centri di aggregazione giovanile.

Vogliamo offrire ai nostri bambini e ragazzi uno spazio protetto dove possano esprimere le proprie emozioni, affrontare le difficoltà e acquisire gli strumenti per affrontare le sfide future.

Inoltre, la pandemia ci ha mostrato quanto sia importante investire nel rafforzamento della rete di supporto sociale. Non possiamo più permetterci che le persone vulnerabili siano lasciate sole a fronteggiare le proprie difficoltà.

Le politiche sociali devono puntare a garantire la protezione, il supporto e l’inclusione di tutti, a partire dai più giovani, che sono i cittadini del nostro domani. Solo costruendo una società che offra pari opportunità di crescita e sviluppo emotivo potremo sperare di ridurre il carico delle malattie mentali e favorire il benessere collettivo.

Questo convegno rappresenta un’opportunità fondamentale per discutere le soluzioni e le pratiche che possiamo mettere in atto per rispondere in modo adeguato alla sfida della salute mentale nella nostra Regione. (cc)

[Caterina Capponi è assessore regionale alle Politiche Sociali]

 

I dati della Calabria

Secondo i dati dell’ultimo rapporto sulla salute mentale pubblicato dal Ministero della Salute alla fine del 2024, le persone in carico ai Dipartimenti della Regione, nel 2023, erano 17.636, con circa 470mila soggetti (le stime parlano del 20-30% della popolazione) che convivono con situazioni di disagio psicologico e disturbi mentali sottosoglia.

Numeri che raccontano di un disagio crescente, come confermano i dati degli accessi nei Pronto Soccorso calabresi per problematiche psichiatriche che, nel 2023, sono stati 15.407, ossia più di 40 al giorno. L’analisi delle diagnosi principali che hanno portato agli accessi in pronto soccorso mostra che le sindromi nevrotiche e somatoformi costituiscano il problema più frequente, con oltre cinquemila casi segnalati. Oltre 164mila, poi, le prestazioni erogate in un anno dai servizi territoriali, di cui 8.385 a domicilio.

La rete di assistenza psichiatrica in Calabria è articolata con cinque Dipartimenti di salute mentale, 43 centri territoriali, 22 strutture residenziali e 5 strutture semiresidenziali che offrono, rispettivamente, 412 e 52 posti tra pubblico e privato. Il costo complessivo dell’assistenza psichiatrica territoriale nella regione (ma i dati, ha precisato il Ministero nel report, sono provvisori) ammonta a 88 milioni di euro, di cui quasi 48 milioni destinati all’assistenza ambulatoriale e domiciliare, 4,6 milioni per l’assistenza semiresidenziale e 31,5 milioni per l’assistenza residenziale.

Per quanto riguarda il personale, secondo i dati diffusi dal Ministero alla fine del 2024, aggiornati al 31 dicembre 2022, il personale dei dipartimenti di salute mentale della Calabria contava 423 unità, di cui 98 medici (41 dei quali psichiatri). E poi 178 unità di personale infermieristico, 9 tecnici della riabilitazione psichiatrica, 11 educatori professionali, 31 Ota/Oss, 23 assistenti sociali, 13 amministrativi e 37 figure rientranti in altre categorie. Gli psicologi dei Csm sono 31, in media uno ogni 43mila abitanti.

In Italia, il numero di persone affette da disabilità mentali è di 16 milioni, con un incremento del 6% rispetto al 2022. Il 75%, circa 12 milioni, soffre di ansia e depressione. I numeri, però, raccontano di un Paese che arranca. I dipartimenti di salute mentale (Dsm) sono crollati, passando da 183 nel 2015 a 139 nel 2023.

Un taglio che si accompagna a un esodo di professionisti, con 25.000 operatori attivi, 55 ogni 100.000 abitanti, molto al di sotto degli 83 previsti dagli standard dell’Agenas e ratificati dal Ministero della Salute. La spesa pubblica per la salute mentale, intanto, rimane anemica: appena 3,6 miliardi l’anno, facendo dell’Italia il fanalino di coda tra i Paesi europei ad alto reddito. Dietro questa cifra, però, si nasconde un vuoto doloroso: un 3,5% di italiani, oltre due milioni di persone, secondo le stime non riesce a trovare aiuto. (rrm)

CROTONE, UNA DISCARICA PERFETTA PER I
RIFIUTI DEGLI ALTRI MA NON PER SE STESSA

di EMILIO ERRIGO – Da settembre 2023, svolgo con impegno incessante il ruolo complesso di Commissario Straordinario di Governo per la bonifica e la riparazione del danno ambientale nel Sito di Interesse Nazionale (Sin) di Crotone-Cassano allo Ionio e Cerchiara di Calabria.

Ogni giorno redigo e trasmetto documenti ufficiali, coinvolgendo istituzioni di ogni livello: Ministri, Governatore, Prefetto, Autorità Giudiziaria, Capi di Gabinetto, Capi Dipartimento, Forze Armate e di Polizia, arrivando finanche alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su altri illeciti ambientali e agroalimentari.
Partecipo a incontri con rappresentanti istituzionali, parlamentari italiani ed europei, consiglieri, assessori, giuristi, accademici, esperti ambientali e sanitari, associazioni nazionali e locali.

Ma sopra ogni cosa, parlo con i cittadini e leggo parole cariche di disincanto dei giovani. Lavoro senza sosta per superare ostacoli burocratici e garantire che il dovere dello Stato si traduca in azioni concrete, sempre con un occhio molto attento alla spesa pubblica. A questo si aggiungono viaggi continui, ore di telefonate e un impegno costante per sensibilizzare chiunque abbia la responsabilità o l’obbligo di intervenire.

Eppure, mio malgrado, la bonifica del Sin di Crotone procede lentamente, rallentata da un intreccio normativo e amministrativo che, pur tutelando diritti legittimi, impone una riflessione sulla responsabilità di chi deve decidere. Certo, il mio lavoro è un impegno pubblico retribuito, ma esiste un valore che va oltre il mero compenso: l’impegno, la dedizione e la responsabilità morale e istituzionale.

Non svolgo semplicemente un incarico: metto in campo ogni energia e risorsa per garantire che i diritti costituzionali alla salute e alla tutela ambientale diventino realtà per i cittadini della mia amata Calabria.

Sono convinto che il diritto amministrativo sia fondamentale per garantire la legittimità delle decisioni pubbliche, ma non può diventare un alibi per rimandare interventi essenziali per la salute pubblica e la salvaguardia dell’ambiente. Grazie al lavoro di questi mesi, si sono riaccesi i riflettori della politica, delle istituzioni e della società civile su questa emergenza tutta italiana, quella per cui per diversi decenni si dice che bisogna correre ai ripari ma non si risolvere mai davvero nulla, e così il provvisorio si trascina all’infinito e l’allarme finisce per essere solo rumore di fondo, mentre montagne di rifiuti tossici giacciono ancora a pochi metri dal mare di Crotone, inquinando terra e acqua.

Quanto ancora si dovrà aspettare? Io non resto fermo né indifferente. La bonifica del Sin di Crotone non può più essere rimandata. La Calabria e la sua gente meritano risposte concrete, senza più scuse, rinvii o esitazioni.

C’è, però, una circostanza assurda e incomprensibile che merita una sottolineatura a doppio tratto di penna. C’è un’illogicità manifesta e una incoerenza che aleggia e permane sopra Crotone, una razionalità capovolta che sfida ogni logica amministrativa e ambientale.

La città ospita la migliore discarica d’Italia per i rifiuti pericolosi. Non una discarica qualunque, ma un sito all’avanguardia, progettato e autorizzato a ricevere e smaltire proprio quei rifiuti tossici che infestano il Sin di Crotone-Cassano e Cerchiara.

Eppure, la Regione Calabria – da qualunque maggioranza governata in questi lunghissimi anni di inerzia (parliamo di un sito inquinato dagli anni ‘30) – ha deciso che quei rifiuti non possono essere smaltiti lì. Provincia e Comuni si accodano…

Troppo facile. Troppo sensato.

Un provvedimento amministrativo regionale (chiamato P.A.U.R. – provvedimento amministrativo unico regionale) impone che i rifiuti dell’area Sin debbano essere portati fuori regione. Dove? Non è dato saperlo. La destinazione? È pressoché ignota. Il percorso? È oscuro. I tempi? Sconosciuti. La logistica? Neanche a parlarne.

Ma le conseguenze, quelle sì, sono certe: ricadono sui cittadini.

Ogni giorno, mezzi carichi di rifiuti pericolosi della stessa natura, provenienti dalla stessa Calabria e dalle altre regioni d’Italia, varcano tranquillamente i cancelli della discarica crotonese, vengono accolti e smaltiti senza problemi. L’irrazionalità fatta normalità. L’inspiegabile diventa regola, il paradosso si fa ordinaria amministrazione.

Da un lato si vieta al soggetto obbligato per legge (Eni Rewind Spa) di smaltire i veleni nel sito più attrezzato per farlo che è proprio lì, a Crotone. Dall’altro, si concede ad altri soggetti anche presenti nella stessa Calabria e nelle altre regioni italiane di usare la stessa discarica per liberarsi dei propri rifiuti. È come se la Calabria fosse buona solo a servire, ma mai a servirsene.

Di fatto abbiamo una discarica perfettamente funzionante a Crotone, a soli 4 km dai rifiuti che dovrebbero essere smaltiti. Eppure, gli Enti territoriali si oppongono in modo illogico e irrazionale, più preoccupati di non perdere consenso che di trovare una soluzione razionale. Il risultato? Invece di utilizzare un impianto già esistente e a portata di mano, la politica preferisce spedire i rifiuti all’estero, in Svezia per esempio, con costi enormi in termini di tempo (si parla di almeno 7 anni), impatto ambientale e sostenibilità economica. È un paradosso assurdo: per evitare una decisione impopolare, si sceglie la strada più lunga, costosa e meno efficace, lasciando il territorio in un limbo di inefficienza e degrado.

E, nel frattempo, Crotone è avvelenata tre volte: dai propri rifiuti (bloccati), dai rifiuti altrui (tanti, ogni giorno) e dalla burocrazia (inerte).

Insomma, gli Enti territoriali decidono, la politica osserva, la macchina amministrativa esegue e dilata i tempi. E chi paga? I cittadini. Pagano con la salute, pagano con il tempo, pagano con il denaro. Perché il trasporto dei rifiuti fuori regione costa. E costa caro. Ma guai a chiedere il perché. Guai a far notare l’illogicità. La risposta è sempre la stessa, quella che da anni si ripete senza spiegazioni concrete: «I rifiuti del Sin di Crotone devono andare via dalla Calabria». – «E perché?» – «Perché sì».

«E perché i rifiuti della stessa specie provenienti dalla Calabria stessa e dalle altre regioni italiane possono arrivare a Crotone ogni giorno?». Il silenzio prende il sopravvento. C’è chi glissa. C’è chi tergiversa. C’è chi fa finta di nulla.
Ma è un racconto che non convince più nessuno. Da molti decenni, il SIN di Crotone è teatro di una narrazione che promette bonifiche e rinascite. Nel frattempo, però, le montagne di rifiuti tossici restano lì, esposte alle intemperie, a pochi metri dal mare, a pochi passi dalle vite dei cittadini. Gli iter amministrativi si attorcigliano su sé stessi, mentre la politica promette, tace, rinvia.

Ma il silenzio e il tempo che scorre non cancellano la realtà. Ogni giorno, rifiuti di altre regioni entrano nella discarica crotonese per smaltire rifiuti identici a quelli che Crotone stessa non vuole trattare. È un’ingiustizia travestita da regolamento, un’ipocrisia scritta a colpi di atti, ricorsi e diffide.

Quanto ancora? Quanto ancora la Calabria dovrà subire scelte che sfidano la logica? Quanto ancora dovremo sedere a tavoli tecnici di ogni sorta e natura e ascoltare spiegazioni che non spiegano nulla?

Crotone ha una discarica d’eccellenza. Crotone ha un problema ambientale enorme. La soluzione esiste, è sotto gli occhi di tutti. Ma la (non) risposta di chicchessia resta sempre la stessa: «Anche se abbiamo una discarica modello, anche se le altre regioni ci portano tutti i giorni i loro rifiuti uguali ai nostri, anche se dalla Calabria stessa vengono conferiti a Crotone rifiuti pericoli della stessa natura, quelli del Sin devono essere smaltiti fuori dalla Calabria». – «E perché?» – «Perché si!».

Ma rimane un fatto: in tempi non sospetti, io ho giurato fedeltà alla Repubblica e di osservare la Costituzione e le leggi, e oggi sento il dovere di difendere i principi nei quali credo. Come calabrese e militare di carriera non accetterò mai l’illogicità manifesta, non mi arrenderò mai di fronte alle difficoltà.

Un servitore dello Stato, quando è chiamato dal Governo del proprio Paese ad assumersi la propria responsabilità, non si sottrae, non arretra; al momento giusto risponde sempre presente, consapevole che i poteri che la legge gli affida non sono privilegi, ma strumenti da esercitare con coraggio, disciplina e onore con l’unico orizzonte possibile: l’interesse esclusivo della Nazione e la tutela dei suoi cittadini. (ee)

[Emilio Errigo, Commissario Straordinario di Governo per la bonifica del sito d’interesse nazionale di Crotone-Cassano e Cerchiara]

LA CALABRIA E IL NODO AREE MONTANE
TRA IL DECLINO E LE RIFORME NECESSARIE

di FRANCESCO AIELLO – In un contesto politico dominato dalle crisi internazionali e dalle discussioni sul ruolo dell’UE nel nuovo ordine mondiale, in Calabria torna d’attualità un tema strutturale: il riordino degli enti locali.

L’occasione è data da una recente proposta di legge regionale presentata dal Partito Democratico finalizzata a promuovere le unioni e le fusioni tra i comuni montani calabresi. L’iniziativa punta a contrastare una delle principali debolezze dell’assetto istituzionale calabrese: la frammentazione amministrativa e le difficoltà croniche nella gestione dei servizi pubblici nei territori più marginali. Più in generale, il tema delle fusioni dei comuni riaffiora periodicamente tra gli interessi sia degli osservatori sia di autorevoli rappresentanti istituzionali.

Lo ha fatto pochi mesi fa il Presidente della Giunta Regionale Roberto Occhiuto (“In Calabria ci sono troppi Sindaci, serve una riforma sui Comuni con pochi abitanti”) e lo ha ripreso in questa settimana il prefetto di Catanzaro, Castrese De Rosa. Con i suoi 404 comuni, l’assetto istituzionale regionale risulta altamente frammentato, con una forte asimmetria tra la Regione – dotata di elevate capacità di gestione e programmazione – e un tessuto comunale caratterizzato da una prevalenza di piccoli enti con limitate capacità amministrative.

L’abolizione delle comunità montane e l’indebolimento dell’azione delle province hanno lasciato un vuoto istituzionale che rende la governance del territorio particolarmente debole e disomogenea. In questo contesto, la proposta del PD assume rilievo non solo per gli strumenti normativi che intende introdurre, ma anche per la capacità di riportare al centro del dibattito un nodo strutturale troppo a lungo trascurato.

La proposta del PD introduce strumenti normativi e incentivi per favorire l’aggregazione volontaria dei comuni montani, riconoscendo la necessità di un modello amministrativo più efficiente e sostenibile per le aree svantaggiate. La montuosità della Calabria è un fattore chiave per comprendere le sfide che attraversano la governance territoriale. Con una quota significativa di territorio classificata come area interna e una larga parte dei comuni definiti montani, la regione si confronta con criticità strutturali persistenti: bassa densità abitativa, carenza di servizi essenziali, scarsa accessibilità e fragilità finanziaria degli enti locali.

In molti di questi comuni si osservano un costante calo demografico, l’invecchiamento della popolazione e crescenti difficoltà nella gestione ordinaria. In questo contesto, la proposta di legge del PD si pone l’obiettivo di incentivare i comuni montani a superare la frammentazione attraverso forme associative più strutturate, come unioni e fusioni, per rafforzare la capacità amministrativa e migliorare la qualità dei servizi ai cittadini.

Uno degli aspetti innovativi della proposta riguarda la regolamentazione del quorum nei referendum per la fusione dei comuni montani, un nodo da tempo discusso nel dibattito sulle aggregazioni amministrative. Il testo del PD stabilisce che una fusione possa considerarsi approvata solo nel caso in cui il voto favorevole prevalga in ciascuno dei comuni coinvolti, superando così il rischio che una maggioranza complessiva sul totale dei votanti imponga la fusione a singole comunità non favorevoli (art. 12).

Nelle intenzioni dei promotori, questa impostazione mira a garantire che ciascuna realtà locale sia pienamente convinta dell’opportunità di unirsi ad altri comuni, rendendo il processo di aggregazione il risultato di una scelta condivisa, non imposta dall’alto. Tuttavia, questo criterio di unanimità potrebbe rendere più difficile il raggiungimento del consenso, poiché anche un solo comune contrario sarebbe sufficiente a bloccare, o rallentare, il processo.

Il modello proposto dal PD si distingue anche per la previsione di incentivi economici specifici a favore dei comuni montani che scelgono di collaborare nell’offerta di servizi o di aggregarsi. La proposta prevede l’accesso a contributi straordinari regionali per dieci anni (art. 14), oltre ad agevolazioni nei bandi regionali per i comuni che gestiscono funzioni in forma associata (art. 6). Sono previsti anche comitati tecnici per lo studio di fattibilità (art. 11) e attività di accompagnamento e supporto da parte della Regione (art. 9).

A queste misure si affianca la Conferenza delle Unioni montane (art. 8), con compiti di monitoraggio e impulso. In un’ottica di rafforzamento della proposta, sarebbe auspicabile l’istituzione di un Osservatorio permanente sulle fusioni e unioni dei comuni, dotato di funzioni tecniche e valutative, così come l’adozione di un Piano Strategico decennale per il riordino istituzionale, utile a individuare in modo sistematico le aree dove avviare processi di aggregazione sostenibile.

In estrema sintesi, dall’esame del testo emerge chiaramente che il principio ispiratore della proposta è quello di concepire i processi di unione e fusione non come una perdita di autonomia da parte dei singoli comuni, ma come strategie condivise e partecipate per garantire continuità amministrativa e rafforzamento della capacità di intervento locale. In questa prospettiva, l’iniziativa del PD rappresenta un contributo rilevante al dibattito sulla riorganizzazione istituzionale della Calabria, affrontando un nodo cruciale per la modernizzazione della governance regionale e la resilienza dei territori più fragili.

Concentrandosi sulle aree montane, il testo si inserisce in una più ampia visione politica del PD calabrese, che da tempo pone al centro dell’agenda regionale e nazionale i temi della marginalità e del riequilibrio tra aree del territorio. Tuttavia, è lecito chiedersi se esistano valide ragioni per ampliare la riflessione sulle fusioni oltre la dicotomia montagna-pianura. In questa direzione, un contributo arriva da un recente studio di alcuni ricercatori italiani (Cerqua et al, 2025) che per il periodo 2001-22 hanno costruito un indice della qualità amministrativa nei comuni italiani (1) Facendo riferimento al 2022, emerge che l’andamento di questo indice dipende, sia in Italia sia in Calabria, molto più dalla dimensione demografica che dalla collocazione altimetrica

. I punteggi medi mostrano, infatti, che i comuni di montagna non presentano livelli significativamente inferiori di qualità amministrativa rispetto a quelli di pianura o collina: in Calabria la differenza di punteggio medio è solo di 0.66 a sfavore dei comuni di montagna. Al contrario, le differenze più marcate emergono tra comuni piccoli e grandi (+5.7), con i primi che manifestano maggiori difficoltà in termini di efficienza burocratica, qualità della classe politica e performance economico-finanziaria.

In questa prospettiva, l’approccio della proposta di legge – focalizzato esclusivamente sui comuni montani – rischia di trascurare un elemento centrale del problema: non è la geografia a determinare le fragilità istituzionali, bensì la scala amministrativa. Una riforma coerente e strutturale dovrebbe, quindi, prendere in considerazione tutti i piccoli comuni, indipendentemente dalla loro altitudine, per garantire un reale rafforzamento della governance locale.

A fronte di queste evidenze, resta da comprendere quale sarà la risposta del Consiglio Regionale e se vi sarà la volontà politica di estendere la riflessione a una riforma più ampia e strutturale, che non si limiti alle sole aree montane, ma coinvolga tutti i piccoli comuni calabresi. La Calabria è davanti a un bivio: restare immobile, lasciando i piccoli comuni al declino, oppure avviare un vero processo riformatore per garantire servizi, rappresentanza e futuro alle comunità locali.

(1) Il Municipal Administration Quality Index (MAQI) è un indice sintetico che misura la qualità delle amministrazioni comunali italiane lungo tre dimensioni fondamentali: la capacità della burocrazia, la qualità della classe politica locale e le performance economico-finanziarie dell’ente. Il primo pilastro considera elementi come il livello medio di istruzione dei dipendenti comunali, il numero di funzionari per abitante, l’assenteismo e il turnover.

Il secondo pilastro si concentra sul profilo degli amministratori locali, valutando il grado di istruzione, l’equilibrio di genere e la composizione socio-professionale. Infine, il terzo pilastro riguarda la gestione del bilancio comunale, attraverso indicatori come la rigidità e la capacità di spesa, l’efficienza nella riscossione delle entrate e la quota di investimenti sul totale del bilancio. Insieme, questi tre pilastri restituiscono una fotografia articolata della qualità istituzionale dei comuni italiani, utile per confronti territoriali e analisi nel tempo. (fa)

[Courtesy Il Quotidiano del Sud]

IN CALABRIA L’83,6% NON È MAI ANDATO A
TEATRO: IL DESOLANTE DATO REGIONALE

di GUIDO LEONE – Oggi si celebra per la 63esima volta, anche in Italia, la “Giornata mondiale del Teatro”. La finalità della “Giornata” è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza dell’espressione teatrale e promuovere lo sviluppo delle arti performative in tutti i Paesi del mondo.

L’occasione ci consegna la possibilità di rivisitare il rapporto tra teatro e comunità calabrese ma anche, tra teatro e scuola nella nostra comunità e, contemporaneamente, di fare una riflessione sullo stato dell’arte anche del Teatro comunale “F. Cilea” di Reggio Calabria.

Lo spettacolo colto, prosa, danza, lirica, insomma lo spettacolo frutto di fatica, di ricerca, di studio è quello che deve essere sostenuto perché in Italia non ha vita facile, ancor più come vedremo in Calabria. È un problema che riguarda la formazione del pubblico fin da giovane, bisogna educare i bambini al teatro fin da piccoli perché questa forma di espressione artistica aumenta le capacità linguistiche e quindi la crescita culturale, che è il vero investimento da fare.

Bisogna puntare alla formazione del pubblico facendo arrivare questo tipo di spettacoli “colti”, di valori e di linguaggi, a un maggior numero di persone. Anche se va sottolineato che negli ultimi tempi, grazie ad Associazioni e imprenditori privati, i teatri calabresi, e non ultimo il Cilea di Reggio Calabria, hanno potuto godere di spettacoli e rassegne di buon livello. 

La scuola non è fatta solo dai bambini, vi sono anche le famiglie. Anche loro devono familiarizzare con il teatro. Verso quest’ultimo esistono nel pubblico delle resistenze determinate anche da barriere di costo. Se riusciamo a rompere queste barriere la gente si accorgerà che lo spettacolo teatrale è molto più bello di quello televisivo, lo spettacolo dal vivo dà emozioni che quello della televisione non dà. Il teatro è un luogo magico. 

Ma va doverosamente sottolineato come il mondo della scuola calabrese, sia pure con modalità spesso molto diverse, è sempre andato alla ricerca di occasioni per incontrare il teatro. È questo un fenomeno di straordinaria ricchezza e rilevanza, del quale occorre evidenziare alcuni aspetti importanti.

Sono numerose le scuole di ogni ordine e grado calabresi che hanno sviluppato, negli ultimi anni, un rapporto costante, seppure spesso non organico, con i linguaggi non verbali e con il teatro in particolare.

Gli spettacoli realizzati da ragazzi, spettacoli di professionisti ai quali gli allievi assistono, laboratori sperimentali di teatro, persino atipici insegnanti che si improvvisano attori e registi sono esperienze presenti spesso stabilmente in molti istituti.

Tutto ciò ci fa affermare con sicurezza che il pubblico infantile e giovanile rappresenta un’area di utenza strategica e che le attività espressive e artistiche hanno dato prova di offrire un contributo significativo per l’arricchimento dell’offerta formativa, senza considerare, altresì, la valenza educativa dell’approccio al linguaggio teatrale.

Tuttavia gli ultimi dati forniti dall’Annuario statistico 2024 realizzato dall’Istat raccontano chiaramente di un’Italia pigra dal punto di vista culturale.

Nel 2023 il 19,8 per cento delle persone di 6 anni e più ha dichiarato di essere andato al teatro almeno una volta negli ultimi 12 mesi, in aumento di quasi 8 punti percentuali rispetto al 2022, ritornando su valori prossimi a quelli pre-pandemici (nel 2019 erano il 20,3 per cento).

L’incremento di partecipazione a spettacoli teatrali, come nel 2022, ha interessato maggiormente i giovanissimi, che avevano risentito maggiormente del calo dovuto alla pandemia e per i quali una maggiore partecipazione a questo tipo di intrattenimenti si associa alla frequenza scolastica.

L’abitudine di andare a teatro almeno una volta all’anno è relativamente più diffusa al Centro-Nord (il 21,0 per cento rispetto al 17,4 per cento del Mezzogiorno. Al Sud e Isole, in tutte le regioni, tranne la Campania (20,8 per cento), si registrano valori al di sotto della media nazionale. Più diffusa la partecipazione agli spettacoli teatrali nei comuni centro delle aree metropolitane (il 29,5 per cento delle persone di 6 anni e più), a fronte di quote più residuali nei piccoli comuni (12,4 per cento nei comuni fino a 2 mila abitanti).

In Calabria, comunque, la percentuale di coloro che dichiarano di non aver mai fruito di uno spettacolo teatrale è dell’83,6%. Chi si è recato, almeno una volta a teatro nella nostra regione nel 2023, rientra in una percentuale dell’14,1%, penultima regione in Italia, di cui 8,3 da 1 a 3 volte e il 4,3% 7 volte e più.

Ora, come la scuola non può e non deve ignorare la presenza e l’attività sul territorio di quei gruppi o compagnie professionali o non, che si occupano di teatro, così è impensabile che gli 11 teatri della nostra regione continuino a proporsi, in termini riduttivi, come finora accade rispetto alle loro potenzialità, mentre dovrebbero funzionare a pieno regime.

Creare il pubblico di domani è una esigenza imprescindibile, per esempio, per una istituzione come il “Cilea” di Reggio Calabria  che, attraverso una auspicabile Fondazione, (di cui ogni tanto si parla ma senza giungere ad alcun risultato) promossa da managerialità pubblica e del privato, intraprenda una politica di interventi di divulgazione, sviluppando una pedagogia teatrale e musicale e investendo sulla formazione dei ragazzi e dei giovani, complice una fitta rete di relazioni da realizzare con il mondo della scuola.

Insomma, il “Cilea” va certamente inteso come valore ma anche come risorsa, ma lo sia in funzione del servizio che può rendere al cittadino, recuperando sia la vicinanza al pubblico, sia la capacità di cogliere e di rielaborare il presente e la quotidianità.

Il teatro deve riuscire a creare un sistema, che grazie al lavoro sul territorio ed al coinvolgimento del maggior numero di persone, ritorni a rendere proprie le esigenze della committenza, ovverosia del pubblico.

Allo stesso modo, è sempre più urgente che la funzione di termini di valore o di servizio del teatro non possa essere più misurata in termini di biglietti, ma in termini di diritto e possibilità di usufruirne. (gl)

[Guido Leone è già dirigente tecnico USR Calabria]

SVIMEZ: NO A RIARMO CON FONDI COESIONE
BISOGNA RIDURRE I DIVARI TERRITORIALI

di ANTONIETTA MARIA STRATI – «Serve una chiamata alle “armi” per ridurre i divari territoriali e sociali». È l’appello lanciato dalla Svimez, dicendo “no” all’utilizzo delle risorse di coesione per finanziare il Piano Rearm Eu.

Il piano, infatti, propone un utilizzo delle risorse della coesione inconciliabile con i suoi obiettivi di inclusione economica, sociale e territoriale. «La coesione – scrive la Svimez – rappresenta un pilastro costitutivo dell’Unione europea che non può essere indebolito di fronte ad ogni emergenza. Tuttavia, il basso tasso di spesa del ciclo 2021-2027 e il debole consenso politico intorno a questa politica potrebbe determinare, come avvenuto in passato, e nonostante le dichiarazioni di principio, una forte pressione della Commissione e delle stesse istituzioni nazionali per un loro utilizzo per investimenti nella difesa».

«Non basta, dunque – viene evidenziato – opporsi a tale proposta ma occorre prendere atto dell’urgenza di una profonda riforma che faccia i conti con i suoi «fallimenti» ma che sia in grado di valorizzarne il potenziale in termini di costruzione di un’Europa più inclusiva e competitiva».

La proposta è stata inviata lo scorso 4 marzo dalla presidente della Commissione Europea ai leader degli Stati membri, accompagnata da un Libro Bianco sul futuro delle Difesa Europea/Preparati al 2030 pubblicato il 20 marzo.  Tra le modalità di finanziamento del Piano è anche prevista la possibilità di riallocare i fondi e le risorse disponibili nel bilancio pluriennale 2021-2027, attualmente destinati ad altri scopi.

«La difesa comune rappresenta un tema cruciale e prioritario per l’Europa. Ma le risorse ad essa destinate – scrive la Svimez – sono ben lontane e difficilmente conciliabili con gli obiettivi di riduzione dei divari territoriali e sociali, a cui sono destinate le risorse per la coesione. Nonostante le istituzioni europee continuino a sottolineare il carattere strategico della coesione, essa viene costantemente utilizzata come fonte di finanziamento di ogni nuova iniziativa emergenziale».

Per l’Associazione, «a pagare il prezzo di una eccessiva flessibilità potrebbe essere uno dei principi cardine della politica di coesione: l’addizionalità delle sue risorse rispetto a quelle ordinarie».

«Tale principio stabilisce che i fondi europei non devono sostituire la spesa pubblica dei Paesi membri destinata ai medesimi obiettivi – ha ricordato la Svimez – ma aggiungersi a essa per potenziare ulteriormente gli investimenti. L’addizionalità delle risorse europee è già stata sacrificata in passato, quando in carenza di risorse aggiuntive, si è ricorso ai fondi della coesione per fronteggiare le situazioni di emergenza. Le modifiche legate alle varie emergenze che hanno minato non poco la “qualità” della spesa finale della Programmazione 2014-2020, molto più orientata verso le agevolazioni alle imprese piuttosto che alla riduzione dei divari infrastrutturali. Alla fine del ciclo, rispetto alla programmazione iniziale, si registra una notevole riduzione della percentuale di risorse (e di investimenti) destinate alla doppia transizione verde e digitale (- 33 %) e alle infrastrutture sociali (-24%).

«È proprio con questa consapevolezza che, nel dibattito europeo – si legge – è stato dato rilievo alla necessità di “non nuocere” alla coesione, attraverso un approccio coerente tra tutte le politiche dell’UE per rafforzare la coesione economica, sociale e territoriale. Si tratta di un punto ribadito anche nelle Conclusioni del Consiglio europeo del 30 novembre 2023, che raccomandano come il principio del “non nuocere” alla coesione debba essere tenuto in considerazione in tutte le politiche e iniziative dell’Unione. La proposta di Rearm EU mette, però, chiaramente in luce come tale principio rischi di essere nuovamente minato non appena appaiono nuove nubi emergenziali per l’Europa».

Al momento, la proposta si limita a enucleare gli incentivi all’utilizzo delle risorse della coesione: Eliminazione degli attuali divieti che impediscono l’utilizzo delle risorse per la coesione a supporto delle grandi imprese operanti nel settore della difesa. Si tratta di una deroga di estremo rilievo, dal momento che la possibilità di concedere agevolazioni alle grandi imprese attraverso i fondi per la coesione è sempre stata impedita dai regolamenti europei.

Inclusione all’interno delle tecnologie strategiche per l’Europa (Step) di tutta la gamma di tecnologie rilevanti per la difesa.

L’iniziativa Step è stata individuata come uno dei principali architravi per incentivare il reindirizzo delle risorse per la coesione verso interventi per la difesa comune inglobando all’interno delle Step tutta la gamma di tecnologie rilevanti per la difesa. Questi interventi potrebbero riguardare non solo le agevolazioni agli investimenti operabili con il Fesr ma anche le spese di apprendimento permanente, di istruzione e formazione finanziabili attraverso il Fondo sociale europeo plus (Fse+). Al riguardo, il Libro Bianco rimarca in diversi passaggi la necessità di promuovere skills and expertise nel settore della difesa.

Maggiori benefici finanziari, in termini di più elevati tassi di prefinanziamento e cofinanziamento, per le risorse riprogrammate a favore della difesa.

«A tal proposito – scrive ancora la Svimez – è plausibile che la Commissione proponga l’applicazione di meccanismi analoghi a quelli già previsti dall’iniziativa STEP: un prefinanziamento aggiuntivo del 30% e l’applicazione del tasso di cofinanziamento con risorse europee del 100% sugli investimenti dirottati a favore della difesa. La proposta costituirebbe un appetibile incentivo finanziario, dal momento che il maggior prefinanziamento comporta una riduzione del fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche, mentre il cofinanziamento al 100% consente di liberare le risorse nazionali attualmente impegnate sui fondi europei. In quest’ultimo caso, occorrerebbe tener cura del loro riutilizzo verso interventi coerenti con le priorità dei Programmi da cui provengono».

Per l’Associazione «le proposte di Rearm Europe non affrontano la questione dell’allocazione territoriale delle risorse della coesione riprogrammabili per la difesa, limitandosi unicamente a prevedere un’affermazione generale su come una più forte e resiliente industria europea della difesa possa promuovere lo sviluppo regionale. Le risorse dei fondi per la coesione sono difatti territorialmente distribuite secondo precisi criteri allocativi fondati sugli svantaggi regionali».

«Si tratta – viene spiegato – del principio fondante della coesione: tutte le precedenti iniziative di riprogrammazione emergenziale hanno sempre mantenuto l’originaria distribuzione territoriale delle risorse. Il mantenimento dell’originale chiave di riparto per risorse riprogrammate per la difesa andrebbe, invece, chiarita il prima possibile, dal momento che nel settore della difesa i criteri di allocazione di mezzi e investimenti tendono a seguire logiche ben diverse rispetto alla situazione socioeconomica dei territori. Una preoccupazione aggravata dalla considerazione che, come a differenza dell’iniziativa di Repower Eu, nella proposta di Rrearm Europe non è prevista una percentuale massima delle risorse della coesione riprogrammabili a favore della difesa.

La riprogrammazione delle risorse per la coesione a favore della difesa avviene esclusivamente su base volontaria, ma dovrà essere effettuata in concomitanza con la revisione di medio periodo dei Programmi 2021-2027.

«Si ricorda – si legge nel documento della Svimez – che la revisione di medio termine prevede che il 50% del contributo europeo per gli anni 2026 e 2027 (circa 50 miliardi) relativo ai Programmi di ciascuno Stato membro possa essere definitivamente assegnato solo dopo l’adozione, in seguito al riesame intermedio, di una apposita decisione da parte della Commissione europea. Ciò pone la Commissione in una oggettiva posizione di forza ai fini delle modifiche ai Programmi necessarie per ottenerne l’approvazione definitiva e l’assegnazione delle ultime tranche di risorse. Non è pertanto da escludere che, in situazioni di oggettiva assenza di efficacia e/o di difficoltà attuativa dei Programmi, la Commissione possa essere in grado di esercitare azioni persuasive per un loro utilizzo che comprenda gli investimenti per la difesa. Soprattutto per l’Italia considerato che al 31 dicembre 2024 la percentuale di spesa della programmazione 2021-2027 è di appena il 4%, e l’importo impegnato pari al 25%».

Le incognite sulla revisione di medio periodo e di una riprogrammazione potenzialmente incoerente con gli obiettivi di inclusione e addizionalità sollevano nuovi dubbi sulla tenuta del principio del “non nuocere” alla coesione.

Secondo la Svimez, «questa tendenza può essere invertita solo attraverso una profonda revisione dell’impostazione generale e delle modalità di organizzazione e funzionamento della politica di coesione. Una revisione che consenta di superare gli oramai evidenti limiti dell’attuale impostazione, e che rimetta tale politica al centro del modello di sviluppo sociale ed economico del continente europeo, riorientandola verso obiettivi di riduzione dei divari regionali, la cui strategicità possa essere immediatamente compresa, condivisa e verificata da cittadini e territori».

«Un focus deciso su obiettivi di riduzione dei “divari di cittadinanza” omogenei in tutti i territori appare un passaggio cruciale – viene sottolineato – affinché le politiche di coesione possano trovare fattivamente sostegno e supporto “dal basso. Obiettivi chiari e verificabili in tema di diritto all’istruzione, all’assistenza, alla mobilità e alla salute renderebbero sicuramente meno attaccabili e più stabili le risorse ad essi destinate. In questo quadro, un approccio orientato ai risultati richiederebbe una maggiore responsabilità europea nella definizione degli obiettivi che deve accompagnarsi ad un coinvolgimento diretto delle amministrazioni locali, a partire dai Comuni, nella realizzazione dei target, non disperdendo lo sforzo progettuale e attuativo determinato dall’esperienza del Pnrr».

La definizione di obiettivi chiari, misurabili e verificabili, assieme al focus sui servizi “di prossimità” legati alla cittadinanza risulterebbe idonea a destare un’attenzione e un interesse maggiore da parte delle comunità locali nei confronti dei fondi europei e, conseguentemente, un monitoraggio civico sul raggiungimento dei risultati. Tutto ciò porrebbe le basi per un sostanziale miglioramento della percezione e della valutazione delle politiche di coesione da parte dei cittadini, avvicinandoli a comprenderne l’utilità e il valore.

«Questo passaggio, apparentemente non strategico – spiega la Svimez – rappresenta in realtà uno snodo essenziale per creare una constituency, oggi assente per le politiche di coesione, che le sostenga e difenda in sede europea. Una constituency che si attiverebbe solo laddove il trasferimento delle risorse della coesione verso altre finalità dovesse mettere a rischio l’attuazione di misure atte a raggiungere obiettivi essenziali per le comunità locali».

«La riduzione dei divari di cittadinanza – viene sottolineato – dovrebbe essere inoltre accompagnata dal ruolo centrale da assegnare alle politiche di coesione per favorire la localizzazione degli investimenti (pubblici e privati) nelle regioni meno sviluppate, al fine di consolidare e potenziare tutti settori strategici della nuova politica industriale europea delineata dal Piano Draghi, non solo al settore della difesa. Se l’attuale dibattito tecnico e politico sulla politica industriale europea risulta carente per quanto concerne la dimensione territoriale, la centralità della politica industriale all’interno della politica di coesione è l’unica strategia per restituire un’adeguata rilevanza alle specificità e potenzialità regionali».

«Si tratterebbe di passare dall’attuale approccio, che vede la destinazione di agevolazioni alle imprese come la più semplice modalità per risolvere problemi e lentezze di attuazione dei Programmi, e che da sempre induce a riprogrammazioni a favore di generici sussidi orizzontali “a pioggia” – conclude la Svimez – ad una impostazione strategica coerente con gli indirizzi di politica industriale europea per l’individuazione di settori industriali di traino, e le modalità con cui sostenerli». (am)

ADOZIONI, IN CALABRIA LA RETE WELFARE
È PARI A ZERO: POTENZIARE I CONSULTORI

di ANNA COMI – A proposito di adozioni, a settembre scorso, da queste colonne, avevamo fatto appello alle istituzioni regionali per chiedere loro di farsi promotori di unazione forte nei confronti del Governo, affinché single e coppie di fatto tutte, potessero avere lopportunità di accogliere un bambino.

Come sempre, la politica è sorda alle istanze dei cittadini e così capita che donne poco arrendevoli si rivolgano direttamente ai Tribunali per veder riconosciuti diritti che la politica stessa nega.

È accaduto di recente, giusto per fare qualche esempio, con  il cognome delle donne: è stata la pronuncia della Corte costituzionale del 27 aprile 2022, che ha dichiarato illegittime le norme impedenti alla madre di attribuire il proprio cognome al figlio.

Ed è sempre stata una donna, una magistrata, che si è rivolta al Tribunale contro il divieto di adozione  imposto perché single. La Consulta le ha dato ragione. La sentenza cita le adozioni internazionali perché risponde  al quesito posto, ma è evidente che anche nei casi di adozione nazionale si potrà fare riferimento a quanto pronunciato dalla Corte Costituzionale.

Un punto importante della sentenza è l’aver riconosciuto che la società è cambiata e che esistono diversi modelli familiari. Pertanto, sollecita il Parlamento a valutare un aggiornamento della normativa, per adeguarla alla realtà sociale attuale e ai principi costituzionali.

Questa sentenza, molto importante,  potrebbe stravolgere il trend negativo che si registra sulle adozioni.

Negli ultimi anni, l’adozione in Italia e nella nostra Regione,  ha affrontato sfide significative, evidenziate da una diminuzione delle domande e delle adozioni concluse, sia a livello nazionale che internazionale. Le disponibilità all’adozione nazionale segna una riduzione del 35%. Ancora più marcato è il calo nelle adozioni internazionali dove le  adozioni effettive sono scese dell’88%.

Questo trend negativo è attribuibile alla percezione che si ha sulle procedure adottive molto spesso complesse e onerose, sia in termini di tempo che di risorse economiche, scoraggiando molte coppie dall’intraprendere questo percorso che invece va rafforzato e sostenuto.

In Calabria, il Servizio Regionale per le Adozioni Internazionali è l’organismo pubblico incaricato di promuovere e supportare le adozioni internazionali. Questo servizio fornisce informazione, formazione, accompagnamento e sostegno alle coppie che intendono intraprendere un percorso di adozione internazionale.

Lesistenza e la funzionalità dellente regionale per le adozioni è di fondamentale importanza per chi vorrebbe adottare un bambino seguendo il percorso delladozione internazionale e per questo deve essere potenziato e il suo finanziamento reso strutturale. È importante, quindi, stabilizzare una volta per tutte il servizio dell’Ente regionale che, attualmente, procede con una programmazione proiettata in avanti soltanto di due anni.

Inoltre, non ci stancheremo mai di ribadire il ruolo fondamentale che ricoprono i  consultori familiari nell’iter da seguire per iniziare il percorso dell’adozione.

C’è da specificare che le coppie, e da oggi anche i single, che vogliono adottare devono essere in possesso di una idoneità derivante da una serie di relazioni attitudinali e quindi, dopo aver presentato domanda presso il Tribunale per i Minorenni, si devono rivolgere ai servizi sociali del territorio di appartenenza.

Ed è già qui che sorgono le prime difficoltà: in Calabria la rete welfare legata agli Enti locali è pari a zero, aggravata dai continui tagli alle risorse. Unico supporto potrebbero essere proprio i consultori ma, come evidenziato da un report presentato proprio dal Coordinamento Pari Opportunità della Uil Calabria, a causa di poco personale, tendono a limitare le attività provenienti sia da enti locali che da tribunali per i minorenni cercando di attenersi strettamente alle loro competenze specifiche.

La conseguenza è un serio rallentamento di una procedura già difficile di suo e che porta sconforto e frustrazione.

Pertanto, per favorire le adozioni, il primo passo da compiere è migliorare il sistema quindi rendere più operativi i Consultori attraverso lassunzione di assistenti sociali e psicologi, figure professionali carenti ovunque nella nostra regione.

La carenza di personale specializzato e la limitata diffusione territoriale riducono le opportunità di informazione, preparazione e accompagnamento per le famiglie interessate all’adozione. Di conseguenza, le coppie e i single, possono sentirsi disorientate e poco sostenute, contribuendo al calo delle adozioni registrato negli ultimi anni.

Per invertire questa tendenza, è fondamentale rafforzare il ruolo dei consultori familiari, garantendo una presenza capillare sul territorio e dotandoli delle risorse necessarie per offrire un supporto completo alle coppie  e ai single aspiranti all’adozione.

Inoltre, è essenziale snellire e rendere più accessibili le procedure adottive, al fine di incentivare le famiglie, anche quelle monogenitoriali, a intraprendere questo importante percorso di accoglienza. (ac)

[Anna Comi è coordinatrice Cpo Uil Calabria]

LO SPOPOLAMENTO DELL’AREA GRECANICA
IL GRIDO DI DOLORE ARRIVA DA ROGHUDI

di SILVIO CACCIATORE  – Il territorio dell’Area Grecanica sta vivendo un progressivo e costante calo demografico. In 13 anni, dal 2011 al 2024, la popolazione residente è scesa da 49 mila a circa 43.500 abitanti, con una riduzione del 10,9%. Una vera e propria emorragia che colpisce in modo trasversale tutti i comuni della zona, aggravata da mancanza di lavoro, servizi essenziali carenti e infrastrutture inadeguate.

Analizzando i dati nel dettaglio, emerge che il calo demografico riguarda tutti i 16 comuni dell’Area Grecanica, con variazioni che vanno da una perdita contenuta fino a situazioni più critiche. Roccaforte del Greco è tra i centri più colpiti, con una diminuzione della popolazione del 41,8% dal 2011 al 2024, passando da 518 abitanti a soli 301. San Lorenzo ha perso 558 residenti, riducendosi da 2.829 abitanti a 2.271, mentre Melito di Porto Salvo, il centro più popoloso dell’area, è sceso di oltre 1.100 abitanti, stabilizzandosi oggi intorno ai 10.091 residenti.

A pesare su questo calo è un insieme di fattori strutturali e sociali che hanno reso sempre più difficile per le famiglie e i giovani restare in questi territori. La difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la scarsità di opportunità lavorative e una rete viaria inadeguata hanno spinto molti a emigrare in cerca di condizioni migliori.

Problemi atavici

Durante il telegiornale di LaC News 24, il sindaco di Roghudi Pierpaolo Zavettieri, nonché presidente dell’Associazione dei Comuni dell’Area Grecanica, ha evidenziato in diretta le gravi difficoltà che affliggono il territorio.

«Si tratta di problemi storici – ha sottolineato – che riguardano trasporti, sanità, lavoro. Pensiamo alla statale 106, un’arteria fondamentale per lo sviluppo economico e sociale della zona, che ancora oggi versa in condizioni inaccettabili».

Il primo cittadino ha inoltre ribadito che l’assenza di collegamenti adeguati rende ancora più difficile lo sviluppo economico e la permanenza della popolazione nei comuni dell’area.

Un altro fattore determinante nel progressivo spopolamento è la crisi occupazionale. Secondo i dati, tra il 2015 e il 2018, si sono persi 7.000 posti di lavoro solo nel settore edilizio nella provincia di Reggio Calabria, molti dei quali ricadenti nell’Area Grecanica. La mancanza di opportunità ha spinto centinaia di giovani e famiglie a cercare fortuna altrove, contribuendo al progressivo svuotamento dei piccoli comuni. La questione del lavoro si lega inevitabilmente anche alle difficoltà per chi vorrebbe avviare un’attività economica sul territorio.

Le aree interne

Per contrastare questa tendenza, l’Area Grecanica è stata inserita nella Strategia Nazionale per le Aree Interne, un piano di intervento che punta a incentivare investimenti per il miglioramento dei servizi sanitari, infrastrutturali e scolastici.

Tuttavia, i sindaci chiedono misure più incisive e tempi di attuazione rapidi per evitare che la situazione diventi irreversibile. Tra le possibili soluzioni che si potrebbero proporre, vi sono incentivi per le imprese, sgravi fiscali per chi decide di investire nell’area e il potenziamento delle strutture scolastiche per garantire un’istruzione di qualità ai giovani senza costringerli a spostarsi nei centri più grandi. Inoltre, si potrebbe puntare ad una maggiore valorizzare del patrimonio culturale e turistico della zona, un settore che potrebbe rappresentare un’opportunità di rilancio economico se adeguatamente supportato.

Un trend preoccupante

Le proiezioni future non fanno ben sperare: se il trend di calo demografico continuerà con gli stessi ritmi, entro il 2029 l’Area Grecanica potrebbe scendere sotto la soglia dei 42.000 abitanti, e nel 2034 rischia di scendere sotto i 40.000 residenti. Questi dati delineano un quadro allarmante, che necessita di interventi urgenti.

Senza azioni strutturali e politiche di sviluppo concrete, il rischio è che nei prossimi anni la popolazione continui a diminuire, trasformando questo angolo di Calabria in un’area sempre più fragile e meno abitata. Le istituzioni lanciano un appello chiaro: bloccare il declino demografico e garantire un futuro ai territori dell’Area Grecanica è una priorità non più rimandabile. (sc)

[Courtesy LaCNews24]