Dai borghi e dalle aree interne può nascere una nuova economia per il territorio

di FRANCESCO RAO – Negli ultimi anni il dibattito sul futuro delle aree interne italiane ha assunto una centralità crescente nelle scienze sociali e nelle politiche pubbliche. In questo scenario la Calabria rappresenta un caso emblematico: una regione che, pur attraversata da fragilità demografiche ed economiche, custodisce un patrimonio culturale e territoriale di straordinaria densità simbolica e identitaria. Secondo le analisi più recenti del Rapporto Svimez, il Mezzogiorno continua a vivere una profonda contraddizione: da un lato una dinamica di crescita sostenuta anche dagli investimenti pubblici e dal PNRR, dall’altro una persistente perdita di capitale umano.

Negli ultimi anni centinaia di migliaia di giovani hanno lasciato il Sud in cerca di opportunità lavorative, alimentando un fenomeno di mobilità che riguarda in particolare le fasce più qualificate della popolazione. Le proiezioni demografiche indicano inoltre che entro il 2050 la Calabria potrebbe perdere una quota significativa della propria popolazione residente, con effetti evidenti sull’equilibrio sociale ed economico dei territori.

Eppure, proprio in questo scenario apparentemente critico si apre uno spazio di riflessione sociologica e progettuale: quello che potremmo definire il paradosso delle aree interne. Territori segnati da spopolamento e marginalità economica sono, allo stesso tempo, depositari di un capitale culturale, paesaggistico e comunitario capace di generare nuove forme di sviluppo. Nel lessico della sociologia dello sviluppo locale, il patrimonio culturale può essere interpretato come capitale territoriale: un insieme di risorse materiali e immateriali – architetture storiche, tradizioni, paesaggi, identità comunitarie – che costituiscono la base per processi di valorizzazione economica e sociale. La Calabria, con i suoi centri storici medievali, le architetture religiose, i borghi arroccati tra Aspromonte, Serre e Pollino, rappresenta uno degli spazi territoriali più ricchi di questo capitale diffuso. Tali risorse restano spesso frammentate e prive di una strategia sistemica di valorizzazione.

È qui che il concetto di welfare generativo può offrire una chiave interpretativa e operativa. Il welfare generativo, infatti, non si limita a redistribuire risorse, ma mira ad attivare le energie sociali presenti nei territori, trasformando il patrimonio locale in occasione di partecipazione, innovazione e produzione di valore collettivo.

La valorizzazione dei borghi non può essere pensata come una semplice operazione di promozione turistica. Essa richiede la costruzione di una filiera territoriale integrata, capace di connettere competenze, professionalità e infrastrutture. In questo quadro entrano in gioco nuove figure professionali e nuovi modelli di cooperazione territoriale: informatici impegnati nella digitalizzazione dei percorsi culturali, economisti e progettisti dello sviluppo locale capaci di costruire modelli sostenibili di economia territoriale, comunicatori e storyteller in grado di raccontare i territori attraverso linguaggi contemporanei, guide turistiche e operatori culturali chiamati a trasformare la visita in un’esperienza autentica e partecipata. Accanto a queste professionalità si muove la filiera dell’accoglienza diffusa: alberghi, B&B, case vacanze, ristorazione locale e produzioni tipiche, che costituiscono un sistema economico capace di generare occupazione e attrarre nuove presenze. Affinché questo sistema possa esprimere pienamente il proprio potenziale, è necessario intervenire su un nodo strutturale spesso trascurato: la connessione territoriale. Le aree interne necessitano di infrastrutture materiali e immateriali – sistemi di mobilità interzonale, reti digitali, servizi di accessibilità – che consentano ai territori di uscire dall’isolamento e di inserirsi nei flussi economici e culturali contemporanei.

Le ricerche sociologiche mostrano sempre più chiaramente come i territori periferici possano diventare spazi di sperimentazione sociale e istituzionale. In diversi contesti europei i piccoli centri stanno assumendo il ruolo di laboratori di innovazione territoriale, dove la collaborazione tra istituzioni, imprese sociali, università e comunità locali genera modelli di sviluppo più sostenibili e inclusivi. In questa prospettiva i borghi calabresi non rappresentano soltanto un’eredità del passato, ma possono diventare infrastrutture culturali del futuro. Luoghi nei quali il patrimonio storico si intreccia con la creatività contemporanea, la ricerca accademica, le economie culturali e il turismo esperienziale. La Calabria, quando viene realmente attraversata e vissuta, rivela una complessità culturale e paesaggistica che spesso sfugge alle narrazioni semplificate. Recuperare e valorizzare questo patrimonio significa costruire una nuova narrazione territoriale capace di superare la retorica del declino e restituire centralità ai territori interni. Se inserita in un progetto di welfare generativo e di sviluppo territoriale integrato, la valorizzazione del patrimonio culturale può diventare una delle leve più promettenti per contrastare lo spopolamento e generare nuove opportunità per i giovani.

In fondo, la sfida delle aree interne non è soltanto economica o demografica: è soprattutto una sfida culturale e sociale. Una sfida che riguarda la capacità delle comunità di riconoscere il valore dei propri luoghi e di trasformarlo in progetto collettivo. Perché, come insegna la sociologia dei territori, quando una comunità riscopre il proprio capitale culturale non custodisce soltanto la memoria del passato, ma costruisce le condizioni per il futuro. (fra)

(sociologo, professore a contratto Università Roma Tor Vergata)

Aree interne e spopolamento: così la Calabria muore

di FRANCESCO RAO – Per anni abbiamo raccontato lo spopolamento delle aree interne come una questione generazionale. I giovani che partono per studiare, per lavorare, per costruire altrove il proprio futuro sono diventati il simbolo più evidente di una frattura territoriale che attraversa il Paese. Ma oggi quella narrazione non basta più. Sta accadendo qualcosa di più silenzioso e, per certi versi, più radicale: stanno partendo anche gli anziani. Non per ambizione, non per mobilità sociale, non per desiderio di modernità. Partono per necessità. Partono perché restare diventa, giorno dopo giorno, impraticabile. Non si tratta di una migrazione economica, né di una scelta culturale. È una migrazione della fragilità. Uomini e donne che hanno lavorato per una vita nei piccoli comuni, che hanno costruito famiglie, reti, economie di prossimità, si trovano oggi costretti a lasciare la propria casa per avvicinarsi ai figli o ai presidi sanitari, ai servizi assistenziali, a un contesto urbano capace di garantire ciò che il territorio d’origine non riesce più ad assicurare. Non migrano verso un luogo desiderato, ma verso un luogo funzionale. Non inseguono un progetto, ma gestiscono un rischio. La partenza non è quasi mai preventiva. È reattiva. Segue un evento concreto: una caduta domestica, una diagnosi cronica, la difficoltà di raggiungere un ambulatorio distante decine di chilometri, l’impossibilità di garantire continuità a una terapia riabilitativa. Episodi ordinari nella biografia dell’invecchiamento che, in un contesto urbano strutturato, resterebbero gestibili e che invece, nelle aree interne segnate dalla rarefazione dei servizi, diventano fratture definitive. Non è la patologia in sé a determinare lo spostamento, ma l’organizzazione materiale della vita quotidiana: la distanza dai poli specialistici, la discontinuità del trasporto pubblico, la fragilità dell’assistenza domiciliare, l’erosione delle reti sociali strutturate. Quando questi fattori si sommano, la permanenza nel territorio diventa fragile prima ancora che malata. La famiglia interviene e trasforma il trasferimento in una strategia di protezione. È una scelta che non è scelta, una rinuncia che assume la forma della responsabilità. Questo processo produce un effetto sistemico di portata spesso sottovalutata. Nelle aree interne, gli anziani non rappresentano soltanto una quota demografica, ma una vera infrastruttura sociale informale. Sostengono le economie locali di prossimità, alimentano reti di solidarietà intergenerazionale, custodiscono memoria comunitaria, garantiscono continuità relazionale. La loro uscita non comporta soltanto una diminuzione numerica della popolazione; determina una trasformazione qualitativa del tessuto sociale. Si abbassa la densità delle relazioni, si indebolisce la capacità comunitaria di auto-organizzarsi, si accelera la vulnerabilità dei nuclei rimasti. È una forma di de-istituzionalizzazione territoriale diffusa: non vengono meno solo i servizi pubblici, ma anche quelle risorse informali che consentono alla vita quotidiana di reggersi su equilibri minimi di reciprocità. In questo quadro, anche la longevità cambia significato. L’aumento dell’aspettativa di vita, conquista indiscutibile delle società contemporanee, non è una variabile neutra. Nei territori dotati di infrastrutture sociali robuste, amplia le opportunità di partecipazione e di invecchiamento attivo. Nei territori carenti, può trasformarsi in estensione temporale della vulnerabilità. La stessa età produce esiti radicalmente differenti a seconda della geografia. Non è l’invecchiamento in sé a generare fragilità; è il contesto a determinarne l’intensità e la gestibilità. La disuguaglianza non è soltanto sanitaria, ma territoriale. Non riguarda solo il reddito o l’accesso alle cure, ma la concreta possibilità di organizzare la propria quotidianità senza dipendere da una migrazione forzata. Qui si colloca la questione più profonda, che supera il dato demografico e investe il principio stesso di cittadinanza. Se la possibilità di invecchiare nel proprio luogo di vita dipende dal livello locale di servizi essenziali, allora il diritto formale all’assistenza, alla salute, alla dignità della vecchiaia si frammenta nello spazio. La permanenza diventa selettiva. Alcuni possono scegliere dove vivere; altri sono costretti a spostarsi per esercitare diritti che sulla carta sono universali. Quando la geografia condiziona l’effettività dei diritti, la cittadinanza si territorializza. E una cittadinanza che varia in base al luogo non è soltanto diseguale: è strutturalmente fragile. La Calabria che perde i suoi abitanti più silenziosi non sta assistendo solo a un declino numerico, ma a una trasformazione profonda della propria architettura sociale. Se partono anche coloro che avrebbero dovuto rappresentare la continuità, la memoria, la stabilità, allora il problema non riguarda più soltanto lo sviluppo economico delle aree interne. Riguarda la tenuta del modello di welfare e la coerenza del patto repubblicano. Perché un Paese nel quale si è costretti a lasciare la propria casa per poter invecchiare con dignità è un Paese che deve interrogarsi non solo sulla propria demografia, ma sulla propria idea di giustizia territoriale. (fra)

Sociologo e Docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma

Le aree interne calabresi da declino demografico a laboratori di sviluppo

di  FRANCESCO RAO – La questione demografica delle aree interne calabresi non rappresenta più un semplice indicatore statistico, ma costituisce una vera e propria variabile strutturale di trasformazione sociale. I dati sulla denatalità, sull’emigrazione giovanile qualificata e sull’invecchiamento della popolazione descrivono un territorio attraversato da un processo di rarefazione demografica che incide simultaneamente sulla tenuta economica, sulla coesione comunitaria e sulla capacità riproduttiva del capitale sociale. Il fenomeno migratorio in uscita – oggi prevalentemente culturale e professionale – si innesta su un contesto caratterizzato da obsolescenza occupazionale e da una persistente povertà educativa. Nelle aree interne della Calabria, l’assenza di strutture aggregative, la carenza di presìdi culturali e la fragilità delle infrastrutture formative limitano la possibilità per i giovani di sviluppare competenze avanzate e aspirazioni professionali coerenti con le trasformazioni del mercato del lavoro contemporaneo. In termini sociologici, si assiste a un costante indebolimento dell’ascensore sociale, tradizionalmente incarnato dall’istituzione scolastica. Quando la scuola non è supportata da un ecosistema territoriale favorevole – composto da servizi educativi adeguati, connessioni digitali efficienti, reti culturali e opportunità occupazionali – la mobilità sociale tende a rallentare fino a bloccarsi. Queste condizioni determinano uno scenario nel quale la probabilità che un bambino nato in una famiglia a reddito medio nelle aree interne possa migliorare significativamente la propria posizione socioeconomica rispetto ai genitori si riduce sensibilmente. Il rischio è quello di una trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze sociali, che alimenta la rassegnazione di chi resta e accelera la decisione di partire di chi possiede capitale culturale e ambizione. Si tratta di una dinamica riconducibile ai modelli della “desertificazione demografica”: meno giovani significano meno servizi; meno servizi generano ulteriore emigrazione. Questo circolo vizioso contribuisce a svuotare i territori non solo di popolazione, ma soprattutto di progettualità e fiducia collettiva. In tale contesto, il fenomeno migratorio in entrata viene spesso percepito come una criticità, anziché come una possibile risorsa.

Eppure, diverse esperienze nelle aree interne calabresi dimostrano come l’integrazione di famiglie straniere abbia contribuito a mantenere l’autonomia scolastica, a sostenere il tessuto produttivo agricolo e artigianale e a riattivare dinamiche comunitarie altrimenti destinate all’estinzione. Il tema della regolarizzazione e dell’inclusione socio-lavorativa dei cittadini extracomunitari dovrebbe essere affrontato in chiave sistemica e con la massima urgenza, concentrandosi sull’importanza del lavoro regolare, della contribuzione fiscale, della stabilità abitativa e dell’accesso ai diritti. Si tratta di fattori che producono effetti moltiplicativi sull’economia locale. Questo processo inclusivo non va considerato come un atto meramente umanitario, ma come un investimento demografico e produttivo. La chiusura culturale, al contrario, rischia di privare le aree interne di una delle poche leve realisticamente disponibili per contrastare il declino. In una regione come la Calabria, segnata da tassi di natalità tra i più bassi d’Europa, l’apporto di nuove famiglie può rappresentare un elemento di riequilibrio, purché accompagnato da politiche di integrazione efficaci e da un disegno strategico di lungo periodo. Se le aree interne sono oggi percepite come periferie, occorre ribaltare il paradigma e considerarle come potenziali laboratori di innovazione sociale. La letteratura sullo sviluppo territoriale individua un modello articolato su quattro direttrici fondamentali: Rinforzo del capitale educativo: investimenti strutturali nel sistema 0-6, nel tempo pieno, nella digitalizzazione scolastica e nella formazione tecnico-professionale coerente con le vocazioni territoriali. Rigenerazione occupazionale: riconversione delle filiere tradizionali — agricoltura, turismo sostenibile, artigianato — attraverso innovazione tecnologica e reti cooperative. Infrastrutture materiali e immateriali: connettività digitale, mobilità interna efficiente, servizi sanitari di prossimità. Politiche di inclusione demografica: accoglienza e integrazione come strumenti di riequilibrio sociale e produttivo.

La sociologia dello sviluppo territoriale insegna che la crescita non è mai esclusivamente economica: essa è il risultato dell’interazione tra capitale umano, capitale sociale e qualità istituzionale. Senza una classe dirigente capace di superare logiche frammentarie e di assumere una visione sistemica, il declino rischia di diventare irreversibile. La domanda se sia ormai troppo tardi per invertire la rotta è comprensibile, ma rischia di produrre un effetto paralizzante. Le giovani generazioni non sono disposte ad attendere tempi indefiniti: cercano contesti in cui talento e impegno siano riconosciuti e valorizzati. Se tali condizioni non vengono costruite attraverso incubatori di start-up nei territori di origine, percorsi di imprenditorialità integrati sin dalla scuola e strumenti come portfolio delle competenze orientati ai diversi segmenti dell’istruzione, la mobilità diventerà una scelta razionale, con vantaggi a favore delle città più dinamiche e delle università capaci di attrarre talenti. Tuttavia, la storia calabrese è segnata da cicli migratori che hanno prodotto reti diasporiche, competenze diffuse e capitale relazionale globale. La sfida contemporanea consiste nel trasformare questa tradizione migratoria in un circuito virtuoso di ritorno, scambio e cooperazione, superando la logica dell’abbandono definitivo. Le aree interne non possono essere considerate un residuo del passato: possono diventare l’architrave di un nuovo modello di sviluppo fondato su prossimità, sostenibilità e coesione. Ciò richiede una scelta politica netta: mettere al centro l’infanzia, la scuola, il lavoro qualificato e l’inclusione, riconoscendo che la demografia non è un destino ineluttabile, bensì il risultato delle politiche adottate con uno sguardo proiettato ai prossimi cinquant’anni. La vera alternativa non è tra declino e nostalgia, ma tra immobilismo e capacità progettuale. Ed è proprio nei territori oggi più fragili che si gioca la possibilità di costruire il futuro della Calabria. (fr)

(Sociologo e docente a contratto Università “Tor Vergata” – Roma)

Infanzia: troppe criticità del Sistema 0-6. Alle famiglie serve sostegno vero

di FRANCESCO RAO – In Calabria il sistema integrato zero-sei anni continua a essere raccontato come una priorità strategica. Nei fatti, però, resta uno dei simboli più evidenti della distanza tra pianificazione istituzionale e vita reale delle famiglie. Non è più il tempo dei convegni, delle linee guida, dei documenti programmatici. È il tempo delle verifiche. E le verifiche, oggi, restituiscono una verità scomoda: il sistema 0-6 in Calabria esiste più sulla carta che nella quotidianità dei territori, soprattutto nelle aree interne. Il punto non è se le risorse esistano.

Il punto è come vengono trasformate – o non vengono trasformate – in servizi reali. Perché, mentre si discutono modelli pedagogici e architetture normative, ci sono famiglie che non hanno un solo posto nido nel raggio di decine di chilometri. Ci sono madri costrette a rinunciare al lavoro. Ci sono comunità che continuano a svuotarsi perché mettere al mondo un figlio diventa una scelta economicamente e logisticamente insostenibile, e il divario territoriale non è più tollerabile. Non si può continuare ad accettare che nascere in un piccolo comune dell’entroterra significhi partire già con un diritto educativo ridotto. Questo non è un limite tecnico.

È una scelta politica, anche quando viene mascherata da complessità amministrativa alla quale, spesso, manca una simmetria tra politica e burocrazia e, soprattutto, manca la conoscenza reale dei territori e della loro complessità sociale. Altro nodo, ancora più grave, è quello della sostenibilità economica. Negli ultimi anni si è parlato molto di costruire nuove strutture. Poco – troppo poco – di come mantenerle aperte. Senza personale stabile, senza copertura della spesa corrente, senza modelli gestionali sostenibili, il rischio è semplice: inaugurazioni, foto, tagli di nastro e poi servizi che funzionano a metà o non partono affatto. Tutto ciò rimarrà inalterato fino a quando la politica non deciderà di considerare l’istruzione come investimento e non come costo. E qui si entra nel terreno delle responsabilità. Perché programmare un servizio senza garantirne la gestione nel tempo non è prudenza amministrativa. È scaricare il problema sul futuro. È trasferire il costo sociale sulle famiglie.

La governance, poi, resta uno dei punti più deboli. Il sistema integrato 0-6 richiede una regia vera tra Regione, Ambiti, Comuni, scuola e soggetti accreditati. Dove questa regia non esiste o resta una sporadica occasione per svolgere qualche convegno, il risultato rimarrà invariato e continuerà a essere sotto gli occhi di tutti: progettualità episodiche, servizi disomogenei, territori lasciati indietro. Nel frattempo, il personale educativo sarà sempre più difficile da reperire, soprattutto nei territori interni. E senza personale qualificato non esiste sistema educativo: esistono solo strutture vuote e fallimenti colossali. Il dato più duro è quello sociale: in molte realtà calabresi l’accesso ai servizi educativi per la prima infanzia è ancora condizionato dal reddito familiare. Questo significa che il diritto educativo non è universale, ma selettivo. E un diritto selettivo non è più un diritto garantito a tutti.

La Calabria, oggi, non ha bisogno di ulteriori diagnosi. Ha bisogno di decisioni operative. Piani territoriali obbligatori per Ambito, con obiettivi misurabili annualmente. Fondi strutturali per la gestione e non solo per i cantieri. Tariffe realmente progressive e detraibili.In questo passaggio la politica dovrà agire, facendo diventare l’istruzione un investimento e non un costo. In tal senso, condivido una curiosità: le famiglie interessate, portano in detrazione le somme spese per i servizi educativi zero-sei? Gli accreditamenti del privato, in tale ambito, potrebbero essere un’opportunità, anche perché potrebbero essere rappresentate dal Terzo settore in regime di co-progettazione, ma non dovranno rivelarsi un’opportunità per poche famiglie e opportunità di utilizzo miope di fondi pubblici.

Ecco perché é necessario che siano previsti incentivi reali per portare educatori nei territori interni in modo stabile e continuativo. Il coordinamento pedagogico previsto é un grande risultato ma dovrà essere funzionale e soprattutto presente nelle fasi di programmazione e monitoraggio, evitando una presenza meramente formale finalizzata al solo adempimento amministrativo. Ogni bambina e ogni bambino hanno il diritto di ricevere la migliore offerta didattica e, per questo, occorre investire anche nella formazione continua, attraverso la quale sia possibile disporre di personale docente altamente formato e motivato. In tal senso, mi piace pensare che la scuola non debba avere dipendenti, ma costruttori di futuro. Ma la domanda politica resta una sola, e non può più essere elusa: cosa cambierà concretamente entro il prossimo anno scolastico, alla luce dei recenti confronti avvenuti presso il Consiglio regionale in occasione di un evento pubblico? Oltre ai numerosi post sui social e ai tanti reel, quanti nuovi posti saranno realmente attivi dal prossimo settembre? Quali servizi oggi inesistenti partiranno davvero? Quali territori smetteranno di essere zone educative scoperte? Perché, se non esistono risposte verificabili, il rischio è uno solo: trasformare il sistema 0-6 nell’ennesima occasione persa. Nell’ennesima riforma raccontata bene e realizzata male.

Tutto ciò la Calabria non può più permetterselo. Non può permetterselo dal punto di vista demografico. Non può permetterselo dal punto di vista sociale. Non può permetterselo dal punto di vista economico. Soprattutto, non può permetterselo dal punto di vista della credibilità delle istituzioni. Oggi la sfida non è più dimostrare che il sistema 0-6 è importante. Questo lo sanno tutti.

La sfida è dimostrare che la politica è ancora capace di trasformare le priorità dichiarate in diritti reali. Il tempo delle buone intenzioni è finito. Ora servono risultati. Misurabili, visibili e immediatamente verificabili dai cittadini. (fr)

La cooperazione può essere il motore
di sviluppo delle aree interne

In una Calabria che si avvicina alle elezioni regionali di ottobre, il tema dello sviluppo dei territori interni e costieri deve occupare il centro dell’agenda politica. Non è soltanto una questione di fondi o di programmazione europea: è una sfida di visione, di capacità di costruire comunità e di dare risposte concrete a bisogni che da troppo tempo restano inevasi. In questo contesto, la cooperazione si propone non come attore marginale, ma come forma d’impresa strategica per il futuro della regione, capace di coniugare crescita economica e inclusione sociale.

Le aree interne calabresi, individuate dalla Strategia Nazionale (SNAI) — Grecanica, Versante Ionico Serre, Sila e pre-Sila, Reventino-Savuto — vivono una condizione di fragilità estrema. Secondo l’ultimo rapporto Svimez, la Calabria ha perso circa 180 mila abitanti dal 2001 al 2023, con una dinamica demografica negativa che non accenna a fermarsi. In molti piccoli comuni il calo supera il 20 per cento, mentre in oltre 200 centri si profila un rischio concreto di estinzione sociale ed economica. L’indice di vecchiaia, che misura il rapporto tra anziani e giovani, ha superato quota 190 (ogni 100 giovani sotto i 15 anni ci sono quasi 200 over 65), uno dei valori più alti del Mezzogiorno. A questi dati drammatici la cooperazione risponde con modelli che hanno già dato risultati: cooperative sociali che garantiscono servizi laddove il pubblico arretra, cooperative agricole che valorizzano produzioni di qualità e prossimità, cooperative di comunità che trasformano borghi in laboratori di innovazione sociale.

Non si tratta di una promessa astratta. In Calabria il settore cooperativo ha già dimostrato la sua forza: gli addetti nelle cooperative sociali sono passati dal 42 per cento del totale nel 2012 a quasi il 50 per cento nel 2022, un dato che testimonia la centralità di questo modello nell’economia e nel tessuto sociale regionale. Ma le potenzialità restano enormi e ancora inespresse. Perché possano tradursi in occupazione giovanile e femminile, in welfare diffuso, in nuova impresa radicata nei territori, serve una scelta politica chiara.

Il problema economico si somma a quello demografico. Anche sul piano della ricchezza prodotta, la Calabria rimane fanalino di coda.

Il PIL pro capite nel 2023, sempre secondo Svimez, si è attestato intorno ai 19.300 euro, contro una media nazionale di circa 30.000 e una media europea che supera i 36.000. Ciò significa che un calabrese produce quasi il 40% in meno rispetto alla media italiana e quasi la metà rispetto alla media dell’Unione Europea.

È il segno di un sistema economico che non riesce a generare valore sufficiente e che proprio per questo ha bisogno di forme innovative e inclusive d’impresa come le cooperative, capaci di trattenere ricchezza nei territori e di redistribuirla in maniera equa.

Le questioni aperte non mancano. La legge regionale sulla cooperazione, ferma da 46 anni, è ormai del tutto anacronistica. La legge sulle cooperative di comunità è rimasta senza piano attuativo. Le Comunità Energetiche Rinnovabili, che potrebbero diventare il volano di una transizione sostenibile e condivisa, sono prive di linee guida operative che ne facilitino la nascita e la gestione. I beni confiscati alla criminalità, patrimonio straordinario da riconvertire in presidi di legalità e lavoro, restano per lo più inutilizzati per assenza di strategie e bandi strutturali. E il welfare, in profonda crisi, continua a marginalizzare proprio quelle cooperative sociali che garantiscono servizi fondamentali ai cittadini.

Le comunità energetiche, se gestite da cooperative di comunità, sono uno strumento straordinario di efficienza ed equità, perché mettono insieme cittadini, imprese e istituzioni in un modello partecipativo capace di redistribuire i benefici economici ed ambientali.

Alle forze politiche che si candidano a governare la Calabria Legacoop regionale chiede un impegno preciso: riconoscere e sostenere la cooperazione come leva strutturale di sviluppo regionale. Questo significa aggiornare e adeguare al contesto attuale le leggi, varare piani attuativi, aprire bandi mirati, garantire co-programmazione e co-progettazione tra istituzioni e mondo cooperativo, rendere effettivo l’accesso ai fondi europei e del Pnrr.

La cooperazione non è una nicchia, ma una forma d’impresa che in Calabria può rivelarsi particolarmente utile anche e soprattutto sul piano sociale. Può contrastare lo spopolamento offrendo opportunità di lavoro, può rigenerare comunità costruendo welfare e servizi, può rilanciare i borghi e le aree costiere con modelli sostenibili, può ridare dignità ai beni confiscati trasformandoli in risorse collettive. È questa la direzione da intraprendere se davvero si vuole un futuro diverso per la regione.

Le prossime elezioni sono dunque una prova di serietà. Tocca alla politica dimostrare se intende continuare a inseguire promesse di breve periodo o se è pronta a investire in un modello che tiene insieme economia e comunità, innovazione e coesione. La cooperazione è già pronta, con le sue esperienze e con la sua rete. Adesso serve il coraggio delle scelte. (rr)

Il Sud che scompare nell’indifferenza della politica

di MASSIMO MASTRUZZO – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” — Art. 3 della Costituzione italiana.

Ma a leggere i numeri dell’emigrazione dal Sud, viene da chiedersi se questa uguaglianza non sia ormai solo sulla carta.

Il Sud che scompare: una crisi nazionale mascherata da problema locale

In Calabria si vive sempre più a lungo, ma sempre più da soli. I giovani partono, le culle si svuotano, le scuole chiudono e i borghi diventano silenziosi. La regione ha oggi meno abitanti della sola città metropolitana di Milano: circa 1,8 milioni contro oltre 3,3 milioni nella capitale economica del Paese. Un dato simbolico, ma devastante, che riflette una desertificazione demografica strutturale che riguarda anche la Basilicata, il Molise, parti della Sicilia, della Sardegna e della Campania interna.

Non è solo un cambiamento demografico, ma una vera e propria diaspora, che si consuma nell’indifferenza del potere centrale. Un’emorragia che dura da oltre un secolo, ma che negli ultimi anni ha assunto le dimensioni di una crisi democratica e costituzionale.

L’emigrazione dal Sud non è un fenomeno recente. Dal secondo Ottocento ai primi del Novecento, milioni di meridionali lasciarono le loro terre per le Americhe. Dopo la Seconda guerra mondiale fu la volta delle grandi migrazioni interne verso Torino, Milano, Genova e le fabbriche del “miracolo economico”. Oggi, oltre alla manodopera per le fabbriche del nord Italia, partono gli universitari, i laureati, i professionisti. Una nuova “fuga di cervelli” alimentata non solo dalla mancanza di lavoro, ma da un Sud sempre più marginale nei diritti, nei servizi, nelle prospettive.

Le cause dell’esodo: mancanze strutturali e diseguaglianza costituzionale

Lavoro che non c’è:

Secondo ISTAT 2024, il tasso di disoccupazione giovanile in Calabria e Sicilia supera il 40%, contro il 12% del Nord. Il lavoro, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, irregolare.

Sanità negata: Le regioni meridionali spendono in media 600-700 euro pro capite in meno in sanità rispetto a quelle del Nord. Questo si traduce in carenza di strutture, liste d’attesa infinite, migrazione sanitaria verso Nord che costa ai cittadini del Sud circa 4 miliardi di euro l’anno.

Infrastrutture a due velocità:

In Sicilia e Calabria ci sono ancora linee ferroviarie a binario unico non elettrificate. Gli investimenti in trasporti e mobilità sono sproporzionatamente inferiori rispetto al Nord. Il treno ad alta velocità si ferma a Salerno. L’autostrada A3, simbolo dell’abbandono infrastrutturale, è un cantiere infinito da decenni.

Una Costituzione ignorata: L’art. 3 della Costituzione impone alla Repubblica di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che impediscono la piena uguaglianza tra i cittadini. Lo Stato non solo non li rimuove, ma li alimenta con politiche miopi e centraliste. Anche l’art. 5 (autonomia e decentramento), l’art. 34 (diritto allo studio) e l’art. 32 (diritto alla salute) vengono disattesi sistematicamente al Sud.

Il paradosso è che negli ultimi anni alcuni provvedimenti del governo non hanno invertito la rotta, ma l’hanno istituzionalizzata.

Il recente bonus affitto di 1.000 euro per i docenti meridionali che si trasferiscono al Nord è solo l’ultimo esempio. Una misura pensata per “aiutare” chi parte, senza interrogarsi sul perché non si possa insegnare, lavorare o vivere nel proprio territorio.

A fine 2024 il governo  all’interno della Manovra Finanziaria 2025, ha previsto un fringe benefit fino a 5.000 euro per i neoassunti che trasferiscono la residenza oltre 100 km dal luogo di lavoro, si tratta di uno dei temi centrali del Piano Casa, nato dal confronto del governo con Confindustria, studiato per favorire il trasferimento dei lavoratori, o per meglio dire un sottinteso incentivo ad emigrare, a lasciare il Sud:

il Governo anziché incrementare le opportunità di occupazione nel Mezzogiorno, contribuisce incredibilmente con un bonus, fino 5000 euro, per convincere anche i più riluttanti a fare le valigie e andare al Nord.

A completare il quadro, il progetto di autonomia differenziata, se approvato in forma attuale, rischia di cristallizzare le disuguaglianze. Le regioni ricche avranno più risorse e competenze, mentre quelle più povere resteranno ancora più indietro. È una rottura del patto nazionale, una forma di secessione mascherata.

Quando un territorio serve solo come bacino di manodopera, riserva elettorale e mercato passivo, senza ricevere gli investimenti necessari per crescere, si può parlare di colonialismo interno. È quello che accade al Sud da oltre un secolo, ma con particolare evidenza nell’Italia repubblicana.

Non è un problema del Sud, è una ferita per l’Italia intera

La questione meridionale non riguarda solo i meridionali. Riguarda la tenuta democratica del Paese, il rispetto della Costituzione, la coesione sociale. Un’Italia che abbandona il Sud è un’Italia che si indebolisce, economicamente e moralmente.

Non bastano bonus e pacche sulle spalle. Serve: un grande piano di investimenti strutturali pubblici per il Sud; incentivi al rientro dei giovani emigrati (non solo laureati); potenziamento reale della sanità, dell’istruzione, della mobilità; decentramento amministrativo con poteri veri agli enti locali, ma con risorse certe e uguali; una politica nazionale che non consideri il Sud un “peso”, ma una parte strategica del Paese; cambiare rotta, o accettare la morte lenta.

Continuare a ignorare l’emigrazione meridionale significa accettare che una parte d’Italia si spenga lentamente. Ma non si può essere uniti a metà. Il futuro dell’Italia passa anche e soprattutto da una rinascita vera del Sud, non a parole, ma nei fatti. (mm)

(Direttivo nazionale MET  – Movimento Equità Territoriale)

LE AREE INTERNE NON DEVONO DIVENTARE
LUOGHI FANTASMA, MA UN’OPPORTUNITÀ

di CARMELO VERSACE – Lo strumento di questo “killeraggio” è il “nuovo” Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021/2027, scritto e prodotto nei nascosti antri di un ministero, senza alcuna trasparenza né confronto, come ben si addice ai colpi di mano.

In questo documento di programmazione 2021-2027 lo Stato conferma l’attenzione verso le Aree Interne garantendo le necessarie risorse finanziarie tramite lo stanziamento di ulteriori 310 milioni di euro, ma nell’elenco delle tipologie degli obiettivi fissati nella prospettiva di rafforzare le condizioni, prevede l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile.

Un numero non trascurabile di Aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni) oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività.

Queste Aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita. Così si legge nel punto numero 4 del documento e perciò, secondo il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, molti comuni delle aree interne che si trovano lontani dai centri dove si concentrano i servizi essenziali vanno semplicemente assistiti in un percorso di declino e invecchiamento e non possono aspirare ad una inversione di tendenza.

In sostanza, il Paese nella morsa del crollo demografico prende atto della condizione dell’Italia di dentro, e della forbice sempre più marcata tra l’osso e la polpa.

È inaccettabile che il governo presenti come ineluttabile e necessaria quella che è una scelta politica precisa quanto scellerata: la riduzione di fondi per aree delle quali non si vuole riconoscere il valore e la necessità.

Quanti anni sono trascorsi da quel particolare periodo in cui la pandemia in atto pareva avere innescato un processo di nuovo interesse per la vita di comunità lontane dalle grandi aggregazioni metropolitane?
Sembrerebbero secoli e non, invece, come è stato, qualche anno.

Un altro aspetto che sfugge al governo Meloni riguarda il cambiamento climatico che negli anni porterà sempre di più ad una migrazione verticale della popolazione dalle città infuocate verso le aree collinari e montane.

Un fenomeno che, se regolamentato, potrebbe costituire un nuovo scenario di ripopolamento per le aree interne. Invece di prepararsi a questo, si chiudono tutte le possibilità.

Le aree interne del nostro Paese non devono diventare luoghi fantasma, ma un’opportunità: spazi accessibili e vivibili per tantissimi giovani. Ma perché ciò accada, servono visione, amore, risorse.

Serve un’azione comune da parte di noi amministratori locali al fine di respingere questo progetto devastante per i nostri territori.

Le aree interne costituiscono il 60% del nostro Paese e non sono vuoti da riempire o cancellare ma costituiscono comunità e territori preziosi. Serve un’azione corale che parta dal basso, il dato è allarmante per il nostro territorio, dove i Comuni della Città Metropolitana inferiore ai 5 mila abitanti interessati da questo provvedimento sono circa il 75%.

È necessario uscire dallo schema tradizionale dei partiti e chiedere conto alle forze di Governo presenti in parlamento affinché si rendano conto del danno che stanno causando al futuro, anzi al non futuro.

Questo documento non fa altro che mettere nero su bianco l’impossibilità, secondo il Governo, di una strategia utile a favorire la “restanza”, riconosce una sfiducia nelle nostre azioni, nelle nostre politiche di coesione e salvaguardia del territorio, si disinteressa delle persone, delle famiglie, dei sogni di quei giovani che intendono credere ancora nelle potenzialità di queste aree, di attività economiche che vengono abbandonate ad un tragico destino di affossamento.

In buona sostanza, tutti i nostri sacrifici, i nostri investimenti, il nostro tempo dedicato come amministratori locali per trattenere i nostri giovani o attrarne di nuovi vengono gettati al vento, scartati come spazzatura, pianificando una “dignitosa” decadenza, un welfare del tramonto che fornisca badanti e medicine, una lenta agonia anagrafica e sociale abbandonando il sogno di un’opportunità e speranza di ripresa. Nonostante gli importantissimi investimenti che con il Pnrr si stanno facendo per colmare il gap con il resto del Paese, questo è il risultato. Perché il Governo non recupera le risorse del fondo di coesione, tolti al Sud per finanziare opere strategiche sul territorio? Perché li ha destinati esclusivamente alla faraonica  realizzazione del Ponte sullo stretto? Perché si preoccupa di intervenire su aree strategiche e non si preoccupa, invece, di verificare, ad esempio, un dato importante come quello del livello sanitario in Calabria e, più in generale, di tutto il territorio nazionale, che non risponde più agli standard europei?

Questa non è la politica che ci piace, non è una politica costruttiva ma distruttiva, tale da rendere irreversibile il fenomeno dello spopolamento che per tanto tempo abbiamo combattuto investendo con  risorse e tempo. Tutto questo è inaccettabile:  anziché alimentare speranza e fiducia si insiste sulla difficoltà e sull’impossibilità di fare interventi che possono cambiare in maniera radicale le cose. Il problema non è solo di ordine strutturale, economico e demografico, ma è proprio di ordine antropologico-culturale e di creazione di una sorta di disaffezione ai luoghi da parte dei giovani che non trovano un buon motivo per restare, oltre alla mancanza di interventi che realizzino esperienze positive, in controtendenza rispetto allo spopolamento.

Non si dice ai giovani che hanno il diritto di restare, che possono impegnarsi e mobilitarsi per cambiare le cose. Non si dice ai giovani che possono avere la speranza di cambiare le cose, questa è una sorta di resa per paesi che sono moribondi ormai da circa settant’anni e che adesso stanno arrivando a una vera e propria morte. In alcune dichiarazioni sembra quasi ci si rassegni a una sorta di eutanasia dei paesi, mentre bisognerebbe dire che i borghi hanno diritto di vivere anche se hanno un solo abitante, che semmai dovrebbero essere messi in condizioni di riprendersi.

Noi amministratori ci mettiamo la faccia, le aree interne non sono territori da accompagnare con rassegnazione verso il tramonto bensì realtà vive, ricche di risorse umane, ambientali e culturali, che aspettano solo di essere valorizzate con investimenti concreti, visione strategica e politiche coraggiose. Il nostro compito è quello di rivendicare dignità, futuro e pari diritti per chi ha scelto e continua a scegliere di vivere e lavorare in questi territori.

Serve una visione lungimirante di sviluppo, bisogna investire in infrastrutture e servizi, promuovere  politiche che incentivino il ritorno dei giovani, rafforzando la cooperazione tra Comuni e valorizzando le specificità locali. È per questo che faremo fronte comune per combattere questo approccio, per annientare questa strategia di eutanasia sociale che tradisce il senso delle politiche di coesione, tradisce i nostri obiettivi, i nostri valori, la nostra storia che parte necessariamente da questi territori ora dimenticati.

Nei prossimi giorni mi farò portavoce di una mozione da portare al vaglio del Consiglio Metropolitano, provando a coinvolgere in primis l’assemblea dei sindaci metropolitani con un messaggio chiaro e deciso da destinare alla Presidente Anci Calabria, Rosaria Succurro, e al Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, i quali devono necessariamente sposare questa causa, provando ad andare oltre i “diktat” di partito, pensando agli interessi del territorio che rappresentano e delle tante popolazioni in attesa di un aiuto concreto contro questo atto scellerato. (cv)

[Carmelo Versace è vicesindaco della Metrocity RC]

NEI BORGHI DEL SUD E DELLA CALABRIA
LO SPOPOLAMENTO È «IRREVERSIBILE»

Centinaia di borghi e paesi delle aree interne italiane, in particolare del Mezzogiorno, sono destinati a scomparire. Lo dice esplicitamente il Piano strategico nazionale per le aree interne (Psnai), firmato dal ministro per le Politiche di coesione, Tommaso Foti. Il fenomeno dello spopolamento viene descritto come ormai inarrestabile in molte zone e, per la prima volta, viene previsto un “accompagnamento” nel declino.

«La popolazione può crescere solo in alcune grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive», si legge nel documento. Dove ciò non è possibile, l’obiettivo è «l’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile».

Un passo indietro rispetto agli intendimenti sempre manifestati dalla destra, che ha sempre proclamato di voler difendere l’identità dei territori, i piccoli comuni, i borghi storici. Foti, invece, chiarisce che per alcuni non c’è nulla da fare.

Aree interne senza prospettiva: la resa del piano Foti

È l’Obiettivo 4 quello più drammatico. In questo segmento di analisi il piano ministeriale prende atto di una realtà già compromessa: «Un numero non trascurabile di aree interne si trova già con una struttura demografica compromessa oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività», si legge ancora.

Per queste aree, prosegue il testo, «non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse» e «hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitosoper chi ancora vi abita».

Il Mezzogiorno paga il prezzo più alto

Il problema riguarda tutto il Paese ma colpisce soprattutto il Sud. Le aree interne del Mezzogiorno, già fragili, risultano le più colpite da emigrazione, crisi dei servizi e mancanza di opportunità. Le conseguenze si ripercuotono ovviamente anche sulla Calabria, dove la rinascita dei borghi è una parola d’ordine da anni (forse decenni) ma, davanti alla cruda realtà dei dati, dovrà tramontare, per lo meno nei piccoli comuni in condizioni più disperate.

«Al Sud quattro comuni su cinque perdono 35mila abitanti», ha detto lo stesso Foti in un’audizione parlamentare, confermando di fatto la geografia dello squilibrio demografico.

Alcuni borghi verranno “salvati”, ma secondo una logica selettiva: solo quelli con concrete possibilità di rilancio riceveranno risorse, con investimenti mirati su trasporti, sanità e servizi essenziali.

Il Pd all’attacco: «Condannati alla resa»

Dall’altro lato della barricata ci sono le opposizioni. E soprattutto il Pd che, negli ultimi anni, ha puntato molte iniziative proprio sulle aree interne. «Il governo getta la spugna e condanna questi territori alla resa. Ringraziamo il ministro Foti per averci dato ragione», ha dichiarato a Domani il deputato del Partito Democratico Marco Sarracino.

Il Pd prepara una proposta di legge per contrastare lo spopolamentoe intende avviare un tour nelle aree a rischio, per rilanciare la questione politica del riequilibrio territoriale.

Tanti fondi, ma strategia al ribasso

Nel documento, che conta 164 pagine, il governo annuncia anche una revisione della governance: sarà istituita una nuova cabina di regia con funzioni di coordinamento e supporto tecnico, sotto la supervisione del Dipartimento guidato da Foti.

Ma la linea di fondo appare rinunciataria. Una scelta sorprendente se si considera la dotazione disponibile: ai 600 milioni previsti dal Pnrr per le aree interne, si sommano altri 400 milioni provenienti da fondi europei già stanziati.

Risorse ampie, dunque, ma le linee guida del Governo vanno verso una gestione che rinuncia a invertire la rotta in ampie porzioni del territorio nazionale. Per molte aree interne, il declino sarà semplicemente “accompagnato”. È un fenomeno «irreversibile». (ppp)

[Courtesy LaCNews24]

LA CRISI PROFONDA DEI PICCOLI CENTRI
NELL’APPARENTE NORMALITÀ DEL VOTO

Il turno delle elezioni amministrative 2025 si è chiuso, ma senza clamori e senza nemmeno tante aspettative. Ma dietro l’apparente normalità delle urne si nasconde una delle più gravi crisi strutturali che attraversano l’Italia: quella dei Comuni, in particolare quelli del Sud e della Calabria, sempre più poveri, svuotati e soli. Non si tratta solo di un problema di risorse. È in crisi l’intera architettura istituzionale e organizzativa degli enti locali, ridotti spesso a gusci vuoti, senza personale qualificato, senza strategia nazionale, senza voce.

Secondo l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), oltre il 70% dei Comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti. E molti di questi, soprattutto al Sud, sono in una condizione definita tecnicamente “strutturale di squilibrio”. Non riescono a chiudere i bilanci, sono sotto piani di rientro pluriennali, hanno difficoltà perfino a compilare le relazioni obbligatorie sui conti pubblici.

L’assenza cronica di personale – in particolare dirigenti amministrativi e tecnici – ha reso in molti casi impossibile anche partecipare ai bandi del Pnrr o gestire i fondi europei. In alcune realtà calabresi, lucane e siciliane, interi settori degli uffici comunali risultano scoperti. Senza un ingegnere, un ragioniere, un tecnico dell’ambiente, è impossibile progettare o anche solo far partire opere pubbliche.

Il caso della Calabria è emblematico. Secondo stime dell’Istat e dell’Università della Calabria, la regione potrebbe perdere tra i 390.000 e i 500.000 abitanti nei prossimi trent’anni. Si tratta di una vera e propria emorragia demografica che rischia di desertificare intere aree interne.

Borghi storici si stanno spegnendo nel silenzio generale, le scuole chiudono per mancanza di alunni, le attività economiche scompaiono. L’età media si alza, mentre i giovani che restano sono spesso disoccupati o inoccupabili, e quelli che vanno via non tornano.

Senza parlare della sanità ormai al collasso, mentre i pronto soccorso sono spesso al collasso e la medicina d’urgenza non garantisce certezze. Ma la questione sanità riguarda tutto il paese, tanto che il Ssn è vicino al collasso. La privatizzazione della sanità è già nei fatti, in violazione di Costituzione, considerato che lo Stato deve garantire le cure a tutti, nessuno escluso. Ma questo sta diventando sempre una favola, mentre i governi di turno passano da un trionfalismo all’altro, negando la verità ai cittadini, occultando le gravissime difficoltà che sta scontando il sistema sanitario nazionale.

Questa “fuga dal Sud” non è solo un fenomeno sociologico. È un fattore di dissesto politico, economico e amministrativo. Un Comune senza cittadini, senza risorse, senza personale, semplicemente non funziona. Ma il problema, per ora, resta periferico anche nel dibattito politico nazionale.

Il Pnrr avrebbe potuto essere una leva per invertire la rotta. Ma senza una cabina di regia dedicata ai Comuni e senza un massiccio piano straordinario per il reclutamento del personale negli enti locali, molte risorse rischiano di andare sprecate o di non essere nemmeno richieste.

Nel 2023 il governo ha varato un “Piano per la coesione”, destinando fondi ai Comuni in difficoltà. Ma si è trattato per lo più di interventi a pioggia, privi di un coordinamento reale, e incapaci di incidere sulle cause strutturali del problema. L’Anci stessa denuncia da anni l’assenza di una visione strategica sul ruolo dei Comuni nel governo del Paese.

Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie ha annunciato tempo fa nuove misure per incentivare l’assunzione di giovani funzionari negli enti locali del Mezzogiorno, ma i bandi vanno deserti, e nei piccoli centri mancano spesso perfino le condizioni minime per accogliere i nuovi dipendenti pubblici.

Nel silenzio dei riflettori e con una partecipazione elettorale sempre più bassa, i Comuni italiani stanno affrontando una crisi esistenziale. In particolare quelli del Sud, come in Calabria, stanno vivendo una lenta agonia che rischia di portare con sé l’intera tenuta democratica del Paese. Perché la Repubblica, lo dice la Costituzione, è fondata sui Comuni. Ma quando i Comuni muoiono, che ne è della Repubblica?

Serve una nuova stagione di riforme, coraggiosa e concreta, che metta al centro il presidio locale come garanzia di diritti, servizi, cittadinanza. Altrimenti, tra trent’anni, l’Italia rischia di svegliarsi con intere province fantasma, senza scuole, senza ospedali, senza democrazia(Con il contributo esterno di Francesco Vilotta, Ernesto Mastroianni, Bruno Mirante)

[CourtesyLaCNews24]

Sostegno alle Aree interne, Regione approva cofinanziamento per tre nuove aree

La Giunta regione ha approvato un provvedimento finalizzato a sostenere le nuove Aree Interne selezionate nell’ambito della Strategia Nazionale per le Aree Interne (Snai) 2021-2027.

In coerenza con il Programma Regionale Calabria Fesr Fse+ 2021-2027, Priorità 5, Obiettivo Specifico 5.2, Azione 5.2.1, viene avviata la procedura per il cofinanziamento delle Aree “Alto Ionio Cosentino” e “Versante Tirrenico Aspromonte” con una quota regionale pari a 8 milioni di euro per ciascuna area, a fronte dei 4 milioni di euro già stanziati a livello nazionale.

Tale misura garantisce, come già previsto nel ciclo di programmazione 2014-2020, un apporto regionale pari al doppio delle risorse nazionali, per un totale di 12 milioni di euro per area.

Inoltre, nel rispetto dei principi di equità territoriale e di non discriminazione, è stato deliberato un finanziamento regionale pari a 12 milioni di euro anche per l’Area “Alto Tirreno Cosentino-Pollino”, nonostante la stessa non sia stata ammessa a finanziamento nazionale. Tale decisione consente a questa area, già positivamente valutata nella SNAI 2021-2027, di essere sostenuta attraverso le risorse del PR Calabria FESR FSE+ 2021-2027.

«La deliberazione –  ha spiegato l’assessore Regionale all’Agricoltura e Sviluppo Rurale Gianluca Gallo –  riconosce il ruolo centrale dei presìdi di comunità nelle Aree Interne e rafforza l’impegno della Regione Calabria nella piena attuazione della Strategia Nazionale per le Aree Interne, contribuendo in maniera concreta allo sviluppo sostenibile e inclusivo dei territori più fragili e marginali». (rcz)